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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Le vere occasioni spirituali, le cosiddette finestre sincroniche nello spazio e nel tempo (in altri articoli abbiamo parlato di simplegadi, di porte degli Dei, ecc. propizie per un salto al di là della dimensione ordinaria) sono in realtà moltissime ma hanno un grave "difetto": sono quasi invisibili, impalpabili e spesso micidiali per chi tenta di attraversarle.

Lo dicono i mistici, lo dicono gli studiosi del simbolismo e del mito, e lo dicono gli alchimisti in apparente contrasto fra di loro. Su tale tema anche il sottoscritto è tornato molte volte, (anche in un testo divulgativo di recente pubblicazione, “Ermetismo e mistica” per le edizioni Simmetria) dove è stato affrontato il problema del linguaggio, anzi della “parola” e della “logica” che, sia nell’universo ermetico e gnostico, come in quello mistico, mostrano la loro potenza quali mezzi d’analisi, ma anche i loro limiti verso una conoscenza profonda e sintetica, l’unica realmente importante: quella di se stessi.

 

Sotto questo aspetto, tutta la vita umana è forse un’occasione unica: un’immensa finestra sperimentale dedicata a Kairos (il misteriosissimo Dio dell'Occasione apparentemente casuale ma, in realtà sottilmente dipendente dal Fato)che  serve per guardare il mondo in cui siamo emersi alla nascita e nel quale, in genere, restiamo immersi fino alla morte.

 

La nostra osservazione del mondo in attesa che Kairos si fermi alla nostra stazione, si avvale di strumenti straordinari, come la poliedrica esperienza sensibile, l’emozione (lunare), la ragione (solare, non sempre tale, in verità), la discriminazione etica (anche questa assai soggetta a molteplici influenze), l’indagine (scientifica o filologica), la curiosità (intuitiva, mercuriale), l’eros (passionale o uranio). Il che vuol dire che oltre ad essere attori del Theatrum chemicum della vita, siamo anche spettatori (a volte assai esigenti, altre volte assai tolleranti e di bocca buona, soprattutto quando assistiamo alle nostre pessime recitazioni).

Tutti gli strumenti teatrali dovrebbero desser utili alla biblica conoscenza del bene e del male o, più semplicemente e drasticamente, alla Conoscenza di ciò che stiamo vivendo nel momento in cui lo viviamo.

In realtà uno dei tanti conflitti esistenziali che affliggono il filosofo e l’asceta è costituito proprio dalla coesistenza dello spettatore e dell’attore in uno stesso soggetto.

Entrambi pensano e giudicano. Lo spettatore, mentre pensa e giudica,… difficilmente riesce a vivere ciò che pensa e giudica (v. precedente editoriale): Priorità e Tradimento

L’attore vive perché sente ciò che sta vivendo ma il momento che lo pensa…per sentirlo meglio, ahimé… scende dal palco e se ne va in platea. E, con ciò, smette di vivere.

Parafrasando pirandellianamente il Genesi potremmo dire che l’Adamo Edenico, ad un certo punto, scelse sostanzialmente di “nascere” o se vogliamo spingerci in un azzardo metafisico, scelse di divenire piuttosto che di essere

 

La caduta dall’Eden equivale perciò, sia dal punto di vista di una teologia gnostica che di una religiosità ortodossa, ad un precipitare da un’universo pneumatico ed immutabile ad uno materiale e cangiante. Ma, al di la della preoccupazione …a posteriori per il problema ontologico che ne deriva, moltissimi filosofi e mistici convergono sul fatto che tale tuffo nella Terra seguiti ad essere, comunque e sempre, una straordinaria occasione per aprire una finestra sul Vero.

Se non fosse necessario aprire questa finestra multidimensionale, oggi non staremmo a parlarne. Felix culpa chiama la caduta S. Agostino e, in questo modo viene cantata anche oggi nel Sabato Santo che si approssima in questi giorni.

Ora questa strana espressione, ridotta in un alveo prevalentemente teologico, quando non devozionale, possiede, a nostro avviso una valenza iniziatica (e non solo ermetica) assi più vasta. Quindi è forse un pochino autolesionista e riduttivo vedere la nostra presenza sulla terra e l'"incarnazione" in maniera pesantemente negativa come avviene in molte frange populistiche del cattolicesimo ma anche dell'induismo per non parlare di certi aspetti dello gnosticismo protocristiano. Ciò ha autorizzato, ed autorizza ad esibirsi in continue e ammiccanti lamentazioni sulla propria fragilità terrena e, sotto un certo aspetto, assolve automaticamente da ogni errore, da ogni fesseria commessa quotidianamente.

Il Cristo in noi (o il Sole, per chi necessita di una terminologia un pochino più “pagana”), come lo descrivono la Porete o Silesio ma anche Taulero o Suso, è in fondo la porta sulle stelle, è il… salto quantico reso possibile proprio da questa felix culpa.

Rinunciare ad approfondirne il senso e ad utilizzare le occasioni di riscatto ed ascesi contenute proprio in questa culpa è, a nostro avviso, un atto di grande vigliaccheria. E soprattutto di imperdonabile disattenzione. E’ la morte spirituale, quella inappellabile, quella di cui approfitta il simpatico Berlicche del libretto di Lewis: è la via per la seconda morte, quella più terribile. A nostro avviso, è il portone spalancato (altro che piccola finestra!) che conduce verso l’Akedia, oggetto di numerosi altri nostri interventi su questo sito e altrove.

 

Proprio per tale ragione riteniamo che l'intera macchina della "modernità ad ogni costo" stia ormai producendo un mondo di morti viventi, in cui ogni colpa è stata assorbita dal rumore e ha perso la sua forza redentiva e gnostica. Un mondo di zombi virtualizzati, resi completamente sordi da musiche, ritmi, cibi, clik e zap informatici, tecnologie velocizzanti, climi costantemente fragorosi, utili a chiudere ogni finestra, ogni occasione, e a completare l’opera della vera precipitazione nella valle delle nebbie (Altro che Avalon!!). Un mondo privo del silenzio per meditare, riflettere e pregare, dove non ci sono più lacrime ma solo abulia mascherata da eroismi.

 

I deficienti millenaristi e catastrofisti che sempre più profetizzano il massimo bene (o il massimo male) alla continua ricerca di distributori automatici di verità (tipo slot machines) sono il primo sottoprodotto di questo disastro. E’ una forma di “abulia attiva” che promuove l’attesa di qualcuno che svegli “gli altri” (ripeto, gli altri, ovviamente) dai loro errori e dal loro sonno, in una logica infusa di protestantesimo maleintepretato, dove si dimentica di svegliare se stessi.

E invece, al di la dei catastrofisti, la catastrofe è già avvenuta. Anch’essa è un’occasione per svegliarsi, forse una delle più straordinarie e terribili che il precipizio nella laicità ci ha conservato.

 

Chi non lo fa e preferisce guardare le profezie in televisione e ubriacarsi di complottismi, sceglie di non vedere gli ultimi passaggi di Kairos, di non vedere le ultime occasioni di un Angelo che prima o poi, potrebbe anche stancarsi di ripassare dalle nostre parti.

Una volta, un compassionevole Maestro (uno dei pochi autentici che ho incontrato nella mia vita) mi disse che Kairos non è vestito da profeta, e neanche da guru. E’ un ragazzaccio che si mimetizza sotto varie forme, si nasconde, è veloce, non ha nulla di perfetto, anzi è perfetto proprio in questo, nel non esserlo; non è li a nostra disposizione come un treno alla stazione. Può essere un gatto, un uomo, un brigante, un assassino; può nascondersi negli errori di un amico, negli inciampi del maestro, nel bisogno dei figli, nel bacio di un’amante.

Non è mai come ci piacerebbe che fosse: alto, biondo, bello, profetico, ritualmente perfetto. Non dice: “prego, questa è la via della conoscenza, anzi, è la via iniziatica, venga che la conduco all’illuminazione”.

Ma nel nostro film salvifico, prodotto dalla Paramount in collaborazione con Mediaset, tutto deve avvenire secondo i nostri stereotipi mentali.

Ci deve essere una specie di monte Athos, il guru deve essere straodinario come Milarepa, le ascesi devono svolgersi come nei film di Zeffirelli. Perfino i dolori, le fatiche, e le prove devono essere fatti come sta scritto nel… “manuale del perfetto iniziato” (cioè nel nostro).

Pagliacciate.

Noi siamo le pratiche, noi siamo Milarepa, noi siamo l’iniziazione. Ma bisogna accorgersene!

E' statisticamente dimostrato che anche quando compare il guru autentico (quello che non mostra mai d’esserlo che però ha sempre la cortesia di indicare la direzione agli uomini di buona volontà), quando appare il maestro che ci fa vedere come stanno le cose…noi ci spaventiamo a morte e andiamo sempre a cercare altro. Dimmi tutto, ti prego…ma non la verità.

Questa è la caduta vera, quella che ci propone sempre “altro” in una spirale relativistica senza fine.

Questa scelta dell’inseguimento ossessivo-compulsivo del relativo (con la scusa del voler cercare l’Assoluto), come abbiamo esaminato in altre sedi, ha i suoi aspetti drammatici che possiamo subire quale conseguenza “colpa” (propria della tradizione giudaico cristiana) o quale micidiale e fatale atto divino, come in alcune tradizioni pagane o in altri aspetti della mistica cristiana stessa.

 

Ma Kairos se ne frega delle nostre paranoie e seguita a fare il suo dinamico e splendido lavoro. In accordo con Eros ed Ermes (gli altri suoi impertinenti e giovani amici alati, scanzonati compagni di cosmici giochi) offre le sue occasioni, le sue finestre nonostante il nostro perenne affanno a cercare altro, a cercare altrove. Apre le porte sotto il nostro naso, davanti all’uscio di casa, in un comodo divano vicino ad un camino, sulla cresta di un monte, durante una passeggiata in un bosco, durante un ingorgo di traffico, mentre ci cade il dentifricio…ma bisogna accorgersene, bisogna accorgersi delle infinite porte che si aprono intorno a noi.

 

Un’anima cieca non le vede e cerca affannosamente l’evento speciale, il giubileo, il super-guru che più iniziato di così non si può, la pratica perfettamente riuscita, la preghiera galattica, il magico incontro con la vita o con la morte (degli altri), il solstizio o l’equinozio (ma non uno qualsiasi, ma proprio quello giusto), la lunazione perfetta, ecc. ecc..

Pagliacciate.

Lo spirito è libero, ed è potente; e può essere forte come un tornado o leggero come una brezza.

In entrambi i casi può sorprenderci.

Ma pretendere di esser sorpresi a percepire la brezza del mattino e magari a trovare pure... la rugiada celeste, chiusi in casa, con le finestre tappate, avvinghiati al nostro Ipad con le nostre chat, e per di più dentro uno scafandro da palombaro, bombardati da una musica techno che proviene da un auricolare…è forse chiedere un po’ troppo: perfino a Kairos.

C.L.

Commenti  

# Antal Nagy 2015-03-25 09:30
Leggendo questo editoriale mi si è posta la seguente domanda.
Ma dopo quasi 2000 anni di cristianesimo cosa potrebbe accadere se Cristo dovesse di nuovo incarnarsi tra noi?
Nell'epoca che lo ha visto transitare su questa terra, c'era chi lo seguiva con estrema attenzione e chi lo avversava senza mezzi termini.
La croce fu solo l'estrema conseguenza di quella discesa tra gli uomini di allora.
Ma oggi, mi domando, se Cristo dovesse tornare tra noi, come lo accoglieremmo?
Con la croce o con l'indifferenza? Cosa è peggio? la prima o la seconda?
E noi, invischiati quotidianamente negli iper-stimoli cibernetici, saremmo in grado di dare retta un Dio fattosi carne che molto probabilmente non parlerebbe alle genti tramite Facebook e Youtube?
# Andrea Pennacchietti 2015-05-26 18:23
Scusami Antal se rispondo solo ora,ma leggo a singhiozzo gli articoli ed editoriali causa lavoro.
La tua domanda mi lascia un po perplesso in quanto Cristo non si reincarnerà nuovamente,è successo una sola volta,per tutte. Anche sul Suo ritorno,non dubitarne (hai usato il se),avverrà di sicuro,poi se assisteremo noi o le future generazioni a questo evento,non è dato saperlo. Come dice Claudio,nessuno conosce i tempi e le modalità,ma tornerà...basta leggere un po di Apocalisse per sciogliere ogni dubbio.
Un abbraccio.
Andrea
# Claudio Lanzi 2015-03-25 10:04
Ritengo che, qualora il Cristo venisse secondo le modalità del suo tempo, non se ne accorgerebbe nessuno; o meglio, si confonderebbe tra le centinaia di persone che si proclamano Profeti, Avatar, Upaguru, illuminati, abbagliati, superfulminati, ecc. ecc.
Comunque, dottrinalmente, quella dei Cristo non è e non può essere una "reincarnazione" in senso "buddista".
Grazie a Dio le modalità dello Spirito e del Logos non sono quelle degli uomini e allora, qualora l'evento da te auspicato avvenisse sul serio, credo proprio che sarebbe al di fuori di ogni aspettativa, di ogni previsione, di ogni modalità stereotipata.
Kairos, ne sono certo, è... in grande confidenza col Cristo. Oggi nessuno si stupirebbe dei miracoli o degli "effetti speciali". Per cui immagino che le modalità della eventuale "Nuova Venuta" sarebbero concentrate nel far stupire nuovamente gli uomini... di se stessi e della loro umanità.
Ritengo, ma credo di averne parlato tantissime volte. che sia proprio questo "tipo" di mancanza di stupore a relegarci nella relativizzazione di tutto e nella incapacità di vedere Dio in tutte le cose....visibili ed invisibili.

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