Premessa:

Dopo una breve relazione da noi tenuta all’Universale di Roma nel Gennaio 2015 e promossa dall’associazione Raido, da parte di molti giovani ci è stato chiesto di riassumere i contenuti del nostro breve intervento; il tema affrontato è sinceramente abbastanza complesso sia dal punto di vista filosofico che “dottrinale”. Proveremo in poche righe ad elencare quanto meno gli assunti principali di questo aspetto della metafisica guénoniana, chiedendo scusa per le drastiche riduzioni concettuali. Rinviamo ad altri nostri testi per approfondimenti matematici e filosofici più estesi.[1]

 

Uno dei temi più affascinanti e diremmo “ontologici” affrontati da René Guénon (e che attraversa tutte le sue opere) è quello degli stati molteplici dell’essere. Possiamo forse dire che la sua “impostazione” metafisica proviene in buona parte dalla conoscenza dei Veda e delle Upanishad [2]nelle traduzioni approdate in Francia nel XIX secolo ma sicuramente anche il pensiero sufi [3]e quello della cabala ebraica[4]hanno avuto una enorme importanza nel completamento del pensiero tradizionale guenoniano. Altrettanto importanti, a nostro avviso, furono i suoi brevi studi di matematica.

Come sappiamo fino a tutto il 1908 il giovanissimo Guénon (era nato nel 1886) fu assai presente nelle logge del martinismo, nella cosiddetta chiesa gnostica di Fabre des Essarts e nella massoneria; strutture da cui poi si separò progressivamente. Ma fu proprio in questo primo periodo della sua vita “spirituale” che, incontrando alcuni esponenti della tradizione vedica, si appassionò alle Upanishad; studiò sicuramente Shankara, e scrisse i primi abbozzi del Simbolismo della Croce e degli Stati molteplici dell’essere che appariranno, in vari stralci, sulla rivista La Gnosi da lui stesso fondata. In questo periodo di instancabili contatti con tutto il mondo esoterico europeo, incontra anche Narad Mani della Società Teosofica e si laurea in filosofia. Inizia poi l’insegnamento sia in Francia che in Algeria; già nel 1912 abbraccia la tradizione islamica e, pur conservando sempre un’austera riservatezza, iniziano anche il suo metodico sistema di inquadramento delle dottrine tradizionali, la sua fiera opposizione al teosofismo della Bésant e della Blavatsky e la sua critica puntuale agli spiritismi, agli occultismi, alle facili teorie “reincarnazioniste” ancora molto potenti all’alba del ‘900.  Insomma imposta, forse per la prima volta nella storia dell’occidente, in maniera organica anche se non metodica, una “dottrina” delle scienze tradizionali in cui i distinguo fra ciò che è inseribile in una sfera iniziatica e ciò che non lo è viene sottoposto ad un processo di analisi particolarmente rigido.

Come molti hanno osservato, la sua impostazione non concede molto spazio ad ipotesi… diverse dalle sue, per cui tale rigidità apodittica gli valse numerose critiche e alcuni suppongono che una certa ispirazione politica abbia voluto riservare a determinate strutture e determinate logge, la facoltà di decidere dove fosse e dove non fosse il “Vero”. Ma in queste brevi note noi ci occuperemo solo di un aspetto tra i più affascinanti, più efficaci e più positivamente sincretici del pensiero guenoniano: quello che concerne la metafisica della croce e degli stati dell’essere in essa rappresentati. E’ un tema che ci ha sempre potentemente motivati per le sue immense ricadute sul piano della scienza e della conoscenza e al quale, a suo tempo abbiamo cercato di contribuire con qualche ricerca e approfondimento[5].

 

 

Sintesi di alcuni aspetti del pensiero di Guénon sull’Infinito e sugli stati dell’essere.

 

Sia il Simbolismo della Croce, come I piani molteplici dell’essere, si rifanno a L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta, che rappresenta, a nostro avviso, il caposaldo teorico e metafisico di tutto il pensiero guénoniano.

 

Si parte da un assunto fondamentale, sul quale poi si cerca di portare uno sviluppo dottrinale e cioè che lo stato umano rappresenta solo un grado di esistenza ma che tale grado non è assolutamente il solo, né il più importante, né il più completo. Gli stati dell’essere sono praticamente infiniti. Ma già in questo punto Guénon opera una distinzione che poi caratterizzerà buona parte delle sue opere precisando che il concetto di “stato dell’essere” a cui lui fa riferimento non è quantitativo ma qualitativo.

Per tale ragione va distinto il termine essere da quello di essere totale.

 

E’ evidente che la sintassi ed il lessico, per la metafisica, rappresentano spesso un ostacolo. Guénon si pone infatti, a proposito delle varie definizioni dell’essere e dell’ infinito il problema del linguaggio. A questo proposito osserva che qualsiasi sistema filosofico sistematico non può avere nulla a che fare con la metafisica proprio perché imprigionato dal linguaggio.

Quale infinito si domanda Guénon (che ha da poco interrotto i suoi studi di matematica)?

Alla luce della metafisica vedantina gli sembra assurda l’ammissione di una serie di infiniti (cosa regolarmente accettata nelle convenzioni matematiche moderne).

In questo assume una posizione assai simile a quella di Pavel Florenskij [6] ed arriva a dire che lo stesso concetto di limite nel calcolo differenziale, equivale ad una negazione del concetto d’infinito. Si domanda infatti Guénon: come può essere un infinito…limitato da un limite o, ancor peggio, raggiunto al termine di una serie che gli è, per così dire, esterna? Per tale ragione viene fortemente contestata l’idea di una pluralità d’infiniti e Guénon consiglia di chiamarli, anche matematicamente, con un altro nome, senza usurpare un concetto che proviene in realtà solo dalla metafisica.

Ne deriva che l’unico termine che è appropriato (ma che non definisce) l’infinito è di per se stesso indefinibile e, richiamandosi alle Upanishad, Guénon lo chiama Possibilità universale.  Quest’ultima, ovviamente, è raggiungibile solo in maniera apofatica (non questo, non questo) e per Possibilità universale Guenon intende realmente un concetto equiparabile all’ Ineffabile Assoluto cabalistico, senza alcun limite sia come Essere che come non Essere.

L’infinito metafisico è perciò soltanto Uno e coincide, appunto, con la Possibilità Universale.

 

Assai importante, a nostro avviso è la precisazione che, pur nei limiti del linguaggio, Guénon s’impegna a fare intorno al termine essere. L’essere non racchiude tutte le possibilità e quindi non è identificabile con l’infinito. Ogni mondo possibile ha una sua esistenza (questo ci ricorda il sogno di Brahama nell’induismo) ma la semplice realizzazione (manifestazione) di una possibilità di essere non esclude invece ciò che non è possibile o che non è dimostrabile[7]. Con questo assunto Guénon spazza via la credibilità di buona parte della scienza deterministica profana e proprio per questo, da ora in poi, specificherà che per scienza intende solo quella che ha un rapporto con l’ineffabile e il trascendente.

 

Da quanto sopra Guénon fa derivare il fatto che lo spazio è comunque e sempre “finito”. Se fosse “infinito” non vi sarebbe alcun posto per una possibilità “non spaziale”. Cioè uno spazio infinito sarebbe “Tutto”. A titolo d’esempio Guénon ricorda che il pensiero non è una qualità spaziale ma non spaziale. Quindi se lo spazio rappresentasse tutte le possibilità si escluderebbe l’esistenza  delle possibilità non spaziali, come appunto il pensiero.

Per la stessa ragione anche l’”essere” non è infinito in quanto non potrebbe coincidere con la Possibilità Totale che non accetta limitazioni deterministiche. Quindi l’Essere manifesta solo ciò che può essere (e non ciò che può non essere). La Possibilità Universale è invece l’insieme di tutto ciò che può essere e ciò che può non essere.

Ne consegue che anche ogni passaggio dal manifesto al non manifesto è solo una trasformazione.

 

Nella “non manifestazione”, cioè nella smisurata e non svelata potenza di Tutte le Possibilità, tutte le cose (visibilium et invisibilium diremmo parafrasando il Credo cristiano) coesistono nel loro principio. Guénon contesta fortemente il “vuoto” come elemento appartenente all’”essere”. Il vuoto “non esiste” all’interno della manifestazione, ma solo nella “non manifestazione”.

 

A metà del suo testo sugli stati dell’essere Guénon introduce uno dei concetti più profondi del suo studio: quello di Silenzio, estratto non solo dalla metafisica vedantina ma anche dal più profondo pensiero presocratico e da quello neoplatonico.

Il silenzio è una specifica qualità del Vuoto e della non manifestazione mentre la parola appartiene specificamente alla manifestazione. Per tale ragione sia l’essere che il non essere sono nella Possibilità universale ma il vero Silenzio è riposto nel non manifesto.

Il Nulla, invece non coincide affatto con il “non essere” ma è semplicemente una parola che contraddice la Possibilità Infinita. E perciò non ha alcun senso.

Assai diversa è la posizione nei confronti dello zero metafisico proprio perché, per Guénon, coincide con il Non Essere. Lo Zero metafisico è un aspetto dell’infinito. Ovviamente, questo concetto, dal punto di vista della matematica ordinaria, fa… rabbrividire, ma è proprio per questo che Guénon si stacca da pensiero analitico moderno e ne fa una critica feroce nel suo “I principi del calcolo infinitesimale

Tra gli aspetti della manifestazione c’è anche l’io. L’io, però, è solo una delle indefinite possibilità del manifesto e trae le sue radici dal “non essere” e cioè dalle Possibilità infinita.

 

E’ proprio dopo aver parlato dell’”io” che Guénon introduce i molteplici “stati” della coscienza e li raffronta agli stati dell’essere. Perché uno stato dell’essere sia tale “nell’essere” è necessario uno stato di coscienza che lo percepisca.

Gli stati dell’essere sono però sia coscienziali che sovracoscienziali e lo sono simultaneamente. In tal modo Guénon supera la teoria del karma (soprattutto il modo limitato con cui era stata “importata” in occidente) e distribuisce l’esperienza dell’essere in una rete cosmica, pressoché infinita, dove tutte le possibilità hanno una loro realizzabilità sia cosciente che sovracosciente. Ogni cosa può passare dal potenziale all’attuale; la consapevolezza di tale “travaso” è abbagliante ed estende la dimensione cosmica della coscienza e della sovracoscienza in una maniera illimitata. E’ qui che la mistica e la scienza si incontrano in una esperienza realmente divina. Ovviamente Guénon parla della teoria… e assai meno della pratica. Per questa si affida all’esperienza iniziatica, l’unica che può fornire la chiave per attraversare il mare della duplicità e riunificarlo nella Possibilità infinita e nella Coscienza dell’iniziato.

 

Nel piccolo schizzo seguente abbiamo riassunto in 7 disegni molto semplici dei concetti assai complessi che attraversano i vari libri precedentemente citati ed anche il notissimo Re del Mondo. Ovviamente consigliamo il lettore di non fermarsi a questa specie di… “bignami” superficiale della metafisica guenoniana ma di approfondire nei testi citati e in tanti altri che siamo pronti ad indicare (a seconda della preparazione e degli interessi specifici del lettore), sia gli aspetti matematici che quelli filosofici.

Nel primo disegno compare la croce, composta da due assi ortogonali, uno della volontà (quello verticale) e uno della manifestazione (quello orizzontale).Questo disegno archetipale esprime sinteticamente la visione della manifestazione centrifuga sia orientale che occidentale. Infatti sia nei Veda che nel buddismo si sviluppa una metafisica assai articolata illustrata nei mandala con i famosi piani della folgore e della matrice  e negli yantra puramente geometrici, che rispecchiano esattamente la visione cruciforme di Guénon. Del resto anche la teoria platonica espressa nel Timeo definisce, anche se in forma più geometrica, la distensione del mondo fenomenico attraverso la rotazione dei cinque poliedri formatori dell’universo[8].

Nell’asse verticale si individuano già le prime tre “qualità” dei piani fondamentali dell’essere: quello sattvico (spirituale, in alto) quello rajasico (al centro, la manifestazione coscenziale) e quello tamasico (terreno, in basso). La croce può ruotare ed individuare il succedersi delle ere, il ripetersi dei cicli cosmici, il processo dell’anno solare, ecc. (e in questo viene assimilata allo swastica); può individuare inoltre il centro di una serie di cerchi che possono espandersi o contrarsi, ognuno dei quali contrassegna un aspetto della ruota cosmica e della vicinanza o menoall’axis mundi. Man mano che ci si sposta, come nel paradiso dantesco, da un girone esterno ad uno più interno, si approda verso il centro unificante dove le distanze si annullano e da cui ogni punto esterno viene contemplato a 360°. Nel punto adimensionale tutto si elide e tutto si unifica. No-spazio, no-tempo, eppure tutto coincide in un punto equivalente allo zero metafisico di cui si è accennato in precedenza.

Nel secondo disegno i piani molteplici appaiono attraversati da un solo asse verticale. Guénon ipotizza varie modalità di “distensione dei piani dell’essere”  In fig, 2 un solo fiat incontra un numero indeterminato di “livelli” e infinite possibilità, manifeste e non manifeste dell’essere. Ognuna di queste è in relazione con quella parallela (o eventualmente traversa), solo attraverso l’axis mundi (che diventa il centro propulsore di una “voluntas” e di uno “ius” che provengono dalla trascendenza). Tale rappresentazione, in questo disegno, è confinata ad uno spazio bidimensionale, eppure già prelude allo smarrimento che consegue all’incrocio fra un raggio proveniente dalla Volontà Assoluta (concindente con la Possibilità Universale) e una indefinita serie di possibili manifestazioni, tutte, appunto, possibili anche se non tutte evidenti.

Nella fig. 3 Guénon apre ad un altro concetto, caratteristico della visione iranica e di quella indiana e che ritroviamo sia nello shivaismo cachmiro che nel sufismo islamico. L’ordito e la trama del grande tappeto cosmico individuano, nei punti di incrocio, una serie infinita di possibili eventi. Infiniti incroci, infiniti eventi. Ogni evento, in realtà è un cronotopo ,cioè può rappresentare una vita intera o un’insieme di vite, di esistenze. Ogni punto di incrocio, a sua volta, è collegato ad infiniti altri. Questo introduce al concetto di matrice in cui pur essendoci delle coagulazioni definite di determinate possibilità in ogni incrocio, ogni possibilità è a sua volta in relazione con tutte le altre.

Questo, dal punto di vista matematico, da luogo ad una spaventosa elevazione a potenza delle varianti di ogni possibile evento. E questo vale per ogni essere, per ogni istante, per ogni spazio, per ogni tempo.

Nella fig.4 abbiamo immaginato che ogni matrice di fig. 3 sia rappresentata a sua volta in un piano parallelo o comunque in relazione con infiniti altri piani equivalenti. Praticamente abbiamo esteso tridimensionalmente la convergenza tra la fig. 2 e la fig. 3. Tanti piani paralleli, tante matrici, tutte quante “collegate”, a loro volta, da un asse verticale che le pone in relazione metafisica, in convergenza per così dire “magnetica” (per usare un termine alchemico a nostro avviso assai adatto) e ne stabilisce la interrelazione.

Il fig. 5 compaiono appunto le corrispondenze fra punti diversi delle matrici parallele e in fig, 6, infine, compare la visione assai più estesa di infiniti piani, non più paralleli ma ruotanti intorno ad una retta di incrocio (una specie di axis mundi di terzo ordine, per così dire: l’asse del mondo degli assi del mondo). Le interrelazioni tra ogni piano (a sua volta organizzato come una matrice) dipendono dalla rotazione di tali piani o dalle velocità di rotazione che possono essere diverse fra loro. I piani sono interpenetrabili gli uni con gli altri, perciò possono incrociarsi senza neanche accorgersi l’uno dell’altro, conservando inalterate le loro possibilità d’essere. La croce, da bidimensionale diventa multidimensionale.

Se infine tutte le matrici (rotanti o meno su se stesse e interconnesse da una serie di “axis mundi” equipollenti) vengono disposte in un immenso “cubo magico” dove ogni punto si relaziona a tutti gli altri secondo tre dimensioni, otteniamo la immensa matrice tridimensionale di fig. 6 dove le relazioni multiple diventano incommensurabili e le possibilità di reciproca influenza tra ogni evento diventano infinite, così come sono infinite per la Possibilità Universale che le determina.

Mi auguro che questi schemi, che non riassumono affatto il pensiero di Guénon ma “estraggono” soltanto alcune considerazioni dai suoi testi, ci aiutino ad entrare nella complessa metafisica guénoniana. Ricordiamo che, per passare da una visione prettamente intellettuale e semi-razionale, come quella testé enunciata, ad una esperienza realmente omnicomprensiva e sovracoscenziale come quella iniziatica, è indispensabile una via autentica, che porti l’individuo ad immergersi integralmente in quell’universo che la mente rischiara solo con alcuni… piccoli bagliori d’infinito.

 



[1]
Per un confronto fra le dottrine matematiche tradizionali e la visione moderna, sia “galileiana” sia quantistica v. Ritmi e Riti Simmetria ed II ed 2009.; Per una esplicitazione grafica e geometrica sia in chiave vedantina che cristiana della teoria dei piani molteplici dell’essere v. Misteri e Simboli della Croce II ed Simmetria 2012

[2] Una delle prime “formalizzazioni” dei principi esistenziali su cui si innesteranno i processi filosofici delle Upanishad lo troviamo nello Svetàsvataradove veniamo, dove andiamo e dove viviamo”. Nella Kena Upanishad  compare: “per volere di chi il pensiero viene emesso e persegue il suo scopo”. Ma forse il massimo capolavoro filosofico da cui Guénon trasse ispirazione è proprio la Chandogya Upanishad dove nel dialogo tra Prajapati e Indra si affrontano la maggior parte dei problemi ontologici che troveremo in Guénon.

[3] Guénon conobbe sia in Algeria che in Egitto alcuni degli esponenti delle “tariqe” del pensiero Sufi. Sia in Farid Attar che un  Ibn Arabi si ritrovano aspetti della metafisica guenoniana anche se mediata dalla esposizione “fantastica” propria della mistica sufi.

[4] Forse Guénon conobbe bene il Seva Netivoth Ha Torah di Abulafia uno dei testi della mistica ebraica che mette maggiormente in relazione l’universo rappresentativo delle sephiroth con i piani dell’essere e soprattutto con il passaggio dalla potenza all’atto attraverso la “pronuncia”  delle lettere.

[5] Misteri e Simboli della Croce, Simmetria II ed 2013 op cit

[6] Il magnifico autore de La colonna e il fondamento della verità e di tante opere di metafisica e matematica che ne fanno uno dei colossi della spiritualità occidentale.

[7] In tale ottica ciò che non è possibile nell’essere non è necessariamente impossibile nei confronti della “possibilità universale”. Questa estensione metafisica che può entrare in conflitto con la logica ordinaria è in realtà un ponte sottile verso la Coscienza Universale che unifica il pensiero Tradizionale.

[8] Ritmi e Riti op. cit

Commenti  

# Antonello Colimberti 2015-02-18 18:12
Ottima sintesi! Sarebbe interessante un confronto con Michel Valsan, che ha scritto sulla dottrina degli stati molteplici dell'Essere nel Cristianesimo. Esiste una traduzione italiana presso le Edizioni Orientamento, ma il testo originale (sui numeri 3/4 e 5/6 di "Science sacrée", rivista fondata nel 2001 da Muhammad Valsan, figlio di Michel) è leggibile e scaricabile dal sito seguente: http://www.sciencesacree.com/
Saluti, Antonello Colimberti
# Claudio Lanzi 2015-02-18 19:13
Grazie Antonello.
Conosco il testo di Valsan. E sicuramente mi piacerebbe parlarne.

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