Questo articolo nasce da due conferenze, tenute dallo scrivente tre anni or sono, nelle quali, come spesso ci accade, denunciavamo un abuso di termini “eroici” ormai inflazionati e stereotipati, sui quali si finisce per aderire più per inerzia mentale che per autentica convinzione. Anche se poco propensi ai dibattiti in ambienti dove la politicizzazione ha già fatto i suoi danni spingendo le coscienze verso il cosidetto “conformismo ideologico”,  decidemmo di affrontare un tema fuori standard facendo una specie di… esegesi del rapporto fra il guerriero e la paura, riscoprendone l’importanza e il valore, proprio dove tale rapporto viene più disconosciuto.

Aderendo alla richiesta di alcuni amici di Simmetria, ho riordinato gli appunti su cui tenemmo quei seminari, ampliandoli con alcune analisi specifiche, prive come nostro solito, di qualsiasi impronta politica o confessionale.

 

altIl guerriero

Capire cosa è e cosa rappresenta un guerriero tradizionale oggi non è affatto facile. O ci si riferisce a stereotipi semi-mitologici, che a loro volta si rifanno all’epica classica (Omerica, Babilonese, Romana, Giapponese ecc.); o si fanno prelievi forzosi dai cicli nordici carolingi o provenzali; o si recuperano i tanti eroi delle guerre passate e recenti, alcuni noti, altri completamente sconosciuti dalle strategiche dimenticanze dei vincitori di turno;  o ci si rifà a quelli recentemente rivisitati da Tolkien e simili, che hanno l’indiscusso merito di aver realizzato una “summa” della mitostoria nord-europea, arricchendola però di elementi epici e fantastici che, pur nella loro correttezza simbolica cadono, a nostro avviso, nell’autocelebrazione; o, infine, in alternativa  ci si può rifugiare nella riproposizione fantascientifica, secondo gli schemi hollywoodiani ispirati a Propp e Campbell, dove l’essere umano dotato ormai di… “superpoteri” sfida il mondo dei cattivi, quale nuovo Avatar con valenze ovviamente messianiche, sostituendo gli ormai sorpassati John Wayne che, per lo meno di superpoteri non facevano abuso.

 

Ovviamente l’affannosa ricerca di uno stereotipo eroico affanna ormai anche l’oriente, completamente appiattito sulla commercializzazione materialista delle emozioni facili e condivise, globalizzate dai vari facebook, twitter, esaltate dagli eroi “manga” imposti per la decerebralizzazione coordinata dell’infanzia, ecc..

A mio avviso possiamo dire che viviamo in una società “violentemente vigliacca”, “aggressivamente modaiola”, “arrogantemente pacifista”, ecc.. Cioè in una società contraddittoria e schizofrenica, perché priva di alcun modello a cui ispirarsi e soprattutto naufragata nel relativismo, nell’assenza di credibilità in se stessa, nella completa laicizzazione e desacralizzazione dell’esistenza. Una società che si rifugia massivamente (soprattutto quella giovanile) nel compulsivo inganno dell’oceano delle virtualità ipnotiche dei piccoli schermi, dove vengono proiettate le istintualità sopite e soprattutto le idealità distorte.

Ma questa, ahimé, è una vecchia lamentazione, ormai noiosa perfino ad essere accennata: ma non per questo meno drammatica.

In alcuni casi, ormai purtroppo anch’essi “virtualizzati”, il prototipo moderno d’eroe finisce per essere assimilato (in maniera sempre meno convinta) al solito Mishima, o ai pochi esempi di testimonianza sprezzante dei ricatti della società affaristico e finanziaria che ha invaso la terra in questi ultimi cento anni. Ma oggi pochissimi giovani sanno ancora cosa sia stato Mishima o cosa siano stati, realmente i Samurai, così come sanno ben poco di quali fossero i principi della cavalleria europea.

Su tali temi Simmetria ha pubblicato numerosi articoli e qualche libro a cui rimandiamo il lettore interessato.

Dal mio ormai paleozoico punto di vista, il guerriero tradizionale resta e resterà sempre un uomo “antico” non per età, o per epoca d’appartenenza, o perché urla stentoreamente contro il miglioramento dei costumi o dei servizi offerti dalle possibilità tecniche di cui fa lui stesso ampio uso ed abuso,  ma perché si oppone metodicamente alla fruizione del mutevole, dell’approssimativo, del facile, del volgare, del consumistico, dell’arrogante, del caotico:

insomma un guerriero, realmente ultimo dei Moicani, è un difensore di valori principiali, non inscrivibili negli “ismi” economici e politici dei potentati mondiali che rappresentano, appunto, ciò che è invece moderno, transitorio, fallace, mutevole, ecc. E un guerriero così oggi è difficile a trovarsi.

Un esempio poco noto di coerenza cavalleresca, realmente unico nella sua profondità, era stato riproposto, molti anni or sono, dal capolavoro di Yasushi Inoue, rivisitato ottimamente nel film del regista Kei Kumai, che renderei… obbligatorio nei licei: parlo di “Morte di un Maestro del tè” che consigliamo a tutti coloro, soprattutto giovani, che annaspano alla ricerca di ideali.

 

Anche in tale romanzo e in tale film appare come non sia tanto il modo di combattere e lo scopo per cui si combatte che ha stravolto il significato di guerriero, quanto il modo di vivere.

Per quanto ci sforziamo di adeguarci, un guerriero con l’I Pad, con il telefonino, con facebook che lo insegue in ogni istante, costantemente a caccia di feste, di “movida”, di “vie del benessere”, ecc., è, quanto meno, incongruo, se non ridicolo.

Ma la società ha un gran bisogno di ideali forti, invincibili, pieni di principi apparentemente sani, soprattutto quando si rende conto che i “valori” si stanno volatilizzando: e, accorgendosi che in questa orgia di deodoranti, di ammorbidenti, di energizzanti, di multivitaminici e di mulini bianchi questi ideali si stemperano in una “fuffa” generale, allora li crea nel cinema: Walker Texas Ranger, Karate Kid, Rambo, Rocky, Terminator, ed ora Avatar ed eroi sempre più “improbabili” e densi di effetti speciali, ecc ecc. Tutti ai confini con il fumetto, dotati di semplicistica, a volte grossolana, sapienza in pillole, ma ovviamente e…. democraticamente, facilmente comprensibili e condivisibili.

Insomma: Ettore e Achille, Cesare e Ottaviano, gli indiani e i cow boy, Garibaldi e i Borboni; ma dalla storia al mito, alla fantascienza il passaggio è stato sempre più rapido; e oggi peschiamo tonnellate di eroismo dall’immaginario e dal mondo onirico; impegnati alternativamente nella simulazione dello scontro titanico fra male e bene. Ogni tanto le parti si invertono ma lo stereotipo resta quello. Sempre più falso.

E’ evidente che la società sente il crollo degli ideali forti (pensate alla politica) e trasferisce l’eroismo nella deficienza, a volte conclamata, dei campioni “sportivi” assai più di quanto non facessero le matrone romane, durante la decadenza dell’impero, nei confronti dei gladiatori.

Esiste perfino un partito che  essendo nato per demolire una persona si è inventato un nome tradizionale che richiama la patria e i non meglio identificati “valori”. Questo non significa che gli altri partiti siano migliori ma mette bene in evidenza come il concetto di “valore” abbia sempre un forte “appeal” sociale, pur essendo stato totalmente stravolto nel suo significato.

Ora, per fare il guerriero (il guerriero è una classe nobile, quella degli kshatria dell’induismo, colui che difende i principi e dunque i valori archetipali) bisogna comprendere quali possano essere, anche oggi, le qualificazioni del medesimo.

Lungi da noi riproporre Evola e Guénon. In pochissimi anni le loro catastrofiche e lucide visioni sono state sorpassate dal precipitare della società mondiale nella “sordità” collettiva. Ci limiteremo perciò ad esaminare alcuni aspetti, poco indagati; aspetti semplici, filosoficamente abbordabili da tutti ma, a nostro avviso, sempre inquietanti.

 

Il coraggio e la paura

Di norma si pensa che la prima qualificazione del guerriero sia il coraggio. Già. Cosa è il coraggio?

E’, come sapete tutti, l’azione (ago) del cuore. Già. Ma quale azione? e quale cuore?

Come si fa a distinguere un’azione coraggiosa da una completamente incosciente o avventata? E, una azione stupida può essere considerata anche coraggiosa?

Dobbiamo ad esempio domandarci, fra Ettore ed Achille, chi sia il coraggioso, o se siano entrambi coraggiosi.

Dobbiamo domandarci che tipo di coraggio ha Ulisse, che tipo di coraggio ha Enea. Sono tipologie eroiche assai diverse l’una dall’altra. Ma, a parte Achille, che merita un discorso speciale che ci riproponiamo di fare in futuro in quanto la sua funzione è fuori dagli schemi ordinari,  tutti gli eroi hanno una straordinaria caratteristica comune: hanno paura.

Una paura dai mille volti, dai mille motivi, dalle mille origini, contro cui a volte combattono, altre volte la convertono, altre volte la sublimano e altre ancora la abbracciano ma non la disconoscono.

E Plinio il Vecchio che si arrampica sul Vesuvio durante l’eruzione, che tipo di coraggio ha?

E quelli che fanno esperimenti di biochimica sugli animali sottoponendoli a torture, hanno coraggio, sono temerari, sono stupidi o semplicemente sadici?

E coloro che affrontano la morte, abbandonati da tutti, in un letto d’ospedale?

Ha avuto coraggio il mio vecchio maestro d’arco e di spada Ideo Kobajashi, a fare seppuku , unico in Italia, per una questione d’onore?

E quali sono le paure che hanno dovuto vincere o meglio “vivere” i coraggiosi?.

E come si fa a vincere una paura? Attraverso uno sforzo? O facendo finta che la paura non ci sia? O attraverso la fede? O attraverso l’idealizzazione che sconfigge la paura? O attraverso cosa?

 

altImprevedibilità

Attraverso “cosa” è il tema della conversazione di questi seminari, in cui parleremo proprio della paura e delle… imprevedibili virtù dell’eroe.

Imprevedibili perché l’imprevedibilità è una caratteristica del vero eroe. Un eroe prevedibile, un eroe di cui conosciamo la forza, di cui ci aspettiamo l'eroismo e i comportamenti è…uno stereotipo, è un’icona noiosa, e perciò…non è vero.

Il coraggio, qualora esista, appartiene agli uomini veri così come la paura.

Ma mentre la paura consente di indagare nelle profondità di se stessi, il coraggio è uno stato d’animo, è una disposizione nobile che si acquisisce realmente, solo dopo la conoscenza della paura nei suoi recessi e nei suoi abissi.

 

Per cui, a volte, il fanatismo può essere scambiato per coraggio; l’enfasi può essere scambiata per coraggio; il discorso stentoreo e aggressivo può essere scambiato per coraggio; e perfino la violenza singola o di massa può essere scambiata per coraggio.

Difficilmente l’uomo riconosce il coraggio nell’umiltà, nell’amore, nell’introspezione, nel silenzio, nella stabilità.

Cristo che porge l’altra guancia ha coraggio?

In altre occasioni abbiamo cercato di mostrare come questo momento evangelico sia stato spesso totalmente frainteso, o proponendolo come esempio di mitezza, di pacifismo, di remissione, di sopportazione ecc, o, peggio come pusillanimità e disposizione ad una umiliazione quasi…fantozziana.

Coloro che cadono in questo errore dimenticano il Cristo che, come una furia, scaccia, da solo e a scudisciate i mercanti dal tempio!

Nello stereotipo collettivo s’immagina che un’azione coraggiosa debba per forza…. "fare casino", produrre morti e feriti, gente che fugge, fiumi di sangue.

Un’azione umile, che nessuno nota….sembra meno coraggiosa.

Madre Teresa la conoscono tutti perché è una “santa” portata prepotentemente agli altari per via mediatica. Ma il coraggio della suorina che ha affrontato silenziosamente il martirio in Sudan e di cui nessuno saprà mai nulla è pressoché ignorato.

Il coraggio di non pubblicizzare il proprio coraggio, di vivere la solitudine, l'anonimato, a volte l’emarginazione; il coraggio di amare e aiutare chi soffre ma senza dirlo a nessuno. Questi sono tipi di coraggio meno appariscenti che pochi riconoscono come tale eppure sono le modalità di coraggio che "sostengono" la vita al di la della contingenza e dell'enfasi del momento.

 

Per cui, fra le imprevedibili virtù del guerriero vi propongo un esame di alcune fra le possibili "defaillances" umane, fra le paure e le incertezze: quelle che portano a compiacersi a volte dell'arrogante coraggio visibile (perché con il suo fracasso esorcizza ma non sconfigge la paura) e quelle che invece sono cieche di fronte all'eroismo sommesso (perché entra con umiltà eroica nella paura, la abbraccia e ne conosce la radice).

Forse solo chi conosce realmente le sue paure conosce se stesso (potremmo dire parafrasando l’oracolo di Delfi).

Se non guardi la parte di te o dell’altro che non ti piace e che temi, non hai nessuna possibilità di vincere... su nulla. Perché il tuo orco, come in una fiaba di Tolkien, scaverà sotto terra e ti mangerà attraverso la tua superbia, attraverso il tuo orgoglio e la tua presunzione, che sono cose assai diverse dal coraggio.

E allora, in conformità al detto alchemico che invita a scavare nella terra, iniziamo a vedere i cadaveri sepolti sotto la superficie delle apparenze, e le cose che possono spaventare l’anima umana, anche quella dell’uomo che si considera forte.

Ora c’è da notare che il modo con cui in genere si pensa di distruggere la paura è quello di…gettare il cuore al di la dell’ostacolo (è una delle frasi più abusate nello sport e nella politica integralista di destra e di sinistra).

Questo a mio avviso, è il modo migliore per non capire un tubo di ciò che si sta facendo e per trasformare la paura in un mostro assai peggiore (ad esempio in ira, invidia, avarizia, accidia, lussuria, gola, e nel peggiore di tutti i vizi: la superbia.…cioè nei sette peccati capitali).

 

Perciò andiamo indietro, davanti alle mura di Troia a contemplare il duello mitico fra Achille ed Ettore, riproposto migliaia d’anni più tardi da Virgilio, fra Turno ed Enea. Un duello dove apparentemente vince l’odio per rispettare il Fato. In quel duello, con le sue valenze sacrali, sono celati valori iniziatici, misterici, sepolti dalla barbarie tecnologica, ma ancora viventi in ogni istante della nostra vita.

In quel duello così magistralmente narrato da un vate, da un uomo che vedeva lontano, nel mondo degli Dei e delle Muse, è l’antesignano di tutte le ricerche spirituali; è lo specchio della guerra interiore, della guerra santa: quella che ogni uomo dovrebbe condurre con se stesso, che ogni Ettore che ci abita dovrebbe condurre contro il suo Achille. E forse alla fine, per chi ha orecchie per intendere, l’eroe che morirà per primo, non sarà il vero sconfitto.

 

La paura di morire

Tutti hanno paura di morire. Non solo per istinto di conservazione ma perché la morte è l’antesignana “occulta” di ogni paura. L’esistenza della morte, pur essendo evidente in ogni istante, si apprende progressivamente, quasi con stupore. Per tutta la vita, nonostante ogni disquisizione filosofica, si tende sempre a dimenticare il celebre refrain, e cioè che la vita inizia con una condanna a morte come amava ripetere Oriana Fallaci.

L’infanzia quasi non la conosce o la vede talmente lontana che sembra quasi non riguardarla.

Eppure si annida ugualmente nell’insicurezza, nel timore del distacco.

Si ha molta più confidenza nella paura del dolore, della perdita, dell’abbandono, del “lasciare”.

E, con il tempo il concetto del lasciare e quello del morire, finiscono per sovrapporsi nell’animo umano. La morte separa da ogni cosa che abbiamo avuto, da ogni affetto, da ogni aspettativa e vince su qualsiasi sforzo per evitarla. La consolazione della vita eterna ribadita dalle religioni del libro, è accettata più come dogma che come autentico atto di ricerca, di indagine, di meditazione.

 

Dunque non è lo sforzo di fede che allontana dalla morte. E se la nostra vita è fatta di aspettative e di affetti, separarsene con la morte diventa un bel problema. Morire è anche perdere il controllo su tutto, su ciò che abbiamo imparato ad accumulare, su ciò che possediamo, sulle nostre possibilità di offesa e di difesa. E’ perdere qualsiasi forma di potenza. Che Taulero e Suso, o oppure gli stoici ci consolino con l’illusorietà o aleatorietà della condizione umana non aiuta chi teme di perdere tutto e soprattutto chi si industria per accumulare.

La morte è un punto di “discontinuità” nell’esistenza, così come la nascita. La vita sembra, appunto, racchiusa fra queste due parentesi. Quindi dovrebbe destare un particolare sapore il detto evangelico che invita a “gustare” la morte in vita, unico modo per superare il morire. Un modo che potremmo anche definire “iniziatico”.

Ne consegue che, a meno che l’uomo non abbia realizzato una profonda coscienza, o ancor meglio un contatto (appunto, iniziatico), con ciò che è “al di la” della vita ordinaria, sarà realmente difficile che possa accettare il morire come fatto “normale”. Infatti (ne ho parlato un poco sia in “Maleducazione Spirituale” che nell’”Anima Errante”) assai più della morte spaventa l’ignoto connesso al “passaggio”. Il bardo, il cosiddetto apparecchio alla morte, è un punto fisso di ogni tradizione, corredato da testi, da liturgie che se ne occupano a beneficio sia di chi “parte” che di chi resta. Si può non aver paura della morte, o perché si ha una confidenza sufficiente nel post mortem o perché si è stanchi del vivere. Ma la paura di morire, cioè dello spazio tempo che porta alla morte, ce l’hanno tutti. L’aggressione, il mostrare i muscoli, alzare la voce, armarsi, ecc, sono tutti segni di una terribile paura. Il vero guerriero non ha armi, non aggredisce, non urla, non si mostra, non vuole apparire, ma è umile nella sua forza ed è…coscientemente pronto a morire.

 

La paura dell’ignoto (tanti ignoti, l’ignoto più grande sono io)

Possiamo collegarla alla paura precedente. Perché l’ignoto è l’uscita dalla consuetudine che offre sicurezza. L’ignoto è la scomparsa dei riferimenti abituali. Un bambino che nasce urla proprio per essere piombato… nell’ignoto e nella perdita di ogni precedente sicurezza, e si aggrappa alle cose che danno conforto, come il seno e il calore della madre.

Ecco: affrontare l’ignoto è il viaggio senza stelle per orientarsi, è la partenza di Ulisse verso le colonne d’Ercole. E’ avere il coraggio di ri-nascere ogni volta. E’ un atto realmente difficile.

Per questo molti trasformano il loro “ignoto”, le loro piccole presunte ri-nascite in atti… notissimi, cioè sbarcano in un apparentemente nuovo assetto di vita portandosi però dietro tutti gli stereotipi e i pregiudizi a cui sono abituati; e quindi non riescono a cogliere i “regali” (ma anche le paure vere) che l’ignoto può offrire.

Un caso classico, che ci riguarda da vicino, è dato da coloro che affrontano un’esperienza che credono (o sperano che sia) ascetica e spirituale, ma non abbandonano, neanche di un millimetro, la presa delle piccole certezze mentali acquisite, “imparate” (cioè si portano dietro tutti i pregiudizi su chi sono i “buoni “ e chi i “cattivi”, in base a cosa è coerente con le loro abitudini e pregiudizi mentali e cosa non lo è).

Costoro, anche se dovessero partire per un viaggio nell’iperspazio, non affronterebbero mai il vero ignoto e non potrebbero averne alcuna esperienza, né metafisica, né fisica in quanto le pantofole del pregiudizio condizioneranno ogni contatto con la nuova realtà. Faranno uno splendido viaggio….virtuale, guardando se stessi nella televisione della propria presunzione, restando sempre confinati in casa.

Affronta l’ignoto con coraggio chi, pieno di paura, è riuscito ad abbandonare realmente le sue certezze riconoscendo la sua ignoranza.

 

La paura di perdere potere sulle cose o sulle persone

E’ identica alla paura della morte. Vivere comporta l’amletica accettazione dell’illusorio, dell’oscillazione fra sogno e veglia di un’esperienza indeterminata, affannosamente assaporata a volte nel timore della propria fallacità e fragilità, altre volte nella inebriante presunzione di potenza. Speriamo, e a volte crediamo, che la vita ci appartenga integralmente, anche senza aver fatto nulla per comprenderne il senso, alcuni direbbero per meritarsela. Ma poi ci accorgiamo che basta un soffio per togliercela e anche per toglierci le certezze emotive e fisiche su cui ci aggrappiamo.

Questa precarietà è egoicamente sconcertante perché si scontra con la pretesa d’eterno che vive in ogni anima. La pretesa d’eterno urta violentemente contro la realtà del transitorio, del mutevole, del deperibile, che caratterizza persone, cose, eventi. E questa probabilità di perdita, che circonda ogni istante della vita, spaventa terribilmente e porta a volte l’uomo a mascherare il suo terrore sviluppando prevaricazione, ingordigia, prepotenza e assoggettamento di persone o cose. Cioè enfatizzando e anabolizzando proprio tutto ciò che è transitorio credendo che ingigantendolo acquisti una qualche “forma” d’eternità o stabilità.

La paura della deperibilità di tutto ciò che è materiale incrementa anche l’istinto della guerra, della “conquista” o anche della “difesa” rafforzando la sicurezza o la pretesa d’onnipotenza. In tale “sindrome” alligna anche la paura di non controllare il mondo o se stessi (ne ho parlato un poco ne “Gli animali e l’Anima”..

Avere il coraggio di lasciare o di essere lasciati avere il coraggio di perdere, vuol dire aver conosciuto a fondo l’illusorietà del potere umano. E questa, a mio avviso, è una piccola ma significativa vittoria sulla paura.

 

La paura della solitudine

Sostengono molte filosofie (da Aristotele a Comte) che l’uomo è un animale sociale, cioè che ha il naturale bisogno di scaldarsi con l’empatia del clan; che negli amici senta non solo un’affinità ma anche una difesa; che la solitudine, la mancanza di confronto con il simile, l’assenza di contatto fisico e psichico con chi può condividere paure e gioie e assisterlo nel dolore o nella difficoltà, sia uno stato inaccettabile e che, anche se la socialità comporta costrizioni, limitazioni e confini, è sempre preferibile alla solitudine, all’emarginazione. Nella solitudine l’immaginario singolo e collettivo sviluppa dei mostri, dei nemici interiori od esteriori e crea il problema di come proteggersi. In genere la paura della solitudine sviluppa un’idiosincrasia verso il silenzio che, sotto un certo aspetto, è un riflesso della solitudine.

Sul concetto di solitudine, di sol- sole- ecc. dovremmo sviluppare una serie di riflessioni assai complesse che non trovano posto in queste poche righe ma vorrei soffermarmi sul fatto che esistono degli uomini che “scelgono” la solitudine come meta, come mezzo, e come stile di vita.

Un eremita, un anacoreta che si chiude in una grotta fra le montagne affronta tutte le solitudini possibili, tutte le paure possibili. Rinuncia ad ogni forma sociale. Affronta il vuoto, il silenzio.

Come è possibile ciò e perché tale scelta è ormai diventata rarissima?

In realtà non è esattamente così. La società cittadina, uniforme, laica, materialista, frettolosa e desacralizzata in cui viviamo ci emargina tutti e ci ghettizza nelle nostre assurde scatole di cemento; e maschera tali eremitaggi forzati riempiendoli di rumori, riempiendoli di internet, di amicizie virtuali, dentro il grande e piccolo schermo, di telefoni ed sms. Difficilmente qualcuno si accorge che questa compulsività comunicativa nasconde un’angoscia individuale che denuncia la reale e disperata solitudine dell’uomo moderno e modaiolo.

Dunque il monaco solitario nel fondo della grotta, il piccolo Giona nel ventre della balena, ha forse trovato una compagnia che oggi l’uomo ordinario non riesce più a trovare.Non ha paura di star solo perché ha trovato se stesso o, quanto meno, ha bisogno di tanto silenzio per cercarlo.

 

La paura fisica

Questa dipende molto dall’abitudine. Una società abituata alle invasioni e alla morte come quella antica, aveva una bassa paura fisica. Era abituata al dolore. Una società comoda come la nostra,  esorcizza la paura fisica e la relega tra gli eventi improbabili; confina lo scontro fisico nella “barbarie” delle guerre lontane da noi, confina il dolore fisico e la sofferenza negli ospedali.

C’è da dire che, contemporaneamente, relega la cura del fisico nelle palestre (dobbiamo apparire tutti “giovani”) e ha sommerso le nostre vite di medicine d’ogni tipo, atte a compensare ogni defaillance, ogni debacle della carne. La spinta ad essere sempre “in forma” ha fortemente incrementato la preoccupazione per il “deterioramento” del fisico. Infatti la paura d’invecchiare è di vedere decrescere le proprie forze è diventata quasi paranoide. Il senso d’eterno dell’anima si è spostato, in una società materialista, sul prolungamento dell’efficienza, sulla conservazione della bellezza secondo canoni giovanilistici. Questa paura fa fiorire l’industria farmaceutica quindi è, per così dire, una paura che viene promossa industrialmente secondo precisi criteri di marketing. E’ un business colossale.

 

La paura degli “altri”

Gli “altri sono quelli che crediamo diversi da noi. Gli altri mettono paura quando sono diversi. Più che paura si chiama diffidenza. Prima di conoscersi siamo tutti “altri”. Ma con il termine altro identifichiamo anche il diverso pensiero filosofico, religioso, politico, ideologico ecc. Insomma un pensiero che conosciamo “meno” di quello nel quale ci siamo avvolti. Questo non è razzismo (parola idiota) ma è semplicemente non confidenza nelle proprie e nelle altrui ragioni. L’altro in fondo rientra nell’ignoto per cui a questa categoria possiamo applicare anche la paura dell’ignoto.

 

La paura delle idee degli “altri”

Idem come sopra. Le idee preconcette sono una meraviglia. Ci siamo abituati. Cambiarle è una tragedia; magari ci sforziamo per un po’, per far piacere a qualcuno; magari proviamo a spingere qualche passo in un terreno psichico mentale e forse spirituale che non conosciamo…ma poi fuggiamo spaventati dalla alterità, dal dover rinunciare a territori conosciuti.

E se, per caso, “gli altri” avessero ragione? Ascoltare gli altri mettendosi dalla loro parte è una virtù straordinaria, sublime. Non c’entra la tolleranza ma con l’intelletto puro, con la voglia di comprendere e di vedere le proprie stesse posizioni da luoghi dell’anima diversi da quelli usuali. Gli altri spaventano finché non scopriamo che sono come noi. Forse a volte vediamo negli altri quello che in realtà temiamo in noi stessi.

 

La paura del dubbio

Una frase fatta, uno slogan, un inno hanno molto spesso riunito sotto un vessillo migliaia di persone che, pur non avendo ben chiaro a cosa appartengono, partecipano inconsciamente della… vuotezza dello slogan stesso. Ad esempio: perché uno ha fede politica mentre un altro ha una fede opposta, ed entrambi difendono, con la massima sincerità, la loro posizione?

Perché si litiga e si arriva fino alla morte per non lasciar spazio al dubbio.

Il dubbio è un nemico mortale della coerenza e dell’appartenenza. Ma è anche un principio basilare per mettere in discussione se stessi e per indagare al di la del pregiudizio. E’ ovvio che la messa in crisi della propria fede mette paura. Ergo meglio tapparsi vigliaccamente le orecchie e rifiutare ciò che fa vacillare le certezze acquisite, che rendono comoda la nostra militanza in qualsiasi idealismo.

Una “variante” di tale paura è la paura della verità, che può essere o la paura di scoprire la verità su se stessi o la paura di scoprire la verità sugli altri: insomma la paura di scoprire una verità diversa da quella ideale che ci siamo costruiti.  

Ci vuole un grande coraggio a vivere il dubbio fino alle sue estreme conseguenze e la estrema conseguenza del dubbio può essere il nichilismo… o la conquista del Vero..

 

La paura di essere giudicati

Tutti i cercatori di “mi piace” in oggetti diabolici quali facebook o twitter temono il giudizio, e più il loro fans club aumenta più si sentono “giudicati” con benevolenza rassicurante. Ma a volte perfino essere aggrediti è un riscontro positivo, perché assicura la “visibilità, la certezza di essere notati dal mondo. Soprattutto oggi che, per mostrare al mondo di esserci e forse…  per esserne noi stessi convinti, abbiamo bisogno che qualcuno ce lo ricordi telematicamente. 

Da qui scatta la gara delle falsità, la ricerca di approvazioni facili e la gestione delle disapprovazioni in maniera strategica, per mostrare una forza e un coraggio che, in realtà non si hanno affatto.

Su tale paura s’innesta appunto il bisogno d’apparire che cela il terrore di non essere notati. Tale terrore denuncia la necessità di conferma della propria individualità egoica. Più l’ego si sente in pericolo, più cerca approvazione, più cerca di esibirsi  ricavandone un riconoscimento.

La paura della mancanza di tale riconoscimento può stimolare la superbia e l’arroganza, con le quali si nascondono l’incertezza e la mancanza di centralità.

Ho visto decine di persone spiritualmente distrutte dal “bisogno d’approvazione” o di “visibilità” e realmente terrorizzate dall’idea di restar soli, senza folle plaudenti. Non importa se l’applauso arriva da dei decerebrati. L’importante è che esista un consenso.

Ecco: oggi questa sta diventando una delle “paure” più contagiose, proprio perché il sistema della “rete” consente con grande velocità la creazione di platee demenziali. E pochi hanno il coraggio di staccarsene.

 

 

 

altLa paura di aver paura

Mai mostrare le proprie paure!!! Cade il mito, cade il personaggio indistruttibile che abbiamo creato con tanta fatica. Perciò piuttosto che ammettere sinceramente le nostre paure facciamo finta di non averne oppure le temiamo al punto di trasmutarle (magnifica alchimia!) in disagi psichici o fisici, in insonnie, in ansie, in depressioni, ecc. Ma la base di partenza è sempre la paura di affrontare l’incertezza il vuoto e il buio che animano in concetto stesso di “paura”. Questo porta ad “evitare” come la peste le idee, le persone, le letture e gli incontri che possano farci scoprire di aver paura. Ovviamente ci è facile mostrare coraggio su degli aspetti che ci sono istituzionalmente familiari. Ma così come il grande pugile a volte sviene all’idea di doversi fare una iniezione, così ognuno ha il suo “tallone d’Achille”. Mai mostrarsi deboli. Questa società ti schiaccia se lo fai vedere. E questo fa la fortuna sia degli psicologi, che delle palestre. Una psiche e un fisico anabolizzati, accrescono ciò che resta della fiducia in se stessi.

 

La paura di esser liberi (o di non esser liberi)

E dove vai se sei libero? Puoi scegliere, e smettere d’esser scelto. Tutti dicono di cercare la libertà ma se per caso ne dovessimo ottenere la decima parte di quella che diciamo di volere, moriremmo di paura. Pensate a cosa vuol dire scegliere veramente tutto, scegliere di nuovo ogni secondo, scegliere anche di fronte a ciò che pensiamo di conoscere, scegliere rimettendosi in gioco ogni istante.

In tale genere di paura trova uno strano spazio il concetto di impegno, di responsabilità: Impegnarsi in qualcosa comporta una fede in ciò che ci fa assumere l’impegno oppure, al contrario, una costrizione che definisce tempi e spazi del nostro agire, del nostro “fare” ed essere nel mondo. Temere l’impegno può equivalere a sentire la costrizione o la limitazione della scelta.

In realtà è assai difficile comprendere se la libertà sia un obiettivo realmente realizzabile, in quanto ogni azione, anche se minima “costringe” alla assunzione di un impegno che, anche se iniziato spontaneamente e volontariamente, confina la possibilità di svolgere o essere “altro”. L’opposto di tale situazione è il precipizio in qualche forma di passività (ovviamente non di tipo “zen”) in cui tutto accade senza che ci sia una partecipazione e una motivazione nello svolgersi delle cose. Ne può derivare un horror vacui, una angoscia di fronte alla necessità di dover escludere qualche possibilità dalla propria esistenza, temendo di esserne confinati e, per paura di “sbagliare” si finisce per… non scegliere mai. Ma qui la cosa si fa assai complessa in quanto l’uomo trova a volte la gioia proprio scegliendo di confinare la sua libertà (ad esempio sposandosi, oppure lasciando un luogo, o una persona, ecc.). La scelta quindi, non necessariamente rende liberi. Infatti non si può scegliere tutto contemporaneamente a meno di essere….Dio.

 

 

La paura dell’infinito e la paura di amare

Ho messo in un solo paragrafo queste due paure in quanto sono intimamente connesse. Potremmo dire anche che sono collegate anche alla paura di morire, perché amare (realmente e totalmente) è, come dicono i poeti, un po’ morire. È un tuffo nell’ignoto, un naufragio… nell’infinito; è un vero passaggio oltre i confini dell’ego.

Invece, un desiderio egoico, che pretende un corrispettivo, sviluppa la passione, o peggio la possessione, non è amore. Ho cercato di affrontare questo difficile tema nel mio “Intelletto d’Amore”.

Appuntointelletto: in quanto il cuore dell’amante deve dilatarsi sapientemente e spontaneamente, per nulla chiedere ma per tutto offrire, come una fonte perenne zampillante di ebbrezza, bellezza e tremante nella paura che dona l’ardire ai puri di cuore.

Si, è facile parlarne; ma il terrore d’amare in questo modo, che forse è l’unico modo che merita l’appellativo d’Amore, così totalizzante è realmente grande.

Amore è rinuncia felice, è dedizione senza condizioni: è arrendersi con la gioia di aver conquistato il centro di se stessi. Ne parla ineffabilmente Ficino e, in maniera magistrale, ne parlano i sufi e i Fedeli d’amore. Li abbiamo richiamati in tante ricerche, in tanti testi di Simmetria e anche miei personali.

Io ritengo che la moderna umanità, anzi disumanità attuale, abbia drasticamente compromesso queste possibilità, inaridendo i cuori e soprattutto incrementando la “trattativa d’amore”. Cioè non si ama mai senza condizioni ma sempre… con ampi margini di riserva. La “commercializzazione” è entrata abbondantemente anche nell’amore, soprattutto da quando la sessualità, anzi il sessismo imperante ha ridotto gli incontri nell’alveo ristretto dello scambio di effusioni in grado di dare piacere. E l’Amore non è soltanto piacere ma molto, molto di più. E perciò la donna ha smesso d’essere Vera virginitas e l’uomo d’essere Vera virilitas. Ma queste sono espressioni ormai abissalmente lontane dal modo ordinario e banale con cui s’intrecciano le superficialissime relazioni fra gli uomini e, sinceramente, parlarne mi sembra ormai talmente incongruo che dubito possa risultare comprensibile a generazioni cresciute con le Barbie e con le Veline come modello di femminilità.

 

Il superamento della Paura

Ora come si fa a sconfiggere tutte queste paure che a vederle così…mettono realmente paura?

Uno può dire, io prima agisco, io combatto, vivo…. e poi lo scoprirò.

Oppure può dire: cercherò disperatamente di indagarle, lo farò con l’analisi, con la meditazione, con lo studio, con la preghiera, ecc. e solo dopo agirò.

Oppure può dire: io in realtà non so proprio come fare.

 

Quest’ultimo è un atto di coraggiosa umiltà. I presocratici, i platonici, i pitagorici, e poi anche tutti i veri guerrieri dello spirito, hanno insegnato che alla base del percorso per scoprire e sconfiggere la paura c’è…l’umiltà. Non c’è la spocchia, non ce la superbia, non c’è lo sforzo, non c’è l’ira, non c’è l’accidia…..

E qui casca l’asino. Perché il vanaglorioso coprirà la paura con infiniti veli, in modo da non riconoscerla mai come tale.

L’umile la affronterà nella consapevolezza della sua povertà. E questo forse lo porterà a trionfare sul terrore.

Ma per intraprendere la perigliosa navigazione che porta alla scoperta dell’isola dell’umiltà ci vogliono un enorme… coraggio, un ottimo nocchiero, una buona barca e una rotta sicura. E qui il serpente si mangia la coda. Buon viaggio.

Commenti  

# Antal Nagy 2014-11-15 19:43
Bellissimo articolo, denso di spunti di riflessione. Mi permetto di suggerire una cosa molto semplice e apparentemente stupida. Se volessimo trovare il coraggio intorno a noi, quello vero, disinteressato, quello "antico", quello che affronta quotidianamente la morte, basterebbe osservare un paesaggio. Quanto più bello e pieno di "pace" è, tanto maggiore dovrebbe essere lo stupore nel comprendere che in esso ogni giorno si sfidano coraggiosamente gli animali e la vegetazione che lo compongono, in un'eterna lotta senza prevaricazioni. Questo è Amore assoluto. E' piena e spontanea aderenza alle leggi di Dio. Lì, l'Umiltà è sovrana.
# Dalmazio Frau 2014-11-18 07:24
Vorrei chiosare con Frank Herbert, l'autore di DUNE, che , so di dire una delle mie consuete "provocazioni" surclassa Tolkien di molte pertiche in quanto a "conoscenze" tradizionali. Herbert pone in bocca a Paul Atreides "Muad'Dib" la seguente "litania" definita appunto "Litania della Paura" che egli recita durante la sua "prova iniziatica" quando dopo aver affrontato la "morte" deve dimostrare di saper cavalcare il Grande Verme:

Non devo aver paura.
La paura uccide la mente.
La paura è la piccola morte che porta con sé l'annullamento totale.
Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi.

E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne osserverò il percorso. Là dove sarà andata la paura, non ci sarà più nulla.
Soltanto io ci sarò

Muad'Dib è il Guerriero, è come dovrebbe essere un Guerriero, il resto, secondo me, sono chiacchiere da bar.
# Claudio Lanzi 2014-11-18 08:55
Muad'Dib osserva la sua paura e se la vive fino in fondo. Vero. Dune è un "classico" che non so se surclassa i racconti di Tolkien ma sicuramente offre un piccolo crogiolo di sapienza tradizionale.
# Dalmazio Frau 2014-11-19 07:12
Esiste un canto funebre norreno per i guerrieri che recita:

« Ecco là io vedo mio padre, ecco là io vedo mia madre e le mie sorelle e i miei fratelli, ecco là io vedo tutti i miei parenti defunti, dal principio alla fine. Ecco, ora chiamano me, mi invitano a prendere posto in mezzo a loro nella sala del Valhalla, dove l'impavido può vivere per sempre. »

Mi sembra sufficiente
# Marco Toti 2014-11-29 11:16
Bellissimo articolo, complimenti. Al di là dei fondamentali temi trattati, si nota il taglio "operativo", che è essenziale.
Qualche breve nota, che spero potrà contribuire a sviluppare una discussione:
1) la tentazione è più grande quanto più è grande il guerriero: ciò mi ricorda, nella dottrina cattolica, la proporzione tra sensibilità e Grazia (Cristo soffre in croce immensamente più di noi);
2) arrendersi, a volte, significa vincere; e per arrendersi bisogna avere umiltà. La Vergine è la sommamente umile, senza peccato, e per questo può ospitare l'Uomo-Dio in sé;
3) interessante che "con il tempo il concetto del lasciare e quello del morire finiscono per sovrapporsi nell'animo umano". Ma si può sostenere che l'uomo, fin dalla nascita, abbia in sè innata l'idea dell'ineluttabilità della morte?
4) La paura della morte, se non "sublimata" o controllata, genera la "religione del dominio". Questo lo possiamo ben vedere nella ideologia cd. "neocon", e nelle tendenze imperanti nel nostro disgraziato Occidente, in cui, tra l'altro, ci sono mille strumenti per comunicare, ma le relazioni umane sono decadute a livelli impensabili;
4) Molto significative le riflessioni sulla libertà. Oggi glorificata (in realtà si glorifica l'arbitrio, che dà luogo al caos), essa costituisce un autentico "scacco" per l'uomo.
Cari saluti,
Marco
# Claudio Lanzi 2014-11-29 23:28
Riceviamo da prof. Carlo Pisani e pubblichiamo

"Umiltà consiglierebbe di non commentare il saggio sulla "paura", vista la complessità dei temi trattati.
Tuttavia mi sento di esprimere un senso di "paura" , di impotenza, di depressione, che mi ha lasciato la lettura dell'articolo, perché è facile ( almeno per me) riconoscersi in buona parte delle paure ivi elencate, senza intravedere una speranza, se non nel continuo richiamo all'umiltà che però ti fa sentire ancor più povero. Penso solo a quanta distanza c'è ( mi veniva da scrivere, a quanto ci siamo allontanati)dal pensiero forte di Evola , Guenon, Nietsche...
E' un articolo che si basa sulla , a volte denigrata, introspezione psicologica (vedi la frase: "Forse solo chi conosce realmente le sue paure conosce se stesso").
E' un articolo che non ho capito nella parte in cui si parla della paura del dubbio.Mi pare invece che ci sia un eccesso diabolico di dubbio; alcune affermazioni potrebbero aprire le porte al relativismo illuminista in cui siamo immersi."La paura della verità "; ma a quel punto la Verità viene messa continuamente in discussione?questo apre le porte a sua volta alla dialettica, alla critica, anche sui principi , alla loro messa in discussione, perché il dubbio è come una valanga....La domanda terribile "ho fede o VOGLIO aver fede"; il dubbio sulle regole, la disciplina....
E allora ho ripensato al brano del Vangelo di oggi di Luca: " state attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in ....dissipazioni , ....affanni della vita....Vegliate in ogni momento pregando perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere"
Grazie
Carlo
# Marco 2014-11-30 23:59
I supereroi americani normalmente sono degli sfigati che per uno scherzo del destino ricevono qualche super potere e poi salvano il mondo, tipo Uomo Ragno o X-Men. Sono l’american dream.
Batman è più sottile: vive in una grotta in solitudine completa, non ha alcun amico né relazione sentimentale, lavora solo di notte e le sue storie sono sempre molto cupe. Poi è miliardario e inteligentissimo… ma se non avesse neanche un pregio la storia sarebbe noiosa.
Ha spesso una relazione speciale con la paura. L’arma di un suo famoso nemico è una busta di iuta in testa. Spruzza gas allucinogeno con cui rende folli di terrore le sue vittime, le quali vedono chissà quale mostro nella iuta.
Nel più famoso film dell’ultima saga combatte contro Joker, “agente del caos” come lui stesso si presenta. Non ci sono russi da sconfiggere, il nemico pubblico su cui riversare le psicosi e le paure collettive diventa il nostro inconscio. Il nemico può essere ovunque: un pazzo che spara sulla folla o un terrorista che si fa esplodere in pieno centro abitato. Anche il tuo vicino potrebbe essere pericoloso. Il messaggio del film è: meglio non fidarsi di nessuno ed avere paura di tutti, soprattutto di chi ha strane idee.
È un film socialmente perfetto, molto più sottile dei vari film sui russi. Magistralmente e inconsciamente istiga alla violenza, all’odio per il diverso e incita al terrore.

In fondo se siamo capaci di pensare una cosa, in qualche remotissima parte di noi siamo anche capaci di compierla. Siamo sedati dalla vita sociale, ma nessuno nasce pedofilo o omicida. D’altronde come sapere in che modo reagiremo di fronte a una situazione di stress inaspettato? Una quindicina d’anni fa due grandi amici che si conoscevano da tanti anni andarono a fare una passeggiata in un magnifico parco nazionale negli Stati Uniti. Si persero e non si erano portati molte provviste. Finì che uno ha ucciso l’altro per una ragione mai chiarita.

Come fai a sapere chi sei veramente se non ti sei mai trovato in una condizione specifica?
Come fai ad essere sicuro di non uccidere o peggio ancora, se non ti sei mai trovato in una situazione che lo permette?
Quello che ha ammazzato il bambino di sei anni ieri, come ci è arrivato a farlo? Come faccio ad essere sicuro che io non avrei fatto lo stesso?
Prendo spesso l’aereo. Mi sono sempre detto, quando succede succede: se l’aereo casca non ci posso fare nulla.
Ieri prendo l’aereo e mi addormento. Grossa turbolenza, mi risveglio di colpo con le luci che si spengono, la gente che urla e l’aereo che balla.
Ho avuto due secondi di puro terrore, inspiegabile, irrazionale, terrore e basta. Magari è successo perché stavo dormendo e mi sono svegliato di soprassalto, ma comunque è una cosa che non avevo previsto.
In realtà parliamo di questa cosa per prepararci all’istante della morte. Come fai a sapere come reagiremo in quel secondo? Verrà imprevisto anche se ci pensi ogni giorno, proprio come la turbolenza sull’aereo. E non è paura, è terrore puro che ti paralizza. Come fai a sapere come reagirai?
Mi chiedo se la morte nel sonno sia così fortunata come si dice
# Claudio Lanzi 2014-12-05 22:16
Ringrazio moltissimo per i commenti ricevuti che ampliano, come era auspicabile, il tema da me aperto.
Per non fare un... blog filosofico, che è la cosa meno filosofica che si possa immaginare, rinvio agli incontri in associazione per un approfondimento, sia dal punto di vista prettamente logico che metafisico e ai tanti libri da noi pubblicati che riprendono questi argomenti.

Però vorrei spendere qualche parola ulteriore su queste riflessioni sollevate dai commenti
a) la tentazione è più grande quanto è più grande il guerriero.
b) la paura del dubbio e la possibile deriva relativista.
c) l’imprevedibilità delle reazioni umane, resta tale di fronte alla paura o alla rabbia, o a qualsiasi altra passione.

Punto a) si potrebbe essere tentati di vedere l’esistenza come una specie di… braccio di ferro tra noi e Dio o comunque tra noi e un Demiurgo in realtà abbastanza sadico, intento ad esercitare il suo strapotere per “provare” la fedeltà dell’uomo alla sua legge (vedi Abramo e infiniti altri a cui viene chiesta una prova apparentemente folle). In tali atteggiamenti sembra emergere una mancanza di “pietà” della Vita nei confronti di chi cerca, nonostante tutto, di essere coerente ad un principio, etico o spirituale. In tale dimensione rientrano tutte le visioni di un Dio passionale che si “vendica” sugli uomini, o di un Dio sensibile ad una inquietante “contrattualità” articolata, ad un do ut des.
La dimensione di questo “Dio” ridotto ad immagine e somiglianza dell’uomo è stata considerata un pochino riduttiva da mistici del calibro di Echkart o da tutti coloro che ad Oriente e ad Occidente se ne sono occupati, e che pongono assai spesso in evidenza come la pretesa di rendere il piano Divino così riduttivo da essere assimilabile a quanto partorito dalla mente umana sia la fonte di tutte le sfrontatezze degli oltranzismi religiosi ma, sotto un altro aspetto, anche dei fideismi scientisti (per alcuni non è lecito dubitare della ragione).

Punto b) Il dubbio non è, a mio avviso, una discesa rischiosa verso il relativismo, ma è un possibile e straordinario strumento contro la Paura della Verità. Per lo meno questo vale per chi accetta le conseguenze di tentare di avere... un “cuore puro”.
Quando Maria accetta il messaggio di Gabriele, accetta la Verità. La purezza è tale che il dubbio non ha presa. Il piano Divino per Maria è…quanto meno sconvolgente (e lo sarebbe per chiunque) ma non per colei che è coraggiosamente Umile. Il serpente (che è la somma di ogni dubbio) resta sottomesso sotto il suo piede, senza mai essere ucciso.
A mio avviso se eliminiamo le potentissime implicazioni simboliche ed “ermetiche” da tale evento, riduciamo l’Annunciazione ad una opera fideistica che crea, nell'animo umano, dubbi e perplessità invece di scioglierli.
Dice la Porete, che, per superare la paura del dubbio (anche i nostri piccoli dubbi sicuramente non raffrontabili con quelli “cosmici” dell’Ancilla Dei) è necessaria l’Umiltà, perché solo l’umiltà consente l’accettazione del Vero, anche quando questo “Vero” porta dolore, sacrificio; o contrasta completamente con la nostra opinione “forte”, con il nostro pensiero rassicurante.

Punto c) Noi non sappiamo un accidente del piano Celeste, o quasi nulla. La ricerca spirituale, in via ermetica, in via mistica, o comunque la si voglia chiamare o cercare, passa sempre da questa immensa terribile domanda: “Ma io chi sono e che ci sto a fare qui?” La percezione delle onde che mi attraversano, razionali, logiche, emotive è tale che quasi tutti gli uomini si impegnano…a cambiare strada e a cercare una…domanda di riserva. Cercano cioè di non …incontrarSi perché incontrare il microuniverso della propria natura è come il viaggio di Ulisse, è come una Via Crucis, è come un ingresso nella Selva Oscura (o l'insieme delle tre cose). Per cui come posso prevedere come e quanto sarà forte il mio animo? Credo che proprio per questo gli Antichi ci ricordano quanto sia importante ed utile cercare una rotta. La Rotta (la Via) è anche la Salvezza. Forse è più utile cercarla che trovarla, proprio perché nella ricerca si esprime la qualità più straordinaria di cui siamo dotati: la scintilla dell’intuito, al di la della parola e della memoria. E qui, ovviamente, si apre il problema della ricerca, della Via, del maestro….ecc.

Ecco: in questo modo ho sicuramente aperto più fronti di quanti non ne abbia chiusi. Ma ovviamente non era il mio scopo chiuderli. Il conforto degli “ipse dixit” lasciamoli, appunto,… a coloro che hanno paura.

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