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La visita alla basilica celestiniana, e alla altrettanto famosa fontana, ci ha dato la possibilità di studiare da vicino e di riverificare il coacervo d’interpretazioni che sono fiorite intorno ai due insediamenti (comprese le interpretazioni guenoniane, a nostro avviso non sempre condivisibili).
Riteniamo inoltre che le ipotesi sulla funzionalità delle due costruzioni, motivate da un’analisi oggettiva dei manufatti, possano essere sufficientemente “vaste” e non richiedere i voli fantascientifici oggi reperibili su internet o su riviste divulgative.
Vogliamo dire che la storia della Basilica e di Celestino, nonché le poche testimonianze accertabili sulla costruzione e destinazione dei due manufatti offrono ampio campo allo stupore e alla meditazione senza necessità di aggiungere… scoperte dell’acqua calda come oggi è d’uso.

Stella Vordemann ha approfonditamente affrontato il contesto storico e le ipotesi più attendibili sui messaggi nascosti nell’area basilicale. In questa sede riportiamo solo i concetti fondamentali della sua stimolante relazione integrata da alcune brevi considerazioni di Claudio Lanzi relative soprattutto alla fontana delle 99 cannelle.

Collemaggio

A seconda degli studi, sul sito della basilica precedentemente si trovava una fortezza della famiglia della Torre, oppure una chiesa intitolata all’Assunta, ipotesi più probabile (la leggenda vuole che la Madonna in sogno ordinò a Pietro di edificare una chiesa “là dove già il suo culto veniva celebrato”). A questa costruzione anteriore si riferisce probabilmente la pietra capovolta che troviamo all’entrata del chiostro sull’architrave. Sotto alla costruzione scorre una vena d’acqua come in molte cattedrali mariane.
Anche sulla datazione ci sono voci discordanti, alcuni vorrebbero addirittura la facciata di molto posteriore all’interno, ipotesi che non convince, visto che le pavimentazioni e in particolare i giochi di luce che avvengono in determinati giorni dell’anno sono collegati alla facciata in maniera indissolubile. Altri ancora dicono che la chiesa originale era completamente diversa, a cinque navate e più corta. Ma le controversie sono tali e tante che l’unico modo di farsi un’opinione è di guardare la basilica dal vivo e di procedere al contrario per via induttiva.
La facciata è policroma e presenta delle croci rosa su sfondo bianco, che alcuni dicono, vorrebbero imitare il telo sindonico, altri invece riecheggiare le croci templari. Sull’influenza templare in questa costruzione si è scritto molto, ma le prove sono purtroppo solo indiziarie.

Sia Celestino che i Templari subirono una damnatio memoriae, quindi la mancanza di documenti non sorprende. La presenza di una torre ottagona, di 8X2 colonne ottagonali a separare le navate, della simbologia del fiore della vita e del pesce, derivato dall’arcistudiata vesica piscis, trovati in altre chiese di cui è nota la paternità templare (in particolare San Bevignate vicino Perugia), farebbero pensare che ci sia del vero.
Tommaso d’Ocre, fatto cardinale da Celestino, era sicuramente imparentato con Berardo d’Ocre, templare, fido aiutante di Federico di Svevia, collegato all’insediamento cistercense fortificato di Santo Spirito d’Ocre, fuori Aquila. All’interno della basilica, inoltre, ci sono pietre incise con i simboli delle confraternite dei muratori (legate all’ordine cistercense e ai templari). La presenza templare all’Aquila è inoltre comprovata dal fatto che, proprio nella basilica, furono tenuti i processi ai templari stessi dopo la dissoluzione dell’ordine. Il nome di Collemaggio è discusso: maggio come mese mariano, come magione templare (la torre ottagona preesistente alla chiesa), come maggiore e mago. Certo è che la dedica alla Madonna, il gioco di luce il giorno del solstizio e dell’Assunta ricordano fortemente Chartres e tante altre chiese romaniche e gotiche, nelle quali il rapporto fra luci e pavimenti è stato sicuramente studiato in funzione delle coincidenze astrologiche.

L’aspetto della basilica medievale che vediamo adesso è stato restituito negli anni’70 da un restauro che eliminò le sovrastrutture barocche applicate nei primi del ‘700, coperture che più che danneggiarlo, probabilmente preservarono l’originale da rifacimenti ignoranti della loro portata simbolica, (una parte di importanti pavimentazioni delle chiese medievali, parte fondamentale del loro simbolismo, è stata distrutta nel XIX e XX secolo).

Ma al di là della diatriba di chi abbia concepito la basilica e quando, l’impianto simbolico di Santa Maria di Collemaggio mostra una coerenza interna che non può essere casuale ed è sicuramente ricca di una conoscenza che presuppone, in chiunque l’abbia disegnata, una competenza in geometria sacra, in matematica, e probabilmente in alchimia e astronomia. Ad avere questo tipo di competenza all’epoca non erano in tanti, quindi il cerchio si stringe intorno a gruppi come i templari, i cistercensi, i gioachimiti, la cerchia di “sapienti religiosi” di varie culture formatasi intorno a Federico II. Ma anche i francescani custodivano conoscenze non destinate a tutti: uno per tutti frate Elia, che costruì la basilica di Assisi e che dopo la cacciata dai francescani nel 1239, divenne amico e architetto di Federico (e che, forse, fu uno degli alchimisti della sua corte). È singolare che tutti questi, tranne i cistercensi, facevano parte del… grande club degli eretici e (pluri)scomunicati.

La facciata ha tre portali strombati, uno di sinistra, la porta del Battista, che nella decorazione mostra elementi naturali, fiori frutta e un “jack in the green”, un omino che appare tra le foglie, tipico di una iconografia nordica e in quegli anni, francese sulla cui funzione è tornato più volte Fulcanelli (vedi: Il Mistero delle cattedrali). In alto il paradiso terrestre, che simboleggia l’umanità prima della caduta e quindi la natura prima della sua corruzione. Il portone di destra, invece, è più geometrico e semplice, ornato da rose a cinque petali (rose dette, a volte, di San Giovanni e spesso correlate all’Ordine del Tempio). Il portone centrale ha una lunetta raffigurante la Madonna. Lo strombo mostra cinque ordini di colonne. Tale numero può avere numerosi collegamenti: dal numero della stella di Maria al terzo numero della prima triade pitagorica costituita da numeri razionali. In facciata ci sono tre rosoni, a illuminare all’interno altrettante navate.

La basilica ha anche un altro portone, La Porta Santa, che si trova sul lato nord.
Nella lunetta sono rappresentati Giovanni Battista (è nel giorno della sua decollazione che si celebra la Perdonanza), la Madonna e Celestino V.
La basilica è costruita come una Hallenkirche francescana, senza transetto, ed è spoglia ed essenziale come le chiese cistercensi, salvo per qualche affresco tre- e quattrocentesco nelle nicchie (splendida l’Assunzione in cielo di Maria). Forse ce ne erano anche altri, andati persi durante i vari terremoti.
Le colonne sono ottagonali, salvo le ultime due, che delimitano la zona dell’altare, che sono polilobate. (L’8 simboleggia notoriamente la trasformazione e il passaggio da uno stato a un altro e l’ottagono è intermedio fra quadrato e cerchio, si pensi al fonte battesimale e ai battisteri ottagoni, ma anche ai tamburi che collegano i templi quadrati alla cupola).
La decorazione più cospicua e significativa è quella pavimentale, che, per alcuni, indica la progressione in una via di perfezione. La prima parte è costituita da quattro tappeti di losanghe bianche e rosse, che si possono inscrivere in una vesica piscis. Tali losanghe, assimilate al “pesce” potrebbero alludere alla corrente delle acque da risalire, fino alla fonte.

affreschi della chiesa templare di San Bevignate (Perugia)

Poi si arriva a una porzione di pavimento ricoperta di croci, le stesse della facciata. La croce rappresenta “l’aspetto dinamico del quaternario”, come dice Guenon. Le croci sono costituite da due rettangoli a loro volta costituiti da due quadrati.
Al centro vediamo un “croce fiore”, inscritta in un quadrato. Sul suo valore come simbolo cristico si veda sempre Guenon, op. cit.
Questo quadrato con la croce divide in due il percorso, la navata. Uno studio di Giannandrea Capecchi, Notre Dame di Collemaggio, ed. il Ternario, saggio in due parti scritto con Maria Grazia Lopardi, evidenzia alcuni elementi di geometria sacra. L’omphalos, come viene definito dagli autori, si trova a mezza via e potrebbe rappresentare la prima rinascita (seconda nascita): i piccoli misteri dell’iniziato. Vi si accede pure dalla Porta Santa, tramite una scorciatoia sul piccolo camminamento segnato sul pavimento, ma soltanto nel giorno del Battista Decollato.

Per dirla con i Rosacroce: Il Battista “diventa” Gesù (che poi diverrà il Cristo per intervento dello Spirito Santo, ma non ancora). Seguendo tale ipotesi, dopo la prima realizzazione, il viaggio dell’adepto proseguirebbe per una parte del pavimento campito da fiori-croce che ritagliano forme ottagonali, cioè la tendenza verso il cerchio si fa sempre più marcata, finché non si giunge al labirinto, costituito da sei cerchi con all’interno altri cerchi.
È qui che il 21 giugno si compie un piccolo miracolo: ai sei cerchi di pietra si aggiunge un cerchio di luce che proviene dal rosone. La trina del rosone diventa un cerchio col punto in mezzo, e secondo la variante “alchimistica” ciò potrebbe significare il compimento dell’Opera, dove il settimo raggio ricongiunge al sole con un movimento ascensionale che consente l’uscita verso la trascendenza. Il 15 agosto la luce dei tre rosoni si allinea nelle navate e i rosoni si stagliano sulle relative absidi.

Il giorno della festa solare (aquila-simbolo solare per eccellenza), il sole entra e, teoricamente, trasforma l’iniziato che si trova nel labirinto, tappa fondamentale, con il suo significato di smarrimento e perdita del centro, ma anche di dedalo che preclude l’accesso a chi non è qualificato. Sempre seguendo tale ipotesi, il percorso che lo porterà dal quadrato al cerchio passa attraverso l’ottagono, il battesimo, la trasformazione.

Ma, nella Basilica di Collemaggio, si può notare una caratteristica presente sulla pavimentazione e sulla facciata, assai comune in molte altre chiese romaniche o gotiche (che quindi non rappresenta una “esclusività” del monumento ma una tipologia di linguaggio geometrico assai frequente, anche in edifici pagani romani e greci): l’insistenza sul rettangolo generato da due quadrati contigui che da luogo ad un rettangolo e a dei triangoli con particolari caratteristiche (vedi disegno).

Le facciate degli edifici sacri da sempre presentano il timpano, un triangolo di proporzioni variabili.
Il triangolo isoscele con l’angolo a 108 gradi che si trova all’entrata di Castel del Monte, la cui ipotenusa rispetto a uno dei cateti è in rapporto φ =1,6189 (numero aureo) è abbastanza particolare (ne troviamo uno simile nella facciata di S. Miniato a Firenze).

Anche Collemaggio mostra un triangolo in facciata, anzi due, e rinviamo di nuovo al saggio di G.Capecchi, op. cit., per un approfondimento. Basti dire che uno dei due triangoli, il meno evidente, si evince collegando i tre punti al di sotto dei rosoni. Questi formano un triangolo isoscele di 126, 27 e 27 gradi, che, se lo si costruisce prendendo il centro di un cerchio e aprendo l’angolo di 126 gradi, consente di costruire sull’ipotenusa, un quadrato con la stessa superficie del cerchio.
E’ interessante che puntando il compasso su uno dei vertici del rettangolo si può facilmente ottenere la successione aurea come mostrato nel disegno a fianco.
Il rettangolo, costituito dai due quadrati, che contiene il triangolo suddetto, è presente in questa basilica in più elementi: nelle croci, nelle losanghe che costituiscono le stelle a sei punte, nel labirinto. Tale ritmo diventerà poi una vera ossessione per i pavimentatori cosmateschi che utilizzeranno però un cromatismo maggiore (basato sul bianco, sul rosso e sul verde, ed eccezionalmente sul giallo).

Un altro elemento che molti ricercatori hanno posto in evidenza è il collegamento della città dell’Aquila con il numero 9. Anche tale numero può essere più volte rintracciato nella basilica. Ad esempio lo otteniamo dalla somma cosiddetta “teosofica” dei numeri dei gradi del famoso triangolo: 27→ 2+7=9; 126 → 1+2+6=9. Il simbolismo del 9 è assai studiato. Dante fa riferimento al nove nella Divina Commedia in modo velato (3 per 33 terzine), ne La Vita Nova in modo più esplicito, in particolare in riferimento al suo primo incontro con Beatrice. (Guenon, L’esoterismo di Dante, Adelphi). Ritroveremo tale numero della visita alla fontana delle 99 cannelle.

Collemaggio, anche se costruita nel corso di diversi decenni o generazioni, è stata eretta con un piano preciso e ricostruita, dopo i terremoti, in maniera sicuramente conforme all’originale, come in tutte le forme tradizionali di costruzione (si pensi ai templi di legno dell’estremo oriente che vengono distrutti e ricostruiti ciclicamente in alcuni casi da millenni).
Questo è sicuro per esempio per il rosone centrale, che sarà andato sicuramente distrutto più di una volta. Il disegno che traccia sul pavimento una sola volta l’anno, il cerchio con il punto in mezzo, che riecheggia quelli del labirinto, è dato dalla forma delle trine del rosone, che quindi devono essere state rifatte identiche all’originale, sulla base di disegni o di sagome di legno dei conci, come è noto per altre cattedrali (per es. quella di York, in Inghilterra). I Celestini sono stati presenti nella chiesa con annesso convento per centinaia di anni ed è probabile che abbiano vigilato, finché la conoscenza non andasse perduta.

Anzi, a questo punto vi è una certezza, questa chiesa aveva anche una cripta, perché un percorso simbolico verso l’alto prevede sicuramente anche un percorso in basso. È stata interrata per motivi statici dopo uno dei numerosi terremoti che hanno colpito la zona.
Non esiste, purtroppo, uno studio sui tombini numerati posti nel pavimento della chiesa, uno dei quali poteva essere l’accesso alla cripta.
La chiesa aveva un campanile, e di questo si sa che crollò nell’ottocento. Era posto sulla torre ottagonale e forse è stato parzialmente ricostruito vicino alla Porta della Perdonanza.

Dall’altra parte della barricata ci sono opinioni di ogni tipo e denominazione, che vedono in questo edificio qualsiasi cosa, da un’astronave pronta per il decollo, a una centrale energetica, un’antenna.

Ci chiediamo chi possa essere stata la mente dietro a tutto questo. Celestino eremita esoterista? I Templari? I maestri comacini? Ma è poi così importante? Il medioevo è l’epoca degli artisti anonimi, del lavoro collettivo, delle corporazioni, dove ognuno dava il suo apporto in nome di qualcosa di più grande. Le firme dei maestri sono spesso invisibili, lasciate in posti che nessuno vedrà mai, più un collegamento alla particolare corporazione, che l’affermazione di un’individualità. Le chiese medievali sono libri di pietra (Fulcanelli), che letti da chi ha occhi per vedere, svelano i misteri della trascendenza. Chiedersi chi le ha costruite è come chiedersi chi ha scritto il libretto d’istruzioni del videoregistratore. Non serve. Quello che conta è che sia utile al funzionamento. L’autore del libro può anche rimanere ignoto.


La fontana delle “99 cannelle”

Nel pomeriggio abbiamo visitato la famosa fontana trapezoidale delle 99 cannelle, realizzata, presumibilmente da certo Tancredi da Pentima nel 1272; possiamo perciò considerarla coeva alla Basilica e ad essa collegata anche se trovasi a notevole distanza.

Ci siamo soffermati sulla particolare pianta della fontana che, ad imitazione di quella della città e a richiamo della omonima costellazione, è sottoposta ad una geometria apparentemente illogica e formata da tre pareti sghembe, di lunghezza diversa, poste di fronte ad una scala di 9 gradini (o dieci se si considera l’ultimo, diverso dagli altri) che completa il quadrilatero ma la cui datazione, a seguito dei rifacimenti, è del tutto incerta. L’analisi di tale quadrilatero ci porta a considerazioni geometriche analoghe a quelle fatte per la basilica; argomento assai particolare e complesso (su cui torneremo appena possibile con un articolo appositamente dedicato).

C’è da dire che, nel “raptus esoterico di massa” che ha sconvolto l’occidente da circa un cinquantennio, sono state formulate, soprattutto negli ultimi anni, varie ipotesi sugli orientamenti, sul loro “aggiustamento”, sulle ricostruzioni, e su rapporti tra tale fontana e altri siti sparsi per il globo. Alcune di queste ipotesi possono, a nostro avviso, esser considerate attendibili. Altre decisamente “new age” e desiderose di far scalpore con pochi elementi “sensazionali” a corredo, fanno accapponare la pelle per la loro banalità, analogamente a quelle sulla basilica. Lasciamo ai curiosi che volessero conoscere sia le une che le altre, la possibilità di esaminare scienza e fantascienza …….

 

Senza entrare nella difficilissima interpretazione delle teste e della successione numerica sulle tre pareti da cui escono le cannelle (in cui alcuni hanno voluto vedere massonerie e baphometti che, a quei tempi… non erano assolutamente presenti) vorremmo ricordare invece la presenza “anomala” di alcune formelle, come quella priva di fiore (ottagonale o pentagonale come in tutte le altre) e costituita da un concio bianco con un doppio cerchio centrale, presumibilmente marmoreo e apparentemente più tardo. Non ce la sentiamo di avallare l’ipotesi di una rappresentazione stellare con i mascheroni che starebbero a significare il succedersi delle costellazioni allora conosciute.

Altri particolari sigilli sono dispersi tra le pareti. Anche in questo caso i terremoti hanno più volte distrutto parte delle mura. Le ricostruzioni possono aver invertito alcune formelle e sicuramente alcuni elementi possono esser stati sostituiti perché distrutti. Per tale ragione vorremmo astenerci dal vezzo di infilare i significati che ci piacerebbe che avesse il sito, piegando i simboli a nostro uso e consumo. Per cui non sappiamo se sia probabile che i templari si riunissero in tale spazio (anche se tale ipotesi possiede un indubbio fascino) o se lo stesso fosse adibito alla veglia d’armi.
Ma riteniamo che l’asimmetricità  del luogo, conforme alla pianta civica, rappresenti sicuramente una confluenza, rafforzata dallo scorrere di tante acque in tre vasche intercomunicanti.
Inoltre l’incisione presente in una delle pareti presenta una dichiarazione singolare, e cioè che le acque della fontana riuniscono “un vecchio fiume a una nuova fonte” e che in tale opera vanno elogiati coloro che “il lavoro e l’onestà fanno essere cittadini dell’Aquila”.

Ecco, a parte l’ipotesi riduttiva, cioè che si tratti di una semplice commemorazione delle corporazioni che hanno partecipato al lavoro, questa si che ci pare una allusione all’ingresso dell’Aquila imperiale a governo e ripristino di una spiritualità corrotta (la nuova fonte che rinnova il vecchio fiume). Questo ci sembra assai conforme allo spirito federiciano e potrebbe anche alludere che essere cittadini sotto l’egida dell’Aquila imperiale equivalga al recupero di una nuova onestà.

A coloro che amano invece i giochi d’acqua può essere fornito un piccolo suggerimento acustico, che non ci sembra sia stato studiato da alcuno (più evidente in assenza di turisti schiamazzanti) che ricorda i giochi acustici assai più evidenti, ad esempio nelle stanze di palazzo Farnese di Caprarola o, ancor meglio, nella fontana dell’”Organo” di Villa d’Este. Tale particolarità consiste nella deformazione del suono fino al suo quasi annullamento, causata dalla particolare angolazione delle mura perimetrali. Più evidente nella parete esposta a Nord est. In alcuni punti, ad esempio, il brusio delle cannelle tende a scomparire e a uniformarsi. In altri il gioco d’acqua diventa assai più articolato e ardito. In altri ancora è evidente l’enfatizzazione del medesimo, soprattutto in prossimità dell’angolo acuto dove è presente la cannella del “pesce” o del Colapesce o dell’uomo pesce, da molti richiamata con una funzione analoga alle pietre d’angolo basilicali, (vedi foto) e connessa più o meno correttamente alla funzione regale federiciana. (Non dimentichiamo che L’Aquila, con i suoi emblemi imperiali, viene fondata da Federico II, in evidente opposizione alla Roma del tempo).

La leggenda di Colapesce parla di un uomo, vissuto nello stretto di Messina, che aveva la possibilità di restare sott’acqua per tempi lunghissimi. La storia narra che Federico II lo mise alla prova facendogli recuperare dal fondo del mare, progressivamente, una coppa e una corona. Colapesce sparì quando Federico gli chiese di recuperare un anello nella profondità dello stretto. L’uomo preferì, infatti, restare nel fondo del mare, avendo scoperto che uno dei pilastri che sorreggevano la Sicilia, avrebbe potuto cedere. E si dice che stia…  ancora li a sostenerla.

Le valenze simboliche della leggenda sono assai evidenti e la sovrapposizione tra Federico e Colapesce appare evidente. Inoltre, a parte l’orientamento degli spigoli della fontana che corrispondono abbastanza bene con i punti cardinali, è singolare che il Colapesce verrebbe a trovarsi a sud (in direzione della Sicilia).

Ci ripromettiamo una successiva visita mirata per una valutazione “pitagorica” più complessa e mirata anche agli aspetti musicali del sito.


Nota 1) La storia dell’Aquila e di Celestino in relazione alla Basilica di Collemaggio:

[1] La basilica di Collemaggio fu edificata intorno agli anni ’80 del Duecento da Pietro da Morrone, frate eremita, che al ritorno dal suo viaggio a Lione per salvare il suo ordine monastico dalla dissoluzione, fece un sogno nel quale Maria gli chiedeva di costruire una Chiesa lì dove già si celebrava il suo culto. In pochi anni Pietro riuscì a comprare il terreno e a cominciare la costruzione, che sì inaugurò nel 1284-88 (la data precisa è controversa). Dopodichè se ne tornò fra le sue amate montagne.

Per comprendere appieno la particolarità di questa costruzione, si deve tornare indietro nel tempo, al 1230, anno nel quale, per volere di Federico II di Svevia (alcuni dicono di suo figlio Corrado IV), fu fondata la città di Aquila (il nome odierno, l’Aquila deriva dal nome ottocentesco L’Aquila degli Abruzzi). L’aquila, oltre che l’emblema dell’Imperatore, è un chiaro simbolo solare. La fondazione ex novo di una città con un preciso progetto urbanistico è fatto del tutto eccezionale per il medioevo e la leggenda vuole che come modello ideale fosse scelta Gerusalemme, città della quale solo l’anno prima, nel ’29, durante la VI crociata  Federico (in realtà egli negoziò un accordo con il sultano, suo amico), già scomunicato dal Papa, era stato coronato Re nella basilica del Santo Sepolcro. I 99 (ipotetici) castelli dei dintorni si erano riuniti in un unico comune, conservando nella nuova città una rappresentanza che si concretizzò in 99 piazze, 99 palazzi, 99 chiese e, naturalmente, le 99 cannelle della famosa fontana (i numeri naturalmente non vanno presi in maniera troppo letterale). La città aveva una posizione strategica sulla dorsale appenninica, sul percorso che congiungeva, a est di Roma, idealmente il Sacro Romano Impero a Nord e il Regno di Sicilia a sud, regni che Federico aveva giurato, con la cosiddetta Bolla d’Oro (accordo stipulato nel 1213 con il Papa), di non unire mai (promessa che non mantenne e che gli valse una delle numerose scomuniche). Città con vocazione ghibellina dunque, con un motto “IMMOTA MANET”, come la stella polare, che certamente suonò minaccioso per lo Stato pontificio accerchiato a nord, sud e est dai fautori della restauratio imperii sotto l’aquila imperiale, che vedevano Federico come Reparator Orbis, sovrano illuminato che avrebbe restaurato la purezza della chiesa. Dopo la morte di Federico alterne vicende colpirono la città, fra cui la distruzione nel ’59 da parte di Manfredi, figlio prediletto di Federico, che non perdonò la svolta guelfa avvenuta sotto il Regno di Napoli. La città fu ricostruita a partire dal 1266.

Pietro Angelerio nacque nel Molise (qualcuno dice a Isernia, altri dicono a Sant'Angelo Limosano) nel 1215. Di famiglia umile, diviene benedettino a 17 anni, si ritira sul Monte Morrone (Sulmona). Il suo modello di vita ascetica è quello di San Giovanni Battista. Prende i voti sacerdotali, dopo un soggiorno a Roma, nel 1239. Dopodiché si ritira nuovamente a fare vita da eremita nei monti dell'Abruzzo, sulla Maiella. Il povero asceta attira intorno a sé un numero sempre maggiore di seguaci, attratti dalla sua fama di santità. Egli è costretto, di volta in volta, ad inoltrarsi sempre più fra i monti in luoghi sempre meno accessibili. Questi piccoli eremi si possono visitare a piedi in un bellissimo e suggestivo itinerario e danno l'idea di quanto fosse semplice la vita alla quale aspirava Pietro.

Il vescovo di Chieti riconosce nel '54 la Congregazione dei poveri frati di Pietro da Morrone con regola benedettina e nel '63 Papa Urbano IV approva l'Ordine dello Spirito Santo. Attratti da questa vita di ascesi estrema erano per lo più due gruppi di persone, che in quegli anni si ritrovarono sui monti abruzzesi. Gli spirituali francescani (detti zelanti perché desideravano seguire alla lettera il testamento spirituale di San Francesco), in quei tempi in odore di eresia e in fuga per i monti dell’Italia centrale, e i gioachimiti di Gioacchino da Fiore, anch'essi  perseguitati dal 1215, quando alcuni scritti di Gioacchino (tra l’altro apocrifi) furono ritenuti eretici. Entrambi i gruppi vedevano in un approccio estremamente pauperestico, mistico e diretto del fedele, senza una mediazione della Chiesa, la via di salvezza. In particolare i gioachimiti aspettavano L'Età dello Spirito Santo nel 1260, che si sarebbe contraddistinta con un ritorno collettivo a una maggiore purezza.

Nell'inverno 1273, non più giovanissimo e provato da lunghi anni di ascesi, Pietro fa a piedi il lungo viaggio fino a Lione, dove si tiene il II Concilio di quella città, per far si che il suo ordine non venisse soppresso. Vi era infatti l'intenzione della Chiesa di abolire tutti gli ordini di fondazione posteriore al 1215, in ottemperanza a ciò che aveva stabilito il Concilio Lateranense IV, anche per bloccare la nascita incontrollata di nuove eresie.

La sua fama di santità lo precede (un po’ come capitò a San Francesco quando andò per l’approvazione della prima Regola da Papa Innocenzo III) e Papa Gregorio X, con la bolla Religiosam Vitam conferma la regola dell'Ordine su modello benedettino. L'ordine ebbe fin da subito grande fortuna e si diffuse molto rapidamente in Francia e in Italia (contando 96 abbazie e 21 case). Dopo la dissoluzione dei Templari molte magioni di quest'ordine si trasformarono in conventi dei Celestini ed è probabile che molti Templari in fuga trovarono rifugio presso i Celestini. Come anche Celestino stesso, in fuga da Bonifacio VIII, probabilmente venne aiutato dai templari nella sua fuga verso Rodi.

Da non confondere con l'Ordine dei Celestini benedettini sono i Pauperes Heremitae Domini Coelestini che sotto la guida di Pietro da Macerata (detto Liberato) e di Angelo Clareno da Cingoli (colui che scrisse la Cronaca o storia delle sette tribolazioni dell’ordine dei minori, nelle quali lamenta il tradimento del Testamento di San Francesco), appena tornati dall'Armenia, ottennero nel 1294, dall'appena eletto Papa Celestino V, la sua protezione e una serie di privilegi (fra i quali anche l'uso di alcuni romitori), subito revocati da Bonifacio VIII. Costoro vivevano secondo una “regola” più vicina agli spirituali francescani e non accettarono mai la legittimità papale di Bonifacio VIII. Fuggirono sull'isola di Trixoma nel golfo di Corinto.

Pietro da Morrone passa tre mesi o poco più a Lione, dove una cronaca lo vuole ospite presso i Templari in una magione di fronte al palazzo dove si teneva il Concilio, poi torna a Aquila.

E qui comincia l'aspetto interessante della sua storia. Una leggenda narra che egli, con i suoi confratelli vestiti di stracci, sia stato aggredito sulla via francigena da alcuni malfattori. Una figura vestita di bianco li difende e scompare. Appena tornato in città, Pietro fa uno strano sogno. La Madonna gli appare e gli dice che sulla collina fuori città, a nord, dovrà edificare una chiesa, intitolata all'Assunta. Non bisogna dimenticare che Aquila è una città di recente fondazione e che la leggenda vuole che abbia già 99 chiese, come i villaggi che compongono la sua municipalità. Inoltre possiede già un Duomo. Una nuova, sontuosa chiesa non è necessaria ed è strano che sia un monaco che vive in una grotta a volerla.

Nel decennio successivo l’umile frate eremita fa costruire un'imponente basilica.

La chiesa viene consacrata una prima volta nel 1284, in tempi record per l'epoca. Celestino se ne torna allora sui monti in una grotta, certo che la sua fine sia ormai prossima.

Invece, colpo di scena, Pietro viene eletto Papa, nel 1294. Il conclave si era arenato in una lotta di potere fra gli Orsini e i Colonna ed era bloccato da due anni. I cardinali sono solo 12 (fra loro il cardinal Caetani futuro Papa Bonifacio VIII). Viene eletto all’unanimità un oscuro monaco, in odore di santità. E qui la storiografia ufficiale generalmente è concorde nel ritenere che fu eletto per convenienza: convinti di poterlo manipolare a piacere, i cardinali erano sicuri che egli fosse malleabile e poco avvezzo ai giochi di potere curiali. Quando la notizia dell'elezione gli viene comunicata da una rappresentanza di prelati che lo raggiunge sui monti, Pietro rifiuta e poi si ritira in preghiera. Poi però decide di obbedire alla chiamata e si fà portare in città, a Aquila, in groppa a un asinello, le cui briglie sono tenute da Carlo d’Angiò, Re di Napoli e Carlo Martello, Re di Ungheria.

Lungi dall'essere molto malleabile, l’anziano eremita costringe tutti a venire all'Aquila per assistere alla sua incoronazione, il 29 agosto 1294, giorno della decollazione del Battista, nella basilica di Collemaggio.
Decide poi di stabilire la Curia a Aquila, fuori dallo Stato della Chiesa. Fà un'altra cosa inusuale: indice la Perdonanza. L’unico esempio anteriore di una simile iniziativa è il Perdono di Assisi, indetto da San Francesco nella Porziuncula nel 1216. Chiunque avesse varcato da allora e per sempre, la Porta Santa di Santa Maria di Collemaggio dai Vespri del 28 a quelli del 29 Agosto, sinceramente confessato e pentito, avrebbe ottenuto la piena remissione dei peccati. Questo fece scalpore perché il mercato delle indulgenze era fiorente (tra l'altro aveva finanziato in parte le crociate). Poi Celestino consegna la bolla all'autorità cittadina, che la detiene fino a oggi. Questo assume un particolare significato perché la prima cosa che Bonifacio VIII volle fare, appena eletto, fu di abolire la Perdonanza. Per fare ciò doveva materialmente distruggere la bolla che la istituiva, ma ciò non gli fu possibile, perché le autorità cittadine non gliela vollero consegnare. Perché Celestino, come sarebbe stato normale, non la consegnò al vescovo?

Tutto fa pensare che egli volesse in una qualche forma riformare la Chiesa su basi diverse, una chiesa con sede a Aquila, nata con vocazione ghibellina, costruita come nuova Gerusalemme e nella quale lui era entrato a dorso d'asino. Bonifacio VIII, nonostante i divieti, non riuscì in alcun modo a fermare le masse di persone che accorrevano alla Perdonanza, che lui condannava come un incitamento al lassismo, come anche non riuscì a soffocare la devozione che il popolo aveva per Celestino, considerato da molti il vero papa, con Bonifacio come usurpatore sul trono di Pietro. L'unico antidoto che trovò, dopo averla tanto condannata come immorale, fu di istituire una Perdonanza romana, il primo Giubileo del 1300. Ma le folle continuarono, come fanno ancora oggi, ad accorrere all’Aquila il 29 agosto.

Forte sulla concezione della Chiesa di Celestino fu l'influenza del pensiero di Gioacchino da Fiore che sperava nell’avvento dell’Età dello Spirito Santo con la costituzione di una Chiesa Spirituale contrapposta alla allora attuale Chiesa Carnale; forte sopratutto l'influenza dei francescani più radicali, che ritenevano che la Chiesa avesse tradito, dichiarandolo non vincolante, il messaggio di radicale povertà e abbandono alla Provvidenza, che San Francesco aveva lasciato nel suo Testamento Spirituale. La scelta di Aquila, con tutto quello che significava in termini di indebolimento della supremazia della Chiesa di Roma, è un altro elemento importante nel disegno complessivo di coloro che sperarono di vedere in Celestino il fautore di un rinnovamento e di una nuova fase più pura per la Chiesa. Dante ne fù talmente deluso e amareggiato, insieme a coloro che speravano in una Chiesa meno compromessa con il potere e i beni materiali, che lo precipitò nell’inferno.

« Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto. »
(Dante Alighieri, Divina Commedia: Inf. III, 59/60)

È però sicuro altresì che Celestino V, trascinato a Napoli da Carlo d’Angiò, si rese conto ben presto che i tempi non erano maturi ed abdicò, giustificando questo gesto con una bolla che scandalizzò i contemporanei, che istituiva il diritto per il pontefice di lasciare la sua carica per gravi motivi.

« Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe [di questa plebe], al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all'onere e all'onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore, la Chiesa Universale. »
(Celestino V - Bolla pontificia, Napoli, 13 dicembre 1294)

Il suo consigliere fu il Caetani, esperto in legge ecclesiastica, eletto Papa al suo posto undici giorni dopo in tempi record. Un'altra cosa che Celestino fece, prima di lasciare il soglio pontificio, fu quella di nominare dodici cardinali, la maggior parte dei quali francesi, per indebolire nel conclave le fazioni italiane che si litigavano il potere.

Sicuramente Celestino era vecchio e stanco, alcuni dicono rimbambito, le cose che fece dimostrano che non furono casuali ma frutto di una precisa visione del mondo. In pochi mesi di pontificato prese numerose iniziative, molte delle quali furono subito revocate dal successore. E se egli fu solo un povero vecchio visionario che fece per viltade il gran rifiuto, un po’ cialtrone e confusionario come la storiografia ufficiale lo descrive, non si spiega l'accanimento che Bonifacio VIII ebbe contro di lui appena eletto pontefice. È più probabile che il messaggio di speranza che portava di una Chiesa più spirituale, meno mondana e legata al potere temporale, facesse di lui un uomo molto pericoloso. Celestino, un anziano provato anni di privazioni e sofferenze, si era ritirato fra i monti per tornare all’agognata vita da eremita e Bonifacio lo fece catturare e portare via in catene. Celestino fuggì, riuscì a raggiungere le coste pugliesi per imbarcarsi per la Grecia, ma una tempesta lo rigettò sul Gargano dove fu riconosciuto e riportato indietro. Fu rinchiuso in una fortezza sul monte Fumone in una cella talmente stretta e angusta che poteva a malapena stare in piedi. Morì poco dopo, di stenti e malattia. Colpendo con un rancore sproporzionato e personale un uomo mite, da tutti considerato un santo, Bonifacio cominciò una capillare opera di damnatio memoriae. Questa versione fu ripresa dagli storici che ne parlano unanimemente come di un vecchio stolto e ingenuo, manipolato da Re Carlo per i suoi scopi, mentre coloro che vissero nella sua epoca avevano un'idea completamente diversa. Fu fatto Santo pochissimi anni dopo, nel 1313 da Papa Clemente V (lo stesso che abolì i Templari).

Quando fu aperta la sua tomba nell'ottocento, trovarono intatto lo scheletro. Il cranio presentava un buco.
Alcuni da questo traggono la conclusione che sia stato ucciso, ma ci sono altri crani bucati famosi nella storia ed è strano che appartengano spesso a costruttori di templi o comunque a persone che hanno ricevuto un compito speciale o una rivelazione. C'è la leggenda di Hiram, che costruì il tempio di Salomone, che subì sul cranio un colpo di martello. C'è quello del vescovo di Avranche, Saint Hubert, che ricevette il buco dall'arcangelo Michele quando gli ordinò di costruire Mont Saint Michel. C'è il cranio bucato del Battista, conservato nella cattedrale di Amiens. E poi abbiamo il cranio perforato di Celestino. (Si legga per il rapporto fra Porta Solare, Porta Stretta, cranio bucato e trapanazione postuma René Guenon, Simboli della Scienza sacra, Gli Adelphi, 1975).

CRONOLOGIA
1130-1202 Gioacchino da Fiore
1194 Nasce Federico II
1213 Bolla d'Oro (promessa di mantenere separati impero e regno di sicilia)
1215 Concilio Lateranense IV(Innocenzo III, 1198-1216)che stipula fra le altre cose l'abolizione di tutti gli ordini monastici fondati dopo quell'anno
1216 (-27)Papa Onorio III che incorona nel
1220 Federico II Imperatore del SACRO ROMANO, il quale incorona nello stesso anno il figlio Enrico re di germania
1227 (-41) Papa Gregorio IX
1228 Nasce Corrado IV
1229 Federico II si incorona  Re di  Gerusalemme
1230 Fondata AQUILA
1234 Ribellione di Enrico, imprigionato dal padre. Corrado (6anni) diviene Re di Germania nel '37 dopo varie controversie
1241 Concilio di Roma, che Federico tentò di fermare catturando i cardinali che vi si recavano
1241 Papa Celestino IV
1242(-54) Ppapa InnocenzoIV
1245 Concilio di Lione I
1250 Muore Federico  II
1254 Approvata la Regola della congregazione benedettina dei frati di pietro da morrone
1254-1261 Papa Alessandro IV
1254 Muore Corrado IV
1261-1264 Papa Urbano IV
1264 Papa Urbano IV accetta  l'ordine di Pietro da Morrone
1265-68 Papa Clemente IV
1271-76 Papa Grgeorio X
1274 Concilio di Lione II, viaggio di Pietro da Morrone
1276 Papa Adriano V
1276-77 Papa Giovanni XXI
1277-80 Papa Nicolo' III
1281-85 Papa Martino IV
1285-87 Papa Onorio IV
1288 consacrata Santa Maria di Collemaggio
1288-92 Papa Nicolo' IV
1294 Papa Celestino V, che abdica nello stesso anno
1295 fuga verso Rodi, naufragio e cattura sul Gargano
1296 morte di Celestino V in prigionia
1294-1303 Papa Bonifacio VIII
1303 -04 Papa Benedetto XI
1305-1314 Papa Clemente V
1517 innalzato mausoleo a S. Pietro Celestino da Girolamo da Vicenza nella basilica

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