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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Questo nome, in genere, evoca i fantasmi dei guerrieri del passato: dei paladini di Francia, ad esempio, oppure dei cavalieri arturiani della Tavola Rotonda, o dei vari ordini crociati (Templari, Teutonici, Ospitalieri, ecc.). Ad alcuni, più abituati a navigare nella notte dei tempi, la cavalleria ricorda gli ordini equestri dei Romani, o quelli dei barbari, o addirittura i mitici Cabiri. Ad altri infine, sollecita, più modestamente, una gestualità formale, un po’ demodè ma ancora plausibile: quella dell’uomo che accompagna e protegge la donna, del ragazzo che cede il posto all’anziano, ed altre strane cose che sembrano appartenere ad un mondo evanescente, prossimo alla scomparsa.

Simmetria ha pubblicato due ottimi testi di Paolo Galiano sulla cavalleria del passato, e precisamente La Spada e il Sole dedicato a Galgano e La regola primitiva dell’ordine del Tempio, dedicato ovviamente ai templari. Ha poi pubblicato gli atti di due convegni: La spada, la dama, i cavalieri e la Croce e anche La guerra, i templari e gli altri Cavalieri,  entrambi dedicati ai rapporti fra cavalleria e fede, tra cavalleria e amore e tra guerra e onore, nelle tradizioni d’oriente e d’occidente.

Mentre scriviamo abbiamo una strana sensazione: ci sembra di parlare una lingua morta, nonostante lo spropositato numero di articoli e di libri che, in questi ultimi decenni, si sono occupati a proposito e a sproposito del medioevo cavalleresco (dalle “bufale” sui Merovingi ai vari Graal misterico-terapeutici). Salvo rarissime eccezioni, infatti, se si prescinde dall’evocazione “storica” o dalla costruzione fantastica, i princìpi della cavalleria sono ormai lontani dal nostro modo d’esistere… quanto la Terra è lontana da Arturo (e usiamo questi nomi non casualmente).

Indipendentemente dalla volontà del singolo, viviamo in un mondo che tende sempre più a respingere, anzi ad esorcizzare tutto ciò che una volta veniva considerato “cavalleresco” e nobile e quindi altruistico e generoso, in luogo di una cialtroneria e di un egoismo generalizzati.

La fellonia, una delle offese più gravi contemplate nell’etica cavalleresca, rappresenta la norma nelle nostre relazioni umane. Il tradimento e soprattutto l’effrazione del patto di fedeltà sono una costante nei rapporti fra uomini e società.

Noi viviamo in un democratico e laico mondo anticavalleresco dove, come abbiamo visto anche in diretta televisiva, nessuno soccorre un moribondo in una metropolitana.

Siamo al massimo della celebrazione, o forse in prossimità della compilazione dell’epitaffio, di un sistema economico e materialista che ci sta cadendo addosso. E gruppi di “guru” della finanza e della politica si affannano a proporre ricette, e miracolose cure…laicamente ricostituenti.

Ma è come raccontare barzellette a un malato terminale.

Noi viviamo in guerra chiamandola pace e combattiamo da schiavi una guerra che alimentiamo con la nostra ignoranza.[1] forse perché le guerre del passato erano visibili mentre la guerra che combattiamo oggi è invisibile.

E’ una guerra che fa leva sulla relativizzazione e demolizione dei princìpi.

Se esteriormente ci occupiamo di estendere a tutti la tessera sanitaria, l’istruzione a ogni bambino, la vaccinazione obbligatoria, dall’altra parte ci preoccupiamo di laicizzare incessantemente ognuna di queste attività. Il mondo è pieno di sbandieratori della laicità delle organizzazioni “umanitarie”. E perfino quelle gestite dai preti ci tengono a mostrarsi asetticamente…laiche.

Questa guerra spietata contro il sacro investe dunque non solo i “laici” propriamente detti, ma anche i sacerdoti, sempre più incerti se le loro funzioni siano sindacali- assistenziali, o tese verso l’educazione e il perfezionamento dell’anima.

Già, l’anima. E’ un po’ come Carneade: “chi era costui” si chiede Don Abbondio nei Promessi Sposi. E lo stesso potremmo dire oggi per l’anima.

Alcuni non lo sanno ma l’anima… è in guerra da due o tre secoli, e sta affrontando una disfatta senza precedenti nella storia dell’umanità.

E non è una guerra santa, quella in atto.

E’ proprio la guerra contro l’anima e contro lo spirito. E, devo dire che l’anima se la sta passando maluccio mentre lo Spirito, anche se fa del suo meglio per “soffiare dove vuole” non può essere più percepito da uomini sempre più deprivati dell’anima, sempre più simili… zombi (convinti ovviamente dai media d’essere sempre più uomini).

La liturgia di stato, sia di destra che di sinistra, si occupa soltanto delle celebrazioni di se stessa. Nessun sindaco, nessun politico, osa celebrare sacralmente il suo operare. Né, probabilmente, sa più cosa ciò significhi.

Nessun sindaco, nessun capo di stato teme gli dèi irati, nessun “onorevole” onora più la trascendenza, ma si inginocchia solo davanti ai simboli dello stato laico: mai di fronte a quelli di Dio. 

E nessun politico prega prima di parlare o dopo aver parlato (entrambe cose di cui avrebbe tanto, ma tanto bisogno). Per lo meno nessuno nel nostro occidente. Qualcuno lo fa più o meno fanaticamente in Oriente, nell’Islam ad esempio, strumentalmente furioso contro la nostra civiltà ma nel contempo famelico di tutto ciò che di comodo e materiale è stato in grado di proporre l’occidente stesso.

Ed è ovvio che anche la preghiera, asservita al potere politico, pur essendo l’ultima traccia esteriore di una sacralità abbinata allo stato, non ha più alcun cavaliere a difenderla.

Si perché è proprio questo che manca: La sacra matrice cavalleresca, l’abbinamento tra preghiera, azione e medit-azione, che rende consapevole e coraggioso il vivere quotidiano.

Abbiamo già parlato di coraggio in questi editoriali, evidenziando come oggi sia facile confondere il coraggio con la violenza o con la filautia (che spesso cela invece la vigliaccheria e la fellonia). In una società di “competitors” e di vanagloriosi come scoprire il coraggio degli umili? Come scoprire che è solo l’umiltà e il sacrificio del cavaliere che rende la sua azione guerriera, gloriosa e salvifica?

Difficile. Difficile anche capire il senso reale di poche, semplici parole come queste.

NO, non tutti hanno il coraggio d’essere cavalieri di fatto, e non di nome. L’investitura, un tempo, poteva avvenire solo da cavaliere a cavaliere, principio che nascondeva un grande segreto (oggi scomparso dietro l’apparenza di generico volemose bene mostrata da film demenziali sulla Tavola Rotonda). Neanche un re poteva autoproclamarsi cavaliere. Ma solo un cavaliere poteva “riconoscerne” un altro. Ce ne erano pochissimi un tempo e, proprio per questo, forse oggi… non ce ne sono più.

Ma senza veri cavalieri… erranti, questa società è destinata a perire. E’ inevitabile.

Ecco perché il senso della cavalleria non va frainteso. La cavalleria non è una successione di buone intenzioni laiche, né un’esternazione dei propri meriti, né un conferimento di titoli, ma un perseguimento religioso, spirituale, una perenne “cherche” du Saint Graal.

Esistevano delle”regulae” cavalleresche, come quelle su cui più volte si sono soffermate le nostre edizioni (V. i testi di P. Galiano). Ma non basta entrare nella regola e osservare una disciplina per essere cavaliere. Ci vuole ben altro. Ci vuole il cabal-us, ci vogliono gli speroni, la spada e la cintura, lo scudo, il mantello e l’elmo (e ognuno di tali emblemi nasconde un segreto iniziatico). E poi ovviamente ci vogliono le insegne, della gens di appartenenza. Ma anche tutte queste cose non bastano per esser cavaliere.

  • ci vuole la forza che rende stabile e perseverante colui che opera,
  • ci vuole la temperanza che crea l’equilibrio e tempera l’azione con la pazienza,
  • ci vuole la prudenza che rende attento e vigile colui che opera,
  • ci vuole la giustizia che raduna le prime tre virtù e che esercita la scienza dello scegliere,
  • ci vuole la speranza che arde nel cuore, lo orienta verso la trascendenza, e lo riempie d’amore verso il fine supremo, 
  • ci vuole la fede che consente la con-fidenza nel principio divino, e l’uscita dalla prigione passioni,
  • e ci vuole la carità che è l’ultima e più sublime azione del cuore, che rende generosi, che conosce il segreto dell’Amore e della Bellezza, ed è l’unica che attiva e conforta il coraggio del cavaliere.

Ma serve ancora, a qualcuno o a qualcosa parlare di ciò?

C. L.

 


 

[1] Sul perché siamo schiavi e di cosa siamo schiavi credo di esser tornato molte volte in questi editoriali e nei vari libri del sottoscritto per le edizioni Simmetria, per cui rimando ai testi gli eventuali interessati ad approfondire.

 

 

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