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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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(da "Sentieri Spirituali")

Cos’è  la Grazia?

In un contesto teologico cristiano esistono imponenti volumi, sia di patristica che di scolastica, che si occupano di questo argomento. Lungi da me l’idea di accodarmi a tale approccio, per il quale sono privo di dottrina ed esperienza.

E’ comunque evidente che per il “fedele” comune la grazia ha un sapore ed un significato accessibili dal punto di vista etico. E’ normalmente vissuta quale elemento di misericordia, connesso ad un intervento Divino, attratto a sua volta da u n atteggiamento di necessità o di disperazione di colui che prega, comunque, da una richiesta, da un bisogno.  Iniziamo col rilevare che il termine Grazia deriva da un’antica radice indoeuropea, presumibilmente gwerè, che indica l’azione del cantare inni di lode. Sotto diversi aspetti, la Grazia coincide dunque con il “canto” di colui che conosce la giusta intonazione per cantare un inno, l’unica che si traduca in una lode. Tale intonazione, rivisitando la Genesi in chiave mistica e musicale, è propria del Suono Principiale (quindi del Verbo) nel Padre che, attraverso lo Spirito, effonde Grazia. Grazia, dunque, come Virtù propria del Suono Creatore (Inno di lode e d’Amore di Dio per Dio) veicolato dal soffio dello Spirito.

Come vedremo, tale impostazione, che si ritrova in molte culture tradizionali anche se viene chiamata in modi diversi, viene abbondantemente utilizzata nell’iconografia medievale che offre, perciò, la visione di un percorso mistico inesauribilmente ricco di grazie. (….) In quest’ottica non va confusa la Grazia, con l’effetto della Grazia. Quello che viene invocato nei vari pietismi Cristiani è, in genere,l’effetto e non la causa. L’effetto è la guarigione, l’aiuto, il soccorso, ecc. La causa è la modalità dell’essere, è la disposizione dello spirito. Il primo atteggiamento è passivo e fatalista. Il secondo è guerriero ed eroico. A questo proposito  è opportuno ricordare  che l’antichità classica mediterranea ci ha tramandato il nome di tre Grazie: Erosine, Aglaia e Thala che , insieme alle Hore, accompagnavano varie manifestazioni divine, con particolare riguardo a Venere, Mercurio, Giove ed Apollo. Le Grazie presiedevano, infatti,all’armonia nelle relazioni umane ed a tutto ciò che era connesso al dare e ricevere, sia sul piano materiale che spirituale. La simbologia triadica delle Grazie, distinguendosi nettamente da quella delle Parche, può essere dunque efficacemente connessa alle tre fasi del prendere-conservare-restituire, proprie del ciclo equilibrato di qualsiasi manifestazione. Si nasce, si vive, si  muore, restituendo ciò che ci è stato elargito, sviluppando, purtroppo, una scarsa consapevolezza della perfezione e della necessità armonica, di tale processo, soprattutto, ovviamente, con la fase della “restituzione” che crea, come noto,alcuni problemi in ragione dell’avarizia che contraddistingue lo stato umano. Parallelamente alle Grazie, le Hore governano la ritmica (in genere tripartita ma, a volte, quadripartita se connessa alle stagioni) di di tale ciclicità e quindi sovraintendono al tempo. La ineluttabilità fatale della ritmica è, a sua volta, governata dalle Parche (o dalle Moire in Grecia) che sono nuovamente nel numero di tre. (…) Le Grazie, dunque, consentono l’espressione della virtuosità delle relazioni tra gli uomini e tra le cose della natura, in tutto l’universo. Tutto è governato da un continuo scambio. L’intera manifestazione è resa possibile e virtuosa dall’equilibrio grazioso fra le forse di attrazione, coesione, repulsione. E tutto ciò avviene con supremo distacco (quello di cui parlava Eckhart). Proprio il distacco è il mezzo nel quale si sviluppa l’azione senza sforzo

Claudio Lanzi

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