La fisica moderna è riuscita, attraverso la matematica, a creare un sistema di scatole cinesi in cui il lessico è assai paragonabile a quello di una lingua geroglifico-ermetica.
Ad esempio, per capire realmente qualcosa delle “forze deboli” (di cui fa parte anche il famoso bosone su cui abbiamo aperto una specie di “damnata questio” pubblica in questo sito) bisogna essere assai ferrati nella teoria lagrangiana, nella teoria di gauge, nelle quattro interazioni fondamentali della natura, e nel meccanismo di Higgs. Se poi non sapete cosa è l’isospin o la ipercarica, e meglio lasciar perdere.
Le teorie di cui sopra vengono espresse tramite algoritmi ma il simbolismo dei medesimi è ormai completamente asservito alla necessità del calcolo. Per tale ragione gli inviluppi di equazioni possono aver vita a sé, in modo totalmente indifferente rispetto all’oggetto su cui vengono applicati.
Questo fa apparire con estrema chiarezza la frattura, pressoché insanabile (e destinata a divaricarsi sempre più) fra gli utilizzatori di tecnologie matematiche asservite ad una logica criptica come quella concessa dalle algebre moderne, e i fruitori di tali tecnologie.
Ora molti fisici e matematici (Heim, Pages, Bunge, Barrow, Bohm e tanti altri) si sono domandati, per quale ragione la descrizione dell’universo fisico sia stata sempre più criptata dai loro colleghi, all’interno di una serie di parametri, che creano un sistema rigido di autoreferenze che, a loro volta, rendono assolutamente inaccessibile la descrizione di un evento, a meno di passare attraverso questo specifico sistema geroglifico, altrimenti detto “matematico”.
Si può affermare che la matematica, e la fisica da essa definita negli ultimi tre secoli, abbiano subito una continua evoluzione (o involuzione?) rappresentativa, all’interno di un lessico simbolico che riassume, in lettere e grafismi, delle considerazioni logicamente assai complesse. (Basta pensare a segni base come quello di sommatoria, o di derivata o di integrale, ognuno dei quali è applicabile a qualsiasi tipo di indagine).
Ora alcuni dei grafi contenuti negli algoritmi hanno una lunga storia simbolica (come quello di infinito, o gli stessi i numeri primi); altri sono prodotti del lessico matematico e rappresentano un salto analogo a quello che si verificò in Egitto passando dai geroglifici al demotico.
Sono cioè teoria funzionante con un linguaggio particolare (e solo con quel linguaggio). Teoria che esclude qualsiasi considerazione sulla qualità di ciò che viene espresso e si concentra sulla quantità circoscritta dalla formula (così come i fonemi di un alfabeto sono collegati alla funzionalità del linguaggio, alla “comunicazione” e non agli archetipi metafisici del segno, come avveniva invece nelle rappresentazioni geroglifiche).

Teniamo presente che le riduzioni proprie del linguaggio matematico inteso a rappresentare i fenomeni fisici, richiedono, fin dai tempi di Archimede, delle semplificazioni concettuali. Si da cioè per scontato che alcune cose non si possano assolutamente verificare.
Ad esempio il secondo principio della dinamica introduce nella fisica un elemento misterioso che viene chiamato con la parola “massa”.
Come sappiamo tale principio si enuncia così:
se a un corpo è applicata una forza essa gli imprime una accelerazione che ha la direzione e il verso della forza e grandezza proporzionale alla intensità della forza stessa
Tale enunciato si traduce con la nota formula:
F = m x a
dove F è la forza applicata
a è l’accelerazione
m è una costante di proporzionalità che viene chiamata massa

Ora tale formula ci fa capire che la massa di un corpo è data dal rapporto fra la forza e l’accelerazione (m = F/ a) e ovviamente ciò apre ad una domanda: se
ad un corpo non applico alcuna forza (cioè F=0), questo corpo… non ha massa oppure non ha accelerazione?

Grazie a Dio ci viene incontro Newton che ci spiega che, per lo meno finché siamo sulla terra e nelle dimensioni della fisica newtoniana, tutti i corpi sono sottoposti alla forza di gravità, e allora hanno tutti una massa ma mentre con la sola matematica posso seguitare a calcolare benissimo la forza, l’accelerazione e poi la velocità, lo spazio percorso, il tempo necessario a percorrerlo ecc.. ecc.., i dubbi angosciosi sulla qualità di ciò che sto facendo…restano aperti.
Ripeto la stupidissima domanda che, se rivolta a qualsiasi docente di fisica può provocare soltanto una reazione stizzita e che, ora che sono tornati i voti, provocherebbe un “tre” sulla pagella: Se c’è un corpo ma non c’è forza applicata, la massa…dove va a finire?
Amaldi, ai tempi della mia permanenza nelle scuole statali, ci rispondeva dicendo che il primo principio della dinamica, cioè il principio d’inerzia, era contenuto come caso particolare nel secondo principio della dinamica. Infatti se su un corpo non agisce nessuna forza l’equazione si riduce a ma=0 e, dato che il corpo ha certamente una massa diversa da zero risulta che “a” DEVE essere… per forza uguale a zero perché “m” non può essere zero. Ne consegue che senza accelerazione il corpo si muove, apparentemente felice e tranquillo di moto rettilineo uniforme.
Mi sembra evidente che tale procedimento logico, che da luogo a formule sempre più complesse col moltiplicarsi delle forze applicate, ci consente di calcolare sia le orbite planetarie come la traiettoria di un missile ma rende terribilmente sterile quel povero “corpo” a cui qualcuno applica una forza.
Nel senso che nessuno ci dice se quel corpo è bello, è buono, è colorato, ha un fine, è contento, se voleva andare da un’altra parte, da dove viene, di cosa è fatto, cosa gli succederà dopo che gli avremo applicata la forza, se è una buona idea applicargliela, ecc. ecc.. E nella mente del matematico potrebbe apparire il dubbio: Ma se m fosse uguale a zero? Nessuno, infatti può impedire lo sviluppo della equazione secondo tutte le direzioni possibili anche se i sensi non riescono ad accettare che si possa applicare una forza dove non c’è massa mentre accettano che anche senza forza applicata la massa possa esistere.
E’ evidente che tutte queste domande apparentemente sciocche, esulano dalla formula, ma neanche la turbano, in quanto riguardano un settore che, apparentemente è estraneo all’obiettivo. Nel senso che a noi interessa sapere solo se un oggetto, sottoposto ad una determinata spinta va a sbattere da qualche parte oppure no.
In tale procedimento non ci sarebbe nulla di male se non sorgesse un grosso equivoco. Infatti l’uso di determinati algoritmi consente la formulazione di teorie complesse, passando esclusivamente dalla matematica.
Questo sistema di codificazioni “di logica alfanumerica” ha imprigionato i matematici in un particolare universo che, a nostro modesto avviso, si sta chiudendo sempre più, nonostante i tentativi di divulgazione sempre asfittici, del resto, come anche quello che sta cercando di fare il sottoscritto.
Quando, tanti anni or sono, inseguivamo la trasformata di Laplace:





 

“strumento matematico” universale che, come noto, consente di passare dallo studio di una variabile temporale reale allo studio di una variabile complessa (ci si risolvono le equazioni differenziali) perdevamo costantemente… l’oggetto su cui stavamo lavorando e ci immergevamo solo nella risoluzione delle funzioni e nel “risultato”.
Idem dicasi per quella di Fourier, assai usata in ingegneria per l’analisi di fenomeni composti da una frequenza fondamentale e dalle sue armoniche.



 

 

Però, se voi guardate asetticamente tali formule, pur conoscendo il linguaggio che “riduce” i fenomeni sotto quella codificazione matematica, difficilmente potete avere una percezione del fenomeno che non sia quella imprigionata dalle formule stesse. Anche per gli spazi virtuali, polidimensionali, descritti nelle moderne geometrie dobbiamo ammettere che NON SONO gli spazi ad aver creato tali formule… ma tali formule ad aver creato tali spazi (vedi appendice).

Ora le grandi macchine di calcolo sviluppano programmi e danno dei risultati; inventano dimensioni non immaginabili per aggredire l’universo delle probabilità (anche se gli strumenti fisici per indagare su questa o quella teoria si muovono sulle tre dimensioni); ragionano attraverso sistemi di tipo statistico; scelgono, in genere sulla base di quanto viene loro richiesto, soluzioni compatibili con ciò che si vuole dimostrare. Per tale ragione possono escludere o includere nella realtà virtuale che cercano di indagare delle enormi fette di possibilità che, per un’infinità di ragioni, possono stare “antipatiche” o essere incompatibili con la teoria fondamentale. La formulazione di una teoria “fisica” è completamente avulsa sia da un contatto sensibile con la cosa indagata come da una valutazione “etica” della cosa cercata. Il contatto è soltanto logico. Lo “scienziato” risolve equazioni (o le fa risolvere al computer) e sviluppa una teoria.
La cosa “sconcertante è che quasi tutte le teorie, anche se contraddittorie…funzionano.
Alcuni di tali ricercatori, scossi dalla improbabilità che tutto diventi probabile iniziano ad avere il sospetto che Qualcuno, nascosto da qualche parte… li stia prendendo in giro e che l’Uomo stia, sempre più velocemente, perdendo Qualcosa.
C.L.

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Quello che segue è uno stralcio dell'articolo di Chris Quigg apparso su "Le Scienze", Aprile 2008, che riproduciamo per mettere in evidenza questa frase: "anziché essere la forma a seguire la funzione, è la funzione che segue la forma. In altre parole: la forma della teoria, espressa nella simmetria delle equazioni che la definiscono, stabilisce la funzione (l'interazione fra le particelle) descritta dalla teoria stessa".
Questa dichiarazione che può apparire irrilevante ad un profano, ha un peso filosofico enorme, non solo per chi ha un minimo di competenza di fisica teorica ma per chiunque cerchi una ragione per cercare se stesso. L'universo nel quale viviamo diventa sempre più un universo possibile, anzi... probabile, e anche la ragione del nostro esistere rischia di affogare nella necessità di soddisfare una funzione.

 

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