altCon questo piccolo editoriale proseguiamo le considerazioni esposte in due editoriali precedenti ed esattamente da

Priorità e Tradimento (Editoriale n.50) e Le Occasioni dello Spirito (Editoriale n.51)

Siamo partiti da “Kairos” l’occasione, abbiamo proseguito con l’accidia e il giudizio cercando di mostrare come, sia l’una che l’altro, siano in grado di sciupare e…di far perdere l’occasione; abbiamo poi cercato di evidenziare come il modo profano di considerare il tempo, uccida il respiro della natura e sterilizzi l’anima umana. Proseguiremo adesso con l’irrealtà dell’azione profana che stermina il ritmo e cercheremo di verificare come tale azione crei un tempo surreale e virtuale che precipita in un presente –non presente, abulico, passivo e ipnotico.

Per far questo parleremo di due tipologie di tempo:

 

Il tempo profano asservito alla necessitàdel lavoro quale fonte di guadagno

A questo proposito rinviamo all’interessantissimo articolo del prof Pisani:  Il Lavoro: strumento o fine? ma anche alla dispersione nella fruizione massiva dell’inutile, del superfluo che caratterizza la nostra epoca. Centinaia di ore della nostra vita buttate nel riempire la mente di fumo, nella contemplazione del fatuo (il grande centro commerciale, la partita, il negozio allettante, la pubblicità, il fitness, il sesso virtuale, il giochino elettronico, e perfino la finta devozione) oppure nell’affanno di un lavoro di cui non comprendiamo assolutamente il fine (se non quello di procurarci denaro per vivere).

Il luna park della vita ordinaria ha dunque due facce: in una si crede di divertirsi e di rilassarsi, nell’altra si crede di lavorare; in realtà le due azioni sono identiche.

Un equivoco furbissimo, a nostro avviso, ben programmato, di cui abbiamo parlato più volte e che non esitiamo a definire “diabolico”consente tale follia: il “lavoro”viene infatti considerato un diritto.

Ma possiamo dire che ogni azione umana è lavoro: anche un’azione sterile, in quanto dissipa e trasforma energia.

E, per un milligrammo di energia utilizzata per un fine trasmutativo, conoscitivo, ascetico, realizzativo ma anche semplicemente intellettuale, esistono tonnellate d’energia fine a se stessa, gettate nel macero dell’effimero. 

Per cui il famoso “tempo libero”, che in realtà non èaffatto tale e che molti impegnano in discoteca o in altri posti considerati “distraenti e divertenti”è perfettamente equivalente al lavoro in ufficio, in fabbrica. Dissipa enormi quantità di energia delle quali solo una piccolissima parte è“utile”e “bella”. Ognuna di queste azioni, infatti produce un esito, un risultato interiore ed uno esteriore.

Alcune di queste azioni si traducono in mera dissipazione e in addormentamento progressivo o anche…traumatico della coscienza di se:  cioè fanno entrare in un loop per cui tutta l’energia utilizzata produce un risultato autoreferente.

Tale risultato può essere apparentemente piacevole o spiacevole.

A loro volta la piacevolezza o spiacevolezza possono essere piùo meno “finalizzate”.

Ad esempio ci puòessere una iniziale spiacevolezza (fatica, impegno, sacrificio) che però conduce ad una piacevolezza (miglioramento della propria cultura, affinamento spirituale, aiuto per il prossimo, ecc.).

Ci può altresì essere una piacevolezza (eccitazione sessuale, inseguimento del potere, gratificazione dell’orgoglio, omaggio acefalo al senso del dovere, ecc.) che conduce ad una spiacevolezza (incremento della superbia, dell’ego, del materialismo, della superficialità, ecc.).

Ovviamente i processi si possono invertire e mescolare infinite volte, in funzione dello stato psicologico di colui che lavora dove gli altri si divertono o di colui che si diverte dove gli altri lavorano. Infatti alcuni lavori, se amati, possono essere straordinariamente divertenti mentre alcuni divertimenti, se odiati possono essere deprimenti.

Ci sono infine dei lavori indispensabili al funzionamento della vita (non posso non compiere determinate funzioni connesse al mio mantenimento (mangiare, respirare, dormire, muovermi, curarmi, ecc.)

Queste ultime azioni (e questo èl’aspetto piùsconvolgente dell’attuale società umana) sono state violentemente legate alle prime tre. Ad esempio, non abbiamo diritto di ripararci sotto un tetto se non abbiamo i soldi per assicurarcelo e, per assicurarci i soldi non è detto che si possa trovare un lavoro piacevole ma assai spesso sono costretto a farne uno spiacevole o sempre piùspesso, nessuno ce ne offre uno che ci consenta di automantenerci.

All’interno di questa spiacevolezza coloro che detengono i famosi e mai ben chiariti “poteri forti”hanno inserito falsi motivi gratificanti  e rassicuranti (successo, indipendenza “economica”, prevalenza, appartenenza ad un élite, riconoscimento, ecc.) contrabbandando il dovere di lavorare per procurarsi dei soldi per un diritto.

Per cui solo una infinitesima parte di questi soldi (ma veramente infinitesima) alimenta un lavoro che sia realmente utile a me o agli altri. Tutto il resto serve per alimentare una mostruosa macchina finanziaria che mangia continuamente i risultati di una fatica collettiva e individuale. Euna macchina progettata a tavolino, un mostro liturgico per distruggere lanima.

Ovviamente piùcreo dei falsi bisogni, delle dipendenze, per cui degli oggetti futili diventano indispensabili come mangiare e respirare, piùla macchina diventa enorme e richiede vittime sacrificali.

L’operazione satanica consiste nel far credere alle vittime sacrificali (lavoratori dipendenti e artigiani, studenti, professori, professionisti, ecc.) di essere liberi e indipendenti proprio perchè“lavorano”.

Se si fa coincidere il concetto di lavoro con quello di libertà…si crea una turlupinatura grandiosa.

Invece, a “monte”dell’esercizio di un lavoro,  dovrebbe esistere un nobile fine, uno scopo superiore che aiuti a comprendere il senso del lavoro stesso e della vita.

Solo quando si sia definito e compreso il senso per cui si lavora forse si puòtrarre dal lavoro stesso un motivo di edificazione. Per questo il lavoro artigianale o generalmente artistico (che poi èla forma di lavoro piùantica) ha una sua bellezza congenita e, generalmente offre a chi lo compie un profondo piacere: quello di compiere un’opera che conduce verso la bellezza o verso la perfezione, quello di vivere un sacrum facere in cui l’Opus e colui che opera diventano una medesima cosa.

 

Se amo la bellezza del mio lavoro posso farne anche uno strumento di conoscenza. Se odio il mio lavoro, creo solo motivo di astio verso chi me lo ha proposto o imposto e alimento la mia malattia esistenziale.

 

Il tempo sacro quale introduzione nel mondo dellattenzione e del ritmo

Questa civiltà fracassona e rumorosa ha divorato il tempo, e lo ha desacralizzato da quando ci si alza al mattino fino alla notte: lo ha riempito di bisogni, di necessitàfatue, di piccoli o grandi doveri apparentemente “sacralizzanti”(ad esempio per alcuni cristiani,  la Messa la domenica, viene vissuta come “dovere”e non come un “piacere”. Cioè la domenica si va a messa…perchèse no è peccato). E l’ipocrita scambio di abbracci con i quali si mette a posto una coscienza imbarbarita dal fatuo, fa equivalere un sublime atto rituale al timbrare il cartellino d’ingresso in azienda.

 

L’uomo Antico non ha queste falsità carnevalesche. Vive perennemente nel sacro, è costantemente in contatto con la divinità della natura e il suo agire è meraviglia rituale e perfezione di forme e di contenuti.

La preghiera è costantemente nelle sue mani, nella sua voce, nel suo cuore. Il lavoro e la fatica nel pensare o nell’agire sono un canto d’amore e il sacrificio è, appunto, il sacrum facere.

Non crea pena il sacrificio,non crea orrore, non offre repulsione costringendo a rifugiarsi nella liturgia e nella preghiera….solo quando ci si ricorda d’essere stanchi e di non farcela più!

Chi di noi ha partecipato all’edificazione di qualcosa di sacro avrà constatato sulla propria pelle e sulla propria anima che il sacrificio operato con la consapevolezza della sua funzione rende felici. Non sereni ma realmente felici.

Questo è però un elemento che crea grandi confusioni, sviluppando imbecillissimi masochismi in coloro che cercano attraverso il dolore e non attraverso il sacrificio, una ripulitura della propria anima.

Ma non è cosìche si pulisce l’anima. La fustigazione non ha mai redento nessuno ma l’edificazione di una cattedrale si!

Una cattedrale cela il nome dei suoi costrutturi tra le pietre, nasconde il fuoco d’amore tra i lumini del tempio, serra i suoi tesori dove nessuno puòvederli.

Ci sono tante cattedrali da costruire nella propria vita.

Anzi la nostra stessa vita è una cattedrale e perdere tempo a criticare ciò che non conosciamo, a chattare di imbecillità su un luogo imbecille come facebook, a disperdere cemento sacro sulla fatuitàdegli incontri inutili, dei rumori inutili, della vita inutile è quello che nel cristianesimo si chiama peccato.

Perder tempo a parlare “degli altri”a criticare, a pontificare, a professarsi i Savonarola che non siamo è un orrore senza fine: è veramente la porta sull’abisso del Male. E se ci pensiamo bene noi tutti, chi più chi meno, siamo…un peccato permanente aperto sull’abisso del male.

 

E allora come si fa a recuperare la sacralità del tempo?

Tutti i grandi pitagorici e, in buona parte, anche i grandi esponenti dell’esichia cristiana ce lo hanno spiegato da millenni. Per i filologi, amanti delle bibliografie rimando ai miei libri e ai tanti, assai migliori di me, che hanno parlato della sacralità del tempo, primo tra tutti Pavel Florenskij. Adattare i loro suggerimenti in questo mondo laico e ossessionato dal tempo può sembrare difficile. Eppure basterebbe re-introdurre il ritmo e l’attenzione nel proprio vivere quotidiano e basterebbe scacciare l’abulia. E già. Facile a dirsi.

C’è un libretto che ho scritto molti anni or sono e che si chiama “l’Attenzione spirituale”, nel quale ho tentato di mostrare, alla luce dei padri dellesichia, come attraverso la vigilanza interiore si apra una grandiosa porta sul Tempo sacro e si chiuda quella sul tempo profano. Per cui, sulla filosofia atta a recuperare la sacralità del Tempo, rimando a tale piccolo testo.

Qui vorrei far notare che tutto il Tempo è in realtà sacro. Ma ovviamente tale entità misteriosa viene in continuazione sommersa dalla profanità dell’azione e dalla superficialità nel viverla che ne distrugge l’efficacia.

Il tempo, attraverso la precipitazione convulsa verso il modernismo, viene sempre più percepito come uno scorrere di ore, anzi di secondi che creano urgenze, appuntamenti, obblighi, scadenze.

Nel medioevo i “secondi”non esistevano. Queste microparticelle diaboliche sono state scoperte…dagli orologi. Per cui la “pressione”sull’”urgenza”(totalmente artificiale) suggerita dalla corsa delle lancette o dei numeri sui dispay digitali, è un concetto modernissimo, assurdo, che crea l’importanza della parcellizzazione del tempo in frammenti utilitaristici, “produttivi”; in misuratori d’efficienza basati sulla ottimizzazione del “consumo”del tempo. Come si vede siamo di nuovo in un loop micidiale governato dal consumo.

E in tal modo si uccide la possibilità offerta dall’attenzione sacra nell’istante presente e reale; e si crea l’ansia da prestazione nei confronti di scadenze poco importanti. L’antica immagine di Chronos non aveva la falce che taglia le vite e impone un “prima”e un “dopo”rispetto ad ogni evento, ma aveva le ali che consentono il volo sopra la condizione ordinaria. Per cui il Vero Tempo, che la fisica moderna considera indissolubilmente collegato allo spazio, è una formidabile occasione di sperimentazione sensibile, un passaggio verso le indefinite possibilità dell’essere (come direbbe Guénon), un dono. Non è uno scorrere dei secondi, ma l’eterno fluire di un fiume. Ma dovrebbe essere riconosciuto come tale, collegato all’alba e al tramonto, al sole e alle stelle, alle stagioni, ai solstizi, agli equinozi ecc., e non agli orologi o al fasullissimo tempo del web che, tutto è, fuorchè reale.

Ovviamente, dentro un mondo pieno di “tempi”collettivi, dove si entra e si esce in massa da luoghi (chiamati impropriamente di “svago”o di “lavoro”che in realtà sono luoghi di prigionia) si resta assolutamente alienati dal contatto col cielo e con la terra. In tali luoghi è ben difficile ripristinare un contatto col sacrum: uffici, fabbriche, imprese, ministeri, mezzi di trasporto, ecc., tutto congiura per trasferire l’essere a dimenticarsi di se attraverso l’obbligo a “fare”, a “stare”collettivamente a “fruire”.

In tal modo il tempo sacro è stato massacrato, schiavizzato dalla necessitàdel fatuo.

Temo che sia ormai tardi per richiamare Chronos. E’ sicuramente morto così come è morto Pan. Ma forse, in qualche anfratto della coscienza, è ancora possibile una resurrezione.

Commenti  

# maria marcellina marfoli 2015-11-10 16:40
Salve,
comincio e finisco nel titolo, “Azione profana, tempo sacro e felicità” :
Condivido assai, quasi tutto,
non sarebbe complicato…..visto che tutte le azioni anche quelle così dette profane o faticose, possono essere tempo sacro e felicità, anche lo stare in prigione… basta essere quello che si è: cioè sacri…
alla radice credo ci sia, che viviamo (tutti)… quello che NON siamo.
Alcun potere esterno ha potere, se non glielo consegniamo.
Tanto più che più conosci te stesso, soprattutto nel proprio limite e nella propria de-ficienza e più si allargano i confini dal proprio ristretto- enorme io e si aprono all’ immenso, del quale siamo un riflesso …
e, dall’ immenso, ci viene incontro il nostro sacro, dono e realtà che viene restituita ai nostri occhi ciechi forse anche solo poco prima che si chiudano definitivamente a ciò che passa….
Ma si può fare da subito…anzi essere da “subito”, in questo eterno presente…nonostante tutto.
NON è troppo tardi, visto che l’ “orologio” è un artifizio!!...
E, chi sa…forse è una eresia, forse anche khronos fa parte di kairos…
Ringrazio e se è meglio rendetemi anonima
maria marcellina
# Claudio Lanzi 2015-11-10 17:06
Condivido la tua eccezione.
Hai ragione: Khronos e Kairos hanno entrambi le ali; ma il vero mistero è proprio in quelle di Kairos.
Credo che coloro che riescono ad aprirsi a quell'"immenso" di cui stiamo entrambi parlando, siano realmente pochissimi, temerari e soli. Il tempo sacro è talmente bello che mette le ali di Kairos al Sé, e distrugge l'io: perciò, in genere...mette paura.

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