ATTORNO AD UN VERSETTO DEL TE DEUM

Credere significa porre fede (direttamente dal sanscrito dove crad-dha vuol dire fede e da-dha-mi che vuol dire pongo).

E fede, in una delle varianti sulla sua etimologia, fa derivare questa parola dal greco (giunta a noi attraverso il latino) a sua volta dal sanscrito nel suo siginificato di osservare, conoscere, sapere (budh-yate diventato in greco pynt-anomai che vuol dire conosco, diventato poi fides). L’altra variante fa venire fides da peit-homai presto fede, son persuaso, dal verbo peith-o che letteralmente vuol dire avvinco,  fino al sanscrito bandh o fid che vuol dire  legare (b e f  si scambiano per l’invertimento dell’aspirata).

Ora se aver fede significa anche conoscere, e siccome parliamo di verità ultime, o se si vuole della verità, laddove la parola non renda il senso di queste verità, noi sbandiamo o non ci rendiamo conto di quello che pensiamo, crediamo, diciamo.

“Secondo una suggestiva etimologia medioevale “credere” significherebbe “ cor dare”, dare il cuore, posarlo incondizionatamente nelle mani di un Altro; crede chi si lascia far prigioniero per Amore del Dio invisibile. Fede è resa, consegna, abbandono, non possesso, garanzia e sicurezza. Credere significa stare sull’orlo dell’abisso oscuro, è sentire una Voce che grida: “ Gettati, ti prenderò fra le mie braccia!”.

Ed è sull’orlo di quell’abisso che si presentano le domande inquietanti: se invece di braccia accoglienti ci fossero soltanto rocce laceranti? E se oltre al buio ci fosse ancora nient’altro che il buio del nulla? Come era solenne la curiosità di mio padre ammalato che mi chiedeva risposta al suo dolore, offrendomi la domanda: ci sarà qualcosa dopo la morte?
Domanda mescolata all’incertezza della conoscenza del grande Mistero”.

Così scrive un sacerdote che cura una rubrica in rete. Allora possiamo ben affermare, come dicevamo prima, che senza sforzo verso la conoscenza non c’è fede.
Vediamo dunque come si viene aiutati a credere.

Quello che segue è un versetto del Te Deum:
 “tu, ad liberandum suscepturus hominem, non horruisti Virginis uterum", cioè: "Tu (Cristo) che essendoti assunto il compito di liberare l'uomo, non avesti orrore dell'utero della Vergine", nella traduzione moderna, reperita su uno dei tanti libretti ad uso dei fedeli, diventa: "Tu nascesti dalla Vergine madre per la salvezza dell'uomo".

altIl senso generale del mistero dell’Incarnazione non viene stravolto, ma quello che non certamente appare nella traduzione è il Mistero, anzi i misteri.
Il latino è lingua precisa, sintetica, e se l'autore (Sant'Ambrogio o Sant'Agostino) usa uterum e horruisti vuole proprio che si mediti e si rifletta sull'utero, il vuoto, il vaso, il contenitore, l'origine della vita, contrapposto ad aver orrore di incarnarsi, eppure di averlo fatto per l'opera di redenzione.
Le parole latine indicano con precisione l'oggetto della meditazione, la sua possibilità di cantarlo, e sono un insegnamento teologico che si collega alla tradizione evangelica e all'insegnamento del Cristo.
In realtà traducendo con omissioni si passa sopra al Mistero, lo si riduce a pura mitologia, quasi poesia edulcorata, e con ciò si esorcizza la difficoltà del credere, e dunque si vanifica, a nostro avviso, la tensione verso la conoscenza, tensione senza la quale la fede, il credere, può diventare e spesso diventa una radice inaridita.

Dunque un primo problema si pone in questo senso: come il magistero (nel senso di chi sa e può insegnare) porge questi misteri.
Nel versetto appena citato è evidente che siamo al limite dell’incredulità: Dio, l’Essere Supremo, imprigiona la sua luce eterna e incorruttibile in un antro oscuro, fatti sangue e nervi, per poi uscire proprio di lì per salvare il mondo?
Se nel cantare col Te Deum, che è peraltro un canto di ringraziamento e di lode, non comprendiamo quello che stiamo cantando, e leggendo la traduzione (perché ormai dappertutto si canta in italiano), non sembra che abbiamo afferrato il concetto. E perciò di nuovo, che stiamo cantando, che stiamo dicendo di credere?

Il fatto che non si capisca il latino e che la traduzione tradisca il concetto è una grossa questione.

La differenza con il passato è che le nostre nonne, spesso semianalfabete capivano sicuramente meglio dei nostri tempi cosa significasse l’Incarnazione con il suo inquietante mistero e la consapevolezza tutta femminile dell’ingravidamento, del parto, il suo dolore, il suo cambiamento di stato, e con questa sensibilità l’avvenimento incredibile di partorire il figlio di Dio, senza sapere il latino.

Oggi tra la gravidanza vista quasi come una malattia (monitoraagi a tutto spiano durante la gestazione, amniocentesi e soprattutto terrore di avere un figlio non perfetto, con tutto quel che ne consegue in termini di frutto dell’amore, accoglienza etc.) e il tentativo di non misurarsi con la nascita (come evento naturale da che e esiste il genere umano e sempre sorprendente) per mille motivi, legittimi o sensati o assolutamente improponibili, invece questa consapevolezza e sensibilità sembrano assolutamente perse, e al massimo si dirà che quella nascita fu un miracolo e perciò credo, quando il problema non è certamente il miracolo (che etimologicamente significa solo cosa meravigliosa, che a sua volta vuol dire soltanto cosa da ammirare) e non il mistero che lo sottende.

Tocca fare una digressione.
Con l’avvio della scuola democratica e di massa, per motivi che non staremo inutilmente qui ad indagare, il latino fu abolito.
Nel 1962 viene istituita la scuola media unica obbligatoria e gratuita, lo studio del latino diventa  facoltativo nella terza classe, ma  consente di accedere al ginnasio-liceo. Nel 1977 fu definitivamente soppresso dal piano di studio della scuola media.
Il latino viene estromesso in modo graduale (con la legge n. 1859 del 31/12/1962 veniva eliminato in I media, rimaneva obbligatorio in II, diventava facoltativo in III; con la legge n. 348 del 16/6/1967 veniva eliminato del tutto), di conseguenza vengono modificati i programmi di insegnamento del latino nella quarta e quinta classe del ginnasio (DPR 9/9/78 n. 914) e nel triennio del liceo classico (DPR 31/9/1980 n. 316). Nel frattempo, era stata abolita la prova scritta di versione dall’italiano in latino (DPR 4/7/1969). Questo in modo da abituare e convincere a farne a meno senza troppe resistenze, non certo degli studenti, ma dalle menti più avvertite dell’epoca, e che non erano poche.

Il perché di questa digressione è presto detto.
Perdere le proprie radici, poi specie nelle parole che usiamo per esprimere concetti e per pensare e per ragionare, ma soprattutto per pregare,  è come perdere da un lato identità culturale, dall’altro obliare pian piano le radici storiche del mondo nel quale siamo nati, infine impoverire la lingua avvicinandola al gergo, alla sua progressiva incapacità di facilitare le relazioni tra gli uomini e quella con l’inconoscibile, ridurre via via il pensiero e le sue articolazioni linguistiche soltanto verso i bisogni più elementari.

Lo slang serve solo a questo, e per questo si diffonde planetariamente, spingendo verso il nulla spirituale, e non solo nel campo del sacro.
E’ argomento piuttosto dibattuto tra le teste d’uovo, ma rappresenta anche uno dei marker per stabilire al mondo d’oggi se sei di destra o di sinistra, se sei reazionario o progressista. Inutile dire chi sia il progressista e il reazionario in questa storia del latino.
Che questo vento “progressista” abbia investito come un uragano il magistero cattolico è cosa ormai nota, ma la discussione del latino nella liturgia rimane una di quelle discussioni ancora aperte, al punto che il solo permettere, si badi ben permettere, che gruppi di fedeli volontariamente chiedano l’uso della messa in latino, fa gridare allo scandalo e mette in moto tutto il circuito mediatico contro la reazione clericale di cui Benedetto XVI è ovviamente il capofila.

Riferiamo a mo’ d’esempio il parere, peraltro diffuso, di una nostra conoscente, che non mette piede in chiesa da quando si è “liberata”, che è convinta che un potere reazionario e ottuso impersonato dal mite Benedetto XVI ha imposto ai  poveri credenti che ancora frequentano la messa, cioè il ‘popolo’, l’ascolto obbligatorio della liturgia latina per tenerli nell’ignoranza.
Come si vede si rovesciano i termini: le traduzioni italiane sono la verità. Naturaliter democratiche e popolari, il latino è l’ignoranza. C’è da rimanere sbalorditi se se ne avesse ancora la forza.
Il versetto sopraccitato invece rimette nel giusto verso la discussione: horruisti, uterum virginia, tre parole precise, un mistero che ne rimanda ad altri e sul quale puoi meditare e darti delle risposte, o meglio continuare ad indagare.
Per es. perché nascere in una donna, e in una vergine, non poteva materializzarsi così come un angelo, e se si sceglie la donna, perché vergine, perché non già madre? E cos’è la donna e la sua specificità di accogliere la vita e darla (variamente e invano negata come specificità da quell’esercito variegato e inconsistente nelle sue eculubrazioni dalle donne ‘liberate’ dalla schiavitù della procreazione al movimento dei transgender, dark, queen e omosessuali che dir si voglia agli scienziati che clonano, fabbricano chimere etc?)
A quelle domande non c’è una risposta certissima per la mente umana, se non nella ricerca vieppù faticosa della conoscenza, per poter ritornare allo stato originario, al “come bambini” di evangelica memoria. Non si può ritornare bambini da adulti se non si è ricercato, e la ricerca potrebbe non finire mai, come mai non finisce, ma ci avvicina al credere con più consapevolezza.

Crediamo che il problema sostanzialmente non sia tra passatisti nostalgici e progressisti moderni e democratici, ma di ben altra natura.
Il latino per alcuni non è una lingua sacra,  ma soltanto liturgica, comunque noi sappiamo che
L'antica sapienza, racchiusa nelle opere letterarie romane e greche, e parimenti i piú illustri insegnamenti dei popoli antichi devono essere ritenuti quasi aurora annunziatrice del Vangelo, che il Figlio di Dio, «arbitro e maestro della grazia e della scienza, luce e guida del genere umano»ha annunciato su questa terra…. Nella varietà di queste lingue certamente si distingue quella che, nata nel Lazio, in seguito giovò mirabilmente alla diffusione del Cristianesimo nelle regioni occidentali. Giacché, non senza disposizione della Divina Provvidenza accadde che la lingua, la quale per moltissimi secoli aveva unito tante genti sotto l'Impero Romano, diventasse propria della Sede Apostolica e, custodita per la posterità, congiungesse in uno stretto vincolo, gli uni con gli altri, i popoli cristiani dell'Europa.
Infatti, di sua propria natura la lingua latina è atta a promuovere presso qualsiasi popolo ogni forma di cultura; poiché non suscita gelosie, si presenta imparziale per tutte le genti, non è privilegio di nessuno, infine è a tutti accetta ed amica. Né bisogna dimenticare che la lingua latina ha nobiltà di struttura e di lessico, dato che offre la possibilità di «uno stile conciso, ricco, armonioso, pieno di maestà e di dignità» che singolarmente giova alla chiarezza ed alla gravità… Per suo mezzo, infatti,  si educano, maturano, si perfezionano le migliori facoltà dello spirito; la finezza della mente e la capacità di giudizio si acuiscono; inoltre, l'intelligenza del fanciullo viene piú convenientemente formata a comprendere e a giudicare nel giusto senso ogni cosa; infine, si impara a pensare e a parlare con sommo ordine.
Se si riflette su tutti questi meriti, si comprende perché i Pontefici Romani cosí frequentemente hanno sommamente lodato non solo l'importanza e l'eccellenza della lingua latina, ma ne hanno prescritto lo studio e la pratica ai sacri ministri dell'uno e dell'altro clero, senza omettere di denunciare i pericoli derivanti dal suo abbandono.
Spinti anche Noi da questi gravissimi motivi, come i nostri Predecessori e i Sinodi Provinciali, con ferma volontà intendiamo adoperarci perché lo studio e l'uso di questa lingua, restituita alla sua dignità, faccia sempre maggiori progressi. Poiché in questo nostro tempo si è cominciato a contestare in molti luoghi l'uso della lingua Romana e moltissimi chiedono il parere della Sede Apostolica su tale argomento, abbiamo deciso, con opportune norme, enunciate in questo documento, di fare in modo che l'antica e mai interrotta consuetudine della lingua latina sia conservata e, se in qualche caso sia andata in disuso, sia completamente ripristinata.

Purtroppo vi sono parecchi che, esageratamente sedotti dallo straordinario progresso delle scienze hanno la presunzione di respingere o limitare lo studio del Latino e di altre discipline di tal genere… Precisamente mossi da questa necessità, Noi riteniamo che si debba intraprendere il cammino opposto. Poiché l'animo si nutre e compenetra di tutto ciò che maggiormente onora la natura e la dignità dell'uomo, con maggiore ardore si deve acquisire ciò che arricchisce ed abbellisce lo spirito, affinché i miseri mortali non siano freddi, aridi e privi di amore, come le macchine che fabbricano…

Infine, in virtú della Nostra Apostolica Autorità vogliamo ed ordiniamo che quanto abbiamo stabilito, decretato, ordinato ed ingiunto con questa Nostra Costituzione resti definitivamente fermo e sancito non ostante qualsiasi prescrizione in contrario, pur degna di speciale menzione”.

Dato in Roma, presso San Pietro, il giorno 22 febbraio, Festa della Cattedra di San Pietro Apostolo, nell'anno 1962, quarto del Nostro Pontificato.

Noi dunque sappiamo questo da un papa, che i nostri amici contrari all’uso del latino, nella loro presumibile (mi si perdoni l’orgoglio) ignoranza attribuirebbero a Benedetto XVI o a Pio XII, o al … cardinal Ruini.
Purtroppo per loro questo autoritario pontefice, che vuole e ordina, è l’idolo del loro progressismo, Giovanni XXIII, il quale voleva e ordinava quanto sopra nello stesso anno 1962, in cui i pedagoghi del Ministero della Pubblica istruzione decretavano l’espulsione del latino dalle scuole.
Dunque dicevamo che il testo in latino rimanda sempre più al mistero come precisione, come generalmente sono in grado di fare le lingue sacre. Ora ciò che andiamo dicendo ci fa capire di più perché esista una deriva nella liturgia, nei riti, e di conseguenza nella comprensione dei testi da parte della maggioranza, e che tutto naufraghi in un indistinto desiderio di pace e di bontà, in cui il mistero, la riflessione su di esso, lo stimolo alla ricerca interiore hanno poco spazio.

Fatte salve ovviamente le isole della “conservazione” e della “reazione”, nonché di quei gruppi o associazione minoritarie che coltivano nel loro interno questa strumentazione e questa riflessione.
Tornando sempre al versetto del Te Deum, vogliamo far notare che l’edizione del 1965 del messale festivo, aggiornato quando già si diceva la messa in italiano, ma interamente e fedelmente tradotta da quella latina “secondo le nuove disposizioni liturgiche promulgate dal Concilio Vaticano II”, riportava esattamente la traduzione che abbiamo trascritto più avanti.
E’ evidente che se si voleva conservare anche tenendo conto, purtroppo, dei ‘tempi moderni’ nella messa in italiano una traduzione fedele, si poteva fare (e si fece per poco tempo) mantenendo la Tradizione senza tradire lo spirito e la lettera della Messa. Quel messalino festivo non faceva altro che trasporre, senza nulla omettere ciò che apparteneva alla Tradizione consolidata della liturgia cattolica. Pertanto è vero quello che si sostiene dai cosiddetti ‘tradizionalisti’: lo stravolgimento del rito e del testo è un’opera di sovvertimento teologico, e un trasferimento ad un’assemblea democratica sine dignitate di quelle che sono le prerogative del sacerdos pontifex, senza del quale il rito misterico è fortemente inficiato.

Tutto questo c’entra con le traduzioni nel momento in cui si stravolge e si equivoca, facendo prendere fischi per fiaschi ai fedeli che vogliono ‘credere’, ma che così rischiano di ‘credere’ in altro. La deriva progressista della Chiesa sta tutta qui, e rimanda ad altre strategie inziatiche e/o controiniziatiche  di cui si potrà parlare in altro momento.
Abbiamo già detto che le tre parole rimandano ad un mistero tra gli altri: quello della scelta della donna, della vergine, resa madre dalla grazia nonostante l’orrore per noi umani di immaginare la luce eterna  ed incorruttibile precipitare nel buio.
Ci preme invece continuare sul discorso delle traduzioni, perché proprio poi sul tema della Vergine, al di là dell’intuitivo sentimento popolare di devozione alla Madonna (madre, dolore, parto, figlio, accoglienza etc.)  si sono operate delle trasposizioni ancor più devianti, se possibile.

Faremo qualche altro esempio per chiarire.
Nelle litanie della Vergine, questo meraviglioso viaggio di preghiera che è come nuotare in mare aperto dalla prima litania per approdare al porto sicuro della sua conclusione (Regina pacis), in alcuni versetti la traduzione ha offerto il peggio di sé.
Spesso si  stenta a immaginare il motivo, se non in una volontà quasi diabolica di allontanare qualsiasi riflessione e drammatico interrogativo.
Ribadiamo la nostra convinzione, in questo confortati da pareri autorevoli di papi e santi, che il latino renda esattamente il pensiero di chi ha concepito le litanie. Perciò la traduzione che se ne discosta rende un cattivo servizio alla verità (a parte il godimento estetico, che contrariamente a quel che comunemente si pensa, vuol dire, etimologicamente, sensibile, capace di sentire e sentire anche con i sensi, con tutto quel che ne consegue parlando di invocazioni rituali).
[Già l’introduzione della sesta decina nel rosario ci lascia più che perplessi, essendo chiaro il legame tra il numero e  il ritmo della preghiera e la sua sapienza numerologica. Il sei introduce a nostro avviso una dissonanza: è vero che per i pitagoirici era un numero perfetto e cosmico (perché era il prodotto del principio maschile e femminile), e di conseguenza nelle varie tradizioni viene associato alla creazione, ma è numero pari, ed esprime generalmente la congiunzione di due opposti, una perfezione in potenza, in bilico verso l’alto o verso il basso. Non è un caso  che  il triplo sei indica la suprema imperfezione, l'umanità estrema contrapposta al divino, l'arroganza umana].

Speculum iustitiae = specchio di giustizia traduzione attualmente recitata Specchio di perfezione
Causa nostrae laetitiae= causa della nostra letizia,  traduzione attualmente recitata Causa ( o fonte) della nostra gioia,
Vas spirituale= vaso spirituale, traduzione attualmente Tempio dello Spirito Santo,
Vas honorabile= vaso degno d’onore, traduzione attualmente recitata Tabernacolo dell'eterna gloria,
Vas insigne devotionis= vaso insigne di pietà, traduzione attualmente recitata Dimora tutta consacrata a Dio, Santuario della divina presenza

Di primo acchito sembrebbero delle traduzioni accettabili, ma a ben guardare non lo sono. Gli autori dei versetti hanno usato termini come vaso, specchio, giustizia, degno, onore, pietà, insigne, letizia.
Nelle traduzioni troviamo perfezione, dimora, tabernacolo, santuario, divina presenza, gloria eterna, tempio.
E’ come se alla spiritualizzazione della materia e alla scelta accurata di termini che rimandano alle virtù cardinali e teologali, di modochè la carnalità di una vergine si trasfiguri grazie all’influsso divino, si sostituisse da un lato l’occultamento della materia, pur sempre creazione divina (e non oggetto di disprezzo), e dall’altro una terminologia che possa fare a meno delle virtù e delle qualificazioni, per declinare verso un atteggiamento soggettivistico, devozionale e sentimentale nella sua evidente infedeltà al testo.
Può sembrare pedanteria, ma perfino il termine letizia (ricordate S. Francesco? La perfetta letizia?) e il termine gioia significano cose diverse, anche se simili.
Sulla questione del femminile e del rapporto con il maschile, e sulla vergine, e anche su quell’uterum, crediamo che nel libro di Claudio Lanzi, Intelletto e amore, si trovi tutto quello che serve.

Delle due l’una: o chi ha scritto le litanie era un po’ rozzo (ma il latino è lingua più che precisa) o chi ha tradotto non vuol più dire o sentir dire questi principi (e a sua volta li trasmette). Propendiamo per la seconda interpretazione, ovviamente, convinti che il mistero e la conoscenza debbano essere invece al centro del rito e della ricerca, anche se costa qualche fatica (cos’è cercare una via senza sforzo? Nulla), che consiste alla fin fine abituarsi ad ascoltare il latino con una comoda traduzione (fedele) accanto, fino a che suono e significato non alberghino nel praticante.
Altrimenti dovremmo concludere che per circa 1300 anni, tanti sono passati dalla fine del latino come lingua parlata, la messa e altri riti siano stati proprietà privata dei celebranti e e mai compresi dal “popolo”. Eppur sappiamo, perché apparteniamo ad una generazione che è cresciuta con la messa in latino, che non è affatto così. E sappiamo anche laddove non arriva la percezione intellettiva arriva la comprensione del cuore, che sa riconoscere il sacro e il mistero che si celebra.

Vi è un’ultima obiezione che riguarda la conoscenza e la pratica di questa lingua presso i popoli non di origine latina. Su questo interverremo un’altra volta, resta il fatto che gli adattamenti a lingue molto diverse sono stati concessi e fatti, allo scopo di portare piano piano a gustare e fare esperienza della liturgia.
Basti assistere ad una messa africana, dove le lingue locali, spesso ricolme di dignitas,  si mescolano ai Kyrie, ai Sanctus (a parte l’estrema religiosità che vi si respira) per rendersi conto della superficialità di quelle convinzioni che ritengono doveroso “modernizzare” per “farsi capire”. L’unica cosa che si capisce da queste convinzioni è che il rito, il ritmo, la concentrazione, la fedeltà alla tradizione, l’esperienza del sacro e del mistero, così insomma vanno a farsi benedire.

Per questo il rigore del latino diventa forma e sostanza della liturgia, ed è vitale conservarlo e trasmetterlo, perché pur ammettendo la buona fede della traduzione, il minimo che si possa dire è che della fedeltà alla tradizione non gliene importa quasi nulla.

Post scriptum
Riescono i tradizionalisti a trasmettere questa tradizione? Non del tutto. O non sempre, al di là delle intenzioni.
Un limite però lo avvertiamo.
Per esempio alle messe cantante tradizionali, da un po' di tempo qui a Roma, altrove non sappiamo,  il coro si cimenta in musica sacra polifonica.
Le conseguenze di ciò sono: il sacerdote se ne va per conto suo nella celebrazione, le preghiere non sono più udibili, perchè il celebrante, una volta recitate, si va a sedere aspettando che il coro finisca (per es. all'introito, al kyrye, al gloria, al sanctus e via dicendo).

Chi assiste alla messa non è materialmente in grado di "associarsi" alla celebrazione perchè solo se sa effettivamente quello che il celebrante sta facendo può in qualche modo capire che cosa stia succedendo e il procedere del rito.
Per non parlare dell'impossibilità di praticare attivamente quelle parti che prevedono il dialogo tra celebrante e fedeli.
Poi la musica polifonica oltre ad escludere chi assiste dal canto giocoforza, spesso diventa una virtuosistica miniesibizione.
La sensazione a volte è di totale esclusione dall'evento anche si cerca di "raccogliersi", cosa  peraltro difficile perchè i coristi finiscono col distrarre.
Potrebbe essere che uno si debba concentrare sulla bellezza melodica, ma ahimè non sempre le scelte sono felici, anche per questione di gusti musicali.

In conclusione, a volte sembra di essere andati a un concerto di musica sacra; e basta.
La messa tradizionale possiede il ricco e inesauribile tesoro del canto gregoriano, l'unico degno di essere considerato una preghiera (a parte il fatto che esso è conosciuto dai fedeli che partecipano al rito, e che lo cantino o meno, li spinge nella direzione dell'unum sint da un lato, e li aiuta spiritualmente).

Ecco un pericolo quindi da evitare:  a furia di essere "pedanti" nella riproposizione della tradizione si rischia di essere lontani in realtà.
Per esempio quest’anno abbiamo fatto esperienza nella messa in coena domini del giovedì santo, che la partecipazione ai misteri era quasi impossibile, perfino il tantum ergo di Tommaso d'Aquino, che si intona per la traslazione delle ostie dall'altare al "sepolcro", canto che i tradizionalisti sanno a memoria e che si intona tutti insieme alla processione stando in ginocchio è stato cantato con interpolazioni polifoniche, di fronte alle quali lo stesso celebrante che deve guidare il canto stava zitto.

A noi sembra che in questo modo avvenga lo svuotamento profondo del rito, dei gesti, lasciando la perfetta ritualità esteriore, fine a se stessa e senza anima.
Si capisce quindi come dei fedeli, che probabilmente erano stati invitati da qualcun altro ad assistere in quell’occasione, sostenevano chiaro e tondo che non avevano capito niente… Non è proprio un bel risultato, né c’è bisogno di chissà quale preparazione per assistere a queste celebrazioni, se anche le nostre mitiche vecchiette semianalfabete riuscivano senza problemi a parteciparvi.
Insomma dalla caciara delle messe moderne, distraenti e incasinate a quelle perfette e levigate come una pietra tombale, sembra non esserci la capacità di trovare un equilibrio.

Con lo scimmiottare il barocchismo con qualche secolo di ritardo, si rischia di rendere un cattivo servizio alla causa che si intende promuovere (ripristino di una sacra e ben orientata liturgia) ingenerando il dubbio che può diventare difficile assistere ad una messa tradizionale cantata senza sentirsi "spettatore" di virtuosismi e poter finalmente pregare cantando (interiormente ed esteriormente).

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