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Un nutrito gruppo di amici di Simmetria si è ritrovato a Napoli per analizzare alcuni particolari delle statue commissionate da Raimondo de Sangro ai migliori scultori dell’epoca (soprattutto Celebrano, Corradini, Queirolo, e poi Onelli, Persico ed altri minori) e custodite nella Cappella dei Sansevero una volta chiamata "Pietatella".

Invece di soffermarci sulle solite analisi riportate in tutti i libri pubblicati su questo straordinario monumento e porre al centro della visita il solito, seppur straordinario, Cristo Velato, abbiamo cercato di soffermarci sul possibile quadro unitario dell’opera e su  alcuni aspetti normalmente disattesi.

Infatti, per quanto riguarda il de Sangro, esiste da sempre una conflittualità ideologica che spinge alcuni a far rientrare il Principe in una perfetta “ortodossia massonica” anche in virtù della sua effettiva fondazione di una loggia specifica. Alcuni dei fautori di una “massoneria laica”, secondo un classico “vizio” settario, tendono a privilegiare e condizionare la “sapienza” di un individuo sulla base di un’appartenenza ad un determinato “ordinamento”. Per contro esiste un filone ancora più ondivago che tende invece ad esaltare esclusivamente l’opera scientifica, entrando in difficoltà nel tentativo di conciliare l’indubbia cattolicità del Principe, con i suoi studi d’ermetismo.

Entrambe le frange, a nostro avviso, trascurano il fatto che un percorso spirituale autentico è sempre individuale, e non perde credibilità per il fatto che si svolga in un ambito o in un altro.

 


Che il de Sangro sia stato un essere geniale è indubbio. Che abbia anticipato ricerche oggi traducibili con la parola “scientifiche” è altrettanto certo. Che sia stato un alchimista (e non solo un chimico) assai in gamba è certo. Ed è anche certo che sia stato uno studioso d’ermetismo, imbevuto, probabilmente (come poi verrà illustrato da Paolo Galiano, una volta usciti dalla cappella e radunati a Piazza Bellini attorno ad un… “aperitivo filosofico”), sia degli influssi del Collegio gesuita Romano dove aveva studiato e insegnato anche il Kircher, sia della schola napoletana di Pontano, probabilmente ancora assai vivace in alcuni suoi esponenti seicenteschi, sia nei confronti di alcuni cabalisti da lui stesso citati, di cui si hanno scarse notizie, e sia infine di una schola ermetica Napoletana da cui molti ermetisti moderni aspirano o pretendono di discendere più o meno legittimamente.

E’ altrettanto certo, come risulta dalle lettere del de Sangro, che l’opera del Cavalier Cesare Ripa Perugino, avallata dal commento dell’Abate Cesare Orlandi, ristampata a cura dello stesso Di Sangro, sia stata sicuramente l’ispiratrice del “tessuto simbolico” delle raffigurazioni delle Virtù, distribuite lungo tutta la sala, a commemorazione dei vari principi di Sansevero; ma le “variazioni sul tema” realizzate da Don Raimondo sono talmente importanti da estendere il significato delle “virtù” a principi spirituali e probabilmente “operativi” (che brutta parola, ormai inflazionata!) che dilatano ed unificano il senso dell’intera sala.

 

Senza voler aprire particolari polemiche e ascender “per li rami” senza che gli stessi offrano particolari sicurezze, abbiamo pensato perciò di limitarci a selezionre alcuni richiami simbolici ripetitivi, anche se nascosti, presenti nella successione degli straordinari gruppi marmorei. L’analisi di tali particolari è stata effettuata, nell’ora e mezza di tempo concesso per la visita, da Claudio Lanzi.

Ci siamo soffermati a lungo sulle numerose figure alate presenti nella cappella e, in particolar modo, sui due angeli ai lati della porta d’ingresso, che sovrastano le due acquasantiere (v. gli articoli, su questo sito, dedicati alle fontane). C’è una notevole differenza d’atteggiamento fra l’angelo “meditante”, che ricorda vagamente la melanconia del Durer, e quello piangente e assai differente come corredo simbolico. 

 

 

 
Lanzi ha cercato di mostrare come tale differenza di atteggiamento orienti, sotto un certo aspetto, l’intera sala.
Abbiamo inoltre passato diverso tempo a studiare la posizione, e i singoli dettagli delle due statue ai lati dell’altare.

Riguardo quella cosiddetta del disinganno abbiamo studiato a lungo la figura alata con il fuoco che sorge dalla fronte coronata (che ovviamente apre a grandi richiami sulla sephiroth più alta) e che aiuta il l’uomo maturo a liberarsi dalla rete.

Abbiamo con l’occasione ricordato le poche figure analoghe presenti nell’arte rinascimentale (tra cui quelle di Lorenzo Lotto).  

  Riguardo alla rete raffinatissima, abbiamo osservato come il significato della stessa diventi assai più chiaro se si esamina il bassorilievo sottostante in cui il Cristo ridona la vista al cieco. Assai importante è anche il mondo su cui l’angelo non poggia il piede (e che quindi non riguarda solo l’imperfezione e la corruzione delle cose mondane e la necessità di separarsene).

Riguardo la statua posta a sinistra dell’altare, abbiamo a lungo commentato il senso della ghirlanda isiaca sostenuta da una sensuale e affascinante Pudicizia… che, apparentemente, pudica lo è assai poco, anche perché Anna Maria del Bello ci ha ricordato la mitica storia della Neapolis arcaica, greca e romana, e i suoi misteriosi contatti con la terra d’Egitto. Ci siamo soffermati sul senso della lapide spezzata e del bruciaprofumi, e sulla corrispondenza con la raffigurazione del basamento dove una Maddalena inginocchiata tenta di toccare un Cristo risorto, dotato significativamente di una vanga. Senza entrare in dettagli su cui ci ripromettiamo di tornare, ricordiamo che anche la Maddalena è un addetta ai profumi (v anche il libricino Aromi di L. Virio con la prefazione di C. Lanzi da noi pubblicato). Fondamentale risulta essere la funzione della quercia frondosa, che si insinua tra le crepe della pietra e la spacca.

Un’attenzione particolare merita il terribile avo (Cecco de Sangro), armato di spada, che balza fuori dalla tomba, alla cui guardia sono posti due grifoni, mentre un’aquila sostiene fra gli artigli della zampa sinistra un fascio di folgori. Conoscendo la storia del personaggio e la pretesa del medesimo di una trasmutazione post mortem del corpo smembrato in sette parti, risulta naturale domandarsi quale genere di collegamento venga proposto nei confronti dei miti osiridei. Il monumento è comunque partecipe della tensione verso la resurrezione e la trasformazione, adombrata in tutte le opere presenti nella cappella che è tutt’altro che un monumento funerario.

 

 

Un lungo tempo è stato infine dedicato all’analisi delle due statue dirimpettaie, con in mano i cuori. Un solo cuore, sospinto con la sinistra, è quello della cosiddetta Sincerità che, nella mano destra, tiene anche la verga d’Ermete. Nella Soavità del giogo coniugale  compaiono invece due cuori sostenuti nella mano destra mentre la sinistra sorregge il giogo piumato. Ovviamente abbiamo richiamato il senso del giogo ed il significato metastorico attribuito dalla classicità a tale strumento ricordando anche il significato neoplatonico del cuore, in ogni operazione filosofica, degna di questo nome. Assai particolare è il suggerimento proposto dalla statua della Soavità; e mai forse, fu usata parola volutamente più intrigante per introdurre un concetto più complesso.

 
Le due statue richiamano inoltre l’altro cuore, quello del cosiddetto Amor divino presente all’inizio della sala.
Lo studio di tali gruppi ci ha lasciato l’occasione per aprire alcuni spazi sulla teologia cordis richiamata da Anna Maria Partini che, al termine della visita ha ricordato alcuni importanti rapporti tra il de Sangro ed altri esponenti dell’ermetismo italico settecentesco.

La visita si è conclusa, come spesso accade nei nostri incontri, con un pranzo sociale in una trattoria vicino alla statua del Nilo a cui molti di noi sono legati da particolari ricordi.

Contiamo di pubblicare entro l’anno un commento specifico alla visita, entrando nel merito degli argomenti che qui abbiamo brevemente elencato.

C. L.

Per un esame dettagliato delle statue della Cappella di Sansevero rinviamo al sito del museo:

www.museosansevero.it/raimondodisangro.html

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