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Il 24 Maggio siamo stati a rivedere, con un folto gruppo di soci e non soci, le case romani sottostanti la Basilica dei SS. Giovanni e Paolo.

Abbiamo fatto anche una brevissima escursione nella chiesa di cui mostriamo un particolare del bellissimi pavimenti di Cosma padre. La visita, guidata da Paolo Galiano, oltre ad una indagine interessante sui particolari della vicenda connessa ai martiri (sopra la tomba dei quali è stata fondata la basilica) si è soffermata sui particolarissimi affreschi delle varie sale e, soprattutto su quello che contrassegna il cosiddetto "ninfeo" e che riportiamo in questa sede.

La Passio SS.Joanni et Pauli

Sui due santi martiri romani, che è bene chiarire non sono gli omonimi apostoli, si è aperta da parte degli studiosi una controversia sulla data del loro martirio, effettivamente avvenuto a Roma. Giacché la questione è rimasta irrisolta, non resta altro da fare che seguire la “passio” antica, giunta fino a noi e poi alla fine segnalare le contraddizioni riscontrate da alcuni studiosi.
Giovanni e Paolo, fratelli di sangue e di fede cristiana, sono presentati in tre recensioni consecutive della ‘passio’, che risale al IV secolo, prima come maggiordomo e primicerio di Costantina, figlia di Costantino imperatore; poi come soldati del generale Gallicano, al quale suggerirono un voto, per ottenere la vittoria dell’esercito sugli Sciti: infine sono citati come privati cittadini, nella loro casa al Celio, molto munifici di elemosine ed aiuti, con i beni ricevuti da Costantina.
Quando nel 361 salì al trono imperiale Giuliano, detto poi l’Apostata (331-363), questi avendo deciso di ripristinare il culto pagano, dopo aver rinnegato il cristianesimo, cercò di convincerli alle sue idee restauratrici, invitandoli a tornare a corte, per collaborare al progetto.
I due fratelli (che dovevano godere di molta considerazione a Roma) rifiutarono l’invito e Giuliano mandò loro il capo delle guardie Terenziano, con l’intimazione di adorare l’idolo di Giove; persistendo il loro rifiuto, essi vennero sequestrati in casa per una decina di giorni, affinché riflettessero sulle conseguenze del loro rifiuto.
Continua la ‘passio’: il prete Crispo informato del fatto, si recò con due cristiani Crispiniano e Benedetta, a visitarli, portando loro la S. Comunione e il loro conforto. Trascorsi i dieci giorni, il comandante Terenziano ritornò nella loro casa e dopo tre ore di inutili minacce e lusinghe, li fece decapitare e seppellire in una fossa scavata nella stessa casa, spargendo la voce che erano stati esiliati; era il 26 giugno 362.

Il prete Crispo ed i suoi compagni Crispiniano e Benedetta, avvertiti da una visione si recarono sulla loro tomba a pregare, ma qui vennero sorpresi e uccisi anche loro. Dopo la loro morte il figlio di Terenziano cadde in preda ad un’ossessione e urlava che Giovanni e Paolo lo tormentavano; il padre con grande preoccupazione lo condusse sulla tomba dei due martiri, dove il ragazzo ottenne la guarigione. Il prodigio fece si che si convertissero entrambi e poi vennero anch’essi in seguito martirizzati.

 Il successore di Giuliano l’Apostata, l’imperatore Gioviano (363-364), abrogò la persecuzione contro i cristiani e diede incarico al senatore Bizante di ricercare i corpi dei due fratelli e una volta trovati fece erigere dallo stesso senatore e dal figlio Pammachio, una basilica sopra la loro casa.


Fin qui il racconto della ‘passio’; sul sepolcro, costituito da una tomba a “due piazze”, venne eretto il piccolo vano della ‘confessio’ che ancora conserva antichi affreschi narranti il martirio; il tutto conglobato in una basilica detta Celimontana, che si affaccia tra archi medioevali e contrafforti, sul famoso Clivio di Scauro.
Essa fu più volte ristrutturata e modificata e le reliquie nel 1588 furono traslate dalla primitiva sepoltura; nel 1677 esse furono collocate sotto l’altare maggiore e infine nel 1725 il cardinale Paolucci le fece racchiudere in un’urna di porfido, ricavata da un’antica vasca termale, che ancora oggi forma la base dell’altare.
Effettivamente sotto la chiesa si è scoperta nel 1887 una casa romana a due piani con affreschi e fregi; il loro culto antichissimo è testimoniato da innumerevoli citazioni in Canoni sia romani che ambrosiani; in vari ‘Martirologi’ e Sacramentari; in orazioni e prefazi a loro dedicati; epigrafi marmoree; un monastero fondato da s. Gregorio I Magno (535-604) e intitolato ai due martiri; un’altra chiesa eretta sul Gianicolo era pure a loro dedicata; a Ravenna sono raffigurati nel mosaico di S. Apollinare Nuovo.
È indubbio il culto ufficiale che sempre ricevettero nei secoli; il racconto della ‘passio’ giustifica la presenza di un sepolcro in una casa al centro di Roma, quando i luoghi delle esecuzioni ed i cimiteri erano posti alla periferia della città.
Le opposizioni degli studiosi si basano sul fatto storico che la persecuzione di Giuliano l’Apostata non fece vittime a Roma, ma solo in Oriente
dove risiedeva; quindi si è propensi a spostare la loro vicenda sotto l’impero di Diocleziano (243-313); a volte sono stati confusi con altri santi martiri come Gioventino e Massimino.
A conclusione si può comunque ipotizzare che l’antica ‘passio’, che è quasi contemporanea, non narri il falso, perché se è vero che non vi furono vittime ufficiali romane durante la persecuzione di Giuliano l’Apostata, nulla toglie che qualche martire ci sia stato a Roma ma tenuto nascosto, come nel caso di Giovanni e Paolo, che furono sotterrati nella loro stessa casa, senza far sapere ai romani la loro sorte.
Non bisogna dimenticare che i cristiani con Costantino avevano ottenuto libertà di culto e lo stesso Giuliano aveva inizialmente emanato un “Editto di tolleranza”, e quindi il popolo non era disposto a ritornare indietro sulla pace e libertà raggiunta.
I lavori archeologici effettuati e gli studi pubblicati sugli scavi sotto la Basilica Celimontana dei santi Giovanni e Paolo dal valente studioso ed archeologo il passionista padre Germano di S. Stanislao (Vincenzo Ruoppolo) morto nel 1909 e completati da altri studiosi in effetti confermano il racconto della ‘passio’ con la scoperta della casa romana, di cui probabilmente i due fratelli martiri erano proprietari e sulla quale fu eretta la basilica posta nell’omonima piazza.

Il Titulus Pammachii e le Case Romane 

Lungo il lato settentrionale del clivus Scauri sorge la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, che ricopre e in parte riutilizza una serie di edifici di età imperiale. La basilica si apre su un piazzale, da dove aveva inizio una via antica, che correva in direzione nord, lungo il fianco del Tempio di Claudio. Un'altra strada, parallela al clivus Scauri, verso nord, limitava il quartiere di abitazioni, del quale i resti sotto i Santi Giovanni e Paolo facevano parte. Due case dovevano trovarsi a sud-ovest della chiesa: della più orientale di esse si conserva per l'altezza di tre piani, a destra dell'abside, una grande parete di opus mixtum del II secolo d.C. , dell'altra, pochi resti si possono vedere in fondo alla navatella destra (il grande affresco del cortile-ninfeo, di cui si tratterà più avanti, copre una parete esterna di questa casa. Lungo il clivus Scauri il lato sinistro della chiesa ha riutilizzato la facciata della casa del II secolo d.C., che per questo si è conservata in modo eccezionale (solo in parte coperta dalle arcate medievali, che scavalcano in questo punto la via).

Le modificazioni apportate per adattare l'edificio antico alla nuova funzione sono: il taglio della facciata a metà dell'altezza del secondo piano e la chiusura delle finestre e delle sei arcate al pianterreno.

Gli ingressi della casa, uno dei quali conduceva direttamente al pianterreno mentre l'altro, tramite una scala, ai piani superiori, si aprivano in corrispondenza dei due fornici centrali. Le finestre erano disposte in due gruppi quasi simmetrici ai lati di un asse centrale, 13 al primo piano, 12 al secondo. Sul portico del pianterreno si apriva una serie di taberne. Sotto la chiesa sono state liberate, verso la fine del secolo scorso, due grandi case di abitazione a più piani - ad una delle quali appartiene la facciata prima descritta - separate da uno stretto angiporto, in un secondo tempo trasformato in un ricco ninfeo. La casa posta più a nord-est si affacciava in origine sulla via parallela al clivus Scauri e verso la via a questa perpendicolare, che correva lungo il Tempio di Claudio (ma presentava anche una facciata minore sul clivus Scauri). Nel suo stato attuale, essa può essere datata all'epoca di Adriano, sulla base dei bolli laterizi scoperti nelle murature, ma presenta fasi fasi più antiche, almeno dell'età flavia. Gli ambienti scavati si trovano in gran parte al di sotto della navata destra della chiesa, tagliati dai muri di fondazione del colonnato che separava questa navata da quella centrale.

Il pianterreno era costituito da grandi ambienti, orientati quasi esattamente secondo i punti cardinali, che erano decorati originariamente con stucchi, pitture e mosaici parietali policromi. Il terreno, che scendeva rapidamente verso nord, lasciava il posto per alcuni ambienti, sotterranei rispetto a quelli descritti, ma al pianterreno in direzione della valle. Questi erano occupati da un piccolo stabilimento termale di carattere privato. In un ambiente di quest'ultimo si trova una vasca, in un altro un bacino (labrum) di terracotta. La casa meglio conservata è quella sulla quale si sono impiantate la navata centrale e quella sinistra della basilica. La facciata ne è conservata perfettamente lungo il clivus Scauri, e costituisce il lato sinistro della chiesa. Questa casa (il cui sito fu occupato in precedenza da un edificio più antico) era separata dall'altra mediante uno stretto cortile.

Questo fu trasformato, certamente in una seconda fase, in un ricco ninfeo, e fu dotato in tale occasione di uno zoccolo in muratura nicchie alternatamente quadrate e semicilindriche, visibile in due punti: davanti all'ambiente e sul lato corto occidentale, dove si trova la grande pittura. Si trattava di un'installazione di fontane con giochi d'acqua. Il pavimento è costituito da un mosaico policromo a grandi tessere. Si nota anche, al centro, un grande pozzo, che poi fu prolungato in alto, fino al pavimento della chiesa. Una ricca decorazione dipinta rivestiva le pareti dell'ambiente: sulla destra si vedono ancora tracce di un corteo di eroti su mostri marini. Ma il settore più notevole è quello che occupa la parte superiore del lato corto occidentale: si tratta di un grandioso quadro, affrescato sulla parete (lungo m 5, alto m 3), che rappresenta forse il ritorno dall'Ade di Proserpina. Altro capo del cortile (oltre il muro di fondazione del portico della chiesa) è una grande scala addossata al muro nord della casa: anche questa appartiene ad una seconda fase. L'edificio, un'insula a più piani suddivisa in appartamenti, subì dunque profonde trasformazioni in un secondo tempo (metà del III secolo?). Esso dovette essere notevolmente abbassato e trasformato in una casa di lusso: un simile processo si può osservare anche in numerose case ostiensi. Il ninfeo del cortile appartiene evidentemente a questa seconda fase.

Dal cortile del ninfeo si accede agli ambienti del pianterreno, compresi tra questo e il clivus Scauri. Alcuni ambienti erano in origine tabernae, che si aprivano sul portico esterno (che in epoca tarda fu chiuso con tramezzi, formando così degli ambienti antistanti). Altre stanze davano invece accesso al cortile e da qui alla casa più settentrionale, mentre un piccolo andito costituisce la gabbia della scala che portava agli ambienti superiori. In quella, prossima all'ambiente con il grande affresco - con il quale in origine comunicava direttamente (ora il muro di fondazione della chiesa obbliga a un grande giro per accedervi) - si può vedere una notevolissima decorazione a fondo bianco, con efebi che sostengono un festone vegetale, intramezzati da pavoni e da altri grandi uccelli. Nella volta sono rappresentati tralci e girali, tra i quali svolazzano eroti e uccelli. Il pavimento era rivestito di lastre di marmo, asportate in antico, ma delle quali restano le impronte. Questa notevole decorazione sembra contemporanea a quella del vicino ninfeo.

Una decorazione più tarda, attribuibile alla prima metà del IV secolo d.C., si trova in altri ambienti. Si tratta per lo più dell'imitazione in pittura di ricche incrostazioni di marmo policromo. Nell'"aula dell'orante" la decorazione pittorica, sempre del IV secolo, è più ricca e assai ben conservata (tranne la parte centrale della volta, che è perduta). Sopra l'abituale decorazione, che imita crustae marmoree, corre un pesante fregio di girali di acanto, al di sopra del quale ha inizio la volta, ricoperta da un motivo circolare, diviso in 12 settori. Entro questi scomparti sono rappresentati personaggi maschili, che reggono rotuli, e coppie di pecore, oltre ad altri elementi decorativi, In una lunetta appare la figura di un orante, rappresentato al modo abituale, con le braccia aperte, che dimostra il carattere cristiano della casa in questo periodo.

Di grandissimo interesse, per la storia della chiesa, è la piccola confessione a metà della scala del cortile. Si tratta di una nicchia decorata con affreschi della seconda metà del IV secolo d.C., nei quali è rappresentata una storia di martiri cristiani (essa era posta in corrispondenza di un'apertura, che si apriva nella navata centrale della chiesa. Gli affreschi, su due registri, coprivano tre lati della nicchia, sulla quale si apriva la fenestella confessionis; ai lati di questa sono due figure palliate e, al di sotto, un orante con due persone che si prostrano ai suoi piedi. Ma le scene più interessanti sono quelle di destra: vi si vedono tre figure - due maschili e una femminile - in marcia, scortate da altre due, forse soldati. nel quadro sottostante è rappresentata la decapitazione degli stessi personaggi. Nel tufo naturale del sottoscala, al di sotto di questa nicchia, si aprono tre cavità, che sono state interpretate come tombe.

Sarebbe difficile non collegare queste rappresentazioni - molto antiche - con il racconto della passio del Santi Giovanni e Paolo: anche se i santi titolari della chiesa poterono essere aggiunti in un secondo tempo, colpisce la coincidenza con il racconto del martirio di Crispo, Crispiniano e Benedetta, al tempo di Giuliano l'Apostata, i cui corpi sarebbero stati sepolti nella casa appartenuta fin dal III secolo a un cristiano Bizante. Questi l'avrebbe donata alla Chiesa, trasformandola in un titulus. L'esistenza di soggetti cristiani in affreschi databili all'inizio del IV secolo; la probabile utilizzazione come luogo di riunione del primo piano della casa, di forma e dimensioni non troppo diverse da quelle della successiva basilica; gli affreschi della seconda metà del IV secolo - di poco posteriori quindi agli avvenimenti narrati - nei quali è rappresentato il martirio di due uomini e di una donna coincidono troppo bene con i dati della tradizione per non costituirne una conferma. La basilica, costruita successivamente, incorporò il titulus e gli edifici laici adiacenti.

La costruzione dovette essere iniziata nel 410 circa e si svolse in varie fasi, cronologicamente vicine. La navata (lunga m 44,30, larga m 14,68) e le navatelle (larghe m. 7,40) erano separate da tredici archi, che insistevano su dodici colonne. Le sostruzioni del colonnato poggiavano sugli edifici preesistenti, così che solo parte del pianterreno del titulus rimase accessibile. Un'abside semicircolare, con quattro grandi finestre, fu aggiunta alla navata.

La Basilica dei Ss. Giovanni e Paolo

La Basilica dei Ss. Giovanni e Paolo sorse su un gruppo di case del I-III secolo d.C. Fonti antiche attestano che un certo Pammachio vir eruditus et nobilis, morto nel 410, avrebbe fondato una basilica, la cui prima menzione risale al tempo di Leone I (440-461). Il Titulus Pammachii era un'aula absidata tripartita da colonne; grandi finestre si aprivano nell'abside e lungo i fianchi. La facciata era invece completamente traforata da cinque arcate, sia al livello del suolo, sia a quello delle finestre. La chiesa paleocristiana subì però purtroppo gravi danni sia con il Sacco di Roma del 410 sia con quello normanno del 1084. Pertanto, alla fine del sec. XI si rese necessario un drastico intervento di restauro del complesso celimontano: tra il 1099 e il 1118 il cardinale Teobaldo riedificò il monastero e cominciò a costruire il campanile, poi terminato dal cardinale Giovanni di Sutri. Alla base del campanile fu eretto un basso arco che servì di sostegno a un'ala del monastero entro cui fu sistemata l'Aula Capitolare. In poco tempo fu anche fabbricato il portico avanti alla chiesa. Adriano IV (1154-1159) completò l'opera del cardinale Giovanni di Sutri. Una nuova fase di lavori ebbe luogo nel 1216 a cura del cardinale Cencio Savelli, poi papa Onorio III, che sopraelevò il portico creandovi sopra una galleria; a lui si devono anche la suggestiva galleria ad archetti intorno all'abside, il portale cosmatesco, il pavimento in opus alexandrinum, il ciborio (rimasto in situ fino al 1725) e l'altare sul locus martyrii. Nel 1448 ai canonici si sostituirono i Gesuati, che nel XVI secolo promossero importanti restauri. Dopo vari passaggi di proprietà, nel 1773 Clemente XIV affidò la chiesa ai Passionisti che tuttora la officiano. Ultimi eventi degni di menzione sono i grandi lavori effettuati tra il 1950 e il 1952, che portarono al ripristino della facciata paleocristiana, del portico, del monastero, del campanile e allo scavo dei resti del Tempio del Divo Claudio (sec. I d.C.) sotto il monastero. Il portico, del sec. XII, è sorretto da otto colonne (tre di granito rosso, tre di granito bigio e due di marmo tasio); i capitelli sono ionici (medioevali) e corinzi. Sull'architrave corre la seguente iscrizione: Presbiter ecclesi(a)e roman(a)e rite Johannes / h(a)ec animi voto dona vovenda dedit / martyribus Christi Paulo pariterque lo(h)anni passio quos eadem contulit esse pares. Sul muro a destra è visibile lo stemma dipinto del cardinale Matteo Orsini, titolare dal 1327 al 1338. Sopra al portico è la galleria; essa era in origine più alta (l'altezza originaria è indicata dai due tronconi di muro che la sovrastano alle estremità); nel corso dei restauri del sec. XX essa fu abbassata per rendere visibile la soprastante polifora paleocristiana a cinque archi retti da colonne antiche con capitelli corinzi di spoglio e rozzi pulvini; i sottarchi sono dipinti. Sui fianchi sono visibili le finestre molto ravvicinate di epoca paleocristiana, sovrastate da oculi. Nella parete di fondo nel portico si conservano due delle colonne che sostenevano la serie di cinque archi che davano accesso alla basilica paleocristiana. Il portale cosmatesco è del sec. XIII; ai piedi sono due leoni simbolo della Chiesa militante e giudicante; sull'architrave un'aquila ad ali aperte. Vi sono tracce di affreschi della metà del sec. XIII, che sovrastano alcuni stemmi dipinti precedentemente. A destra parte della facciata del convento del card. Teobaldo (primi anni del sec. XII) al quale il portico si è addossato. L'interno della chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo fu completamente rinnovato nel 1718. Le sedici colonne di granito bigio della basilica originaria furono allora addossate ai pilastri. Nel 1911 la decorazione fu rimaneggiata con false specchiature di marmi colorati. Il pavimento, rifatto nel sec. XVIII, incluse molte parti di quello in opus alexandrinum del sec. XIII. All'inizio della navata destra sono collocate due lapidi del sec. XI con un elenco di beni posseduti dalla Chiesa e una bolla pontificia di convalida del possesso. Nella cappella del SS. Sacramento, in fondo alla navata sinistra, si conserva, dietro l'altare, un affresco raffigurante Cristo e sei Apostoli in un portico (datato 1255), che è in pratica tutto quello che rimane della decorazione duecentesca. In fondo alla navata destra è l'ingresso alle Case romane su cui sorse la chiesa paleocristiana. In particolare, un ambiente ipogeo (situato sotto la navata sinistra della chiesa) fu nel Medioevo decorato ad affresco: si distinguono ancora una Crocifissione con soldati che giocano ai dadi la veste di Cristo (sec. IX) e un Cristo in trono tra i ss. Michele, Gabriele, Giovanni e Paolo (sec. XII). Dal clivo di Scauro, scavalcata da archi di valico medioevali a blocchetti di peperino e cotto (sec. XIII o XIV, tranne quello più in basso che è del V secolo), si scorge l'abside della chiesa della fine del IV secolo, su cui Cencio Savelli nel sec.XIII eresse l'elegante galleria ad arcatelle. Il sovrastante timpano del tetto con cornice orizzontale laterizia è del tempo del cardinale Giovanni di Sutri. Sulla piazza dei SS. Giovanni e Paolo, a destra della chiesa, è il monastero del sec. XII, la cui facciata è stata ripristinata nei recenti lavori, riaprendo la porta originale su cui è una tipica bifora con alto davanzale marmoreo (un'altra analoga è rimasta chiusa entro il portico della chiesa che si è addossato alla facciata). Le strutture che seguono sulla destra, a tufelli e mattoni, fanno parte di una torre che permetteva di accedere al campanile passando sopra all'arcone ribassato costruito sulla strada romana che costeggiava le costruzioni del Tempio del Divo Claudio. Su quest'arco è fondata la facciata del tempo di Giovanni di Sutri (metà sec. XII), caratterizzata da una finestra, da due trifore e dalla bifora sovrastante. Cencio Savelli sopraelevò il monastero con una muratura a tufelli e costruì la quadrifora superiore. Il muro doveva essere interamente dipinto a fasce bianche e rosse alternate, su un sottile strato di intonaco. Nell'interno del monastero sono visibili le arcate in travertino a bugne rustiche delle sostruzioni del Tempio del Divo Claudio, su cui si eleva la facciata ovest del monastero; in questa è stata recentemente ripristinata una delle pentafore ad archi acuti, degli inizi del sec. XIV.

Considerazioni sulla morte dei Santi  GIOVANNI e PAOLO

La regione in cui è situata la basilica dei SS Giovanni e Paolo era fin dall’antichità sacra agli Dèi di Roma: ai piedi del colle, un tempo Monte delle Querce Mons Querquetulanus), si trovava la grotta delle Camene ove Egeria incontrava Numa; questa parte del Celio rientrava nella cerchia delle Mura Serviane e l’Arco di Dolabella, sul quale passa un’arcata dell’acquedotto Claudio, era in origine la Porta Caelimontana delle Mura Serviane; ivi sorse il tempio del divo Claudio, trasformato da Nerone in ninfeo e riportato alla sua prima funzione da Vespasiano, su un angolo del quale venne eretto il convento dei SS Giovanni e Paolo.

Nella zona dell’attuale Ospedale Celio sorgevano le case dei Simmaci, il più celebre dei quali era Quinto Aurelio Simmaco, il senatore di Roma che nella seconda metà del 400 contrastò la diffusione del cristianesimo e la decadenza dei costumi romani causata dalla diffusione della nuova religione, ancora non religione di stato. La sua azione è ricordata  nei Saturnalia di Microbio, il quale lo pone a capo di un cenacolo al quale erano partecipi i più illustri difensori della romanità.

In questo ambiente maturò un delitto che a tutt’oggi è rimasto insoluto: l’assassinio dei due fratelli Giovanni e Paolo e, successivamente, di tre loro conoscenti che avevano scoperto il luogo della sepoltura.

Gli Atti della passione collegano la loro uccisione all’Imperatore Giuliano per opera di un suo ufficiale: “Terenziano (ufficiale di Giuliano) ritornò nella loro casa e dopo tre ore di inutili minacce e lusinghe, li fece decapitare e seppellire in una fossa scavata nella stessa casa, spargendo la voce che erano stati esiliati”.

Ma in realtà le cosiddette “persecuzioni” di Giuliano furono esclusivamente di tipo amministrativo come riconosce anche la Catholic Enciclopedy: “Julian issued a decree that all titles to lands, rights and immunities bestowed since the reign of Constantine upon the Galileans, as he contemptuously called the Christians were abrogated, and that the moneys granted to the Church from the revenues of the State must be repaid” .

Nè vi furono vere e proprie persecuzioni come era stato fino al tempo di Diocleziano: “The emperor was afraid to proceed to direct persecution, but he fomented the dissensions among the Christians, and he tolerated and even encouraged the persecutions raised by communities and governors, especially in Alexandria, Heliopolis, Maiouma, the port of Gaza, Antioch, Arethusa, and Cæsarea in Cappadocia”; di sicuro non vi furono persecuzioni nell’occidente dell’Impero né tanto meno a Roma.

Ed inoltre, il fatto che dopo l’uccisione I cadaveri dei due fratelli fossero stati nascosti in una fossa o un pozzo ( “nel tufo naturale del sottoscala, al di sotto di questa nicchia, si aprono tre cavità, che sono state interpretate come tombe”, che si dice fossero quelle dei due fratelli e di tre loro conoscenti: qui fin dal IV sec. si localizzò il loro culto) rende ancora meno credibile che il tutto fosse opera di Giuliano. Se doveva trattarsi di una punizione a carico di chi contravveniva ai suoi ordini di sacrificare agli Dèi, perché tenerla nascosta?

L’esistenza nella zona del più importante centro di conservazione della prisca romanità, cioè la casa di Aurelio Simmaco, potrebbe indirizzare verso un’azione compiuta da quelle che oggi diremmo “frange estremiste” o “schegge impazzite”, persone che conoscendo l’importanza dei due fratelli nell’ambito della comunità cristiana avevano deciso di sopprimerli di nascosto: ma anche in questo caso che senso ha uccidere i tre scopritori della loro sepoltura, Crispo Crispiniano e Benedetta? Forse due differenti episodi fusi in uno solo ad opera della fantasia agiografica?

O il tutto fu in realtà opera di qualche banda di ladroni che, ben sapendo le ricchezze di cui disponevano i due fratelli (di cui si parla nella Passio) e che probabilmente erano conservate nella casa in forma di denaro liquido per poter essere devoluti ai poveri, li uccisero per impadronirsene assassinando poi anche le tre persone che avevano scoperto il loro omicidio?

Anche il fatto che la proprietà delle case in cui successe il fatto fosse fin dai primissimi tempi attribuita a Pammachio anche se le diverse versioni della Passio riferiscono che il delitto avvenne nella casa di proprietà dei fratelli (altrimenti la chiesa originaria non si sarebbe chiamata Titulus Pammachii) rende sospetta la versione ecclesiastica dei fatti.

Un’ultima notazione: a dimostrare come la versione ufficiale dei fatti giunta fino a noi sia poco attendibile, i due santi vengono fatti morire nello stesso giorno e mese, il 26 giugno, in cui l’anno successivo morirà Giuliano, a significare la vendetta divina sul loro assassino.

Paolo Galiano

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