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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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(Ovvero il dolce debito)
 
Questo argomento (anche se nell’attuale qualunquistica laicità ha perso il nobile significato che gli compete) dovrebbe interessare qualsiasi rapporto umano. In queste note, ci occuperemo principalmente dei suoi risvolti in ambito ascetico e iniziatico (come in uso nelle antiche comunità monastiche, o nelle confraternite laiche sia occidentali che orientali). La riconoscenza riguarda, in tal caso, sia i rapporti fra “confratelli” come, soprattutto quelli nei confronti del “maestro”, della guida, in una amorevole consapevolezza gerarchica, che renda profondo e ed efficace il cammino di chi segue le “orme” lasciate sulla Via da coloro che l’hanno percorsa in precedenza.
Ci sono altri concetti, variamente definiti, che si collegano alla riconoscenza. Essi sono il debito, e il perdono e, sussidiariamente, la reale comprensione della pratica delle virtù guerriere e civili, quelle che gli antichi attribuivano al mos maiorum e che i cristiani individuavano nel settenario delle virtù cardinali e teologali.
In tanti modi sia l’oriente che l’occidente, hanno tentato di definire il percorso che conduce dalla schiavitù alla libertà dell’anima. Ovviamente questo ci porterebbe ad un complesso discorso sulle categorie spirituali: troppo lungo e complesso per queste pagine, per cui rimandiamo ai testi citati in nota bibliografica.1
Vorremmo inoltre immaginare (e questo, ce ne rendiamo conto, è già una riduzione del problema in uno spazio assai angusto) che colui che si occupa seriamente di spiritualità, lo faccia per amore di sapienza e non per mera curiosità intellettuale. Tale amore di sapienza, come ricordavano gli esponenti della mistica renana, dovrebbe quantomeno produrre nel cercatore, unbenevolo brivido di luce, magari dietro la spinta di un iniziale disagio per la consapevolezza dei veli d’ignoranza che lo avvolgono.
Insomma, tale autentico amore dovrebbe essere il presupposto per affrontare l’argomento che ci siamo proposti. In assenza di ciò il nostro discorso finisce qui.
Ma se nel ricercatore, nel perenne discepolo che mai si crede maestro, si fa luce la vera consapevolezza di essere in una tremenda prigione, o quantomeno di esser soggetto ad una limitazione della libertà, allora è anche possibile che si accenda quel fuoco interiore che spinge, o verso la ricerca dei perché di tale disagio, o, più direttamente verso il tentativo di superamento o trascendimento del disagio stesso, o infine verso una liberazione dai vincoli del male, dell’errore e dell’ignoranza (che a volte sono sinonimi di uno stesso stato umano).
In alternativa potremmo anche sperare che l’autentico ricercatore sia alla ricerca di quella Bellezza sublime, assoluta, di cui ha forse percepito dei brandelli dentro di se, e che vorrebbe perpetuare, fissare nel cuore come per il Mercurio dei saggi, a spiegazione stessa dell’Essere, o del “suo” particolarissimo ed unico essere o, in altri casi a lenimento del…malessere.
I processi per perseguire tale ricerca sono notoriamente moltissimi, e andiamo dalla maieutica socratica ai furori di Bruno, al viaggio della colombella di Giovanni della Croce, al fuoco inestinguibile di Jacopone, ai processi alchemici di Raimondo Lullo, alle tante “vie dei pellegrini” da quelli d’Eleusi a quelli di Santiago.
Il bisticcio è a volte nell’apparente contrasto tra il percorso del mistico (che sembra essere affidato esclusivamente alla Grazia e all’abbandono) e quello dello gnostico (che sembra transitare esclusivamente tra i meandri simbolici del pensiero).
In realtà sono possibili centinaia di “varianti”, come sa chiunque abbia sul serio tentato di fare qualche faticoso passo sulla via ascetica del discepolato.
Per cui cercheremo di partire dalle modeste definizioni di cui la nostra mente dispone, anche perché quando si scrive o si parla, si utilizzano per necessità (ed ecco un termine che contiene già un esempio di limitazione di libertà) delle categorie mentali più o meno condivise e, da quelle cercheremo un passaggio, mutatis mutandis, verso una comprensione che non si limiti alla logica ma si apra verso l’anagogia.
Dunque: cosa è il Debito? Preso sotto il profilo che stiamo esaminando è un legame che congiunge due parti, attraverso vari gradi di forza. Dal latino de-habeo, esattamente come dovere, quindi avere da qualcuno. Un debito ha quindi anche un forte potere magnetico, che collega potentemente il soggetto che da e quello che riceve, cosa che dovrebbe interessare anche coloro che si occupano di dottrine ermetiche.
Il debitore può essere schiacciato dal suo debito (economico, morale, psichico) ed entrare in stati di vera sudditanza o addirittura servitù nei confronti di colui che esige il pagamento di tale debito.
A volte il creditore può anche non esigere nulla formalmente dal debitore, ma la sensazione di necessità (sotto forma di complesso di colpa) può essere talmente frustrante da spingere il debitore all’odio verso il creditore o a volte all’odio verso se stesso. (La repulsione, nel magnetismo avviene quando le polarità diventano omologhe invece che complementari). Abbiamo infiniti casi di situazioni del genere tra membri di uno stesso nucleo familiare, fra amanti, fra amici, ecc.. Situazioni che a volte terminano con la tragedia, con il delitto.
Qualunque sia la forma del debito esso crea comunque un potente scambio (o in attrazione o in repulsione) che produce un recinto, un confine a volte strettissimo, nei confronti della libertà individuale.
C’è da considerare che anche il creditore può essere spesso assillato dal suo credito. A volte per “grettezza”, o interesse speculativo, o mancanza di generosità; altre per effettiva necessità di riavere ciò che ha dato, altre volte (e questo riguarda i crediti “morali” o “affettivi”) per una specie di commercializzazione del credito o per l’esaurimento della spinta che lo ha portato a donare.
Faccio un esempio: Un rapporto d’amore si basa in genere sullo scambio (di presenza, di effusioni, di calore umano, di esperienze comuni, di gioie e dolori condivisi, ecc.). Non sempre tale rapporto è equilibrato; comunque dovrebbe esistere una specie di circolazione magnetica da una persona all’altra in grado di instaurare quella che, in genere, chiamiamo “condivisione”. Come c’insegnano gli psicologi, assai spesso, tale condivisione è… in un solo verso, nel senso che uno dei due soggiace “masochisticamente” alle necessità dell’altro.
Ma non è questo genere di dinamica che al momento c’interessa.
Infatti, una volta interrotto il legame, restano i crediti e i debiti irrisolti. Anzi, assai spesso, ognuno presuppone che esista un irrisolto, una mancanza di corresponsione rispetto a ciò che a donato.
Questo vuol dire che all’interno del rapporto, più o meno consapevolmente si è installata una dinamica commerciale. A qualcosa di donato deve per forza corrispondere qualcosa di ricevuto o, quantomeno, un’accettazione o un riconoscimento del dono elargito.
Se ciò non accade restano i terribili… debiti insoluti. E tali debiti sono imprigionano sia il debitore che il creditore in una serie di recinti asfissianti. Tanto più terribili quanto più il desiderio, la passione, l’anima si sente offesa ed umiliata e, necessariamente non-compresa o rifiutata.
E’ interessante notare che tale frustrazione può essere sia passiva che attiva. Cioè sia l’”abbandonato” che l’”abbandonante”, sia il “rifiutato” che il “rifiutante” restano prigionieri del debito-credito-contratto, con conseguenze, a volte infauste, per la stabilità psichica e anche per le ricadute sul cammino spirituale.
 
Se estendiamo tale dinamica ai rapporti di lavoro, a quelli familiari, alle amicizie, agli incontri occasionali ma, soprattutto, alle occasioni spirituali, ci renderemo facilmente conto che l’elemento promotore della catena del circuito bisogno- soddisfazione del bisogno- perdita dell’oggetto desiderato-sofferenza, non è propriamente il dolore, così come a volte spiegato riduttivamente in alcune massificazioni della filosofia buddista. Il dolore, la sofferenza, sono una evidente conseguenza della cosiddetta necessità, o del “bisogno” (e questo è comune anche nell’ascesi cristiana); ma la necessità a sua volta di chi è figlia?
Del debito.
Si potrebbe obiettare che le necessità primarie, come la fame, la sete ecc., non siano figlie di un debito perché sembra mancare il contraente. In realtà, se le guardiamo bene, ci accorgeremo che il nostro corpo, dal momento che nasce, contrae un debito con la madre che lo nutre, con natura che lo alimenta, con l’aria che lo ossigena, con la terra che gli consente di stare in equilibrio ecc. ecc.. In realtà è…sommerso di debiti, che impara a non considerare mai come tali in quanto sembra “normale” che ci siano e colui o colei che elargisce tutte queste possibilità viene genericamente chiamato “natura”, “madre terra”, “Dio”. Insomma qualcuno che fa continuamente credito senza esigere (apparentemente) nulla. Infatti assai spesso disprezziamo, o consideriamo con indifferenza e sufficienza tutto questo immenso apparato (l’intero universo) che sta li, per noi, per alimentarci e ad assisterci. Anche la nostra anima, perciò, è piena di debiti, verso coloro che fin da piccoli ci hanno amato, assistito, e verso l’universo che ci accoglie. Attenzione: tutto ciò non prelude ad un discorso nichilista o disfattista, ma alla costatazione che il debito, cioè l’aver “ricevuto”, è in realtà una condizione primordiale dell’armonia celeste, connessa a quella dinamica del dare conservare restituire, che abbiamo già osservata in altre sedi2.
 
Il fatto che qualcuno non pretenda un “pagamento” per fornirci calore e amore non ci dovrebbe dare il diritto di sottovalutare tutto ciò che ci viene fornito visto che, poi, durante la vita, i nostri rapporti saranno dominati perentoriamente da una serie di contratti e di scambi (che a volte ci piace chiamare in modo sentimentalmente meno asettico ma che, purtroppo rispondono spessissimo a squallide leggi commerciali).
Ora il problema è che ognuno di tali debiti, indipendentemente dal modo con il quale è stato contratto, crea una rete necessitante che ci rende prigionieri; ed è proprio tale rete la causa della schiavitù e della mancanza di libertà. Le sbarre dei debiti contratti con il prossimo e con noi stessi sono più dure dell’acciaio.
Come si fa a spezzare tale rete?
 
Nel Pater Noster, la più straordinaria e profonda preghiera dell’occidente cristiano, nascosto dietro parole semplici ma allusioni forti, dopo la prima parte eminentemente evocativa della metafisica celeste, arrivati al “Da nobis hodie panem nostrum substantialem” inizia un processo che è la chiave stessa del percorso realizzativo e della liberazione. E’ la chiave di ogni cavalierato autentico, di ogni ascesi guerriera e sacerdotale: recita infatti “Demitte nobis debita nostra, sicut et nos demittimus debitoribus nostris”3
Ma quanto è difficile rimettere i debiti? Il primo pensiero, soprattutto oggi, va alle banche agli strozzini, privati o pubblici che siano, (l’organismo peggiore, da questo punto di vista, per riuscire anche soltanto ad immaginare una remissione del debito).
Ma lasciamo i debiti di denaro e pensiamo ai debiti interpersonali quelli acquisiti tramite l’offesa arrecata a qualcuno che ovviamente tendiamo a dimenticare ma che in realtà creano un legame fortissimo; pensiamo ai crediti che riteniamo di avere verso chiunque non riconosca il nostro valore e che alimentano a dismisura la nostra superbia.
Tutti parlano e straparlano di “perdono”. Ma il perdono è una scienza a parte. Per quanto mi risulti un solo essere ha perdonato realmente tutti gli altri esseri che lo avevano offeso. Lo ha fatto dall’alto della Croce mentre era occupato a ripristinare l’ordine disperso.
Quindi non facciamo ridere i polli. Perdonare è Opera Divina. Noi non sappiamo perdonare un bel nulla. Il coraggio per perdonare realmente è un atto eroico che non si esaurisce nelle parole ma si esplicita nel sangue. E’ un sacrificio arcano e arcaico che meriterebbe un approfondimento a parte che prima o poi ci ripromettiamo di fare.
Ma rimettere il debito è invece una cosa possibile. E’ opera ascetica praticabile da chiunque sia realmente interessato ad un riscatto della sua anima e alla vera liberazione.
La remissione del debito è il primo livello di separazione dalla pretesa di un credito.
Vuol dire che, anche in assenza di un riscatto, di un pagamento, noi liberiamo il debitore.
Ma non lo liberiamo per andare in Paradiso più velocemente o per far vedere al mondo che siamo buoni. Lo liberiamo perché lui ha bisogno che noi apriamo le sue catene, affinché a sua volta, possa aprire le nostre. Sotto un certo profilo tale operazione è quasi….egoistica.
Se io non ti libero dal tuo obbligo nei miei confronti io sarò sempre vincolato alla mia pretesa di pagamento. Se tu non mi liberi dalla mia pretesa io sarò sempre vincolato dal mio obbligo.
E salendo dall’umano al divino potremmo dire: E come potranno mai gli Dei sciogliere le catene del debito se io non sciolgo quelle dei miei debitori? La memoria fissa del debito incatena qualsiasi Eroe classico al suo programma di remissione, finché qualche altro Eroe non lo scioglierà dalle catene, o attraverso un riscatto, o un’espiazione compensativa. Se tale cesura non sarà compiuta gli Dei lo costringeranno a bere l’acqua del Lete; dimenticherà ancora e poi ancora i suoi vincoli, e seguiterà ad essere prigioniero senza sapere perché. Solo l’acqua di Mnemosine gli consentirà di vedere la catena infinita di tali obblighi e gli darà le cesoie per tagliarli.
In chiave cristiana invece potremmo dire che solo la liberazione dai debiti del prossimo mi libererà dai debiti verso Dio, il primo dei quali è l’ignoranza del Bene. Sotto questo profilo assai sottile, non facilmente digeribile, l’uscita dal debito è assai simile all’uscita dalla caverna platonica.
E’ una navigazione nel buio del debito e dell’errore, alla scoperta della presunzione nascosta dietro la nostra maschera. E’ una accanita ricerca dell’umiltà: unico reale grimaldello per abbattere la maschera. Ma conoscere realmente i propri debiti non è un’esperienza piacevole.
E’ la consapevolezza dell’ignoranza e della necessità; e nessuno vuol sentirsi così orribilmente schiavo del bisogno e ignorante.
Perciò, meglio immaginare d’esser liberi che liberarsi sul serio? Meglio la superbia del padrone incatenato che l’umiltà del servo libero? Per alcuni è un problema serio. Accorgersi di essere in galera a causa dei propri debiti…non fa piacere a nessuno. Ma i debiti bruciano.
 
Però c’è un debito, in verità, un solo debito che non crea alcun legame doloroso.
C’è un solo debito la cui dolcezza riempie il cuore di gioia e nella sua incommensurabilità apre la coscienza verso ben altri orizzonti. Anzi è un debito che libera. Avere avuto, almeno una volta nella vita, l’occasione di contrarre questo debito è una fortuna insperata. E’ una gioia colossale, talmente grande che se ne può morire.
Tale debito è il debito di riconoscenza.
La riconoscenza è quell’atto che rende grata l’anima a colui che l’ha salvata, o liberata, o che le ha indicato la Via; è la vera memoria del Maestro e della Via, in una sola modalità dell’Essere.
Ovviamente, mentre qualsiasi debito umano lascia una semplice traccia, positiva o negativa che sia, la riconoscenza incendia tutto in una esplosione di gioia.
Se coloro che hanno incontrato un Via autentica dovessero ripagare il debito di riconoscenza nei confronti di chi li ha guidati, di chi ha loro insegnato, di chi li ha corretti, sollevati, non avrebbero alcuna cosa psichica o materiale da poter dare in cambio.
Solo con l’Amore posso ricambiare integralmente quanto ho ricevuto. Un amore senza condizioni, che, in alcuni casi casi, non potrò più manifestare visibilmente, in quanto, a volte, chi mi ha elargito tanto non è più su questa terra e io, in realtà mi accorgo di non aver dato nulla in cambio. Ma non dovrò mai ringraziarlo come ci si ringrazia tra gli uomini perché non c’era traccia di mercato in ciò che mi è stato elargito, non c’è pretesa né attesa, ma solo Amore. Dovrò ri-conoscerlo questo Amore, cioè conoscerlo per una seconda volta, stupirmi ed accorgermi che questo grandioso e ineffabile debito coincide con la strada stessa.
Non è facile la riconoscenza, perché se è vero che è difficile conoscere, lo è assai di più ri-conoscere. Ci vuole tanta umiltà per riconoscere, bisogna che l’ego diventi piccolo piccolo, anzi che muoia, come dicono i grandi maestri d’oriente e d’occidente. Se non morirà seguiterà a credere di essere reale e seguiterà a pretendere crediti e a creare debiti; e se invece morirà…quella piccola fiammella di lui che resterà in vita, sarà fuoco liquido d’amore e il vecchio uomo presuntuoso e imbecille che s’immaginava di cambiare il mondo prima di cambiare se stesso, sarà trasformato.
La vera gioia è quella che invade il cuore di colui che ha la fortuna di provare questo sentimento fino in fondo, che è in grado di inebriarsene e di commuoversi fino alle lacrime. A volte gli Dei offrono corone con liberalità a chi scopre la riconoscenza. Che meraviglia.
1 Maleducazione Spirituale III ed, L’Anima Errante II ed., L’attenzione Spirituale , Sentieri Spirituali, tutti per le ed. Simmetria (1998-2009)
2 Sentieri spirituali op cit.
3 v. A, di Tuscolo: Breve commento al Pater, Simmetria 2000 Roma

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