Uno dei problemi di chi scrive “saggistica” (parola di recente formazione che, sia chiaro, non c’entra nulla con la saggezza e con i saggi, ma che viene dal latino tardo exagium che vuol dire “peso”, da cui exigére, pesare e soppesare) è quello di tentare di ridurre al minimo i fraintendimenti, senza affogare ogni concetto in fiumi di giustificazioni dialettiche, sia quando si tratta di affrontare tematiche con un valore etico, o sociale o spirituale che puramente tecnico scientifico.
In genere tutti i saggisti sperano di adottare la via della saggezza perseguendo tre metodi “consolidati”.
 
  • Riempiono l’articolo, o il libro, di citazioni e riferimenti testuali. Limitano l’esposizione di idee originali (a volte per oculata scelta, a volte perché… non ne hanno), e riportano o confrontano il pensiero di altri autori, considerati, di norma, come referenti affidabili della cultura, della politica, della religione, della storia, della scienza, ecc. (Assai spesso, soprattutto nella saggistica “accademica” o “erudita”, i riferimenti testuali sono reperiti in funzione della corrente di pensiero nella quale si è schierati, e della convenienza di carriera.).
  • Trattano l’argomento dal punto di vista prevalentemente “nozionistico”. In questo modo, a parte la necessità di trovare come sempre fonti plausibili, la trattazione assume un fascino documentario (che sia noioso o meno dipende dalla vivacità espositiva di colui che scrive). La stessa cosa può dirsi quando l’argomento è specificamente tecnico.
  • Propongono o “azzardano” idee (a volte brillanti e autonome, altre volte copiate spudoratamente da altri autori) più o meno sofisticate, e prendono posizione (rischiando critiche sia a livello filologico che filosofico) sui buoni e sui cattivi, sul bello e sul brutto, sul saggio e sullo stupido. In questo caso l’ulteriore rischio è di cadere in dichiarazioni apodittiche, con valenze pseudoprofetiche o, peggio, di scivolare nell’opinionismo di maniera.
 
In tutti e tre i casi, la proliferazione del web ha fatto si che articoli e libri siano spesso delle “clonazioni” clamorose gli uni degli altri, soprattutto quando i “prelevamenti” sono transnazionali e non sempre facilmente denunciabili. (Ad esempio Simmetria ha decine di articoli o di sezioni di articolo di vari autori, sparsi in giro per il web, per i quali alcune volte ci è stato richiesto il consenso, altre no).
L’uso del web consente di supportare dichiarazioni e ricerche con filmati e foto. Questo non aumenta la “saggezza” della saggistica in rete, ma consente e consiglia manipolazioni più sofisticate. In tale contesto l’uso del copy right sta diventando ridicolo, in quanto il meticciato delle idee e delle modalità per esprimerle, sta portando ad un vertiginoso appiattimento verso il basso, sia nei contenuti che nella forma.
 
La diffusione massiva dell’informazione (non della cultura) comporta la pretesa di “tutto a tutti” che privilegia, necessariamente, l’approccio sbrigativo, la scelta del Bignami (con tutto il rispetto per quell’ottimo strumento) e penalizza l’approfondimento. Colui che si sente “informato” e in dovere di blaterare sul nucleare non conosce nulla del nucleare (a meno che l’abbia studiato sul serio), così come colui che è informato sulla “ricerca sul cancro” in realtà non ha idea di cosa sia la ricerca; per non parlare delle “energie alternative”, altro argomento alla moda. Questo, a mio avviso è uno dei difetti più grandi della democrazia, difetto tanto più pericoloso quanto più il contesto d’indagine si fa complesso e difficile. La decisione, la scelta, il referendum, ed altri metodi deliberativi, viaggiano sull’opinione emotiva e sulla manipolazione dell’informazione.
 
Quando anche al sottoscritto capita, soprattutto negli editoriali, di “esporsi” con valutazioni, esperienze personali e a volte, inevitabilmente, anche con giudizi di merito, mi domando se quanto vado dicendo abbia i toni messianici del Savonarola, o se scada nel qualunquismo, o se diventi partigiano di qualche pregiudizio che mi è entrato in mente, approfittando delle mie preferenze, delle mie abitudini, o della mia particolare formazione culturale. Ogni tanto sospetto di cadere in tutti questi difetti, e me ne dispiaccio, perché tali difetti sono gli stessi che, di norma, mi sembra di vedere in ciò che scrivono “gli altri” .(Ma poi, chi saranno mai “gli altri”)?
Le parole restano, ed è sempre un bel peso scriverle. Dalle parole scritte non traspare il tono, non traspare il “gesto”, non traspare l’ambiente nel quale si sviluppano; possono essere enucleate dal contesto e possono diventare oggetto d’offesa, di ritorsione e di fraintendimento.
Ad esempio potrei trovare scritta la seguente frase:
Ieri mattina ho visto Tizio al bar che, con il suo fare da debosciato, importunava una donna”.
Ma se tale frase fosse inserita in un contesto più ampio cambierebbe drasticamente senso, ad esempio:
“Sono 10 giorni che io e Tizio siamo al mare in vacanza. Io lo prendo sempre in giro perché nonostante sia una persona serissima, anzi a volte addirittura noiosa, ha un aspetto da cascamorto. Ad esempio ieri mattina ho visto Tizio al bar che, con il suo fare da debosciato, importunava una donna. In realtà aveva mal di stomaco e, prima di vomitare stava chiedendo aiuto”.
 
Ecco: la frase incriminata è la stessa ma, enucleata dal contesto, assume un peso etico diverso, perde la sua valenza ironica, diventa “altro”. E’ questo il sistema con il quale, spesso, si svolgono i processi nelle aule giudiziarie, nei giornali, nei dibattiti: perfino in quelli filosofici, letterari o scientifici, dove ci si aggredisce per difendere un primato sul nulla. Si enucleano frasi, dichiarazioni, a volte singole parole, e si costruisce… l’evento.
Nella mia biblioteca, nella quale spesso mi perdo, esistono moltissimi libri in cui l’apparato testuale, le note a pié di pagina, la bibliografia a fine testo, sono talmente invadenti, da ridurre il testo vero e proprio a poche righe, nella parte alta della pagina.
Questo dimostra che l’estensore dei commenti ha sminuzzato ogni periodo a fronte di un elevato numero di riferimenti e che (in genere anche per non rischiare critiche) si è corredato di un nutritissimo esercito di note a suffragio di ogni dichiarazione, di ogni traduzione, o anche solo di un’interpretazione di una parola.
Questo procedimento sempre più analitico, porta assai spesso ad un “accanimento terapeutico” nei confronti di un aspetto del testo, di una frase, di un riferimento ad altri autori, che precipita l’analista (e il malcapitato lettore) nel particolare filologico o esegetico, e fa dimenticare lo scopo stesso del testo sotto esame.
Ma di cosa parlano l’articolo o il libro sottoposti a tale bombardamento di commenti? Spesso diventa difficile ricordarselo proprio perché l’analisi soffoca il signum, e rischia di distruggere il simbolo e l’afflato (qualora presente) che animava l’opera originale.
L’analisi esasperata spesso conduce il lettore nella esclusiva direzione che si è proposta l’estensore delle note. A volte è un partito preso, spesso strumentale, e per dimostrarlo si possono scomodare gli autori di intere biblioteche.
Con un po’ di impegno “filologico” si può dimostrare che un autore ha voluto dire esattamente il contrario di quanto ha realmente espresso nei suoi scritti.
Gianfranco Ravasi e Corrado Augias hanno parlato spesso dei Vangeli, indubbiamente con prospettive assai diverse. Se limitiamo la lettura all’analisi storico-filologica che ognuno può aver proposto sul tema, potrebbe sembrare che entrambi abbiano lo stesso coefficiente di plausibilità. Ma se spostiamo l’attenzione dal dogmatismo della razionalità, alle potenzialità dell’intuizione il discorso cambia drasticamente. I riferimenti filologici perdono forza e, a chi ne ha la chiave, appare il signum, a chi non ce l’ha restano in mano i dogmatismi, razionali.
Il fatto è che colui critica, così come chi giudica, difficilmente riesce ad essere esente da parzialità, a meno di rifugiarsi in un totale relativismo. Lo scopo non dichiarato del saggista è assai più spesso quello di dimostrare la stupidità o l’inconsistenza di quanto hanno detto gli “altri”, piuttosto che l’intelligenza di quanto sta dicendo lui. Ecco: io credo che sia proprio questa prospettiva a mettere in crisi la saggezza… dei saggisti (me incluso, ovviamente).
C’è un libro che ho letto con grande ammirazione alcuni anni or sono. Si tratta delle Le nozze di Mercurio e Filologia del grande Marziano Capella. Questo libro mi aiutò moltissimo a cambiare idea sulla filologia, sull’uso e abuso dei riferimenti e sull’importanza strategica, per essere buoni filologi, della partecipazione attiva di quel simpatico ragazzo con le ali ai piedi e il caduceo in mano. Questo libro mi spinse a scrivere di meno di quanto avrei inizialmente voluto ma, come potete vedere… non è bastato.
Lo consiglio a tutti. Ovviamente, anche io devo rileggerlo a fondo: a mio e ad altrui beneficio.
 
C.Lanzi

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