Nell'accogliere con grande piacere e commentare brevemente questo importante articolo di Luisa Guidetti, ci piace suggerire dei collegamenti alle diatribe prodotte dalle riforme conciliari che, dal 1960 hanno portato a quelle liturgie "moderniste" e accattivanti, su cui Epimeteo, Vox e alcuni altri, si sono espressi in modo abbastanza chiaro.
Anche il sottoscritto, (che ha assistito impotentemente alla diaspora di un ordine tradizionale nell'ambito della chiesa cattolica, e che ora vede con quanta fatica si cerchi di tornare parzialmente indietro) ne ha scritto in diversi editoriali che compaiono in questo sito.
Come sa bene buona parte dei nostri lettori, la liturgia tridentina di S. Pio V. affonda le sue origini su una liturgia cristiana primordiale. Snaturarla è stato, a nostro avviso, un atto che ha prodotto lacerazioni gravissime le cui conseguenze dureranno nei secoli a venire. Opporsi alla richiesta dei fedeli che desiderano ardentemente il ripristino della Messa in latino (cosa che stanno facendo in modo più o meno palese molte diocesi cattoliche nonostante la contrarietà del Papa), è, a nostro avviso, un atto scientemente distruttivo. Distruttivo dal punto di vista spirituale, costruttivo dal punto di vista della mondanità della chiesa e del trionfo dell'ignoranza.
A ognuno le sue responsabilità e il carico delle stesse.
L'articolo di Luisa Guidetti parte da San Cirillo di Gerusalemme da non confondere con quello di  Alessandria. Cirillo nacque a Gerusalemme il 315 circa e vi morì nel 386 circa. Fu vescovo di Gerusalemme e dottore della Chiesa. Autore di 24 Catechesi, istruzioni religiose impartite ai catecumeni e ai neofiti. Si dice di lui che fosse anche che fosse un mago, perché attribuiva singolare importanza ed efficacia ai luoghi della predicazione.
Vogliamo precisare che, quanto sopra da noi affermato è relativo esclusivamente alla nostra posizione spirituale e non impegna assolutamente quella della dottoressa Guidetti, che è puramente filologica, tecnica, e non prende alcuna posizione sugli orientamenti attuali e pregressi del Vaticano.

C.L.

L’intento del presente lavoro è di risalire alle origini del rito battesimale a partire dalla quinta catechesi mistagogica di Cirillo di Gerusalemme.
«Il termine mistagogia ha origine dal verbo greco “myeo” ed è legato, sempre in contesto sacrale, al significato di “insegnare una dottrina” e, quindi, “iniziare ai misteri”. “Mistagogia” è sempre in stretta connessione con “mysterion”, “mystikos” e “myste”»[1].
A prima vista l’epoca di composizione delle catechesi mistagogiche di Cirillo, ossia la fine del IV secolo, è un periodo molto tardo per le origini del battesimo. Inoltre bisognerà spiegare perché allo scopo indicato venga utilizzata proprio la catechesi mistagogica quinta, dal momento che al battesimo sono destinate le catechesi prima e seconda.Tutte e cinque le catechesi mistagogiche di Cirillo sono precedute da una lettura biblica che insieme alla catechesi costituisce la celebrazione mistagogica.Alla quinta catechesi viene premessa la lettura di 1Pt 2, 1-10, che, secondo i biblisti, ha a che fare con una liturgia battesimale. Si tratterà perciò di vedere se all’interno della quinta catechesi mistagogica di Cirillo non sia rinvenibile un materiale liturgico più arcaico, o al più contemporaneo, di 1Pt 2,1-10.

Ritengo utile fornire innanzitutto il testo dell’intera catechesi mistagogica quinta, contrassegnando con diversa grafia i paragrafi 11-18 dedicati al “Padre nostro”, che esulano dall’anafora:

Quinta catechesi mistagogica e lettura della lettera cattolica di Pietro: “Rigettando dunque ogni malizia, furberia e maldicenza”, ecc.

1. Per la filantropia di Dio, nelle precedenti riunioni, voi avete sufficientemente inteso parlare del battesimo, della crismazione e della partecipazione al corpo e al sangue di Cristo. Ora bisogna passare a ciò che segue, poiché oggi noi dobbiamo porre il coronamento all’edificio del vostro profitto spirituale.

2. Dunque voi avete visto il diacono dare l’acqua per lavarsi le mani al pontefice e ai preti che stanno attorno all’altare di Dio. Non è a causa dello sporco corporale che la danno loro; non è questo. Noi infatti non avevamo sporcizia corporale quando all’inizio siamo entrati in chiesa. Ma lavarsi le mani, è un simbolo del nostro bisogno di purificarci da tutti i peccati e da tutte le trasgressioni. Come infatti le mani sono il simbolo dell’azione, lavandole noi alludiamo al carattere puro e irreprensibile delle azioni. Non hai tu inteso il beato Davide mistagogizzare (mystagogountos) e dire: “laverò le mie mani in mezzo agli innocenti e andrò attorno al tuo altare o Signore”? Così dunque, lavarsi le mani è non essere più nel numero dei peccatori.

3. In seguito il diacono annuncia: “Accoglietevi gli uni gli altri, e salutiamoci a vicenda”. Non pensare che questo bacio sia dello stesso genere di quelli che vengono dati sulla piazza tra amici ordinari. Non c’è niente di questo. Ma questo bacio unisce le anime tra loro, e genera per esse l’assenza di ogni risentimento. Significa dunque, questo bacio, che le anime si uniscono e bandiscono ogni risentimento. Per questo il Cristo disse: “Se tu porti la tua offerta all’altare, e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta all’altare e va prima di tutto a riconciliarti con tuo fratello poi vieni a presentare la tua offerta”. Così dunque, questo bacio è riconciliazione e per questo motivo è santo come lo proclama da qualche parte il beato Paolo: “salutatevi gli uni gli altri con un bacio santo”, e Pietro: “Salutatevi gli uni gli altri con un bacio di carità”.

4. Dopo questo il pontefice esclama: “In alto i cuori!” Veramente infatti in questo momento terribile bisogna tener alto il cuore verso Dio, e non in basso verso la terra e gli affari terrestri. A questo punto dunque il pontefice d’autorità ingiunge a tutti di lasciar da parte le preoccupazioni, le cure domestiche e di tenere il cuore verso Dio filantropo. Voi rispondete allora: “ Lo teniamo verso il Signore”, obbedendo al precetto con questa confessione. Nessuno si trovi là per dire con la bocca: “Lo teniamo verso il Signore”, mentre nel suo pensiero si occupa delle preoccupazioni della vita. In ogni tempo certo bisogna ricordarsi di Dio; che se questo è impossibile a causa della debolezza umana, è soprattutto in questo momento che ci si deve applicare.

5. Poi il pontefice dice: “Rendiamo grazie al Signore”. Infatti veramente noi dobbiamo rendere grazie perché, essendo indegni, ci ha chiamati a una così grande grazia, perché essendo nemici ci ha riconciliati, perché ci ha fatti degni dello spirito di adozione. Allora dite: “E’ degno e giusto”. Infatti quando noi rendiamo grazie noi facciamo un’azione degna e giusta; lui non è compiendo la giustizia, ma superandola, che ci ha fatto del bene e ci ha fatto degni di un così grande dono.

6. Dopo questo noi facciamo memoria del cielo, della terra e del mare, del sole e della luna, delle stelle, di tutta la creazione razionale e irrazionale, visibile e invisibile, degli angeli, degli arcangeli, delle virtù, signorie, principati, potenze, troni, dei cherubini dai molti volti, e noi diciamo con forza questa parola di Davide: “Celebrate il Signore con me”. Noi facciamo memoria anche dei serafini che nello Spirito Santo Isaia contemplò collocati in cerchio attorno al trono di Dio e con due ali si velavano il volto e con le altre due velavano i loro piedi e con le altre due volavano e dicevano: “Santo, Santo, Santo Signore Sabaoth”. Per questo, infatti, noi diciamo questa dossologia che ci è stata trasmessa dai serafini perché per la comunione di questo inno, noi lo diventiamo degli eserciti celesti.

7. Dopo aver santificato noi stessi con questi inni spirituali, invochiamo il Dio filantropo di inviare lo Spirito Santo sui doni posti qui, affinché faccia del pane il corpo di Cristo, del vino il sangue di Cristo; infatti tutto ciò che lo Spirito Santo tocca, questo viene santificato e trasformato.

8. Poi dopo che è stato compiuto il sacrificio spirituale (pneumatiken thusian), il culto incruento (anaimakton latreian), in questa vittima di propiziazione noi invochiamo Dio per la pace comune delle chiese per il buon equilibrio del mondo, per gli imperatori, per gli eserciti e gli alleati, per i malati, per gli afflitti e in una parola, per tutti coloro che hanno bisogno di aiuto, tutti noi preganti offriamo questo sacrificio.

9. Poi facciamo memoria di coloro che si sono addormentati, anzitutto dei patriarchi, dei profeti, degli apostoli, dei martiri, affinché Dio per le loro preghiere e intercessioni accolga la nostra supplica. Poi preghiamo anche per i santi padri e vescovi che si sono addormentati, e in genere per tutti coloro che si sono addormentati prima di noi credendo che ci sarà grande profitto per le anime, in favore delle quali è fatta salire in alto la supplica (deesis anaferetai), del santo e terribile (frikodestates) sacrificio presente (prokeimenes thusias).

10. Voglio anche persuadervi con un esempio (ypodeigma). So infatti che molti dicono: che vantaggio c’è per un’anima che esce da questo mondo con dei peccati o senza peccati che si faccia memoria alla prosfora? Vediamo! Se un re esiliasse delle persone che l’hanno offeso e poi i loro parenti, avendo intrecciato una corona, la presentassero al re in favore dei condannati, non accorderebbe forse la remissione delle loro pene? Allo stesso modo anche noi offrenti a Dio le nostre suppliche per coloro che si sono addormentati, per quanto fossero peccatori, noi non intrecciamo una corona, ma offriamo il Cristo immolato per i nostri peccati rendenti propizio per loro e per noi il Dio filantropo.

11. Poi dopo questo, tu dici questa preghiera che il Salvatore ha trasmesso ai suoi discepoli: con coscienza pura tu attribuisci a Dio il nome di padre e tu dici: “Padre nostro che sei nei cieli”. Oh grandissima filantropia di Dio! A  coloro che lo avevano abbandonato, che si erano trovati negli ultimi mali, ha accordato un tale perdono, una tale parte di grazia al punto anche da essere chiamato padre. Padre nostro che sei nei cieli. I cieli potrebbero anche essere coloro che portano l’immagine del mondo celeste e nei quali Dio abita e passeggia.

12. “Sia santificato il tuo nome”. Santo è per natura il nome di Dio, sia che noi lo diciamo sia che noi non lo diciamo. Ma dato che presso i peccatori capita talvolta che il suo nome sia profanato secondo questa parola:” A causa vostra il mio nome è continuamente bestemmiato in mezzo alle nazioni”, noi chiediamo che anche in noi sia santificato il nome di Dio: non è che questo nome, senza essere santo prima, arrivi a esserlo, ma perché diventa santo in noi, quando noi siamo santificati, e noi compiamo degli atti degni di santificazione.

13. “Venga il tuo regno”. Appartiene a una coscienza pura dire con sicurezza: venga il tuo regno. Chi ha sentito Paolo dire: “Che il peccato non regni dunque nel vostro corpo mortale”, se si è lui stesso purificato in azione, in pensiero e in parola, può dire a Dio: “Venga il tuo regno”.

14. “Sia fatta la tua volontà come in cielo così sulla terra”. I divini e beati angeli di Dio compiono la volontà di Dio come lo cantava Davide: “Benedite il Signore angeli suoi tutti, araldi potenti, che fanno la sua parola”. Pregando dunque con forza, tu vuoi dire questo: come negli angeli si fa la tua volontà, così anche sulla terra essa si faccia in me o Signore.

15. “Dacci oggi il nostro pane sostanziale”. Il pane ordinario non è sostanziale; ma questo pane santo è sostanziale, ossia distribuito per la sostanza dell’anima. Questo pane non se ne va nel ventre e poi non è scaricato nel luogo di decenza, ma si diffonde in tutta la tua costituzione per il profitto dell’anima e del corpo. Quanto alla parola oggi, è come se ci fosse ogni giorno come anche Paolo diceva: “Così a lungo che è chiamato oggi”.

16. “E rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi rimettiamo ai nostri debitori”. Noi abbiamo molti peccati: infatti noi sbagliamo in parole, in pensieri, e facciamo un gran numero di azioni degne di condanna. “E se noi diciamo che non abbiamo peccati, noi abbiamo mentito”, come dice Giovanni. Noi facciamo un patto con Dio pregandolo di perdonare le nostre colpe, come da parte nostra perdoniamo al nostro prossimo i suoi debiti. Pensiamo dunque a ciò che noi riceviamo in cambio di ciò che noi doniamo, e senza attendere né differire perdoniamo gli uni gli altri. Le offese verso di noi sono piccole, leggere e facili a cancellare, quelle verso Dio, fatte da noi, sono grandi e non abbiamo altra risorsa che la sua filantropia. Dunque stai attento che per delle colpe piccole e leggere verso di te, tu non ti chiuda da te stesso per dei pesantissimi peccati il perdono di Dio.

17. “E non ci indurre in tentazione”, Signore. E’ questo che il Signore ci insegna a chiedere che noi non siamo tentati in alcun modo? Allora come è detto altrove: l’uomo non tentato non ha fatto le su prove, e ancora: “stimate gioia perfetta, fratelli miei, quando voi cadete in varie tentazioni”? Ma forse entrare in tentazione significa essere sommersi dalla tentazione. La tentazione infatti assomiglia a un torrente difficile da traversare allorché gli uni non sono sommersi nelle tentazioni e attraversano da eccellenti nuotatori come sono, per così dire, e senza essere in alcun modo trascinati dal torrente. Gli altri che non hanno le stesse qualità, una volta entrati, vengono sommersi. Così per esempio, Giuda entrò in tentazione d’avarizia non si mise a nuotare ma sommerso in qualche modo corporalmente e spiritualmente fu soffocato. Pietro entrò in tentazione di rinnegamento, ma entrato non fu sommerso e nuotando con forza si salvò dalla tentazione. Ascolta ancora altrove il coro dei santi invitti rendente grazie sulla liberazione dalla tentazione: “Ci hai messo alla prova o Dio; ci hai passati al fuoco, come si passa al fuoco l’argento; ci hai presi al laccio (condotti nella rete); hai posto la tribolazione su di noi; hai fatto salire uomini sulla nostra testa. Siamo passati attraverso il fuoco e l’acqua e ci hai condotti al refrigerio”. Li vedi parlare con sicurezza della loro traversata senza che siano affondati? “E tu ci hai condotti al refrigerio”: entrare al refrigerio è la stessa cosa che essere salvati dalla tentazione.

18. “Ma liberaci dal maligno”. Se l’espressione: “non ci indurre in tentazione”, significava non essere tentati in alcun modo, (il Signore) non avrebbe detto: “ma liberaci dal maligno”. Il maligno è il nostro avversario il diavolo dal quale chiediamo di essere liberati. Poi terminata la preghiera tu dici: “Amen”, contrassegnando con questo amen, che significa “così sia”, ciò che contiene la preghiera che Dio ci ha insegnato. 

19. Dopo questo il pontefice dice: “Le cose sante ai santi”. Santi sono i doni qui deposti, poiché hanno ricevuto la venuta dello Spirito Santo; santi anche voi, che siete stati fatti degni dello Spirito Santo. Le cose sante dunque ai santi convengono reciprocamente. Poi voi dite: “Un solo santo, un solo Signore Gesù Cristo”. Veramente infatti un solo santo, santo per natura; voi infatti se anche santi, non per natura, ma per partecipazione e per esercizio e per preghiera.

20. Dopo questo voi sentite il cantore che vi invita con una melodia divina alla comunione dei santi misteri: “Gustate e vedete come è buono il Signore”. Non rimettete il giudizio al vostro gusto corporale ma alla fede indubitabile. Poiché gustandone non gustate il pane e il vino, ma dell’antitipo del corpo e del sangue di Cristo.

21. Quando dunque tu ti avvicini non venire avanti con le palme delle mani stese né con le dita aperte ma fa della tua mano sinistra un trono per la mano destra, poiché questa deve ricevere il re, e nel palmo della tua mano ricevi il corpo di Cristo dicendo “Amen”. Con cura allora santifica i tuoi occhi con il contatto del santo corpo poi prendilo e stai attento a non perderne. Poiché ciò che tu perderesti, è come se tu perdessi una delle tue proprie membra. Infatti dimmi se ti avessero dato delle pagliuzze d’oro, non le terresti con la più gran cura, stando attento a non perdere nulla e a non subirne danno?
Non starai dunque con molta maggior cura su un oggetto più prezioso dell’oro e delle pietre preziose per non perderne neanche una briciola?

22. Poi dopo aver comunicato al corpo di Cristo, avvicinati anche al calice del sangue. Non stendere le mani ma inchinato e con un atteggiamento di adorazione e di rispetto dicendo l’ “Amen”, santificati anche prendendo del sangue di Cristo. E mentre le tue labbra sono ancora umide, sfiorale con le tue mani e santifica i tuoi occhi, la tua fronte e gli altri sensi. Poi aspettando la preghiera, rendi grazie a Dio che ti ha fatto degno di così grandi misteri.

23. Conservate inviolabilmente queste tradizioni. Non separatevi dalla comunione e per l’inquinamento del peccato non privatevi di questi misteri sacri e spirituali. Il Dio della pace vi santifichi completamente, e il vostro corpo e il vostro spirito e la vostra anima siano conservati intatti nell’avvento di nostro Signore Gesù Cristo, al quale la gloria per i secoli dei secoli. Amen.

A Gerusalemme, negli ultimi anni dell’episcopato di Cirillo, e in particolare nel periodo intorno alla Pasqua, c’era sempre un grande affollamento per i luoghi del complesso costantiniano, in una sorta di Via Crucis con varie stazioni a seconda dei giorni della settimana.Il complesso basilicale costruito dall’imperatore Costantino  e inaugurato nel 336 era denominato Martyrium, dal nome della basilica maggiore.Dietro la basilica dell’Anastasis, costruita sulla grotta dove era stato sepolto Cristo, si sviluppava un cortile, detto Triportico, che accoglieva lo sperone di roccia del Golgota, lasciato a cielo aperto. Di qui anche il nome Martyrium della basilica retrostante, secondo la testimonianza di Egeria[2], la pellegrina che si trovava a Gerusalemme nella Pasqua del 384 e partecipò alla liturgia gerosolimitana presieduta dal vecchio Cirillo[3].

Ecco una ricostruzione artistica del complesso costantiniano (sia questa, sia le seguenti immagini sono desunte da internet e sono prodotte dal © franciscan cyberspot):

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A Pasqua i catecumeni ricevevano  il battesimo e l’eucarestia, dopo essere stati catechizzati durante la Quaresima; con la partecipazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, la catechesi non era però ancora conclusa.
Da tempo esisteva nella chiesa la spiegazione dei misteri nella forma delle cosiddette Omelie pasquali, di origine asiana. Infatti nella chiesa delle origini troviamo due elementi che concorrono a produrre le celebrazioni eucaristiche: l’omelia pasquale e l’anafora. Se ci chiediamo come si rapportano l’uno all’altro questi due elementi all’interno della celebrazione, non abbiamo una risposta precisa, perché entrambi non sono testi fissi, ma sono lasciati alla libera improvvisazione. Si può pensare all’omelia pasquale come al contorno colloquiale all’interno del quale, a un certo punto, prende corpo l’anafora ad opera del vescovo o del presbitero che presiede la liturgia.
Se invece ci chiediamo in quale rapporto di dipendenza stiano questi due elementi, abbiamo un’ipotesi di Mazza che si fonda sulla arcaica liturgia alessandrina, costituita dalla paleoanafora del papiro Strasbourg Gr. 254[4]  e  suggerisce di percorrere la seguente pista di indagine: “invece di chiederci in che modo possa esserci stato un influsso delle Omelie pasquali della chiesa d’Asia sulla liturgia alessandrina, dovremmo chiederci in che modo e com’è stato possibile che la chiesa alessandrina abbia generato la tipologia pasquale della chiesa asiana”[5].
I due esempi più antichi di omelie pasquali sono l’omelia In Sanctum Pascha dello Pseudo Ippolito e l’omelia Perì pascha di Melitone di Sardi[6].
Il dato fondamentale è che si tratta di materiale che nasce dalla interpretazione di Es 12 che, per mezzo della tipologia, viene applicato alla morte di Cristo.
Sono qualcosa di molto diverso da una semplice omelia; si tratta invece di tutto il “parlato” dell’azione liturgica che non si deve pensare confinato ai tempi dell’odierna omelia.

Un esempio neo testamentario ci viene offerto dalla liturgia eucaristica celebrata a Troade e descritta in Atti 20,9-11 , in cui Paolo conversa per tutta la notte[7]:

«Un giovane chiamato Eutico era seduto sulla finestra mentre Paolo parlava a lungo (...) Poi risalì e spezzando il pane e mangiandone conversò (homilesas) ancora per molto, fino all’aurora»

Questa liturgia è stata accostata da Mazza alle cosiddette liturgie selvagge, chiamate anche carismatiche, dei nostri tempi: l’unico testo scritto è quello biblico. Tutto il resto è affidato alla creatività e viene improvvisato al momento, posto un canovaccio che serve come fac-simile[8] .

Dalle omelie pasquali derivano, almeno come metodo, le omelie o catechesi mistagogiche; infatti si tratta di applicare la tipologia biblica ai riti liturgici: come nelle omelie pasquali viene spiegata la morte di Cristo a partire dalla Pasqua veterotestamentaria, così nelle omelie mistagogiche vengono interpretati i riti liturgici con il metodo della tipologia biblica.
Ciò significa che la spiegazione della messa viene fatta a partire dal testo biblico che viene individuato come fondante.
Ciò significa anche che si tratta di una spiegazione “a posteriori”, dopo la celebrazione dei sacramenti: perché i sacramenti vengano compresi appieno è necessario averli sperimentati: la comprensione dei misteri, infatti, avviene soprattutto per l’esperienza che se ne fa durante la loro celebrazione[9] .

Dunque Gerusalemme fu il primo luogo dove fu composto un breve ciclo di catechesi mistagogiche per i neofiti, da tenersi nella settimana successiva alla Pasqua.
Le troviamo poi anche nella chiesa di Antiochia e di Milano.
Nella settimana dopo la Pasqua i fedeli si recavano ogni giorno in uno dei luoghi che costituivano le stazioni dell’itinerario settimanale e lì veniva celebrata una liturgia che Cirillo chiama “sinassi”[10]; in seguito i neofiti erano tenuti a recarsi nella chiesa dell’Anastasis, dove si celebravano tutte le mistagogie.  Cirillo infatti dava importanza al luogo della predicazione e volle sempre predicare dove il Signore era passato dalla morte alla vita, davanti alla pietra sepolcrale che era ancora a terra ben visibile.

Egeria ci informa che i catecumeni ne erano rigidamente esclusi: le porte venivano chiuse affinché nessun catecumeno potesse entrare[11] .

Ecco un’immagine dell’Anastasis odierna:

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La cupola e il lucernario recentemente restaurati:

 

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Ed ecco le immagini dei resti della facciata e di un’abside dell’Anastasis costantiniana incorporati nella struttura odierna:

 

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Le catechesi mistagogiche dovevano essere sette, una per ogni giorno della settimana, dal lunedì dopo Pasqua alla domenica successiva, stando sempre a quanto dice Egeria; ella traccia il programma di sette catechesi, tuttavia ne descrive solo cinque. Infatti nel suo Itinerario delinea il percorso lungo il quale si svolgevano giorno dopo giorno le stazioni della settimana di Pasqua: il lunedì e il martedì al Martyrium, il mercoledì all’Eleona, il giovedì all’Anastasis, il venerdì alla Santa Sion, il sabato davanti alla Croce e la domenica al Martyrium [12].

Al di fuori del complesso costantiniano restavano due luoghi, destinati alle stazioni del mercoledì e del venerdì, rispettivamente la Santa Sion e l’Eleona.La Santa Sion era una grande basilica, oggi ricostruita dalle fondamenta, edificata dai cristiani nella seconda metà dal IV secolo sul Monte Sion, nel luogo in cui, secondo la tradizione, i discepoli si riunirono dopo che ebbero visto la tomba vuota di Cristo e dove, a mio avviso,  è probabile che sia stata celebrata la liturgia eucaristica descritta nella Didachè[13]. Vi si conservava il trono di Giacomo, fratello del Signore e primo vescovo di Gerusalemme e la colonna della flagellazione.
L’Eleona era una basilica fatta costruire da Sant’Elena sul monte degli olivi, nel luogo in cui, sempre secondo la tradizione, Gesù si ritirava a pregare ed aveva insegnato il  “Padre nostro”.

Giacché le celebrazioni mistagogiche (lettura biblica e catechesi) avevano luogo subito dopo le “sinassi”[14], ne consegue che il mercoledì e il venerdì non era possibile recarsi all’Anastasis per la mistagogia, perché le relative stazioni si tenevano in luoghi troppo distanti[15].

Chi compose queste catechesi mistagogiche?
La maggior parte dei critici le attribuisce a Giovanni di Gerusalemme, successore di Cirillo.
Resta però il fatto che Egeria ha ascoltato le cinque catechesi di Cirillo, ed “è difficile pensare che non ci sia pervenuta questa serie di omelie composte da Cirillo, mentre ci sarebbe pervenuta un’altra serie di cinque catechesi mistagogiche, composte da Giovanni di Gerusalemme”[16].

Si è detto che alle cinque catechesi mistagogiche di Cirillo viene sempre premessa una lettura biblica. Sembrerebbe ovvio che il testo adottato per spiegare la messa dovesse essere il racconto dell’ultima cena, ed in effetti alla quarta catechesi mistagogica viene premessa come lettura 1 Cor 11, 23-25, che è il racconto paolino dell’ultima cena, ma la quinta catechesi, che ha per oggetto l’anafora, a prima vista inspiegabilmente, viene introdotta da 1 Pt 2, 1-10.

Perché? Che c’entra con la messa?

Facciamo un passo indietro.

Se guardiamo il contenuto delle cinque catechesi di Cirillo possiamo riassumere così:

  • la prima catechesi mistagogica si occupa del battesimo ed è preceduta dalla lettura di 1 Pt 5, 8-11;
  • la seconda si occupa del battesimo ed è preceduta dalla lettura di Rom 6, 3-14;
  • la terza si occupa dell’unzione ed è preceduta dalla lettura di 1 Gv 2, 20-28;
  • la quarta si occupa dell’eucarestia (ovvero del Racconto dell’Istituzione e brevemente della Comunione) ed è preceduta dalla lettura di 1 Cor 11, 23-25;
  • la quinta si occupa dell’eucarestia (ovvero del Rendimento di grazie, del Padre nostro e della Comunione) ed è preceduta dalla lettura di 1 Pt 2, 1-10.

Risulta evidente che è possibile “ritagliare” dalla quinta catechesi mistagogica un’anafora, che infatti si trova nel volume che raccoglie le antiche anafore e i canoni della messa intitolato Prex Eucharistica; i curatori del volume la collocano, insieme a diverse altre, fra le anafore orientali di tipo antiocheno[17]. Sotto il titolo Anaphora in cathechesibus mystagogicis Cyrilli Hierosolymitani viene qui riportato anche il primo paragrafo della catechesi mistagogica quarta che commenta il racconto paolino dell’ultima cena.
Ma Cirillo non è il solo a scindere in due momenti diversi il commento all’eucarestia; circa nello stesso periodo anche Teodoro di Mopsuestia dedica al racconto dell’istituzione ed all’anafora due distinte omelie mistagogiche.
A partire da questi dati, gli studi di Enrico Mazza hanno mostrato che alla fine del IV secolo il racconto dell’istituzione non è ancora stato acquisito dalla struttura dell’anafora siriaca[18].
La parte della catechesi mistagogica quinta che è stata “ritagliata” allo scopo di ricavarne l’ anafora pubblicata in Prex Eucharistica è costituita dai paragrafi 4-9[19].

Dunque è rimasto escluso il paragrafo 20, che si trova invece in una sinossi, operata da Mazza, tra una parte della stessa catechesi quinta e la lettura che la introduce, ossia 1 Pt 2, 1-10. Mi sembra utile, in primo luogo, riprodurre tale sinossi [20]:

 

1Pt 2, 1-10

5ª CATECHESI    

[1]Deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza,

4. Dopo questo il pontefice esclama: In alto i cuori!Veramente infatti in questo momento terribile bisogna tener alto il cuore verso Dio, e non in basso verso la terra e gli affari terreni. A questo punto dunque il pontefice d’autorità ingiunge a tutti di lasciar da parte le preoccupazioni, le cure domestiche e di tenere il cuore verso Dio filantropo. Voi rispondete allora: “Lo teniamo verso il Signore, obbedendo al precetto con questa confessione. Nessuno si trovi là per dire con la bocca: “Lo teniamo verso il Signore”, mentre nel suo pensiero si occupa delle preoccupazioni della vita. In ogni tempo certo bisogna ricordarsi di Dio; che se questo è impossibile a causa della debolezza umana, è soprattutto in questo momento che ci si deve applicare. 

 [2]come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza:

 

[3]se davvero avete già gustato come è buono il Signore.

20. Dopo questo voi sentite il cantore che vi invita con una melodia divina alla comunione dei santi misteri: “Gustate e vedete come è buono il Signore”. Non rimettete il giudizio al vostro gusto corporale ma alla fede indubitabile. Poiché gustandone non gustate il pane e il vino, ma dell’antitipo del corpo e del sangue di Cristo

[4]Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio,

[5]anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale,

 

per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo.

8. Poi dopo che è stato compiuto il sacrificio spirituale (pneumatiken thusian), il culto incruento (anaimakton latreian), in questa vittima di propiziazione noi invochiamo Dio per la pace comune delle chiese per il buon equilibrio del mondo, per gli imperatori, per gli eserciti e gli alleati, per i malati, per gli  afflitti e in una parola, per tutti coloro che hanno bisogno di aiuto, tutti noi preganti offriamo questo sacrificio.

[6]Si legge infatti nella scrittura: Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso.

[7]Onore dunque a voi cje credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare,

[8]sasso d’inciampo e pietra di scandalo. Loro v’inciampano perché non credono alla parola, a questo sono stati destinati.

 

[9]Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato

5. (...) perché essendo nemici ci ha riconciliati, perché ci ha fatti degni dello spirito di adozione. Allora dite: “E’ degno e giusto”. Infatti quando noi rendiamo grazie noi facciamo un’azione degna e giusta; lui non è compiendo la giustizia, ma superandola, che ci ha fatto del bene e ci ha fatto degni di un così grande dono.

perché proclami le opere meravigliose di lui

6. Dopo questo noi facciamo memoria del cielo, della terra e del mare, del sole e della luna, delle stelle, di tutta la creazione razionale e irrazionale, visibile e invisibile,

che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce

5. Poi il pontefice dice: “Rendiamo grazie al Signore”. Infatti veramente noi dobbiamo rendere grazie perché, essendo indegni, ci ha chiamati a una così grande grazia,

 [10]voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio;

voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia.

 

Che cosa è la parte della catechesi mistagogica V posta in sinossi da Mazza?
A me pare che sia un testo su cui si debba lavorare. Se volessimo considerarla a sua volta un’anafora, o meglio una paleoanafora, dovremmo dire che, a differenza di quella pubblicata in Prex Eucharistica, ingloba il paragrafo 20 ed esclude invece una parte del paragrafo 6 (Santo), il paragrafo 7 (Invocazione epicletica) e il paragrafo 9 (Intercessione per i vivi e i defunti) .
Che il paragrafo 20 debba stare dopo l’epiclesi del paragrafo 7 e faccia parte dell’anafora, si desume dal paragrafo 19, che si riferisce all’epiclesi e che non è nient’altro che un invito alla comunione.
Perciò l’anafora di Cirillo pubblicata in Prex eucharistica suscita dei problemi che andrebbero studiati.

Ma anche tutta la struttura della nuova paleoanafora evidenziata dalla sinossi appare alquanto strana. La chiameremo, per comodità, paleoanafora di Cirillo.
E’ stato autorevolmente sostenuto che il nucleo originario della prima lettera di Pietro sia una liturgia battesimale; Boismard individua due sezioni di tale liturgia: un inno battesimale (1, 3-5) e una catechesi (1, 13-2, 10), che egli ritiene destinata a coloro che stanno per ricevere o hanno appena ricevuto il battesimo[21].
C’è una parte della catechesi individuata da Boismard che Cirillo esclude dal testo biblico premesso alla sua quinta catechesi; si tratta di 1Pt 1, 13-29. Qui Pietro, rivolgendosi ai catechizzandi, dice loro che cosa debbono fare “come figli obbedienti”; invece in 1Pt 2, 1-10, che costituisce la seconda parte della catechesi, nonché la lettura biblica della mistagogia di Cirillo, dice agli stessi uditori che cosa debbono fare “come bambini appena nati”. E’ perciò ragionevole pensare che il battesimo si collochi a metà fra la prima e la seconda parte della catechesi petrina; la nuova nascita trasforma infatti i figli obbedienti in bambini appena nati.
Ecco allora che la seconda parte della catechesi in questione, ossia la lettura biblica scelta da Cirillo (1Pt 2, 1-10), si configura più propriamente come una catechesi mistagogica. Forse la prima in assoluto della storia... tenuta da Pietro in persona... ma quale sarebbe stato il rito del battesimo commentato da Pietro?
Insomma è lecito andare alla ricerca di una sorta di paleoanafora petrina?
E perché Cirillo, per spiegare l’anafora, sceglie un testo battesimale, dal momento che il battesimo è oggetto delle prime due catechesi mistagogiche?
Il fatto è che quando Cirillo deve parlare dell’anafora della sua chiesa, si trova ad avere a che fare con un materiale dipendente da un antico rito battesimale e con un testo che non solo appartiene alla Bibbia, ma è al contempo la catechesi mistagogica, o forse meglio l’omelia mistagogica dell’antico rito in oggetto.

Ma c’è di più.

Se 1Pt 2, 1-10 è un’omelia mistagogica, e se il criterio metodologico con cui la mistagogia opera è di commentare il rito a partire dal testo biblico individuato come fondante, andare alla ricerca del rito battesimale commentato da Pietro significa anche andare alla ricerca di un testo  sotteso al rito. Quale rito e quale testo?

Riassumiamo i dati fin qui emersi:

  • La quinta catechesi mistagogica di Cirillo - come ogni mistagogia - è il commento di un rito a partire da un testo biblico fondante.
  • Il rito è l’anafora della  chiesa gerosolimitana del IV secolo.
  • Il testo è 1Pt 2, 1-10.
  • 1 Pt 2, 1-10 è anche un’omelia mistagogica, cioè a sua volta commento di un rito a partire da un testo fondante.
  • Il rito è una celebrazione battesimale delle origini presieduta dall’apostolo Pietro.

Il testo qual è?

Bisognerà cominciare con l’individuare nel materiale fornito da Cirillo gli elementi originari del rito petrino sulla scorta della catechesi mistagogica costituita da 1Pt 2, 1-10. Pertanto il metodo che dovrà presiedere all’individuazione degli elementi costitutivi della paleoanafora petrina sarà il seguente: quando la paleoanafora di Cirillo presenta dati rituali compatibili con l’interpretazione fornitane da 1Pt 2, 1-10, siamo in presenza di un materiale che rientra nella paleoanafora petrina,  quando ciò non avviene abbiamo a che fare con la creatività della chiesa gerosolimitana.
Il che equivale a porre la seguente domanda: dalla sinossi tra 1Pt 2, 1-10 e la paleoanafora di Cirillo quali elementi rituali appaiono comuni e quali no? 
Per rispondere bisogna prima isolare gli elementi rituali della paleoanafora di Cirillo interpretati dall’omelia mistagogica di Pietro (1Pt 2, 1-10).
Osserviamo che il tessuto connettivo, per così dire, della paleoanafora di Cirillo è  costituito niente meno che dal dialogo introduttorio delle odierne preghiere eucaristiche, il quale, come si sa, è di antichissimo uso liturgico[22], citato anche da Cipriano[23]   e da Agostino[24].
Peraltro Cipriano commenta le battute “Sursum corda”/ “Habemus ad dominum” con l’esortazione a non pensare a nient’altro che al Signore, come fa Cirillo.

Per maggiore chiarezza riporto il dialogo come lo troviamo nel Canone romano[25]:

Dominus vobiscum.
Et cum spiritu tuo.
Sursum corda.
Habemus ad Dominum.
Gratias agamus Domino Deo nostro.
Dignum et iustum est.

Come si può facilmente osservare, le prime due battute sono assenti nella paleoanafora di Cirillo.
Le battute “In alto i cuori” e “Lo teniamo verso il Signore” appartengono ad una parte della paleoanafora di Cirillo (paragrafo 4 della catechesi) che è stata posta in sinossi con 1Pt 2, 1.
Tali battute vengono commentate in modo interessante sotto il profilo cultuale da Cirillo stesso.
C’è infatti un aggettivo che dice il carattere di gratitudine inerente all’atteggiamento interiore che deve essere assunto nel tenere il cuore verso Dio: egli è “filantropo”. Tanto basta perché si possa parlare di rendimento di grazie per la filantropia di Dio; 1 Pt 2, 1 fornisce, per così dire, la condizione previa: si tende col cuore a Dio filantropo se è stata deposta ogni malizia, ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza.
Dunque, in base al metodo che ci siamo dati, le prime due battute del dialogo che oggi introduce l’anafora sono un rendimento di grazie che possiamo ascrivere all’originario rito petrino.
Andiamo avanti. 
L’inversione tra le ultime due battute si trova nella paleoanafora, ma non nella catechesi, dove l’ordine è quello che ci risulta consueto.
Ma l’inversione è solo apparente e la cosa è in realtà più complessa.
Infatti, per ottenere ciò che ho chiamato la paleoanafora di Cirillo, il paragrafo 5 della catechesi di Cirillo è stato diviso in due parti di cui la prima è stata posta in sinossi con 1Pt 2, 9(c) e la seconda con 1Pt 2, 9(a), mentre 1Pt 2, 9(b) è stato posto in sinossi con il paragrafo 6 della catechesi.
E’ evidente che lo svolgimento rituale sotteso a 1Pt 2, 1-10 implica uno smembramento del paragrafo 5 della catechesi in conseguenza del quale la seconda parte del medesimo paragrafo si riferisce a ciò che immediatamente precede, che è l’offerta del sacrificio del paragrafo 8 (“tutti noi preganti offriamo questo sacrificio”) e spiega che rendere grazie è un’azione degna e giusta: «(…) perché essendo nemici ci ha riconciliati, perché ci ha fatti degni dello spirito di adozione. Allora dite: “E’ degno e giusto”. Infatti quando noi rendiamo grazie noi facciamo un’azione degna e giusta».
Tutto ciò significa che l’offerta del sacrificio è  inerente al rendimento di grazie.
Non è un’inferenza da poco, perché è in questione la stessa concezione sacrificale.
Ci dobbiamo chiedere che cosa è il sacrificio che viene offerto.
Mazza sottolinea l’importanza dell’offerta del sacrificio all’interno dell’anafora e precisa che “è qualcosa di molto più ampio dell’offerta del pane e del vino, dato che nella tradizione che accomuna la liturgia alessandrina e la liturgia romana, il sacrificio è sinonimo di culto”[26]. 
Potremmo dire che così come con eucarestia si intende fin dalle prime testimonianze “sia la preghiera di azione di grazie che viene recitata a imitazione di quella di Gesù, sia il pane e il vino”[27], la stessa cosa vale per il sacrificio (thusia), nel senso che sacrificio è la morte di Cristo, ma anche la preghiera e la carità del cristiano, come si desume dalla lettera agli Ebrei[28].
Osserviamo ora che se l’offerta del sacrificio rientra nel rendimento di grazie e rendere grazie è un’azione degna e giusta, la battuta “Rendiamo grazie a Dio” non può che essere sottintesa prima di “E’ degno e giusto”.
Il problema diventa se mai la duplicazione della battuta relativa al rendere grazie, che troviamo anche nella prima parte del paragrafo 5 a conclusione della paleoanafora di Cirillo.
La successione delle battute appare pertanto:

In alto i cuori
Lo teniamo verso il Signore
(Rendiamo grazie al Signore)
E’ degno e giusto
Rendiamo grazie al Signore

Ciò che è andato perduto nella catechesi, in confronto con la paleoanafora di Cirillo, è il collegamento fra l’offerta del sacrificio (dopo la comunione) e il successivo rendimento di grazie, in virtù del quale lo stesso sacrificio è oggetto di rendimento di grazie.
Infatti nella catechesi mistagogica l’offerta del sacrificio, alla fine del paragrafo 8, si trova fra le intercessioni, che occupano i paragrafi 8 e 9. Nella paleoanafora di Cirillo l’offerta del sacrificio sta sì fra le intercessioni (alla fine, dato che il paragrafo 9 è stato espunto), ma anche in apertura del secondo e più importante rendimento di grazie dopo la comunione.

Il paragrafo 5 si apre con un invito al rendimento di grazie (l’ultima battuta del dialogo nella paleoanafora) che nella catechesi, a differenza di quanto avviene nella paleoanafora, sta nella parte iniziale dell’anafora senza alcun rapporto con l’offerta del sacrificio, posta dopo l’epiclesi; pertanto l’essere stati fatti degni dello spirito di adozione non si coniuga con l’offerta del sacrificio, che invece, nella paleoanafora, non solo apre l’importante rendimento di grazie dopo la comunione, ma trova proprio nell’essere stati fatti degni la motivazione più profonda.
In altri termini si offre il sacrificio rendendo grazie perché si è stati fatti degni dello spirito di adozione per proclamare le opere meravigliose di Dio, ossia per fare il rendimento di grazie.

Invece nella catechesi Cirillo si limita ad osservare che il motivo per cui è degno e giusto rendere grazie a Dio da parte nostra è che, così facendo, noi ci comportiamo secondo giustizia, a differenza di quanto si possa dire a proposito di ciò che Dio ha fatto per noi, che supera di gran lunga la misura della giustizia degli uomini; il confronto tra la giustizia umana e la misericordia divina non trova rispondenza in 1 Pt 2, 1-10; altrettanto dicasi per le intercessioni. Si tratterà dunque di elementi da espungere nella ricostruzione dell’antico rito battesimale petrino.               
Nell’anafora siro-orientale di Addai e Mari[29]  l’offerta del corpo e sangue del Signore sta all’interno delle intercessioni; anche nel testo parallelo di san Pietro apostolo III[30]  troviamo all’interno delle intercessioni l’offerta del sacrificio.

Dunque si potrà ipotizzare che l’offerta del sacrificio sia venuta spostandosi all’interno dell’anafora perdendo il carattere originario di motivazione intrinseca del rendimento di grazie e assimilandosi alle intercessioni.
Infatti, come scrive Mazza, “l’eucarestia venne definita come sacrificio fin dalla Didachè attraverso la citazione del profeta Malachia (Ml 3, 1-4), secondo cui il salvatore renderà nuovamente pura l’offerta del popolo”[31]: «Questa, infatti, è la parola del Signore in ogni luogo e in ogni tempo: “Offritemi un sacrificio puro perché io sono un grande re - dice il Signore - e il mio nome è mirabile fra le genti”»(Did. 14, 3).
Troviamo poi per la prima volta (a parte la paleoanafora di Cirillo) nella paleoanafora alessandrina del papiro Strasbourg Gr. 254 la concezione sacrificale dell’eucarestia in quanto azione di lode che partecipa della natura del sacrificio ed ha carattere cultuale[32].
Se eliminiamo dalla paleoanafora di Cirillo le intercessioni del paragrafo 8 e le considerazioni relative al confronto fra la giustizia umana e quella divina della seconda parte del paragrafo  5, (elementi  che abbiamo detto essere estranei all’antico rito petrino), otteniamo l’offerta del sacrificio di un nuovo testo che per comodità chiameremo paleoanafora petrina. 

Nel collegamento operato dalla paleoanafora petrina fra l’offerta del sacrificio e il rendimento di grazie per essere stati fatti degni, sentiamo risuonare le parole dell’anafora attribuita ad Ippolito, che è la fonte della II preghiera eucaristica odierna: offerimus tibi panem et calicem, gratias tibi agentes, quia nos dignos habuisti adstare coram te et tibi ministrare.
C’è però una notevole differenza: nell’anafora attribuita ad Ippolito l’offerta del pane e del calice precede la comunione, che non interseca l’anafora; altrettanto dicasi per l’anafora del Papiro di Strasburgo. Invece nella paleoanafora petrina l’offerta del sacrificio viene fatta “dopo che è stato compiuto il sacrificio spirituale (pneumatik¯en thusian), il culto incruento (anaimakton latreian)”( par. 8) che è la partecipazione, avvenuta immediatamente prima, all’ “antitipo del corpo e del sangue di Cristo”(par. 20).
Dunque ad un primo rendimento di grazie segue la comunione, seguita a sua volta da un secondo rendimento di grazie che ingloba l’offerta del sacrificio.

Sappiamo che l’eucarestia nasce come duplice rendimento di grazie, uno in apertura e uno in chiusura del pasto: “nella cena di Gesù ci sono due preghiere di azione di grazie ben distinte e separate, una per il pane e una per il calice, mentre nella messa ce n’è una sola, la preghiera eucaristica o anafora, che vale tanto per il pane quanto per il calice, dato che il rito del pane è completamente fuso con il rito del calice”[33].
Solo la Didachè conserva la struttura bipartita del rendimento di grazie che incornicia il pasto[34], cosicché si può in sostanza parlare di due paleoanafore di cui la seconda è più importante della prima[35].

Nella paleoanafora petrina la struttura bipartita è rimasta ed il secondo rendimento di grazie ha sicuramente un peso maggiore del primo, ma invece del pasto c’è la comunione: è una spia del rapporto di dipendenza della paleoanafora petrina dalla Didachè.
Nel processo di eliminazione del pasto dalla celebrazione eucaristica c’è stata una fase in cui il pasto non c’era più, ma la comunione  aveva luogo nello stesso intervallo di tempo tra il primo e il secondo rendimento di grazie occupato precedentemente dal pasto e questa fase transitoria è testimoniata dalla paleoanafora petrina.
Anche l’anamnesi dell’anafora attribuita ad Ippolito, che forma un solo blocco con l’offerta ed è costituita dall’espressione Memores igitur mortis et resurrectionis eius, trova riscontro nella paleoanafora petrina. Infatti l’espressione “in questa vittima di propiziazione” indica “l’antitipo del corpo e del sangue di Cristo” (par. 20) cui si è appena partecipato e l’offerta del sacrificio nella “vittima di propiziazione” congiunge la preghiera di rendimento di grazie con la memoria della passione, morte e resurrezione di Cristo, mentre il deittico “questa” rimanda  all’azione in corso di celebrazione.

Bisogna dire che l’espressione “vittima di propiziazione” meriterebbe uno studio a parte, per l’evoluzione subita proprio all’interno del dialogo introduttorio in anafore orientali ancora oggi in uso, come quella di Teodoro di Mopsuestia[36] e di Nestorio[37]; in entrambe queste anafore troviamo l’espressione “vittima non immolata” all’interno dell’offerta del sacrificio. 
La vittima è “non immolata” così come il culto è “incruento”: è l’antitipo del corpo e del sangue di Cristo, il pane e il vino dell’eucarestia. Fa riflettere il fatto che, sempre in queste due anafore, l’offerta del sacrificio sia collocata nel dialogo introduttorio e ciò accada anche nell’anafora di Addai e Mari, dove in quinta posizione c’è la battuta: “viene offerta l’oblazione al Dio di tutti”[38]. Qui però l’oblazione in oggetto è costituita dal rivolgere la mente a Dio, invece nelle anafore di Teodoro di Mopsuestia e di Nestorio il riferimento alla “vittima non immolata” si coniuga con l’offerta delle “primizie”, costituita dal rivolgere la mente a Dio.
Ecco la quinta battuta del dialogo introduttorio dell’anafora di Teodoro: “l’oblazione viva e razionale delle nostre primizie e la vittima non immolata e accettabile del figlio del genere nostro è offerta a Dio Signore di tutti, per tutte le creature dell’universo”; Nestorio poi amplia la formula offertoriale di Teodoro collocandola anch’egli in quinta posizione nel dialogo introduttorio..
Lo studio comparato dei dialoghi introduttori dell’anafora esula dagli intenti del presente lavoro, ma certo si vede chiaramente che la funzione di  elemento preparatorio ed estraneo all’anafora, oggi assegnata al dialogo in questione, non corrisponde all’originaria importanza di battute che costituiscono lo scheletro portante dell’anafora stessa.

Se poi confrontiamo l’ offerta del sacrificio della paleoanafora petrina con la seconda strofa del papiro Strasbourg Gr. 254,  ci troviamo in presenza non solo di un analogo blocco anamnesi-offerta, ma anche di significative concordanze verbali:

 

Paleoanafora Petrina

Papiro di Strasburgo

Poi dopo che è stato compiuto il sacrificio spirituale (pneumatik¯en  thusian), il culto incruento (anaimakton latreian),  in questa vittima di propiziazione (...) tutti noi preganti offriamo questo sacrificio (…) perché essendo nemici ci ha riconciliati, perché ci ha fatti degni dello spirito di adozione. Allora dite: “E’ degno e giusto”

rendendo grazie ti offriamo questo sacrificio spirituale (loghikén), questo culto incruento, che ti offrono tutte le genti dal sorgere del sole al tramonto, da settentrione fino a mezzogiorno, perché grande è il tuo nome tra tutte le genti; e in ogni luogo

E’ interessante l’indicazione temporale della paleoanafora petrina: “Poi dopo che è stato compiuto il sacrificio...”.  Essa richiama alla mente l’inizio della seconda paleoanafora della Didachè: “Dopo che si sarete saziati...”.
Nel papiro di Strasburgo invece non si sente più il bisogno di precisare il momento d’inizio del rendimento  di grazie più importante, dato che ormai l’anafora è un tutt’uno e non è più bipartita.

Così come abbiamo focalizzato l’offerta del sacrificio, possiamo ora individuare gli altri elementi rituali della struttura della paleoanafora petrina e porli in sinossi sia con 1Pt 2, 1-10, sia con la paleoanafora di Cirillo:

 

 

1 Pt 2, 1-10

Paleoanafora di Cirillo

Paleoanafora petrina

[1] Deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza

4. Dopo questo il pontefice esclama: “In alto i cuori!” Veramente infatti in questo momento terribile bisogna tener alto il cuore verso Dio, e non in basso verso la terra e gli affari terreni. A questo punto dunque il pontefice d’autorità ingiunge a tutti di lasciar da parte le preoccupazioni, le cure domestiche e di tenere il cuore verso Dio filantropo. Voi rispondete allora: “ Lo teniamo verso il Signore”, obbedendo al precetto con questa confessione. Nessuno si trovi là per dire con la bocca: “Lo teniamo verso il Signore”, mentre nel suo pensiero si occupa delle preoccupazioni della vita. In ogni tempo certo bisogna ricordarsi di Dio; che se questo è impossibile a causa della debolezza umana, è soprattutto in questo momento che ci si deve applicare.             

“In alto i cuori!” 

RENDIMENTO DI GRAZIE PER LA FILANTROPIA DI DIO 
Lo teniamo verso il Signore”,

[2]come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza:

   

[3]se davvero avete già gustato come è buono il Signore.

20. Dopo questo voi sentite il cantore che vi invita con una melodia divina alla comunione dei santi misteri: “Gustate e vedete come è buono il Signore”. Non rimettete il giudizio al vostro gusto corporale ma alla fede indubitabile. Poiché gustandone non gustate il pane e il vino, ma dell’antitipo del corpo e del sangue di Cristo

COMUNIONE

Gustate e vedete come è buono il Signore”.

PARTECIPAZIONE ALL’ANTITIPO DEL CORPO E DEL SANGUE DI CRISTO

[4]Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio,

   

[5]anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale,

   

per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo.

8. Poi dopo che è stato compiuto il sacrificio spirituale (pneumatik¯en thusian), il culto incruento (anaimakton latreian), in questa vittima di propiziazione noi invochiamo Dio per la pace comune delle chiese per il buon equilibrio del mondo, per gli imperatori, per gli eserciti e gli alleati, per i malati, per gli afflitti e in una parola per tutti coloro che hanno bisogno di aiuto, tutti noi preganti offriamo questo sacrificio.

RENDIMENTO DI GRAZIE

OFFERTA DEL SACRIFICIO SPIRITUALE, DEL CULTO INCRUENTO NELLA VITTIMA DI PROPIZIAZIONE (ANAMNESI)

[6]si legge infatti nella Scrittura: Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso.

   

 [7]onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare

   

[8]sasso d’inciampo e pietra di scandalo. Loro v’inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati.

   

[9]Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato

5. (...)perché essendo nemici ci ha riconciliati, perché ci ha fatti degni dello spirito di adozione. allora dite: “E’ degno e giusto”. Infatti quando noi rendiamo grazie noi facciamo un’azione degna e giusta; lui non è compiendo la giustizia, ma superandola, che ci ha fatto del bene e ci ha fatto degni di un così grande dono.

RENDIMENTO DI GRAZIE PER ESSERE STATI FATTI DEGNI

“E’ degno e giusto”

perché proclami le opere meravigliose di lui

6. Dopo questo noi facciamo memoria del cielo, della terra e del mare, del sole e della luna, delle stelle, di tutta la creazione razionale e irrazionale, visibile e invisibile.

RENDIMENTO DI GRAZIE PER L’OPERA DELLA CREAZIONE

che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce

5. Poi il pontefice dice: “Rendiamo grazie al Signore”.

Rendiamo grazie al Signore”

[10]voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio;

5. Infatti veramente noi dobbiamo rendere grazie perché, essendo indegni, ci ha chiamati a una così grande grazia,

RENDIMENTO DI GRAZIE PER L’OPERA DELLA REDENZIONE

voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia.

   

        

Come possiamo vedere la ricostruzione della paleoanafora petrina risulta essere solo un canovaccio, come del resto era in origine l’anafora, con un primo rendimento di grazie (molto breve), seguito dalla comunione e da un secondo rendimento di grazie più importante, che comprende il blocco anamnesi-offerta ed è articolato in vari temi.

La Didachè presenta la seguente struttura:

  • rendimento di grazie sul vino e sul pane
  • pasto sacro
  • rendimento di grazie con anamnesi (più importante anche perché ricalca la  Birkat-ha mazon)

Si vede bene che la comunione ha preso il posto del pasto sacro e si può agevolmente supporre che il testo fondante del rito battesimale petrino sia proprio la liturgia eucaristica della Didachè, per ragioni non solo strutturali, ma anche contenutistiche.
Infatti il rendimento di grazie per l’azione in corso di celebrazione, ossia l’elemento cruciale dell’anamnesi-offerta della paleoanafora petrina che ho posto a confronto con l’anamnesi-offerta dell’anafora attribuita ad Ippolito, è  ravvisabile anche nelle Didachè. E’ proprio per questo che la liturgia eucaristica della Didachè è utilmente confrontabile con l’anafora attribuita ad Ippolito, come Mazza ha dimostrato[39].
C’è poi anche un capitolo di un mio libro dedicato al confronto in questione[40].

Ritengo che la paleoanafora petrina, se è esistita, si collochi cronologicamente fra il nucleo iniziale di testi eucaristici - costituito da testimonianze bibliche, preghiere giudaiche, Didachè ed Eucarestia mistica - e le anafore posteriori.

 

BIBLIOGRAFIA

FONTI

  • S.P.N. Cyrilli Archiepiscopi Hierosolymitani opera quae extant omnia, PG 33.
  • Itinerarium Egeriae in Maraval P. (éd.), Égérie. Journal de voyage (Itinéraire), (= Sources chrétiennes 296), Les Editions du Cerf, Paris, 1982.
  • A. Hänggi - I. Pahl, Prex Eucharistica. Textus e variis liturgiis antiquioribus selecti, Éditions universitaires Fribourg Suisse 1968.
  • Rito dell’iniziazione Cristiana degli Adulti.
  • Cantalamessa R. (ed.), I più antichi testi pasquali della Chiesa. Le omelie di Melitone di Sardi e dell’Anonimo quartodecimano e altri testi del II secolo, Roma 1972.

STUDI

  • Boismard M. -E. , Une liturgie baptismale dans la Prima Petri, in “Revue biblique” 63 (1956), pp. 182-208.
  • Cantalamessa R., L’omelia “In Sanctum Pascha” dello Pseudo-Ippolito di Roma, Milano 1967.
  • Guidetti V. L., Didachè. Insegnamenti e simboli dell’età apostolica, Simmetria, Roma 2004.
  • E. Mazza, Omelie pasquali e Birkat Ha-mazon: fonti dell’anafora di Ippolito?, “Ephemerides Liturgicae” XCVII (1983), pp. 409-481.
  • Idem, L’anafora eucaristica. Studi sulle origini, CVL - Edizioni liturgiche , Roma 1992.
  • Idem, La celebrazione eucaristica. Genesi del rito e sviluppo dell’interpretazione, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 1996.
  • Idem, La mistagogia. Le catechesi liturgiche del quarto secolo e il loro metodo (= Bibliotheca Ephemerides liturgicae. Subsidia 46), CVL - Edizioni liturgiche, Roma 1996 (1ª ed 1988).
  • Idem, All’origine delle Catechesi mistagogiche, “Notitiae”  481-482 Vol. 43 (2006) - Num. 9-10.
  • Idem, Due concezioni dell’eucarestia a confronto: il medioevo e l’epoca patristica, in Eucaristia e storia dell’uomo. Atti del convegno nazionale organizzato dai Padri Sacramentini (Assisi, 2-3 giugno 2006), Centro Eucaristico, Ponteranica (BG) 2007.
  • Quaquarelli A., Cirillo e Giovanni di Gerusalemme, Roma 1977.

 



1]E. Mazza, La mistagogia. Le catechesi liturgiche del quarto secolo e il loro metodo (= Bibliotheca Ephemerides liturgicae. Subsidia 46), CVL - Edizioni liturgiche, Roma 1996 (1 ed. 1988), p. 14.
[2] «Si chiama “Martyrium”perché è al Golgota, dietro la Croce, dove il Signore ha sofferto la passione, perciò il nome di “Martyrium»(Itinerarium Egeriae 30, 2).
[3] Maraval P. (éd.), Égérie. Journal de voyage (Itinéraire)...  cit., p. 314 in nota.
[4] A. Hänggi - I. Pahl Prex Eucharistica. Textus e variis liturgiis antiquioribus selecti, Fribourg Suisse 1968, p. 116.
[5] E. Mazza, La celebrazione eucaristica. Genesi del rito e sviluppo dell’interpretazione, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 1996, p. 72.
[6]Fondamentali in merito l’edizione critica e gli studi di Raniero Cantalamessa: Cantalamessa R. (ed.), I più antichi testi pasquali della Chiesa. Le omelie di Melitone di Sardi e dell’Anonimo quartodecimano e altri testi del II secolo, Roma 1972; Cantalamessa R., L’omelia “In Sanctum Pascha” dello Pseudo-Ippolito di Roma, Milano 1967.
[7]E. Mazza, L’anafora eucaristica. Studi sulle origini, CVL - Edizioni liturgiche, Roma 1992, pp. 115-119.
[8] E. Mazza, L’anafora eucaristica. .. cit,, p.118, n. 29.
[9]Rito dell’iniziazione Cristiana degli Adulti, nn. 37-39.
[10]Catechesi 18, 33, in S.P.N. Cyrilli Archiepiscopi Hierosolymitani opera quae extant omnia, PG 33, 1055.
[11] Itinerarium Egeriae, 39, 2, in Maraval P. (éd.), Égérie. Journal de voyage (Itinéraire),  cit., p. 314.
[12] Itinerarium Egeriae, 39, 2, in  Maraval P. (éd.), cit., p. 292.
[13] Guidetti V. L., Didachè. Insegnamenti e simboli dell’età apostolica, Simmetria, Roma 2004, pp. 118-148.
[14] Catechesi 18, 33, in S.P.N. Cyrilli Archiepiscopi Hierosolymitani opera quae extant omnia, PG 33, 1055.
[15] Maraval P. (éd.), Égérie. Journal de voyage (Itinéraire), cit., pp. 312 s. in nota.
[16] E. Mazza, All’origine delle Catechesi mistagogiche, “Notitiae”  481-482 Vol. 43 (2006) - Num. 9-10, p. 489.
[17] A. Hänggi - I. Pahl, Prex Eucharistica. Textus e variis liturgiis antiquioribus selecti, Éditions universitaires Fribourg Suisse 1968, p.426.
[18] E. Mazza, La celebrazione eucaristica... cit., pp. 87-92.
[19] E. Mazza, La celebrazione eucaristica... cit.,  pp. 204 s.
[20] E. Mazza, Due concezioni dell’eucarestia a confronto: il medioevo e l’epoca patristica, in Eucaristia e storia dell’uomo. Atti del convegno nazionale organizzato dai Padri Sacramentini (Assisi, 2-3 giugno 2006), Centro Eucaristico, Ponteranica (BG) 2007, pp. 26 s.
[21]  M. -E. Boismard, Une liturgie baptismale dans la Prima Petri, in “Revue biblique” 63-64 (1956-1957), pp. 196 s.
[22]  «Il preambolo dialogato del prefazio è antichissimo e lo si riscontra con poche varianti  nelle vecchie liturgie e in occidente è attestato dalla Tradizione Apostolica»,  A. Quaquarelli, Cirillo e Giovanni di Gerusalemme, Roma 1977, p. 81, n.6. Cfr. A. Hänggi - I. Pahl, Prex Eucharistica... cit.,  pp. 80 s.
[23] De dom. or. 31 (CSEL 3, 289)
[24] Sermo 227 (PL 38, 1100)
[25] A. Hänggi - I. Pahl, Prex Eucharistica... cit., p. 426.
[26] E. Mazza, La celebrazione eucaristica... cit., p. 32.
[27] E. Mazza, La celebrazione eucaristica... cit., p. 33.
[28] E. Mazza, La celebrazione eucaristica... cit., p. 340.
[29] A. Hänggi - I. Pahl, Prex Eucharistica... cit., p. 405.
[30] A. Hänggi - I. Pahl, Prex Eucharistica... cit., p. 410.
[31] E. Mazza, La celebrazione eucaristica... cit., p. 340  n.33.
[32] E. Mazza, La celebrazione eucaristica... cit., p. 63.
[33] E. Mazza, La celebrazione eucaristica... cit., p. 33.
[34] Circa l’Eucarestia mistica si può discutere sulla struttura bipartita, ma il pasto è già stato eliminato: cfr. Guidetti V. L., Didachè. ..cit., pp. 50-63.
[35] Guidetti V.L., Didachè. .. cit., pp. 12-27.
[36] A. Hänggi - I. Pahl, Prex Eucharistica... cit., p. 381.
[37] A. Hänggi - I. Pahl, Prex Eucharistica... cit., p. 387.
[38] A. Hänggi - I. Pahl, Prex Eucharistica... cit., p. 375.
[39] Mazza E., Omelie pasquali e Birkat Ha-mazon: fonti dell’anafora di Ippolito?, “Ephemerides Liturgicae” XCVII (1983), pp. 409-481.
[40] Guidetti V. L., Didachè... cit., pp. 50-63.

 

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