di C. Lanzi

 

altFin da ragazzino domandavo ai miei genitori a cosa servisse l’ora legale. In verità ricevevo risposte abbastanza contraddittorie. Mio padre la riteneva una fesseria e mia madre faceva la vaga. Ad incrementare l’angoscia provocata da questa lacerante domanda c’era la parola stessa: “legale”. Accipicchia, vuol dire che prima dell’ora legale ce ne era una illegale? In questo caso, mi dicevo, bisognerebbe provvedere con delle leggi. E come ci permettiamo di tenere qualcosa di legale vicino all’illegalità?

 

Una volta cresciuto compresi che tutto dipendeva dal modo  alienante con il quale la società tecnologica si relaziona col tempo e con i ritmi naturali, con il normale avvicendarsi del giorno e della notte, delle stagioni, dei solstizi, degli equinozi. Insomma, compresi che tutto dipendeva dall’uso assurdo, sempre più volgare e affannato, che facciamo della luce solare e delle ore notturne.

 

E’ un disastro ascrivibile all’epoca industriale in quanto alla società contadina della fine dell’800 e degli inizi dello scorso secolo, nonostante alcuni tentativi di qualche amministrazione cittadina, un’idea del genere non sarebbe mai balenata neanche nell’anticamera del cervello. Un uomo che segua i ritmi naturali va a dormire (o comunque si ritira in casa) quando è buio e si alza quando c’è la luce. A volte può accadere che estenda le sue attività anche nella notte oppure che dorma durante il giorno: ma questa dovrebbe essere un’eccezione e non la regola. A questo proposito consiglio il simpatico articolo su Focus:L'ora legale: gli effetti (e altre curiosità) in cifre

 

C’è da dire che la notte oltre a conciliare il riposo (in un mondo silenzioso ovviamente e non in uno fracassone come il nostro) aiuta a raccogliere le idee, a farle riposare in un’anima quieta e ad aprire il cuore all’intuizione e al contributo meraviglioso e mitico dei sogni. La notte apre l’attenzione al buio, alla piccola morte, dove perdiamo il controllo sulle cose e dove dobbiamo arrenderci al sonno.

 

Comincerei perciò a prendermela con gli orologi, che hanno introdotto una falsa misura del tempo che ci illude che la giornata sia divisa in 24 ore, tutte stupidamente uguali fra loro, e che immaginamo di poter utilizzare a piacere, dividere come ci pare.

Non è il corpo che ci dice quanto dormire ma è l’orologio: e chi gli ha dato il permesso?

In realtà le “ore” servono esclusivamente a stabilire la quantità del lavoro, a “pesare” i rendimenti di ognuno di noi, in base a quanto abbiamo “prodotto” per ogni ora, oppure a scandire il misteriosissimo tempo libero (neanche a Delfi avevano un mistero così insondabile!). Infatti l'esistenza di un tempo libero fa presupporre che esista un tempo prigioniero. Oh poveretto ma che avrà mai fatto di male?

Forse è un calembour: non è il tempo ad essere libero o prigioniero, ma è l’uomo, nei suoi alienanti rapporti con se stesso e con il fluire della vita che riesce continuamente ad imprigionarsi.

 

Tale schizofrenica asincronia della misura del tempo è, in verità, una simpatica follia moderna in quanto le “Ore” del mondo classico oltre ad essere triadiche, come le Parche e le Cariti, rappresentavano le valenze primigenie dell’universo, cambiavano la loro danza fra estate e inverno fra giorno e notte; ed erano condizionate da una ritmica sacra e che dipendeva dal luogo, dalla luce, dal buio, dalle stagioni (la stessa che, parzialmente, ancora adottano in alcune comunità ascetiche).

Esse cedevano il passato al futuro ed erano in fondo le garanti di una possibilità di percepire il presente. A volte la loro danza era lentissima, a volte frenetica. Non sempre, infatti, il tempo degli uomini ha lo stesso peso, lo stesso valore.

 

Lo sanno bene i bambini quanto la misurazione del tempo fatta con gli orologi sia assurda! Lo sanno quando giocano ed il tempo magicamente si ferma, oppure quando scorre velocissimo compattato dalla frenesia e dalla bellezza di alcuni giochi; lo sanno quando l’incanto sincronico apre delle finestre sul tempo che offre una valenza assolutamente magica (parlo dei giochi antichi, ovviamente, in quanto quelli moderni sono diabolicamente legati alla falsa tempistica scandita da un computer).

Lo sanno quando una noiosa ora di studio, condotta in un’alienante e fredda aula scolastica da una maestra maldisposta, li porta a constatare che un’ora di orologio può esser lunga un’eternità.

 

Lo sapeva bene mio nonno che a volte, entusiasmato dal suo lavoro, proseguiva a fare ricerche nel suo laboratorio per 20 ore di seguito, senza fermarsi mai, dimenticandosi anche di mangiare perché innamorato di un suo progetto. In quel caso per lui le ore erano minuti.

Lo sa anche ognuno di noi quando si rimbambisce davanti ad un televisore o quando condiziona le sue giornate attraverso la virtualità di facebook o simili oggetti web, che distruggono la bellezza del tempo attraverso la falsità dei rapporti sociali che, ovviamente, non rispondono più alla ritmica giorno-notte ma a quella assurda di uno schermo che non ha né spazio ne tempo “naturali” da offrire, ma solo Avatar (altro termine assurdo importato dall’oriente).

 

Ma ora, visto che viene tranquillamente contrabbandato l’ipocrita assunto che l’ora legale serva per risparmiare energia, vorrei immediatamente ricordare che, da quando esiste la vita sulla terra, c’è sempre stata la lodevole e naturalissima abitudine di alzarsi presto durante l’estate e più tardi durante l’inverno per utilizzare al meglio la luce del sole.

Perciò, invece di fare tutto questo casino con gli orologi, con gli orari, con le abitudini, basterebbe decidere che, in un determinato periodo ci si alza prima, non solo per andare nei campi ma anche per andare in fabbrica o in ufficio o in qualsiasi altro posto.

Ma questa ipotesi, al pari di infiniti altri trucchi che portano ad equivoci straordinari sul significato del tempo, dello spazio e della vita, è solo uno degli imbrogli in atto per condurre l’uomo sempre più verso la dimensione del Golem, della macchina eugeneticamente meticcia e perfetta, e sempre più lontano dalla sua natura libera e dal contatto con la sacralità dell’anima.

 

E’ evidente che, se tramite la luce artificiale trasferisco l’apparenza del giorno nella notte (luogo dove si esplicita la deficienza delle varie “movide” tanto amate dalla sclerotica mente dei nostri sindaci) e se costringo il sonno a rincantucciarsi in un angolo, stravolgo i bioritmi naturali: illudo l’homo insipiens di regalargli “divertimento” e nel contempo lo spingo verso una perenne distrazione che lo porti a dimenticarsi di se stesso (cosa che non dona alcun riposo ma solo una acquiescenza verso le nuove regole di massa, di appiattimento sul caos e sul grigiore collettivo).

 

Ma forse tutto questo è monetizzabile in un solo invito:

“Consuma nel caos e lascia che il caos ti consumi”

Il omaggio al consumo il corpo crederà di dover rispondere agli stimoli elettrici anziché a quelli solari e, come accade per le oche ingrassate con dei tubi che le rimpinzano di cibi per farle sviluppare il “fois gras”, ci rimpinzeremo di inutilità, di sovrappiù intellettuale, fisico, psichico; e pensando di “vivere più intensamente” svilupperemo il nostro “fois gras” di insulsaggini.

 

Giovani e vecchi, ce la pigliamo facilmente con le apparenze che ci propinano i media, con quelle che ci toccano il portafoglio e con ciò che riteniamo responsabile della nostra indigenza, con i partiti, con la politica, con le guerre vere e false, con i mostri di turno, gli scandali del momento: con tutti i mali relativi e i mali assoluti che ci vengono raccontati e che pensiamo di percepire nella nostra visione millenaristica o catastrofista o, assai più spesso indifferente.

Invece, queste semplici manovre “tecniche” tese allo stravolgimento del tempo e dello spazio, tese a contaminare la biologia euritmica naturale, passano subdolamente come “miglioramenti di efficienza” mentre nascondono intenzioni socialmente e spiritualmente devastanti. E proprio per la loro apparente leggerezza e innocuità sfuggono quasi a tutti, anzi vengono subite con acquiescenza e partecipate come nuovi ideali di bellezza.

 

Ne aggiungiamo qualcuna di queste stranezze, così tanto per offrire il campo a riflessioni sulle sostituzioni progressive di ciò che è tradizionale e naturale con ciò che è effimero e artificiale. Sostituzioni massicce perpetuate in pochi decenni ma ormai accettate come normali. Anzi contrabbandate come diritti mentre, in realtà sono obblighi. Insomma l’ingresso di una nuova “legalità” civile che si occupa di lavoro, divertimento, gestione del tempo, e che distrugge con metodo la sacralità della vita e del Tempo.

 

La scuola dell’obbligo (ci abbiamo fatto altri editoriali).

La repubblica che “deve” essere basata sul lavoro (vedi editoriali precedenti).

L’obbligo di pagare un canone sia per ciò che vuoi che per ciò che non vuoi.

L’obbligo di dichiarare dove vivi.

L’obbligo di farti curare da un medico e non da uno stregone.

L’obbligo di vaccinarti.

L’obbligo di dichiarare che non vuoi donare i tuoi organi sennò te li prelevano appena il tuo cervello appiattisce le sue onde.

L’obbligo di ascoltare solo un certo tipo di musica in tutti supermercati.

L’obbligo di pagare dei contributi anche se non prenderai mai la pensione.

L’obbligo di rispettare l’ora legale.

L’obbligo di fare ore di fila per avere il diritto di pagare le tasse.

L’obbligo di non lavorare il fine settimana.

L’obbligo di avere le ferie.

 

E potremmo continuare all’infinito in questo elenco di “diritti”.

Beh ‘sta storia dei diritti che si mangiano la sacralità del tempo, assomiglia vagamente a quella delle carte di credito che invece sono di debito.

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