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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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di Claudio Lanzi

Sia che la vita umana si svolga nella maniera più normale, sia che venga contrassegnata da un grandioso impegno ascetico, ermetico o religioso, esistono due elementi, propri dell’essere umano, con i quali si deve costantemente far conto: l’impatto emozionale e la elaborazione razionale dei rapporti con la presunta “esperienza di noi stessi” e con ciò che, invece, consideriamo “esterno a noi”. Se si prescinde dall’importanza di tale duplice impatto, parlare d’alchimie, di mercurio, di sale dei filosofi, ma anche di meditazione e di contemplazione, o ancor più di pietre… più o meno squadrate, può diventare una mera ginnastica sofistica.

Non è possibile “eludere” la mente e le emozioni che ne condizionano gli orientamenti, le relazioni, le valutazioni rispetto all’ambiente che ci circonda. Che si raggiunga o meno un reale “distacco”, esse fanno parte di quel bagaglio necessitante che, per quanto “sottilizzato” dalla pratica, dalla meditazione, dall’ascesi, sarà sempre mezzo ed ostacolo d’ogni “conseguimento”[1].

Millenni di filosofia si sono spesso arenati sulla possibilità di una ragione priva d’emozione, e sulla facoltà conoscitiva e discriminativa dell’una senza l’altra, o viceversa[2].

Esiste un divario insanabile fra ragione ed emozione? sono solo due facce della mente? sono due termini susseguenti in cui l’uno perfeziona l’altro? sono invece antitetici? Rappresentano la frattura fra il mondo deduttivo e quello induttivo? Come interagiscono in un cammino spirituale, d’ordine mistico, o d’ordine ermetico?

La divisione platonica fra anima razionale, concupiscibile e irascibile ci aiuta a capirne i confini?

E quella aristotelica tra principio vegetativo, sensitivo e intellettivo?

Tutta la filosofia si dibatte e a volte si “arroventa” nel distinguere un centro del “sentire” omologo o contrapposto a quello della “logica”. Rousseau, beato lui, faceva del sentimento “naturale” il principio attraverso il quale l’uomo si libera dalle sovrapposizioni e progredisce nel bene. Il romanticismo ne fa un caposaldo e una ragione del vivere. La psicologia analitica imputa ai disturbi del “sentire” infantile l’impronta sul senso dell’”io” ed alla loro mancata elaborazione i traumi della personalità adulta.

Alchimisti ed ermetisti dello scorso secolo sembrano a volte voler “scavalcare” il problema, disinteressandosi delle colorazioni e maculazioni dell’ego, tesi a pervenire ad un risultato che spesso appare vincolato soltanto al “rito”, alla pratica spagirica, al conseguimento pragmatico magari attraverso esperienze “estreme”. In altri casi l’accento particolare che viene dato alla preghiera o alla religiosità dell’adepto, sembra ricordare che il lavoro non si svolge affatto in un atanor esteriore e che i metalli si purificano nel cuore.

Ma, a nostro avviso, si confondono spesso la dimensione lunare e solare con quelle emozionale o razionale. E da tale confusione sorgono probabilmente grandi illusioni e pasticci. Alcuni consigliano una vera e propria… decapitazione dell’emozionalità, buttando per così dire, il bambino con l’acqua sporca.

Ma l’uomo è intriso d’emozione e ragione. Sono i suoi strumenti primordiali di relazione col mondo e con se stesso.

E ci è capitato spesso di vedere emozionalità frustrate, trasformate in… mostri in cui la rabbia compressa o la frustrazione venivano mascherate dietro la sapienza presunta. Altre volte abbiamo incontrato razionalità imbrigliate, distrutte nella loro capacità intuitiva e mercuriale dall’eccesso di fiducia nella logica del “sistema” appreso[3].

Il problema nasce forse quando emozione e ragione devono accordarsi sul percorso da seguire; quando la volontà, guidata da un’autentica maestria e da un intuito vibrante, deve riconoscere le asperità del cammino di conoscenza, e decidere la direzione da prendere; quando l’amore si appanna nella umiliazione, nella mortificazione della carne o dell’anima; quando, insomma, sorge il Dolore, in tutta la sua Maestà, circondato dalla sua potentissima corte di proiezioni e di aspettative contraddittorie, sorrette dal Tempo.

Come sappiamo, esistono “scuole di pensiero” in cui il sentimento, inteso soprattutto come passione, è foriero di guai a non finire, primo fa tutti, appunto, il dolore, da cui alcuni sistemi filosofico-religiosi (come quello buddista, ad esempio) cercano di liberare l’uomo. E per perseguire tale risultato tentano, ovviamente, di liberarlo dall’ignoranza, primo anello della catena.

Senza entrare nei meandri di una speculazione complessa, ci piace osservare che, sia al sentimento che alla logica, non vengono sempre attribuite facoltà di reale conoscenza; Non è detto infatti che siano utili a svelare l’enigma dell’oracolo di Delfi. Metafisica e religiosità li considerano a volte solo un mezzo quando non un ostacolo.

Ma, senza voler minimamente contestare la via apofatica, ritengo che ragionare sul dolore o allenarsi filosoficamente e fisicamente a separarsene, con o senza “compassione”, non elimina il Dolore in sé. E’ come voler scalare una montagna prescindendo… dalla montagna. L’animo umano, semplicemente per il fatto di abitare in un corpo e in una mente, non può evitare il Dolore. Per tale ragione, forse, alcuni santi e filosofi d’oriente ed occidente, invece di considerarlo un nemico da abbattere o da trascendere, lo hanno visto come un amico necessario anche se non sempre “gradito”. [4]

Ma, come osservato in altri editoriali, il nostro mondo “moderno” e giacobino, nella sua furia d’esorcizzare il Dolore attraverso l’inseguimento di un ambiguo benessere,  sta progressivamente stravolgendo sia la funzione della ragione come quella dell’emozione. Alla prima è delegata la gestione di una umanità sempre più somigliante a “Matrix”. Alla seconda viene affidato l’appiattimento verso la fruizione più istintuale del sentire.

L’informazione e i “media”, attraverso una strategia globalizzata in cui tutti pensano di poter fruire di tutto, materializzano il mentale e atrofizzano il sentimento nella banalità animale; Viceversa al sentimento viene comunque riconosciuta (a volte in modo preoccupato) una individualità, una personalizzazione che separa il “sentire” dell’uno dal “sentire” dell’altro.

Accidenti: il sentimento….non è democratico.

E forse questa individualità “autonoma” poco si concilia con la massificazione in atto, col meticciato dei sentimenti e delle idee praticato subdolamente ogni giorno.

Proprio per questo il famoso lunare, di cui si parla tanto in ermetismo, viene sporcato e spinto nelle regioni più infime invitando la collettività a formare un brodo di superficiali sensismi, di erotismi di bassa lega, ecc., che nulla hanno a che vedere col “sentire” di cui si parlava prima.

Anche l’argento, diluito in una massa enorme di piombo, perde le sue qualità. E non sembri questa un’affermazione d’alchimia peregrina.

L’appiattimento verso “il basso”, è il peggior pericolo per la crescita e lo sviluppo individuale. L’inquinamento, quello delle idee e delle anime, gli esoterismi di massa, a base di “energie”, di “alieni” e di “enigmi del Graal”, rappresentano il modo con il quale l’Indiana Jones occulto, aspirante re del mondo, si adopra per stravolgere il processo di purificazione dei metalli. E non se ne dolgano alcuni moderni e democratici ermetisti, seduti sui loro alambicchi a forma di “digitale terrestre” mentre distillano presunzione e oro fasullo.

Infatti, anche la moderna strategia globale delle emozioni indotte, (quella che, per semplificare con una immagine riduttiva, muove le masse, i cortei, le sfilate, i concerti, gli stadi e soprattutto plagia il popolo attraverso il bombardamento mediatico giornalistico-televisivo), partecipa all’inquinamento generalizzato della mente. Inquinamento ormai irreversibile.

Milioni di uomini vengono riempiti, come barattoli di pomodoro, di informazioni che non sono più in grado di elaborare e discriminare. La quantità di tali informazioni li satura, li insegue e, anche a bottiglia piena, si tenta di proseguire il riempimento avariando il prodotto, concentrandolo, disseccandolo.

Forse è proprio per questo che mai come oggi, il teatro mediatico tenta di proporci dei colossali “sentimenti condivisi”, elargendo in simultanea a milioni di “informati”, la stessa immagine, la stessa love story, la stessa tragedia, la stessa panzana politica e perfino gli stessi… esoterismi televisivi. Questi sono i carboni della fornace alchimica … globalizzata.

Le “onde emozionali” transitano velocissime nel mare della collettività e non hanno alcun modo di creare metabolizzazione, o effettiva condivisione; né possono essere purgate.

Il delitto mostruoso, o la passione, o la disavventura di personaggi anonimi o famosi, attraversano come fulmini le menti distratte degli “spettatori” e lasciano tracce occulte e velenose; labili, ma comunque tracce.

Tali tracce si sovrappongono fra loro in una matassa confusa; e resta solo un messaggio occulto, plumbeo ma fetidamente sulfureo, che agisce come un ladro nelle coscienze, ruba il pensiero autonomo, pianifica e collettivizza l’emozione, propone il pensiero massificato e democratico: una diagnosi e una cura generica. Insomma siamo tutti uguali e per tutti valgono le stesse medicine, le stesse dottrine, le stesse emozioni, gli stessi vaccini.

Ahimé: siamo noi ad essere “distillati” in un processo contrario. Si producono scorie e si massacra il magnete individuale sotto un rullo compressore.

Il tal modo l’angelo e il mostro si susseguono e confondono, si relativizzano sempre più e non c’è alcuno “scandalo” nel vedere il Papa durante la recita dell’Angelus e, un secondo dopo, le sussultanti agitazioni delle natiche dell’ultima velina.

Tutto entra a far parte della stessa minestra, laidamente e laicamente digeribile.

Ma le nostre semplici considerazioni vogliono, come al solito, costituire un piccolo banco di riflessione, di meditazione e non una speculazione a più alto livello per la quale rimandiamo ai numerosi testi presenti nelle nostre collane.

E vorremmo proporci una serie di domande…natalizie:
La sensibilità, l’empatia (emotiva o spirituale) conducono necessariamente ad un benessere nostro e del nostro prossimo? Sono ancora un elemento su cui fare affidamento per la “salvezza” in questo brodo di proposte, in cui ogni giorno ci sono mille maestri che vogliono salvarti l’anima a modico prezzo?

La logica e la razionalità hanno modo di compensare gli eventuali squilibri dell’emozione e condurre ancora ad una disciplina operativa che “fissi” gli elementi nobili e getti quelli ignobili?

Riassumendo: è possibile vivere emozionalmente e razionalmente, perseguendo un fine autenticamente spirituale, una reale trasmutazione, senza danneggiare mai se stessi e il prossimo?

La nostra risposta è… no.

No, perché alla base di ogni operazione, razionale o sentimentale, esiste una scelta necessaria. E, anche non scegliere, ovviamente è comunque una scelta.

Non si può scegliere di lasciare qualcosa (un’idea, una persona, un oggetto, ecc.) senza che colui che viene lasciato e noi stessi che lasciamo, non si sia coinvolti, quando non travolti, dalle conseguenze e dal trauma del distacco. E non si può scegliere di abbracciare una nuova cosa o una nuova via senza che il vecchio “muoia” e soffra. Ed oggi questo processo è diventato mille volte più complicato che nel passato perché ai legami necessari si sovrappongono migliaia di legami indotti.

Quando l’Alchimia parla di putrefazioni o ali del Corvo, quando Giovanni della Croce parla della Notte oscura non si tratta di facezie, di “fasi” superabili con un po’ di intrugli spagirici, nel primo caso, o qualche pratica devozionale nel secondo.

Quella che nel cristianesimo viene chiamata “conversione” è una cosa seria. Fa “male”, anche se accettata con entusiasmo. Nel senso che non esiste un cambiamento drastico nella vita, una vera putrefazione o mortificazione, che non comporti uno sforzo drastico e doloroso. E oggi…nessuno ha più molta voglia di sforzarsi per cambiare se stesso e, anche se…ci prova, l’inquinamento fluidico (interiore ed esteriore) è tale che crea continui ostacoli, continui rumori, continue distrazioni fragorose.

Ma tutti, invece, ovviamente, vogliamo cambiare il mondo, possibilmente…subito.

L’apofatismo, l’esichia, parte dello stoicismo ecc., insistono sull’importanza del distacco. Ne abbiamo parlato molte volte, esaltando sia le posizioni dei padri del deserto che quelle altrettanto luminose, della mistica renana[5].

Ma quanto spesso l’egoismo, o l’indifferenza nei confronti del dolore di colui che si “è distaccato”, magari non proprio… volontariamente, vengono contrabbandate per “distacco”?

C’è un film che racconta la storia del monaco buddista che lascia tutti per raggiungere l’illuminazione. Si sottopone ad un’ascesi durissima e dopo alcuni anni torna nel suo monastero. All’inizio i condiscepoli e i devoti esaltano il coraggio e l’abnegazione del monaco ma, ad un certo punto, qualcuno s’interessa della storia della moglie e dei figli che, non solo non raggiungono l’illuminazione, ma soffrono come cani.

Quale è il confine che stabilisce la giustizia o l’efferatezza di una stessa azione, anche se motivata dai più nobili sentimenti?

Può la “ragione”, aiutare in una scelta equilibrata, esente dalla passione e consapevole della completezza d’ogni virtù in ciò che si compie?

In tal caso, chi è che decide e chi è che è deciso?

Quanti filosofi, alchimisti e santi sono affogati in questa palude, tormentandosi nel dubbio, massacrati dalla necessità di scegliere per non restare fra…gli ignavi.

Per cui molti sono giunti alla conclusione che non si può pretendere di esistere senza dolore (ricevuto e provocato) e, come ci raccontano i padri dell’esichia, è proprio lo stesso dolore che consente la conoscenza.

Per molti, questo, è il vero e il più grande tra i Maestri. Per altri invece va eliminato (da se stessi) separandosene attraverso la vera (ma a volte presunta) apertura della coscienza.

Ma resta il fatto che non si può “pretendere” di vivere senza arrecare dolore perché ogni scelta provoca la lacerazione di legami e la formazione di altri.

Chiudersi nell’eremo o nel “laboratorio” è opera gigantesca. Oggi realmente gigantesca.

Scegliere di fare qualcosa, così come scegliere di non fare sono comunque… una scelta.

In entrambi i casi ci saranno delle conseguenze.

Ergo il piacere e il dolore non sono una ragione sufficiente a creare un’etica e, assai spesso neanche il bello e il brutto. Il giudizio personale entra infatti nella determinazione di tali categorie e, ovviamente, ne relativizza il valore.

Perfino il Cristo, scegliendo il Calvario, getta nella disperazione sia la Madre che i suoi seguaci.

In realtà, il “fine” superiore, cosmico è certamente visibile per  l’iniziato, per il santo, per il profeta, per l’illuminato, per il realizzato, e tanto più lo è per il Figlio di Dio. In tal caso, la scelta di “far soffrire” oltre che di soffrire, entra a far parte di un piano assai più vasto, dove i nostri concetti umani di sofferenza e piacere si stemperano in un universo non rappresentabile dalle nostre categorie.

Ma ciò non è altrettanto facile per l’uomo comune, che porterà sempre, nel suo bagaglio interiore, il peso delle scelte da lui fatte e di quelle subite, dei dolori ricevuti e di quelli arrecati. Ancor peggio è forse per l’uomo che si ritiene “al disopra” delle categorie, potente delle sue ipotetiche iniziazioni e di un credo che alimenta la sua superbia. Essi stessi formano il suo “io”, la sua memoria, la sua ricchezza e la sua miseria. E non sarà semplice, dicono i saggi, liberarsi realmente di tale fardello. Anzi, molto spesso, l’aspirante filosofo, cercherà di salvare la faccia, raccontandosi… la storia affascinante del distacco e del fine superiore. Con grande difficoltà riconoscerà di aver  lavorato in buona parte per salvare il suo “io” e per non gettar via… neanche un granello delle cose contenute nella sua bisaccia. E altrettanto difficilmente riconoscerà le false motivazioni del suo cammino, soprattutto se ammantate dell’aura dello spirito. E si dirà che la sua scelta era giusta e “necessaria”. Si, a lui.

Però, senza un bagaglio di cui liberarsi, che senso avrebbe tentare di… separarsene?


[1] Ma di ciò abbiamo parlato sia in Maleducazione Spirituale che ne L’anima errante del sottoscritto. Buone letture risultano sicuramente anche Energie Divine di A. De Luca, o Il Mistico Silenzio di Serafino di Sarov (trad V, Dordolo) e il sempre attuale Orientamenti iniziatici di P.Virio; il tutto, nelle nostre edizioni.

[2] Non solo a Socrate ma a qualsiasi essere vivente, appare evidente che una martellata su un dito, salvo eccezioni sublimi, distrae fortemente l’uomo dalla sua ascesi. 

[3] Ciò non sembri un giudizio frettoloso in quanto la disastrata situazione delle “scuole” iniziatiche in cui i discepoli hanno completamente travisato gli insegnamenti ricevuti, è mostrata dalla virulenza con cui le varie filiazioni si combattono fra loro, alla ricerca del… primato perduto. E nel campo mistico o religioso non stiamo sicuramente meglio, a meno di rivolgerci con superficialità al mondo della nuova era, dove tutto è contrassegnato da un avvilente buonismo millenarista.

[4] Su tali posizioni v. la mistica renana di Suso Tauler o Echkart o anche i mistici dell’Athos.

[5] Ibid.
 

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