980 Scuola IniziaticaLe scuole di carattere filosofico-metafisico od iniziatico, hanno quasi sempre avuto la necessità di “dogmatizzare” i metodi di scuola (similmente a quanto avviene nelle catechesi religiose) o, a volte, l’indiscutibilità del singolo “maestro”. “Tutto o niente” (un po’ come nei sistemi digitali) con una forte tendenza gerarchica e teocratica per la ricerca sia del "tutto" che del "niente".

Questa forte assiomaticità, difende potentemente e per così dire religiosamente, il “mondo dei principi di riferimento”, insomma le ragioni fondanti della schola che, anche nei casi che non richiedano una “fede” di partenza, presuppongono, quanto meno, una confidenza sull’affidabilità di chi insegna.

In realtà, a monte della strutturazione dei “catechismi” di scuola o di religione, esistono dei lunghissimi periodi di travaglio, di dialettica a volte feroce, attraverso convegni, congressi, concilii estremamente sofferti, dai quali escono spesso gli scismi, le scuole parallele, le devianze, ecc. 

La differenza di approccio intellettuale ad una “Verità” apodittica (accettata cioè per fede) ha infatti, come ben sappiamo, provocato faide crudeli, sia in oriente che in occidente e, qualora i sistemi principiali siano stati in totale disaccordo con i fondamenti “ontologici” di ognuno, si è arrivati addirittura alle cosiddette “guerre di religione” o ai cosiddetti “genocidi” etnici.

Ad alcuni può sembrare assurdo che ci si uccida per stabilire se Dio è uno o trino, oppure se il figlio discenda o meno dal Padre; eppure è abbondantemente accaduto….e seguita ad accadere.[1]

Per contro, in totale discordanza con tale dogmaticità assoluta, che porta verso lo scontro frontale fra principii divergenti, abbiamo la reazione relativistica che, come constatiamo in continuazione, ha portato all’attuale caos morale, al “liberismo forzato”, alla opinabilità su tutto. In questo caso il contrasto non è più fra “principii divergenti” ma fra... l’assenza totale di principi e il… fanatismo totale nell’affermare i propri.

Lungi da noi, in questo breve editoriale, voler entrare nel merito delle ragioni filosofiche e religiose che sostengono la Verità con leggi aprioristiche, sia che esse provengano dagli uomini come dagli dei ma, già il fatto che si parli di “leggi” e non di “legge”, mette parzialmente in crisi l’assioma guénoniano sull’unità trascendente delle tradizioni delle religioni e tradizioni … o per lo meno fa pensare che da questa “unità” sia derivata una digraziatissima diaspora che ha portato a considerare disprezzabili i principi degli altri e validi… soltanto i propri.

Questo non vuol dire che tonnellate di ecumenismo in buona fede (o, a volte, un tantino ipocrita) non ci abbiano abituato alla ricerca delle somiglianze oltre che delle divergenze tra sistemi dottrinari metafisici, filosofici o religiosi: indubbiamente, dei denominatori minimi totalizzanti sono sempre presenti: ad esempio la ricerca di un principio unificante “superiore”, di un "demiurgo", di una origine della manifestazione e di una direzione da perseguire. Ma sui principi teologici, sui metodi  e sull’etica esistono trincee, abissi insormontabili.

Forse proprio per questo, mentre i “religiosi” di ogni tradizione hanno assai spesso litigato accanitamente (un po’ come i “politici”), la stessa cosa non è successo fra gli ermetisti, gli alchimisti e i mistici che, in un modo o in un altro si sono sempre trovati d'accordo nella ricerca della pietra filosofale, o del contatto con l’ineffabile, sia che vivessero a Pechino, come alla Mecca, come a Roma.

 

Al di fuori delle considerazioni sull’esoterismo e l’exoterismo di una determinata tradizione, di una preminanza operativa dell'uno o dell'altro dobbiamo considerare che non esiste, in ambito religioso, filosofico e anche ermetico, una struttura totalmente esoterica o totalmente exoterica. Già il fatto di esser vivi e di dover mangiare e bere ogni giorno, ci rende "exotericamente" assai ancorati alle necessità del quotidiano, a prescindere dalla cherche du saint graal che può animarci interiormente.

Per cui, paragonando, come spesso accade, il vivere così come il filosofare, ad una navigazione in mare aperto, sia in ambito exoterico che esoterico, possiamo concordare sul fatto che, in assenza di una direzione di navigazione condivisa, di un capitano che provveda a farla rispettare, di una metodologia nel governo della nave e di un sistema gerarchico in cui sia sempre chiaro chi fa cosa, come e quando,….la nave è destinata ad affondare (e questa cosa è dimostrabile senza particolari problemi).

Tale principio, a seconda dell’approccio filosofico, appare a volte limitativo nei confronti della libertà individuale; infatti si può essere in disaccordo su chi debba essere il capitano, sulla direzione da prendere, su quali siano i compiti e le responsabilità di ognuno, ecc. ecc.… e sappiamo bene come il disaccordo totale porti alle sedizioni ed eventualmente alle rivoluzioni, alle dittature (temporali e spirituali) e a tutte le possibili forme d'anarchia.

Si dice che, per evitare le dittature, gli uomini abbiano “inventato” le democrazie, che realizzano una direzione e una forma di “governo” che dovrebbe essere condivisa e partecipata ma che, in realtà, si regge sulla scorta di colossali compromessi che, fatalmente, scontentano tutti. La meravigliosa res-publica platonica, che dovrebbe essere la panacea universale, si è spesso dimostrata, nelle applicazioni pratiche, come una male peggiore della dittatura e che porta alla deresponsabilizzazione di tutti (in quanto nessuno sente la cosa pubblica come cosa propria da difendere e amare) e conduce al predominio economico di pochi “furbi” che catturano consensi con formule populistiche accattivanti per poi spremerli democraticamente.

 

Dicono i più noti studiosi delle dottrine metafisiche che, un mondo che si rivolgesse a principi sacrali interiormente e universalmente riconosciuti, e in cui si potesse dare per scontata e acquisita la ricerca per identificazione di una Verità trascendente, in un mondo dove la fiducia in coloro che perseguono e tramandano tale verità fosse assoluta le discussioni tra gli uomini e i dubbi sulla attendibilità dei principi ontologici, dovrebbero avere ben poco senso; per cui sarebbe scontata e condivisa la necessità di regole basate sull’obbedienza, sulla disciplina, sull’ascesi. Anzi non sarebbe mai semplicemente obbedienza, ma entusiastica e naturale adesione. E questo vale per i due poteri, laico e religioso, così profondamente esaminati da Dante nel De Monarchia

Questo principio potrebbe essere tanto più vero quanto più il sistema fosse basato su una “ieraticità interiormente riconosciuta”, sia a livello sacerdotale che laico, anche se ben sappiamo come proprio in tale ottica si verificano facilmente i fanatismi e gli oltranzismi più acefali.

 

Perfino questo sistema, però, potrebbe entrare in crisi quando l’ascesi e la ricerca per adesione e contagio metafisico, venissero sostituite dalla necessità di dimostrazione della bontà e attendibilità dei principi adottati, o della dignità di colui o coloro che ne pretendono il rispetto.[2]

 

E’ infatti sempre accaduto che, ogni volta che le strutture religiose, o iniziatiche, o politiche (a volte le une si sono confuse con le altre) si sono prestate al dibattito o meglio, oserei dire che sono state… “profanate” dal dibattito, il meccanismo “tutto o niente” si è incrinato e le scuole sono state distrutte, sono nate le diaspore o, peggio le medesime strutture si sono trasformate in confraternite o sodalizi economici, orientati alla gestione del potere più che all’orientamento dell’anima.

Le antiche scuole, a partire da quella crotoniate, non potevano perciò consentire devianze rispetto all’insegnamento di quell’essere (amato, odiato, adorato, sopravvalutato o sottovalutato ma comunque insopportabile perché metafisicamente ingombrante) comunemente detto Maestro. Alla fine il punto centrale resta sempre quello: colui che insegna coincide con la dottrina insegnata.

O fai come dice lui, o te ne vai.[3]

L’esistenza di una mente moderna, o meglio individualista, utilitaristica, e direi anche “commerciale”, dal termine del medioevo in poi,ha finito per distruggere completamente le scuole arcaiche di cui sopra e ha pesantemente deviato anche le poche scuole che a tali principi tentavano di ispirarsi, introducendo il caos fra gli allievi e a volte confondendo i maestri, verso una anomala demento-crazia che procede ormai per contagio. Una domanda drammatica può distruggere qualsiasi struttura: E' la dottrina che emana dal Maestro o il maestro è frutto della dottrina?

Soprattutto oggi si rischia di precipitare sempre più verso la smielata necessità di una “idea partecipata”, diciamo pure di una proto-idea web (ci si scusi l’orrido riferimento mediatico) che formi il pensiero accattivante (figlio dell’ipocrisia e del disimpegno relativista), in genere molto forte dal punto di vista “associativo”, ma spianato verso il grigio, verso la banalità e verso la condivisione riduttiva dalla semplificazione del messaggio, che deve essere sempre più partitico, sempre più asservito alle sicurezze banali e assiomatiche di cui abbiamo bisogno: apparentemente libero ma in realtà imprigionato dal concetto laico e destruens di religiosità democratica, iperecumenica.

 Ma come può un cammino ieratico, tradizionale, iniziatico o ermetico, che di per se è fortemente selettivo e gerarchico, essere sottoposto ad una discussione sulla validità ontologica, senza risutare una contraddizione in termini?

La religiosità arcaica, quella impregnata di sacrum-facere e assolutamente certa sia del “fare come dell’”essere” sacro, quella che sfiora ogni cosa del creato con rispetto, con poesia sublime e con ammirazione sconfinata, rischierebbe di essere sostituita da un inscatolamento dottrinale, che abbatte la percezione del mistero e lo riduce ad una categoria filosofica!

 

Essendo perciò ormai assai lontani da quell’”initium” metafisico, in cui tale sacralità dell’”essere” e del “fare” erano assolutamente indiscutibili e coincidenti, perché una impregnata dell’altra e una dimostrazione della Verità dell’altra, in un universo “edenico” in cui si conosce perché “si è” e non perché si “ragiona” su ciò che si è,  il rischio, ormai evidente, è che una necessità prioritaria di una dottrina salvifica tranquillizzante possa mortificare e poi uccidere la ricerca di Se e trasformare il cercatore (il praticante, l’uomo “religiosus”) in un surrogato del “miste”, amplificandone l’aspettativa di gratificazione e appiattendone mortalmente l’intuito.

 

Insomma stiamo sostenendo che la difesa oltranzista di exoterismi formalmente rigidi possa far morire la struttura religiosa, come quella iniziatica, di sclerosi cardiaca, perdendo il senso misterico dei meccanismi rituali (nello ius e nel fas) utilizzati per la difesa stessa della struttura.

Viceversa sosteniamo anche che liberarsi relativisticamente dagli exoterismi formali, scivolando nel “chi sono io per giudicare” e in buonismi anarcoidi consimilari, ha una forza ancor più disgregante nei confronti dell’apparato simbolico e misterico che sostengono il rito.

 

Come evitare di farsi imprigionare da un modello asfittico… o di scivolare nell’anarchia o nel relativismo totale.

 

Oggi, soprattutto oggi, in cui il grande trucco dell’informazione e della “rete“ spinge le coscienze verso il basso e tutto, perfino la saggezza, perfino…l’illuminazione, soggiace alla logica dell’urgenza del tutto e subito, è assai difficile restare in equilibrio fra questi due estremi.

La proliferazione degli studi e delle informazioni accessibili sembra fornire ingannevolmente dei grandi serbatoi di conoscenza ma la voglia di impegnarsi sul serio in un cammino di ricerca e di virtù è scarsa, scarsissima, mentre la capacità di ascolto e di silenzio interiore è ormai sommersa dal rumore.

 

Uno dei più noti guru indiani del dopoguerra[4] (swami Paramahansa Muktananda) della scuola “siddha”, cioè di quel filone devozionale-gnostico, pieno di straordinari riferimenti ascetici, presente soprattutto nell’india del Sud, accoglieva centinaia di hippy, transfughi dall’occidente alla ricerca di una “Via” spirituale, domandando loro per quale ragione non cercassero la “liberazione” in occidente; insegnava che la scuola e il maestro non sono necessariamente sempre accettabili e condivisibili, …digeribili, nel metodo, nei sistemi, e perfino nelle proposte “principiali”. Per cui consigliava (a mio avviso assai saggiamente) a tutti, prima di aderire ciecamente a qualcosa di spirituale e di esotico, di farsi delle domande strategiche: interrogarsi sulle cosiddette “motivazioni”: Ma perché mai vuoi entrare in una scuola d’ordine spirituale; cosa è che cerchi veramente?

 

L’idea di aderire ad una scuola, doveva a suo avviso esser sorretta da una immensa fame di Verità e dal riconoscimento interiore assoluto che un determinato personaggio (il solito ingombrante maestro) avesse fortemente a che fare con tale Verità, o con la trascendenza che la circonda che si presuma veda assai meglio di chi la va a cercare presso di lui.[5]

Negli anni 50-60 in verità, una caotica, politicizzata, disordinata e assai pasticciata invasione dell’India da parte di giovani americani e in minor numero europei, andava alla ricerca di un confuso libertarismo, più che di una liberazione, e spesso trovava facili e furbissime accoglienze da parte di centinaia di guru fasulli; più raramente incontrava personaggi molto seri. La via aperta da ricercatori importanti come Wordroff, Tucci, Guénon, Comaraswamy ecc., aveva purtroppo involontariamente prodotto degli effetti “secondari” che dal filosofico erano velocemente precipitati nell’ “esotico”.

I ragazzi cercavano prima di tutto un’ascetismo “permissivo” e più raramente informazioni sul senso della ricerca: in buona parte avevano voglia di beatitudini a modico prezzo e scarsa voglia di conoscere se stessi e le proprie miserie.

 

Come ben sappiamo, nello stesso periodo, questa fuga verso oriente, che denunciava il massiccio crollo degli ideali filosofici e religiosi dell’occidente, portava altri (soprattutto gli sconfitti ideologicamente dell’ultima guerra di massa mondiale) verso le arti marziali giapponesi, verso le discipline zen. E proprio gli importanti incontri filosofici con l’oriente estremo, mediati dagli studiosi inglesi e tedeschi, avevano una ricaduta abbastanza generalista su eserciti di giovani sbandati alla ricerca di ideali.

Ad esempio, la ieratica e guerriera posizione di Mishima, diventò presto un feticismo autoreferente e venne avvolta e soffocata dalla “politica” della tradizione, perdendo completamente la sua funzione ascetica.

Per cui è accaduto che alcune idee assai complesse  (come le domande sulla esistenza o meno del traguardo, sul traguardo che coincide con la partenza, sulle dottrine del Vuoto, del conoscente e del conosciuto, del Se e non sé, ecc) si siano democraticamente diluite (come tuttora si diluiscono) sulla fruizione di massa alimentando la già montante corrente new age. E la cosa non è affatto terminata, anzi direi che sta peggiorando.

Altro che “ex Oriente lux!!”

Ho sempre avuto il vezzo di paragonare questo periodo al terzo secolo dopo Cristo, quando le correnti orientali imbastardite, avevano ormai completamente confuso i principi sacrali della Romanità.

Nel grande pentolone tuttologico si cucinanavano e seguitano a cucinare idee bellissime che qualsiasi praticante, con un pochino d’esperienza operativa, può trovare attraverso infinite edificanti letture: dai mistici renani, all’advaita Vedanta, all’esichia bizantino slava, al soto zen giapponese, al taoismo, al neoplatonismo rinascimentale, ai Padri del deserto, ecc.

Ma tutto viene decorticato e devirilizzato dalla privazione di valori autentici, dalla mancanza di condivisione spirituale che superi la superficiale acquisizione dell’informazione semplificata ed eviti una sincera e spietata ricerca delle motivazioni di base.  

Il conoscitore che vuol conoscere, senza conoscere chi è colui che conosce è una emerita presa in giro eppure è stato e seguita ad essere il grande equivoco che attraversa tutti i “movimenti” autodefinitisi spirituali.[6]

 

Ne deriva che buona parte delle scuole tradizionaliste nostrane, anche sotto la spinta di confusissime idee sul karma, sulla gnosi, sull'ascesi, filtrate da un oriente male interpretato,  sclerotizzate nella forma e lontane ormai dalla sostanza, partono a razzo con preghiere, meditazioni, catechismi, “magheggi" e riti d’ogni genere, senza porsi minimamente il problema di conoscere se stessi o, quanto meno, far chiarezza sulle proprie motivazioni.

Questo approccio denuncia a mio avviso, una tragica e totale ignoranza ontologica sulle radici dello spirito; e ciò è dimostrato dal fatto che qualsiasi sistema politico, qualsiasi organizzazione sociale e, in parte, anche qualsiasi sistema fideistico basano la loro “formazione” sul raggiungimento di “obiettivi” esteriori, sulla salvezza di qualcosa che non conoscono più, scavalcando la coerenza fra tali obiettivi e la conoscenza del Vero su se stessi e su ciò che è “altro” da se.

 

Diceva l’eremita Padre Costante, mio carissimo amico, che a monte della via iniziatica (quella che piace tanto a Guénon), a monte della stessa dottrina della salvezza (che appassiona i Tomisti), a monte della religiosità e dell’ascesi (che coinvolge i mistici) c’è la ricerca del Vero.

E per cercare la verità bisogna avere una enorme fame cardiaca di Verità o, in senso più “religioso”, di Dio[7]. Non si tratta di curiosità intellettuale che mi consente di scoprire (ad esempio) se il senso del “logos” in Cecco d’Ascoli possa essere diverso… da quello in Pico della Mirandola; non si tratta di ricerca storica per “dimostrare qualcosa” a qualcuno, non si tratta di affanno filologico (tutte cose importanti ma non indispensabili), ma di autentica e insaziabile fame d’Amore[8].  Se manca questa fame tutto il resto è vanitas vanitatum.[9]

 

La ricerca di Verità può essere ricerca della Bellezza, ricerca di Dio, ricerca di Pace suprema, della Illuminazione, della Perfezione o della Realizzazione. Anche se elenchiamo termini semiologicamente diversi, appartengono tutti alla Verità Suprema, alla Verità che abbraccia l’Universo e lo rende appunto UNO pur nella meravigliosa serie di differenze dall’Uno emanate, apparentemente inconciliabili; ma inconciliabili solo per chi le cerca al di fuori di se stesso.

E per avere una minima, minimissima possibilità di raggiungere il Vero bisogna avere il coraggio di soffrire come Geremia, di rinunciare come Gerolamo, di amare follemente come Jacopone, di combattere come Giovanna D’Arco, di mortificarsi come Francesco, di umiliarsi come Celestino, di cadere…come tutti noi, di rialzarsi come Lancillotto, e di morire sul campo, ad maiorem Dei gloriam. Tale espressione, che non è uno stentoreo aforisma templare ma un concetto metafisico di assai difficile da acquisire e realizzare, esalta la ricerca autentica equiparandola alla offerta di se, al dono totale.

Al coraggio del cavaliere che dona la sua vita alla Minne, o del trovatore che la dedica alla Rosa. E questa è una esperienza riservata a coloro che perseguono la Via eroica del Cristo o della Verità.[10]

Quindi la domanda suprema, che ha cambiato completamente la vita di tanti cercatori autentici di Dio e del Vero, non riguardava la felicità, la salvezza, la “realizzazione” ma la fame, la forza e il coraggio fino al sacrificio supremo, con i quali erano pronti a cercare la Verità o, se preferiamo, il Graal. A cercare e basta, senza contratti, senza…garanzie.

 



[1] Forse perché, contrariamente a quanto dice l’ineffabile Guénon, la congiunzione delle tradizioni man mano che ci si avvicina al centro della, non è così scontata e i confronti (e gli scontri) continui avvengono proprio perché tutti pretendono d’essere vicini al centro e non nella assoluta periferia della magica ruota della coscienza e della conoscenza.

[2] Tutte le tradizioni ma quella cristiana in particolare, sono sempre entrate in crisi nella definizione del rapporto fra rito e mistica. Un bellissimo articolo di Giorgio Bonaccorso tratto dal testo Mistica e Ritualità Mondi Inconciliabili? - ed Messaggero Padova 1999, affronta in modo molto interessante questo problema citando prima un testo di Ancelli Paparozzi “…il linguaggio misterico aderisce ad un contenuto esperienziale in cui non si realizza un semplice mathein, un insegnamento razionale a base dimostrativa ma un pathein, una partecipata esperienza delle cose divine” (tratto da Ancelli e Paparozzi La mistica alla ricerca di una definizione-Città Nuova) e poi prosegue:

L’iniziazione ai misteri è l’iniziazione che, grazie ai misteri,  rende possibile una esperienza religiosa e “mistica”. A questo livello il percorso rituale dei misteri e il cammino religioso della mistica sono molto vicini…..Tra il segreto rituale e l’interiorità mistica vi è un rapporto metaforico. Se ci poniamo dal punto di vista della mistica il segreto è una metafora dell’interiorità, ma se rimandiamo nel più antico contesto rituale è l’interiorità ad essere, per così dire, una metafora del segreto….è interessante notare come nel rito siano necessarie le tematiche dell’  “essere dentro” o “essere fuori”. Nel caso di riti di iniziazione,  questa tematica tra dentro e fuori funge da criterio di identificazione di un gruppo, di una comunità di un popolo..Da qualunque punto di vista ci si ponga quello del rito e quello della mistica, ciò che appare irrinunciabile è il riferimento ad uno “stacco” o ad un “passaggio”, quasi ad un velo che impedisce di guardare direttamente con gli occhi del vissuto ordinario.”

[3] Giamblico racconta un episodio molto significativo, spesso frainteso, sul rapporto fra allievo e Maestro: Nella Vita Pitagorica V libro, narra  che Pitagora tornò a Samo dopo lunghi viaggi e incontrò un giovane atleta che aveva il suo stesso nome e ne vide delle attitudini particolari. Tale atleta non aveva soldi per studiare e allora Pitagora senior iniziò a pagarlo purché lui si impegnasse ad apprendere i segreti della scienza sacra. E Pitagora “…con sommo zelo pazientemente lo guidava verso la conoscenza della scienza e gli dava tre oboli per lapprendimento di ogni figura geometrica”. Alla fine, lo scolaro, che aveva compreso la sapienza del Maestro e lo scopo di questo strano rapporto, disse: Anche senza il denaro che tu mi dai, sono in grado di assimilare i tuoi insegnamenti.  Allora Pitagora senior gli disse che non avendo più denaro da dargli tanto valeva che smettesse di studiare ma l’allievo rispose: per lavvenire provvederò io a te e, per ogni figura che mi insegnerai ti darò tre oboli”. E allora, dice Giamblico che tale allievo, unico tra i Sami, abbondonò la patria insieme a Pitagora e lo seguì nei suoi viaggi nel mondo.

[4] Parlo della scuola di Paramahansa Muktananda e del suo maestro Nityananda, assai inviso agli inglesi.

[5] A tale proposito renderei …obbligatoria, per tutti coloro che cercano, o dicono di cercare, la Via per realizzarsi, la lettura della “Nube della non conoscenza” (anonimo ed Varie)

[6] “…una reale liberazione non è possibile che attraverso una completa illuminazione e non basta rifiutare il mondo o negare i suoi problemi (il fraintendimento sul significato del distacco n.d.r)  cosa che può condurre, al meglio, verso la morte spirituale o il puro nichilismo (Anagarika Govinda - Les fondaments de la Mystique Tibetaine - Albin Michel 1960).

[7] Dice Anselmo d’Aosta nel Proslogion (1076): “Obsecro domine, ne desperem suspirando sed resperem sperando…. Obsecro Domine esuriens incepi querere te ne desinam ieiunus de te. Famelicus accessi, ne recedam impastus” - Ti prego o Signore, ho iniziato a cercarti affamato fa che io non rinunci digiuno di te….mi sono avvicinato famelico, ora fa che io non mi allontani senza aver mangiato”.

[8] Per capire cosa è questa “fame d’Amore” possono essere utili i tanti testi scritti sul tema: Da Marsilio Ficino ai padri del deserto a Suso e a Taulero tutti hanno parlato di questo “Amore”, sacro, profano, uranico, pandemico ecc. Ma mi viene in mente che quando si scrive tanto su un tema (l’ho fatto anche io con . Intelletto dAmore - Simm. ed 2 edizione 2007) vuol dire che la cosa è controversa e che assai spesso si cerca di cavarsela… intellettualizzando un tema che richiede solo fede, grazia (merzè, come dicevano i Trovadori) e intuito.

[10] Su tale tema consigliamo sia un testo recentemente prodotto da Simmetria “Fasciculus Rosarum Selectus” di Alberto Brandano della Mirandola (trad Valentina Dordolo) che la celeberrima “Imitazione di Cristo (anonimo del XII sec)

 

 

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