Prendo spunto da questo link che mi è stato recentemente inviato, e che si somma ad una infinità di altre funamboliche sorprese su quello che ci aspetta dalla Chiesa del futuro.
 
 
Per carità, il problema è vecchio, e non ho alcuna intenzione di entrare nella polemica, né dal punto di vista sociale, né politico, né tantomeno religioso.
Vorrei invece intrattenere i pazienti lettori di Simmetria con tre brevissimi racconti che, a loro volta, mi sono stati narrati nel 1970 da un monaco straordinario.
E poi ognuno ne faccia ciò che crede.
 
Prima storia
Un giorno un ragazzo che fin da giovane aveva sognato di fare il militare, si presentò volontario in caserma. Superò tutte le prove, sottoscrisse entusiasticamente tutte le regole e dopo un po’ lo mandarono in guerra. Dopo mesi di battaglie, venne assegnato ad una posizione strategica, dietro ad una mitragliatrice ma, improvvisamente fu preso da una grave “crisi di coscienza”. Abbandonò la postazione, andò dal capitano e gli disse:
“Non voglio sparare perché ho scoperto di avere un animo da pacifista”.
Il capitano restò senza parole ma, tra mille esplosioni e una girandola di pallottole che fischiavano da tutte le parti gli urlò: “Ma perché cavolo hai voluto fare il militare”?
Risposta: “Ma io non credevo che durante la guerra si morisse davvero e, soprattutto, non credevo di aver tanta paura di morire”
“Ma non ti pare un po’ tardi per accorgerti di questo”?
“No, no, disse il soldato, io non sparo più”.
Il capitano: “Ma non è possibile. Se vuoi restare qui, in questo momento devi sparare, altrimenti ci ammazzano tutti: Poi, finita la battaglia ti dimetterai e uscirai dall’esercito”
Risposta “Assolutamente no; io voglio fare il militare, restare nell’esercito ma, d’ora in poi, invece di sparare, voglio lanciare dei fiori ai miei nemici”.
 
Ci sono tre finali per questa storiella.
La prima versione racconta che tutti gli uomini del battaglione finirono massacrati dal nemico perché il soldato non voleva usare la mitragliatrice e, invece di sparare, discuteva col capitano se fosse meglio mettere gelsomini sui cannoni oppure orchidee.
La seconda versione racconta che il soldato venne mandato di corsa in prigione dove scrisse un libro famoso su come si fa a combattere le guerre con le rose e le viole; tale libro divenne un best seller e fu presentato su rai tre da Corrado Augias (questo particolare l'ho immaginato io).
La terza versione prevede la fucilazione del soldato.
 
 
Seconda storia
Un giovane ragazzone di un paesino di mare decise di fare la guida alpina. Superò tutte le prove teoriche e poi lo portano alle pendici del Monte Bianco per quelle pratiche.
Una volta arrivato all’inizio del primo pendio disse: “Ho le vertigini, non voglio andare in alta montagna”
Allora l’istruttore gli disse: “Bene, in queste condizioni non puoi fare la guida alpina; se vuoi c’è un bel posto da insegnante di pattinaggio artistico o da bagnino”
Il ragazzone rispose: “No, io voglio fare la guida alpina, però solo in pianura”
L’istruttore: “Non si può fare la guida alpina in pianura. Sei stato tu a chiedere di andare in montagna”
E allora il ragazzone disse: “Voglio cambiare le regole: io lavorerò in pianura ma sarò una guida alpina”
L’istruttore “Benissimo lavorare in pianura, però non puoi chiamarti più guida alpina, sarebbe improprio: ti chiamerai, guida turistica, insegnante di pattinaggio, bagnino, o come vuoi tu; ma una guida alpina deve saper fare le scalate in alta montagna”
Il ragazzone. “No, io mi ribello a questa imposizione stupida e fascista. Le guide alpine non devono necessariamente fare le scalate. Questo e mobbing psicologico… ” e seguitò a protestare in questo modo.
 
Ci sono tre versioni del finale:
La prima narra che il ragazzone, mandato via dalle guide alpine, si suicidò dalla disperazione.
La seconda versione spiega che il ragazzone fondò un gruppo di “guide alpine di pianura” che ebbe un seguito clamoroso, in quanto c’era un sacco di gente che amava dichiarare d’essere andata a scalare le montagne restando in pianura.
La terza versione non mi venne mai raccontata ma mi venne proposto di trovarmela da solo.
 
Terza storia.
Un giovane guerriero di una remotissima comunità tribale della giungla thailandese decise di voler diventare shamano secondo l’antica confessione dei “topì-natà”.
Il capo degli schamani “topì-natà” gli impose varie regole, fra le quali c’era quella della castità (per lo meno per il periodo in cui voleva seguitare a fare lo shamano topì-natà).
Il giovane accettò con entusiasmo ma, dopo un anno di praticantato, s’innamorò di una bella ragazza del villaggio, andò dalla sua guida e gli disse:
“Guida, io voglio fare lo shamano topì-natà, ma senza osservare la castità, perché la castità è una regola stupida”.
Lo shamano capo rispose. “Ma non puoi fare lo shamano topì-natà”; se tu interrompi la castità s’interrompe la regola degli shamani “topì nata”. Se tu non vuoi praticare la castità puoi andare a fare il capo tribù, puoi fare il cacciatore, il guerriero, perfino l’assistente shamano, o il diacono, ma non lo shamano topì natà!!”
 
Anche questa storia ha tre finali differenti
Primo finale: Il ragazzo fondò una nuova comunità di shamani dotati di molte fidanzate, aperta anche a tutte le forme possibili di sessualità. I poteri e le qualità di tale comunità erano completamente diversi da quella dei topì natà, ma trovò subito moltissimi adepti, e tutti lo considerarono assai più “aperto” del vecchio sciamano così legato alla tradizione.
Secondo finale: Il capo shamano spiegò al giovane che cosa era la castità dal punto di vista metafisico. Il giovane capì, decise di proseguire e diventò anche lui uno shamano “topì natà”.
Terzo finale: Il capo shamano spiegò al giovane che cosa era la castità dal punto di vista metafisico. Il giovane capì e decise di smettere di voler fare lo shamano e divenne un ottimo padre di famiglia.
 
Il monaco che mi aveva raccontato queste storielle mi disse che si spiegavano da sole.

Commenti  

# Antal Nagy 2012-04-17 15:28
Carinissime le storie che ben rappresentano la questione della responsabilità di una scelta. Premetto che non è mia intenzione dare sfoggio di cultura perchè per quanto mi riguarda non ne ho a sufficienza per pavoneggiarmi, ma voglio tuttavia richiamare l'attenzione sul carattere etimologico della parola vocazione, la quale deriva dal latino vocare, ossia chiamare. Quindi chi è vocato viene letteralmente chiamato, e l'unica scelta che può operare di fronte a questo fatto, è di tapparsi le orecchie e far finta di niente, oppure di mettersi a disposizione e di obbedire al chiamante. L'obbedienza è quindi il presupposto necessario per essere sacerdoti, e a questi che si sono ribellati forse la chiamata è arrivata talmente forte da avergli squassato l'intero sistema celebrale.

Saluti
Antal

# Amministratore Commenti 2012-04-18 11:11
Vocazione, chiamata, ricerca hanno la possibilità di esplicitarsi in una regola collettiva o in un'ascesi personale, intima. Ci sembra evidente come, in ambito sacerdotale, il concetto di ascesi stia diventando sempre più "arcano", in quanto ampiamente sostituito dagli interventismi sociali a cui viene dato maggior valore e preminenza. Ma il voler tenere i piedi in due (o tre) staffe ci sembra assai in linea con i tempi: con quei "si, ma anche", "si, però", con le famigerate e morotee "convergenze parallele" e con tutto quel coacervo di contraddizioni dell'anima che sta distruggendo la spiritualità occidentale.
Gerarchia: cosa vorrà mai dire questa parola?
C.L.
# Amministratore Commenti 2012-04-22 07:43
Riceviamo (lettera firmata) questo commento che pesa come una pietra. Pone un dilemma che la mente laica moderna potrebbe considerare assurdo e superficialmente superabile infrangendo la legge religiosa. Ma, a nostro avviso, è un tema su cui riflettere molto in quanto la situazione limite e drammatica enunciata nella lettera, può avere infinite varianti. C. L.

LA CASTITA’ “ LAICA”

Unica storia

Ad un uomo sposato in chiesa venne sottratta da una grave malattia la moglie, che diventò disabile nella parola, nella sfera sentimentale e sessuale.

L’uomo chiese consiglio allo psicologo sul da farsi e lo psicologo gli rispose: non è colpa tua quello che è successo, ama te stesso e vai pure con altre donne; questa è la regola della sanità mentale. Lo psicologo lo voleva felice.
L’uomo chiese consiglio anche a preti e monaci, ma da tutti ricevette la stessa risposta: ti devi arrendere, osserva la castità, e rendi grazie a Dio che ti ha dato questa occasione di sofferenza per crescere spiritualmente; questa è la regola della religione cattolica. I sacerdoti e i monaci lo volevano santo.
Tentò di seguire la regola della religione ma, poiché nessuno era stato in grado di spiegargli che cosa era la castità da un punto di vista metafisico, la viveva come una imposizione.
Pertanto non era né felice né santo, o, se si vuole, era un santo infelice, il chè gli sembrava una contraddizione in termini.

Tre o più finali della storia:
L’uomo si suicida perché aveva dato troppo peso nella sua vita alla sfera sentimentale.
L’uomo entra in un monastero benedettino per diventare un cercatore di Dio e così domare le passioni.
L’uomo si stordisce con e nel lavoro e lobotomizza così la sua sfera sentimentale.
Il quarto possibile finale l’uomo lo deve ancora trovare.
(lettera firmata)
# Claudio Lanzi 2012-04-22 12:16
Potrei tentare, con grande fatica, di fare una lunga disquisizione sul dolore, sulla sofferenza, sulle “prove”, sul senso della castità e su quello del matrimonio in ambito cattolico, ma di fronte ad un dramma esistenziale come quello precedentemente descritto, lo ritengo inutile. Infatti non ho mai creduto che un qualsiasi teorema filosofico possa compensare una privazione o un dolore. Una privazione si compensa solo se se ne comprende e se ne vive profondamente e totalmente il senso; anzi se tale senso viene accettato con entusiasmo. Altrimenti diventa un tormento dell’anima e del corpo che allontana dalla grazia (e alimenta un astio, che non riusciamo a confessare a noi stessi, verso Dio e verso gli uomini).
Per cui il sacerdote che accetta con entusiasmo la castità prendendo i voti e che poi ci ripensa…dovrebbe semplicemente smettere di fare il sacerdote.
Nel caso della fedeltà matrimoniale (che sostituisce ed amplia, sotto un certo aspetto, la castità) il problema è assai più complesso. Non c’è un voto di castità ma un voto di reciproca fedeltà.
Ora io non so dire e credo che, in buona fede, nessuno sappia dire (a meno di arroccarsi dietro un aggrovigliato pacchetto di dogmi, spesso assai più umani che divini) quanto una menomazione totale nella psiche e nel corpo debba trasformare il patto di fedeltà in patto di castità; non lo so dire perché, nella vita ordinaria, possono accadere infiniti accidenti che modificano, a tutti gli effetti, le condizioni per le quali si è stretto un patto: e il matrimonio è un patto specialissimo che vale su due livelli: l’anima il corpo.
Io credo che, in questi casi, sia necessario ricorrere ad una virtù che, in ambito cristiano, soprintende, insieme alla fides e alla spes, il complesso cammino della liberazione e che, volando sulle ali dello “spirito”, attraversa ovviamente ciò che vuole. Sto parlando della caritas. In tale virtù splende il settenario di tutte le virtù che nella caritas stessa trovano vigore ed equilibrio.
Ma carità va esercitata anche verso se stessi, perbacco!
# Amministratore Commenti 2012-04-27 00:00
Riceviamo questa mail, che aggiunge un importante riflessione sul problema di fondo sollevato dalla disobbedienza
dei vari e ormai innumerevoli sacerdoti "alternativi"


Egregio direttore,

Purtroppo non mi pare che l’articolo da cui hai preso spunto rechi nulla di nuovo nel variegato mondo cattolico. Nel senso che è ormai dai tempi di Lutero-per non parlare di vari movimenti dissidenti o ereticali che dir si voglia fin dai primi secoli del cristianesimo- che l’attacco a usi e consuetudini “tradizionali” della Chiesa cattolica è costante e perenne. I temi sembrano ormai stancamente ripetersi: il sacerdozio femminile, la comunione ai divorziati risposati, l'abolizione dell'obbligo del celibato, l'apertura ai laici. Ben ha detto Ratzinger, in risposta ai preti disobbedienti austriaci che la Chiesa è stata riformata dai santi e non dai disobbedienti. Non vale nemmeno più la pena rispolverare in questa sede testi antichi e moderni nei quali vengono ribaditi i fondamentali della appartenenza alla chiesa cattolica. La tradizione autentica del cristianesimo è sopravvissuta ai papi con le amanti del primo “medioevo” ai cardinali di otto anni del ‘500, ai vescovi libertini pre e post rivoluzione francese. Ciò che viene continuamente rivendicato è la riforma (verrebbe da dire piuttosto l’abolizione) delle regole che hanno permesso attraverso il tempo di trasmettere e conservare in modo fedele e corretto, per quanto possibile agli umani, l’insegnamento del Cristo. Il desiderio più evidente in questi moti riformatori è proprio quello di poter cambiare le regole, non solo sul modo di appartenenza alla comunità cattolica, ma soprattutto quello di farlo aderire quanto più possibile al “mondo”, con buona pace di migliaia di riflessioni, interpretazioni e considerazioni tramandateci dai maestri nel corso dei secoli sulla base, in primo luogo, della propria esperienza.
L’osservazione del mondo protestante, nella sua miriade di movimenti, spesso in preda a fanatici fondamentalismi, o a istanze molto mondane e materiali quali il profitto come segno della benevolenza di Dio e l’esercizio diretto del potere statale (da Calvino in poi) sono lì a dimostrare i loro limiti dottrinali ed etici.
Ora la regola viene dal latino regere, cioè guidare e governare, da cui derivano anche le parole righello, regolo, cioè misura. Per raggiungere un obiettivo ci vuole una regola, che guidi con misura il processo di avvicinamento all’obiettivo. Se questo vale per un musicista come per un artigiano (se vogliono comporre o costruire qualcosa di sensato) tanto più vale per le questioni spirituali, e del cammino per accedervi.
Come si sa, la via per la perdizione è lastricatissima di buone intenzioni, la via della salvezza è una via stretta e faticosa. Questo vale per tutte le tradizioni, sia in passato che oggi.
Capita purtroppo quasi solo in occidente che ci siano moltitudini convinte che altre religioni o percorsi spirituali siano “liberal”. (Dove per liberal si intende sostanzialmente vivere secondo il proprio tempo, sotto le regole dello “spirito” del tempo contemporaneo, e credere che ciò sia sufficiente ad un percorso spirituale, senza regole imposte da nessuno.
Ora è qui che si annida il grande equivoco: credere di vivere senza regole imposte da un’autorità preposta a ciò, significa essere soggiogati da tutte le regole che gli uomini sono capaci di inventarsi, sia che abbiano un senso sia che non lo abbiano. I comportamenti umani di oggi, apparentemente liberi, sono i più obbedienti a tutti i dettami egemoni della politica, della scienza, della moda, della cultura e così via).
Siccome solo la disinformazione, in buona e cattiva fede, e l’ignoranza formano questi convincimenti, basterebbe consigliare a costoro di studiare per mettere in fila certe parole che sembrano dimenticate: la gerarchia vuol dire autorità sacra o sacralizzata. La radice di sakros indica qualcosa a cui è stata conferita validità. Da qui anche il termine, sempre latino, di sancire evidenziato nelle leggi e negli accordi. Seguendo questo insieme di significati, il sakros sancisce una alterità, un essere "altro" e "diverso" “intoccabile” rispetto all'ordinario, al comune, al profano. E per essere sacri in tutte le tradizioni si esige una qualificazione, che consiste nella purificazione, nella pulizia. Un luogo sacro è un luogo puro, deve essere un luogo non contaminato.
Allora una via spirituale è una via che si muove verso la purificazione, che sola può consentire la qualificazione di poter diventare ‘essere altro’ e diverso rispetto all’ordinario, come si diceva prima. E’ una lotta mortale tra vizi e virtù.
La castità è il luogo specifico dove si esercita la temperanza. E a chi si chiede di essere guida per gli altri, ‘santo’, ‘sacro’, si chiederà per forza, se così si può dire, un supplemento di temperanza. Perché il contrario ha finora creato solo disastri spirituali. E’ questo uno dei fondamentali motivi del celibato ecclesiastico.
Poi viene il rito e il ritmo ad esso connesso, e dalla combinazione di tutti questi fattori, sotto la guida di un maestro, ci si può avviare su questa strada. Ora, nella chiesa cattolica c’è una gerarchia istituita da un Maestro, che per i credenti è addirittura Dio incarnato, che ha espresso regole, cioè misure, per governare la materia, ed elevare così lo spirito. Tutto quello che mette in discussione le regole può essere fatto solo nel caso che le regole comincino a scantonare per rendersi la vita più comoda. E questo è forse il caso di quei sacerdoti austriaci, e più in generale è lo spirito di questi tempi che viviamo.

Aggiungo una postilla a proposito di una delle lettere precedenti sulla “castità laica”: Nessuno è in grado di dare un consiglio sensato all’autore di quella lettera, che, oltretutto si dichiara cattolico praticante. Bisognerebbe poter sapere cose che non ci competono, il tipo di rapporto coniugale, le vicissitudini e l’interiorità di chi ha scritto e di chi gli è accanto. Viceversa non si è in grado di poter rispondere.
Voglio solo dire che, in questi casi, la cosa principale da fare è prima di tutto una ricerca di verità: verità sulla propria fede, sulle proprie virtù, sui propri vizi, sui propri rapporti.
Una riflessione dolorosa anche sulla propria condizione odierna e chiedersi –oggi lo si può fare con l’esperienza acquisita- se aver aderito un giorno alle regole sia stato un atto non veramente meditato, se si è mai creduto veramente che le prove della vita fossero un mezzo per fortificarsi nella via. Chiedersi anche se fiat voluntas tua è un modo dire o è una verità da ricercare e sperimentare via via che la vita ci pone di fronte a problemi gravi. Bisogna trovare dentro di sé la risposta assumendosi le pesanti responsabilità che questo comporta.
Quest’assunzione di responsabilità qualunque essa sia può essere assai dolorosa: (tanto per dire, i cattolici divorziati soffrono nel non poter prendere l’eucarestia, la via di salvezza obbligatoria per i credenti cattolici - almeno fino a che l’auctoritas decida in tal senso sulla base del Depositum fidei, e non… per venire incontro al mondo).
Mi sembra perciò che possa essere fuorviante il discorso sulla castità e il laicismo, che ridurrebbe il tutto ad una esigenza legittima di vita affettiva e sessuale serena, ma che come tutte le esigenze deve fare i conti con la realtà.
Si legge nell’Imitazione di Cristo: “Ci sono molti che stanno sottomessi per forza, più che per amore: da ciò traggono sofferenza, e facilmente se ne lamentano; essi non giungono a libertà di spirito, se la loro sottomissione non viene dal profondo del cuore e non ha radice in Dio”. E’ dura ma io ritengo che sia proprio così. Confrontarsi con questo, se ci riesce è il vero impegno.

Lettera firmata
# Claudio Lanzi 2012-04-27 22:32
A proposito dell’ultimo commento vorrei osservare come i “preti alternativi” e in genere tutti coloro che vogliono distruggere una regola… per formarne un'altra a proprio uso e consumo, possano essere facilmente inseriti nel permanente piano diabolico di delegittimazione dell’autoritas, in favore di uno ius libertario ed autoreferente (e su tale tema si scatenano tutte riprovazioni “tradizionaliste” che è facile comprendere).

Ma questo, a mio avviso, non deve far dimenticare che la colonna e il fondamento della verità (per dirla alla Florenskij) su cui si regge il messaggio del Cristo (e non sempre quello della Sua Chiesa, purtroppo) si chiama amore, compassione, misericordia.
Una regola priva d’amore, di compassione e di misericordia non sarà mai giusta.
Mi sembra proprio che il samaritano non si sia preoccupato molto se il sofferente da soccorrere fosse un peccatore o meno ma, per prima cosa, ha cercato di aiutarlo.
Mi sembra anche che il Cristo non abbia approvato molto gli aspiranti lapidatori dell’adultera. E di esempi di questo genere sono pieni i Vangeli.
Per cui se pretendiamo di estirpare il peccato con la sottomissione alla regola creeremo eserciti di… santi arrabbiati e disseccati come l’albero del sabba.
Insomma voglio dire che è forse assai meglio errare nella forma, ma con amore e consapevolezza della nostra fragilità nella sostanza, piuttosto che mantenersi rigidi alla forma e perdere il significato della sostanza perché tutto viene assunto dalla mente, mentre il cuore si inaridisce.
# Alessandra Scala 2012-05-01 19:50
Caro Claudio,
è indubbio che il cambiamento della società, da tradizionale a ipermoderna, sembra agire trasversalmente su ogni settore. Oggi, i “preti alternativi” sembrano acquisire un largo consenso poiché si accostano allo stile di vita dei cosiddetti “fedeli alternativi”.
Quello che predomina, in entrambe le parti, sembra essere l’assenza della Legge e del limite, fuggendo così dal timore di potersi sentire “oppressi”.

Riflettendo su quanto scritto … sembra che il peccato abbia una connotazione meno negativa, o sbaglio?

Saluti
Alessandra
# Amministratore Commenti 2012-05-02 09:24
Io credo che la constatazione dell'infrazione della "legge", civile o religiosa, sia qualcosa che richiede l'esercizio della carità assai prima dell'esercizio del giudizio.
Ma nel caso di coloro (come i sacerdoti) che rappresentano sia la legge che la guida per la salvezza o la liberazione, la responsabilità è assai diversa.
Infatti una cosa è il sacerdozio, un'altra cosa sono la professione di fede o la ricerca del laico. Se un sacerdote, a qualsiasi confessione appartenga, smette di essere "pastore" e diventa pecora, anzi.... anticipa le pecore nel loro errare, non ci si deve stupire se il gregge finisce in un burrone.
Ma se il "pastore" segue la via spirituale che gli è stata tradizionalmente consegnata, le "pecore" potranno decidere di seguirlo oppure no, ma se per caso si perderanno durante il tragitto, potranno sempre cercare di ritrovare la strada originale.
Ora il mondo è pieno di pecore che vogliono un ovile più "libero", più "spontaneo" o comunque diverso, o che preferiscono la tana del lupo, perché il lupo, come insegna anche Cappuccetto Rosso, è notoriamente più simpatico e trasgressivo rispetto a quel rompiscatole del pastore.
Mi pare perciò legittimo lasciarle libere di andarci: ognuna raggiungerà l'ovile alternativo, o la tana del lupo che preferisce, oppure seguiterà a vagare per tutta la vita. E' assai riprovevole (così come spesso è accaduto e accade anche oggi) costringere forzosamente il prossimo a convertirsi, così come è spregevole il giovane esploratore che costringe la vecchietta ad attraversare la strada.
Ma che si pretenda di restare nell'ufficialità della Via e nello stesso tempo s'inviti il gregge a vagabondare tra lupi... e ovili "alternativi", questo è troppo e si chiama ipocrisia.
C.L.

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