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Nella prima visita guidata dell’anno accademico 2008-2009 siamo andati, insieme a Claudio Lanzi nella cattedrale di Santa Maria Assunta di Orvieto che, recentemente restaurata e pulita, rappresenta, dal punto di vista artistico, un capolavoro inestimabile ed uno dei più  emozionanti incontri fra il gotico e il romanico italiani. Abbiamo inoltre avuto modo di soffermarci su altre strutture legate alla sapienza degli straordinari artisti italiani che hanno lavorato in Orvieto dal XII al XV secolo.

La relazione che segue riassume brevemente gli argomenti che abbiamo affrontato e propone una lettura della complessa struttura religiosa secondo una chiave leggermente differente da quella normalmente proposta e “politically correct”.
Ovviamente questa relazione riassuntiva copre solo una parte delle riflessioni e considerazioni che abbiamo avuto modo di effettuare sul posto.

 


 

Se non comprendiamo che nel medioevo NON ESISTE quella che noi chiamiamo laicità e che ogni atto si svolge sempre nella presenza e con il consenso di Dio (comprendendo in questo “consenso” tutte le influenze gnostiche ed “eretiche” e perfino le intemperanze di un birichino come Bonifacio VIII), difficilmente riusciamo a capire lo sforzo che anche un piccolo paese come Orvieto si autoimpone per costruire una immensa struttura di pietra che testimonia la sua ricerca del sacro.

Per cui osservazioni abbastanza stantie e inutili come quelle che vogliono vedere nell’architettura tardo medievale l’espressione del contrasto fra il potere della chiesa e quello dell’impero, impongono una visione dell’arte di tipo sociopolitico e modernista, e si chiudono completamente all’afflato spirituale.

Ma Orvieto è, prima di tutto, città etrusca; anzi è stata per molto tempo la più importante delle città etrusche, espugnata con fatica dai romani, forse con strategie analoghe a quelle usate per Veio. Orvieto, come Roma, è una città arcana. Si erge come un’isola, al disopra di una immensa distesa di grotte e caverne, in parte naturali, in parte artificiali, che attraversano tutta la montagna.

Per tale ragione la maggior parte delle chiese di Orvieto nasce su dei precedenti templi paleocristiani, a loro volta costruiti su tempi romani, a loro volta costruiti su templi etruschi e villanoviani.

La funzione “sacrale” del territorio è quindi assai antica. Un esempio tipico è la piccola chiesa della Collegiata, vicino alla loggia dove compaiono le antiche ceramiche con le insegne delle corporazioni.

 

 

La Chiesa della Collegiata e l'insegna dei Ceramisti Orvietani

 

La collegiata di Andrea e Bartolomeo ha le sue fondamenta su un sito cristiano del VI secolo e questo ha mostrato dei resti un tempio del foro etrusco. Idem dicasi dei resti della bellissima e antichissima chiesa di San Giovenale, che sorgeva, con ogni probabilità, sul tempio dell’etrusco Tinia.

Orvieto è stata una città di produttori di ceramiche (la vicina Deruta era un centro controllato da Orvieto stessa) ma la tradizione della lavorazione della creta risale ovviamente al periodo etrusco. Sotto i pavimenti della maggior parte delle case di Orvieto esistono degli strati… di “cocci”, residui o scarti di lavorazione, che vanno dal 1000 fino al 1700. Il recente recupero di molti di tali “depositi” ha aiutato, soprattutto negli ultimi due secoli, a riscoprire e a far rinascere un patrimonio artigianale grandioso[1] Orvieto, dopo le occupazioni dei Goti e dei Longobardi, riuscì a costituirsi come “Comune” autonomo. Ma fu città prevalentemente “guelfa” con alleanze e scontri con Firenze, Siena, Todi e Perugia. Forse per la sua posizione strategica, per la sua raggiungibilità tramite la navigazione (il sottostante fiume Paglia, ora poco più di un ruscello, era navigabile come il Tevere), fu scelta come rifugio dai papi e dalle loro corti. Nel XII secolo i palazzi vescovili, il palazzo comunale e il duomo, costruiti nello stesso periodo, possono dare l’idea dell’opulenza raggiunta

Come sappiamo la cattedrale fu voluta da Nicolò IV[2], e i lavori iniziarono il 13 Novembre del 1290. Si dice che la cattedrale sorgesse per la celebrazione del “Corpus Domini” proclamata da UrbanoIV nel 1264 in seguito al famoso “miracolo di Bolsena”[3]
Parteciparono probabilmente al progetto uno stuolo di architetti geniali tra cui, sicuramente, Arnolfo di Cambio (allievo di Nicola Pisano)[4] e Fra’ Bevignate[5], con quella sinergia fra… laici e frati tanto comune nel medioevo[6].
Arnolfo di Cambio lo ritroviamo inoltre nel restaurato e interessantissimo altare del Cardinale Guglielmo di Braye[7], nella vicina chiesa di San Domenico .

Una crisi progettuale, nel 1308 diede seguito ad alcune importanti modifiche in corso d’opera.

Ma la ragione principale per la quale siamo andato a vedere con calma il duomo di Orvieto è per la sua unicità. Non assomiglia a nessuna chiesa o abbazia coeva, mantiene l’arco a tutto sesto in un periodo di piena fioritura del gotico.

Infatti Santa Maria Assunta, ancor più di quanto accaduto per altre cattedrali italiane ed europee, è stata oggetto di continue manipolazioni e rifacimenti, diventando un “cantiere aperto” per cinque secoli, che ha  convogliato l’abilità di maestranze straordinarie. I suoi mosaici (che degli originali non conservano quasi più nulla) sono un trionfo cromatico che sostituisce le vernici con cui erano colorate le chiese coeve ed è anche un’immensa storia mariana, analoga a quella raffigurata nella tribuna del coro.

Le pareti laterali propongono una soluzione, unica nel suo genere, che rende mobili e vive le navate. 10 cappelle semicilindriche offrono una ritmica e un contrappunto alle colonne della navata centrale. In realtà il progetto originale prevedeva 12 cappelle ma poi la modifica dell’abside comportò il sacrificio delle ultime due.

In un ottica “sapienziale” tale variante comporta una modifica del “senso” stesso della cattedrale voluto sicuramente dal Maitani. Infatti la facciata propone costantemente la ritmica del 6-12-24 ecc. sia nelle piccole e grandi stellature geometriche dei mosaici come nel numero dei profeti e degli apostoli che “fanno quadrato” attorno al rosone.

Ma poiché l’intervento di Maitani, come vedremo in seguito, modifica l’abside semicircolare d’impronta latina, sostituendola con la tribuna quadrata, tale operazione, invece che essere dissennata come rilevato da alcuni critici, crea un sapiente riscontro tra rosone e coro.

Il coro quadrato dei monaci (vedi la particolarissima forma della pianta) e il coro dei profeti esterno, si confrontano in una risonanza geometrica e ritmica da “intenditori” e studiosi di ritmica sacra. Alla faccia di coloro che hanno voluto vedere nell’opera del Duomo una “Bibbia per il popolo"!
Le colonne sono 12 mentre l’asse trasversale della croce ha una particolare disimmetria[8]. Ma, a qualsiasi osservatore, anche al più disattento, apparirà come la disposizione dell’altare, delle colonne, della scala e del coro faccia assumere all’insieme una particolare forma di volto umano.

Gli artisti su cui abbiamo maggiori informazioni rispetto alle opere realizzate, sono Lorenzo Maitani, ideatore anche della facciata e Andrea di Cione[9], autore probabile della parte “quadrata” che circonda lo straordinario rosone.

Maitani fu architetto Senese ma la sua storia è legata principalmente a Orvieto. E’ anche l’autore del progetto di buona parte delle sculture della facciata e, a quanto risulta dagli archivi orvietani, anche dell’interno del Rosone. Fu proclamato nel 1307 universalis caput magister. Tale titolo è decisamente impegnativo in quanto il paramassonico termine “capomastro” è assai inferiore a quello del Maitani. E’ lui l’artefice della trasformazione della pianta della chiesa in croce latina.

A proposito delle sculture della facciata, vale la pena di notare che nel piano architettonico-iconografico viene esplicitata la storia e il destino dell’umanità, proprio in virtù del fatto che i quattro grandi altorilievi sono in prossimità delle due entrate (i due S. Giovanni solstiziali).

Il duomo suggerisce perciò una visione assai amplia del “tempo”. Le quattro fasi della “storia” si inseriscono nell’”anno cosmico” segnato dalle due porte. In tal modo il ciclo dell’anno si raffronta al ciclo dell’umanità e, nella facciata, tale tempo si “chiude” magicamente.

I quattro altorilievi raffigurano:

  • nel primo pilastro le storie del Genesi, con i primi 5 giorni della creazione, la vita nell’Eden. Sapientemente non viene rappresentato il settimo giorno (e ciò, per una critica superficiale presente in alcune “guide”, è sembrata la voluta omissione della rappresentane dell’”ozio” di Dio). In realtà non viene rappresentato l’irrapresentabile. Il frutto proibito è identificato con un fico (ricordiamo che intorno ad un Fico si svolge la nascita di Roma arcaica). La nascita della stirpe di Caino è contrassegnata dall’esercizio delle Arti del trivio e del quadrivio. Le artii in tal modo sono strumento di riscatto oltre che espressione del "Lavoro". Su tale  lettura della Bibbia che si ripete in molti altri particolari, dovremmo aprire una lunghissima analisi che non abbiamo tempo e modo di fare.
  • nel secondo pilastro abbiamo la stirpe del Cristo, con il consueto albero di Jesse e una serie di citazioni bibliche di assai complesso abbinamento. Varrebbe la pena di approfondire la struttura in chiave cabalistica ma non ci risulta che, fino ad ora, sia stato fatto. (Qualora errassimo, saremmo lieti di una segnalazione da parte di qualche lettore).
  • nel terzo pilastro le storie del Nuovo testamento confermano le profezie scritte sull’albero di Jesse. Da notare che nella scena della natività la culla è realizzata da un sarcofago.
  • nel quarto pilastro abbiamo la Resurrezione dei morti,  Il giudizio e la divisione fra eletti e dannati, preceduti dai santi e dai profeti. Alcuni dicono che nell’immagine dell’uomo con una squadra sulle spalle “infiltrato” fra i “santi” ci sia lo stesso Maitani. 

 

 

 

 

 

Ci siamo soffermati particolarmente sul rosone. Siamo qui di fronte ad una di quelle sapienti opere geometriche del XIII secolo che lasciano interdetti. Abbiamo una classica divisione in 22 angoli. Tale partizione richiede conoscenze geometriche abbastanza complesse, analoghe a quelle necessarie per il poligono di sette lati e undici lati.
Il centro del rosone è contrassegnato da un volto radiante del cristo con 22 raggi.L’unione delle fiamme radianti da luogo ad un glifo geniale e spettacolare e ripetuto: La “M” di Maria ripetuta per 11 volte all’interno del “mozzo della ruota”. Questa dinamica, caratteristica dei rosoni medievali ma in particolare di quelli italiani, pone generalmente al centro della rosa-rosone uno spazio vuoto. Eccezionalmente, come emerge saggiamente da questa opera, abbiamo quale “mozzo” la testa stessa del Cristo[10]. Le colonne tortili che si irradiano in due ordini verso l’esterno terminano in un merletto impressionante. Uno dei più belli dell’architettura tardomedievale italiana. Tale merletto da luogo ad una multiplazione per due e per tre, della partizione radiale (44 e 66 spazi).

Nella periferia del merletto si svolge la manifestazione (secondo gli schemi propri della filosofia di Dionigi e d’Origene) e secondo il simbolismo rotale comune a tutte le chiese medievali, si irradia nel cosmo e ordina l’universo nelle sue gerarchie. Quattro dottori e padri della chiesa: Ambrogio, Agostino, Gerolamo e Gregorio, fissano i cardini del rosone.

Tale orientamento, appare in lieve contrasto con quello di tante altre chiese del tempo in cui gli “orditatori” degli assi traversi, sono gli “animali”, rappresentanti gli evangelisti (V. Misteri e Simboli della Croce, Simmetria 2005)

Mi permetto di far notare una chicca d’ordine grafico (presente nella stragrande maggioranza di rosoni, suddivisi radicalmente da colonne con capitelli e danti luogo ad un merletto esterno, ancora più evidente in quelli con archi trilobiti): la parte (scura dall’esterno della chiesa che appare colorata dai vetri nella parte interna, ha la strana forma di un bozzolo, di un bambino fasciato o di una mummia o forse di qualcosa d’altro. E qui, tanto per mantenerci conformi a quel minimo di birbanteria che rende vivace l’analisi di una struttura architettonica dedicata alla grande Madre, ci piace lasciare alla riflessione e alla fantasia dei lettori, l’estrapolazione di ulteriori significati e simbolismi.

Un’altro aspetto particolarmente evidente in Orvieto, è la ritmica bicolore che caratterizza tante chiese coeve. Su tale argomento proponiamo tre considerazioni che non hanno un senso esclusivamente estetico ma che nascondono una “metafisica della geometria” particolarmente cara al gotico ma divenuta poi una vera ossessione nel rinascimento (che utilizzerà strumenti assai più intellettuali e meno istintivi):

La prima ci porta a scoprire come il cromatismo, opportunamente alternato, abbia dei risvolti prospettici che consentono di allargare o stringere la visione dell’osservatore (sia esterna che interna alla chiesa), a seconda del progetto architettonico. L’illusione prospettica si modifica man mano che il fedele si addentra negli spazi delle navate e aiuta ad introdursi in una diversa dimensione dell’anima. Oltretutto i creatori della cattedrale (probabilmente lo stesso Maitani) hanno apportato delle ulteriori correzioni in corso d’opera, curvando leggermente (20 cm. di corda) le pareti, al fine di dare una convergenza ancora più accentuata alla fuga delle navate laterali.

La seconda considerazione è connessa alla “instabilità ottica” caratteristica di qualsiasi superficie trattata con forti contrasti ravvicinati[11]. L’”optical art”, basata sulle alternanze di bianchi e neri, non è un invenzione del secolo scorso ma è conosciutissima dai mosaicisti cretesi e poi romani e medievali!! E l’instabilità della visione dona una “fluttuazione” all’osservatore, una animazione all’oggetto, soprattutto se visto da lontano che, nel caso di Orvieto, è accentuata dalle “onde” formate dalle cappelle sulle fiancate.

La terza considerazione ci porta a riesaminare la grande legge della percezione dell’ombra e della luce, che è stata la base dell’approccio “visivo” alla trascendenza in moltissime culture[12]. La successione porta a soffermarsi sull’inganno proposto dalla successione dei toni. L’occhio cerca i confini fra le due superfici e non li trova mai. Questo è mistero arcano del bicromatismo è il principio della luce e dell’ombra che affascina i maestri tracciatori medievali e che aveva affascinato gli abitanti dell’Europa primordiale che, sui giochi di luce e tenebre, avevano costruito le loro postazioni religiose. Questo bicromatismo, severo nel romanico intorno all’anno mille, verrà sempre più invaso dalla scomposizione della luce nelle grandi vetrate del gotico. Due modi diversi per introdursi al cospetto di Dio.

L’interno della cattedrale di Orvieto è altrettanto spettacolare dell’esterno ma, al di fuori del consueto percorso “turistico”, abbiamo cercato di soffermarci su alcuni aspetti che riguardano un po’ meno la storia dell’arte e un po’ di più lo scopo “spirituale” per il quale nasce una cattedrale.
Come sappiamo le due cappelle laterali sono posteriori al rinforzo del transetto tramite un grande arco rampante, apparentemente inutile. Ma la struttura e la ritmica della cattedrale vengono profondamente modificate da tale “variante”.

Tutto l’insieme interno diventa una ripetizione dei “quattro temi biblici” presenti nella facciata.

La cappella di San Brizio, affrescata da Luca Signorelli, con la collaborazone di Benozzo Gozzoli e di Beato Angelico, mostra una visione Apocalittica divisa in varie fasi. La fine del mondo, Il giudizio Universale, I Dannati e la Resurrezione della carne. E’ una grandiosa opera teologica da cui trasse ispirazione Michelangelo. Ma siamo già nel 1500, sono passati due secoli dall’inizio dei lavori! Nell’affresco, per alcuni, compaiono i probabili ritratti di Empedocle, Sallustio, Dante, Virgilio, Tibullo, Omero, Ovidio, Alessandro Magno, Raffaello, Cristoforo Colombo, Cesare Borgia  e, particolare curioso, una probabile amante del Signorelli, affrescata più volte come dannata e prostituta mentre lui stesso si raffigura come diavolo che la conduce all’inferno portandola sulle spalle.

La cappella del Corporale, sicuramente meno densa di figure spettacolari è assai più intima. Il reliquario è un piccolo capolavoro di argento e smalti L’esecuzione degli affreschi è imputata a Ugolino di Prete Ilario, affiancato da fra Giovanni Buccio Leonardelli, e rappresenta le scene del miracolo di Bolsena quindi “giustifica” sotto un certo aspetto, la dedicazione della Cattedrale e la proclamazione della festa del Corpus Domini..

Sono sempre di Ugolino (con aggiunte successive del Pinturicchio) le scene della vita di Maria, tratte in buona parte anche dagli apocrifi e che compaiono sopra la tribuna del coro centrale; sono state quasi totalmente ricostruite nel 1500 ma si suppone che le rappresentazioni siano restate fedeli agli originali.

Alcuni attribuiscono anche i mosaici della facciata alla stessa mano di Ugolino ma i rifacimenti degli stessi (fino al secolo scorso) hanno perduto la forza e la asciuttezza delle esecuzioni trecentesche.

La visita ad Orvieto si è chiusa con un pranzo nell’ottimo ristorante tipico Orvietano “Le grotte del Funaro”. Un buon modo per inaugurare l’anno accademico di Simmetria mescolando pacificamente il profano…al sacro.

C. L. 



[1] Alla fine del 2007, nella sede di Simmetria, è stata fatta una interessante mostra delle ceramiche della nostra amica Carla Neri, fedelmente ispirate ai più antichi “lustri” medievali orvietani.
[2] Nicolò IV fu il primo papa della storia proveniente dai francescani. Successe a San Bonaventura come generale dell’ordine. Fu legato pontificio in Grecia e quindi conoscitore sia dell’arte come della mistica bizantina. Nel 1288 organizzò una “crociata” in Ungheria contro Ladislao IV e i Cumani popolazione di origine russo-mongola, erede di una particolare religiosità animista-sciamanica e, nel 1291 organizzò l’ennesima crociata antislamica.
[3] Tale “miracolo” riveste molteplici interessi, non solo solo l’aspetto devozionale ma perché nasconde un simbolismo potente che lo collega allo spirito sacrificale che anima il medioevo delle crociate.
Accade proprio nel periodo di maggiori controversie ed “eresie” sulla natura del Cristo. Un sacerdote Boemo, Pietro di Praga, dopo un pellegrinaggio a Roma durante il quale era tormentato da dubbi sulle “specie” del Cristo, pernotta nella chiesa di S. Cristina di Bolsena. Chiese di celebrare la Messa in quel luogo. Durante la consacrazione l’Ostia diventa carne e stilla sangue. Terminata la Messa avvolge l’Ostia nel corporale e fugge verso la sacrestia. Informato di questa cosa, Urbano IV, che si trovava ad Orvieto  manda nientemeno che Tommaso d’Aquino e Bonaventura da Bagnoregio a verificare i fatti. Nel 1264 istituisce, con la bolla “Transiturus de hoc Mundo”, la solennità del Corpus Domini. I papi a seguire si occuperanno di edificare ad Orvieto il duomo dedicato alla Vergine e la cappella appositamente riservata al “Corporale”.
[4] Le prime notizie su Arnolfo le abbiamo come co-esecutore (insieme al Pisano) del pulpito del duomo di Siena e poi lo troviamo presso vari ducati e Signorie, a Perugia e a Bologna. Arriva a Roma nel 1277 al seguito di Carlo I d’Angiò  (dove lascia numerosi monumenti commemorativi) Lo troviamo a Orvieto nella chiesa di San Domenico per il monumento funebre del cardinale De Braye. Il Vasari ce lo da sia come architetto di di S, Maria del Fiore a Firenze, come del Palazzo della Signoria. E’ anche autore di uno scomparso monumento funebre a Bonifacio VIII, il potentissimo papa Castani, successore dell’altrettanto famoso Celestino V.
[5] Architetto e monaco Benedettino a cui si attribuisce l’esecuzione iniziale (per lo meno fino al 1300 della facciata del duomo di Orvieto. Fu sicuramente autore del progetto della chiesa di S. Francesco a Gubbio e del Duomo di Perugia.
[6] Sia Nicola Pisano, come suo figlio Giovanni, come Arnolfo di Cambio, partecipano attivamente ai fermenti spirituali del XIII secolo. In particolare Nicola (che non era affatto “pisano” ma proveniva dal meridione) conobbe Federico II di Svevia e probabilmente ebbe anche a che fare con dei particolari  o addirittura con la costruzione di Castel del Monte e forse anche dell’abbazia cistercense di San Galgano.
[7] Guglielmo di Braye fu un teologo e anche un esperto in diritto ecclesiastico. Frequentò spesso la Curia pontificia orvietana e morì a Orvieto nel 1282. Il suo monumento in San Domenico, elaborato da Arnolfo di Cambio è stato recuperato e restaurato solo nel 2004. La cosiddetta “Vergine”, che sovrasta il sepolcro è probabilmente un’antica statua romana, corretta da Arnolfo e corredata di un bambino,
[8] Tale dissimetria ci fa venire in mente le dissimmetrie della croce e le angolazioni della testa del Cristo, così come vengono sapientemente proposte nella iconografia del trecento. Non abbiamo elementi sufficienti che confermino questa intenzionalità nel progetto di Orvieto per cui lasciamo questa “proposta” alla attenzione del lettore.
[9] Andrea di Cione (da non confondersi con Andrea Verrocchio di Cione)
[10] Esistono altri casi, in Umbria, in cui il mozzo è occupato dall’Agnello (ad esempio S. Costanzo a Perugia), dalla Vergine (S. Francesco a Gubbio) o da altri oggetti simbolici
[11] v. Graziotti: Hermetica Geometria, pagg. 212 e successive.
[12] V. Ritmi e Riti di C. Lanzi e anche Hermetica Geometria, op, cit. ed. Simmetria

Altre Foto

 

 

 Interno della Chiesa della Collegiata

 

 

 

Altri  Particolari della Facciata della Cattedrale

 

 

 

 

S. Giovenale

 

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