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Brevi note sull'incontro del 19 Aprile 2009

Il convegno è iniziato alle ore 17,45 con la sala convegni completamente piena al punto che, a malincuore, abbiamo dovuto rifiutare l'ingresso ad alcune persone.Gli interventi sono stati preceduti dalla presentazione degli argomenti e dai saluti ai convenuti da parte del Sindaco di Roma, portati dall'on. Federico Mollicone, presidente della VI commissione Consiliare Cultura, Sport, Politiche Giovanili e Comunicazione.

Il convegno è iniziato con la relazione dell’Ing. Claudio Lanzi che verteva sull’ordinamento e la ritmica spazio-temporale nei riti di fondazione dell’Urbe arcaica.

Ha poi proseguito il prof. Nuccio D’Anna con la relazione sul recepimento della dottrina dei cicli cosmici e della fine dei tempi nella Roma arcaica.

 

 

 

L’ultimo intervento del dott. Paolo Galiano ha presentato il calendario Luni-solare della Roma primigenia, soffermandosi sulle principali feste presenti nel mese di Aprile.

Le relazioni sono state accompagnate dalla proiezione di decine di immagini risalenti a ricerche personali degli autori. Gli esiti del convegno saranno pubblicati sul sito dell’associazione e stiamo per pubblicare, quanto prima, gli atti del convegno stesso.

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Abstracts delle conferenze

Claudio Lanzi - Ritmo e armonia nell’ordinamento dell’Urbe arcaica

Dopo aver ringraziato il Sindaco di Roma e il presidente Mollicone per aver invitato Simmetria in questo luogo sacralmente connesso alla pax romana,  ci siamo soffermati sul senso dei “confini” nella civiltà romana arcaica.

Partendo dalla fig. 1 abbiamo cercato di proporre un significato del “pomerio”,  un pochino più esteso di quanto normalmente proposto, in funzione della sacralità che contraddistingue tutto ciò che nei riti di fondazione è al suo interno.

Abbiamo cercato di vedere come tale sacralità venga sempre preceduta dalla ricerca del giusto luogo. I nostri progenitori sapevano bene come, prima di stabilirsi in un luogo e confinarlo bisogna averne la legittimità.

Gli storici romani e greci ci raccontano come ogni approdo in terre ignote richiedesse la preparazione di un’ara, la deposizione di un’offerta, la purificazione dell’officiante ed una serie di riti connessi a richiamare l’accoglienza e l’amicizia degli abitanti, divini ed umani. Ogni cerimonia di inaugurazione era perciò preceduta dall’analisi dello spazio e del tempo, sacralmente intesi.

Il “luogo” andava riconosciuto come propizio e l’azione come favorevole e giusta. Per cui, ciò che fino a quell’istante era “profanum” avrebbe potuto essere inserito nel “fanum”, attraverso un’attenta disciplina e un rispetto per la “natura rerum”.

L’uomo arcaico sa ancora ascoltare i luoghi e ne percepisce aspetti straordinari ai quali da grande importanza. E’ ancora in contatto con il cielo. Il buio gli consente di vedere le stelle e di osservarne l’andamento (v. Ritmi e Riti -Simmetria).

Ma il cielo romano non è solo notturno. E’ anche diurno e denso di epifenomeni. Ne abbiamo esaminati alcuni quali i fulmini, i venti, le apparizioni, le nubi, e ovviamente gli uccelli così connessi alla etrusca disciplina.

Gli inizi, guerrieri e sacerdotali, della Roma arcaica prevedono solo due figure importanti: quella del rex sacrorum e quella dell’augure. Col tempo sorgeranno gli altri collegi ma all’inizio la struttura gerarchico sapienziale su cui si regge l’Urbe è relativamente semplice. Non sono invece affatto semplici le influenze di molteplici figure arcaiche, assai precedenti le divinità etrusche e greche che si fonderanno con quelle romane. Un pantheon di entità, di potenze del luogo (a partire da Giano), che rendono la vita quotidiana in perenne contatto con il mondo divino e densa di una raffinatezza religiosa che solo negli ultimi decenni inizia ad essere riconosciuta nella sua vastità.

Abbiamo quindi cercato di vedere alcuni aspetti della fondazione, soffermandoci sul mundus, evidenziando come pomerio e mundus siano due elementi geometricamente interconnessi e magicamente collegati. L’uno non ha senso senza l’altro. Abbiamo inoltre cercato di mostrare come dall’apertura del mundus dipendesse il collegamento con le potenze ctonie ma anche con quelle celesti. L’axis mundi, luogo geometrico citato spesso a sproposito, riassume la potenza e la tenuta dell’Urbe. Senza mundus non c’è Urbe arcana. La dilatazione metafisica del pomerio intorno al mundus incorpora le genti non romane e le trasforma in romane. Questo particolare senso della cessione del diritto romano a chi veniva accolto in questo recinto sacro, fa si che Roma diventi sempre più vasta senza mai perdere (per un lungo periodo) le sue caratteristiche di centralità.

Abbiamo poi cercato di vedere come il templum strutturato dall’augure, venisse con-templato e correttamente orientato in un silentium che poteva durare ore o giorni. Un templum consacrato permanentemente diventava Fanum per cui profanus era chi non poteva entrare nel templum. Tra le altre aree sacre connesse al templum, e quindi al tempo “sacro” della Roma arcaica, abbiamo ricordato l’asylus riservato profughi, il temenos (privato) e il castrum (come templum) ma riservato alle operazioni militari). Teniamo presente che la castrazione entra come modificazione del tempo e dello spazio nel passare da una generazione divina alla successiva. Da Urano a Saturno, da Saturno a Giove l’evirazione rappresenta, fra l’altro, un passaggio del potere generante e un disconoscimento dell’autorità precedente e quindi del potere di “produrre” una determinata dimensione temporale.

Abbiamo poi cercato di vedere come si raffronti la città quadrata con il tempio rotondo realizzato dal sulcus primigenius e viceversa abbiamo cercato di mostrare come le misure ottagonale o dodecagonale valgano quale intermediazione fra cielo e terra rappresentino, dai primordi della civiltà, il tentativo di conciliazione fra continuo e discontinuo, fra cerchio e poligono, cioè fra mondo celeste e mondo terreno (v. altri articoli in questo sito).

Per questo le interruzioni di aratura del pomerio e le corrispettive porte della città rappresenteranno sempre quella croce su cui il cardo e il decumano fisseranno la città-tempio. Quel solco dividerà il sacro dal profano, ma anche il civile dal barbaro.

L’estensione celeste tramite gli archi che compaiono anche nella figura di questo abstract riassume, anche se in modo assai riduttivo, il senso profondo della volta, della calotta celeste, dell’arco che sostiene la cupola. Tali elementi di sacra geometria rappresentano la vera natura del pontifex che costruisce, prima di ogni altra cosa, ponti tra la terra e i cieli: quelli che incorporano il divino nella quotidianità della vita terrena.

La rotazione del quadrato delle mura di confine (estensibile dalla città al tempio di un dio) secondo la ritmica magica della architettura arcaica porta alla ricerca di quel poligono, con un sufficiente numero di lati da realizzare un’area simile al cerchio (v. Misteri e simboli della Croce-Simmetria, 2007). Come sappiamo Roma conoscerà bene entrambe le forme (rotonda e rettangolare) e ed è proprio nella geometria del tempio che vanno ricercate la vetustà del rito e la funzione del Dio.

Ci siamo perciò soffermati sul processo dell’aratura che realizza il solco dei confini sacri, attraverso un movimento continuo dell’aratro.

Il senso metafisico del pomerio è perciò mobile e segue il respiro espansivo dell’Urbe. Ne consegue che ogni nuova fondazione, ripete per osmosi ed omologia la creazione di un nuovo spazio sacro. L’espansione del suolo e dei confini nascono da un movimento legittimato, a priori, da un movimento sacro e, in tale ottica, abbiamo cercato di raffrontare il senso dei “due animali” che trascinano l’aratro.

Essi stessi, coppia sacrale aggiogata e guidata dal timoniere nella giusta direzione, si muovono lungo un percorso identico a quello del dodecagono zodiacale. Solco terreno e solco celeste si riuniscono perciò in un abbraccio omologico e ripristinano quella unità primiginia tra cielo e terra che è all’origine di ogni tradizione.

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Paolo Galiano - Aprile e la nascita di Roma 

Il mese di Aprile trae il suo nome da aperire, perché in esso si schiudono i frutti della del mondo vegetale ed animale. Aprile è mese femminile per eccellenza, in esso vengono celebrate tutte le Dèe che hanno attinenza con la nascita e con lo sviluppo di ciò che è nato: insieme a Venere troviamo Fortuna, nelle sue diverse forme di Fortuna Virile e Fortuna Pubblica del Popolo romano, la Gran Madre Cibele, portata da Pessinunte a Roma, Cerere, Tellus, cui vengono sacrificate le vacche gravide, Pales, connessa alla nascita degli agnelli, Robigo, cioè la Ruggine del grano, e Flora.

La Venere, vera signora di Aprile, la quale apre il mese con la festa dei Veneralia è Venus Verticordia, “colei che volge gli animi” verso la pudicizia del comportamento. Di lei dice Ovidio: Ella dà leggi al cielo alla terra e all’onde native e per l’amor che spira ogni essere conserva. Creò tutti gli Dèi, dà ai campi e alle piante virtù generativa. È però presente anche l’altro aspetto di Venere, quello legato alla sessualità pura, senza alcun fine riproduttivo, la Venere Erucina celebrata dalle prostitute secondo le parole di Ovidio: La deità di Venere, o pubbliche donne, onorate! Chiedete offrendo incenso, bellezza, favor popolare, arte di carezzare e motti spiritosi (vv. 865-869)

Alle Idi troviamo l’unico personaggio maschile di tutto il mese: Giove, cui sempre (tranne rare eccezioni come Ottobre) erano dedicate le Idi. In tale giorno ricorrono due distinte celebrazioni del Dio celeste: una come Iuppiter Victor, l’altra come Iuppiter Libertas, poiché alle Idi ricorrevano la fondazione del tempio di Giove Vincitore sul Palatino, colle patrizio per eccellenza, e quella del tempio del Dio sull’Aventino, colle plebeo.

Non ci sembra casuale la scelta dei luoghi né degli attributi: in un mese tutto al femminile era necessaria la presenza di un Dio, che fosse Dio sia dei patrizi che dei plebei, il quale controbilanciasse il potere delle Grandi Madri con l’affermazione della Vittoria che gli è propria (ricordiamo che in realtà era diretto a Giove il trionfo concesso al Console vittorioso) e che al tempo stesso fosse custode della Libertà per evitare che scadesse in licenziosità.

La festa più importante di Aprile, la quale non a caso venne posta in questo mese dedicato alla nascita nel mondo vegetale ed animale, è il Dies Natalis Urbis Romae, celebrato il 21 Aprile, giorno dedicato ai Parilia (da parere = partorire), festa dedicata alla Dèa Pales, forse genius loci del Palatino, divinità che veniva celebrata dal Flamen Palatualis però il 2 Luglio, perché in questo 21 Aprile il rituale è un rituale di purificazione privato dei pastori e delle greggi ovine.  

L’anno di fondazione di Roma oscilla presso gli autori antichi tra l’813 ed il 728, ma venne alla fine scelta la data proposta da Varrone, cioè il 753: Varrone si era basato sui calcoli di un matematico ed astronomo del suo tempo, Taruzio Firmiano, il quale aveva determinato con i suoi calcoli la data di fondazione della città al nono giorno del mese egizio di Pharmouti del 754 tra la seconda e la terza ora del giorno, mese che nel calendario egizio-alessandrino corrispondeva al 21 Aprile, data corretta in 753 dallo stesso Varrone.

Ma perché il 21 di Aprile?

Dal punto di vista religioso in questo giorno cade la celebrazione di una divinità, Pales, legata alla pastorizia quindi al ciclo culturale precedente la fondazione di una città, essendo la pastorizia tipica di una popolazione nomade mentre la città è chiaramente legata ad una popolazione stabile di agricoltori. Quindi non pare essere logica la scelta del giorno, che può al massimo essere considerato, come dice Carandini, un “capodanno pastorale”.

Dal punto di vista calendariale, non vi sono nessi tra questa data e le tre principali fasi del mese romano, anzi ci troviamo nel periodo dei “giorni oscuri” (dies atri post Kalendas), né c’è rapporto diretto con gli eventi solari dei Solstizi e degli Equinozi.

Dal punto di vista rituale come si è visto ci troviamo di fronte a riti di purificazione ma non di fondazione: sarà l’Imperatore Adriano a mutare il nome delle Parilia in Romaia proprio per mettere in evidenza la connessione tra il giorno e la fondazione dell’Urbe.

Allora perché proprio il 21 Aprile e non ad esempio il giorno di un Solstizio o di un Equinozio? L’unica spiegazione possibile secondo noi è che il 21 non fu un giorno scelto a tavolino dagli storici romani ma fu davvero il giorno della vera fondazione, rimasta nei secoli nel ricordo dei suoi cittadini e, con la tipica indifferenza romana verso la falsa mitizzazione che fu propria invece del mondo greco, mantenuta come tale senza sentire la necessità di sovrapposizioni ridondanti e pletoriche. Nei secoli si è mantenuto il fatto come tale, il ricordo di un evento reale del quale, come dice Orazio, il Sole non vedrà mai nulla di così grande.

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