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Breve estratto dalla relazione di Claudio Lanzi

Villa Adriana è ciò che resta (dopo 8 secoli di ingiurie e spoliazioni) di quella che doveva essere una delle meraviglie del mondo. A partire dalla fine dell’impero, quando l’immensa struttura venne abbandonata, le incredibili riserve di marmo che la ricoprivano iniziarono a servire da base per preparare la calce (così come accaduto a buona parte dei monumenti romani). Una piccola parte delle statue venne fortunatamente sepolta dalla polvere del tempo e nascosta fra i millenari ulivi di Tivoli (e sono le pochissime statue che si sono salvate di fronte ad un corredo che doveva superare le 500 unità); il resto venne sistematicamente depredato ed andò ad arricchire la maggioranza delle ville nobili romane. Il resto venne trafugato durante varie campagne di “scavo” da principi, papi, re e imperatori fino a Napoleone…ed oltre.

E’ impressionante constatare che nonostante tale accanimento, dopo 9 secoli, rimanga ancora una struttura grandiosa, piena di fascino che consente vagamente d’intuire quella che dev’essere stata la primaria grandezza. Ed è quasi certo che la parte “periferica” e buona parte di quella circostante il cosiddetto “Pecile” sia ancora tutta da scoprire.

Le valutazioni e le interpretazioni di carattere sistematico si sono alternate, nell’arco dei secoli (gli interessati possono rifarsi alla bibliografia e ai collegamenti web suggeriti a fine articolo). Fino al 1500 la villa era ancora piena di reperti. Alcune parti come il Pecile o il “Canopo” erano parzialmente interrate, e architetti quale il Ligorio, al quale dobbiamo molti dei suggerimenti della villa Orsini di Bomarzo (vedi articolo… ) parlavano di marmi e di statue che ora sono totalmente scomparsi o accatastati in vari musei. Anzi è proprio a tali architetti, disegnatori, artisti (tra gli altri anche il Piranesi) che dobbiamo testimonianze che ci consentono di attribuire una “funzione” ad un determinato ambiente piuttosto che un’altro.

Ma la nostra visita alla villa è stata, come al solito, orientata verso la ricerca e l’ascolto di ciò che non si trova sui libri, sia perché è consuetudine dell’archeologia ufficiale, tenersi strettamente legata ad un impianto storicistico-stratigrafico  inattaccabile, sia perché ragionare (com’è nostra ormai deprecatissima ma consolidata abitudine) sulla sacralità di un edificio, è diventata sempre più una moda imbarazzante e, i pochi che come noi ci provano, vengono sempre “laicamente” redarguiti oppure guardati con sospetto da tutti gli aspiranti romani… che romani non sono. 

Per tale ragione abbiamo cercato di evidenziare con prudenza, alcuni aspetti meno visibili, collegati al senso sacrale di Roma, a quello centrale dell’imperatore, ed alla ragione per la quale quasi tutti gli imperatori “costruivano” delle ville grandiose, nelle quali ricreavano la loro specifica visione del mondo, enfatizzando, di volta in volta, determinati aspetti (come, ad esempio, Tiberio nei confronti del mito di Dardano e del ritorno di Roma a Roma con il viaggio di Enea, mostrato nella sua villa a Sperlonga. (vedi… ).

In questa breve visita un pensiero grato e  commosso, è andato al nonno del sottoscritto, Alarico Dandolo, ricercatore della Roma sotterranea ed epigrafista degli inizi di questo secolo, strenuo ammiratore di Adriano, al punto di decidere di vivere un periodo della sua affannasa esistenza, vicino alla sua villa di Tivoli. A lui devo alcuni dei brevissimi accenni a seguire, e ad una tradizione che si rifà al suo amico, Giacomo Boni, il mai sufficientemente studiato iniziatore degli scavi sul Palatino.

Dobbiamo tener presente che le dinastie imperiali romane sono state, salvo eccezioni, piuttosto brevi ma il senso della centralità imperiale e dell’arcaico concetto di rex sacrorum congiunto a quello di pontifex-imperator, ha sempre seguitato ad investire il senso stesso della potenza della Roma imperiale. La Roma dei Cesari è erede della Roma Arcaica e celebra con fasto, non solo la sua potenza, ma il suo ruolo ordinatore, cosmico, geometrizzante, del mondo. Con l’impero Roma, pur perdendo progressivamente l’austerità repubblicana, diventa consapevole e legittimamente orgogliosa del suo ruolo magistrale. In tale contesto, l’imperatore non è solo il despota divinizzato ma l’artifex e soprattutto il sacerdote di tale funzione, con l’avallo più o meno esplicito, dei collegi senatoriali. Ogni cives romanus sa cosa vuol dire essere responsabile del titolo e del nome che porta; conosce la funzione sacra di Roma. Roma aeterna è più grande dell’imperatore e questa è una caratteristica unica nella storia dell’umanità classica.

Per questo uomini straordinari come Adriano, riassumono virtù e conoscenze superiori e si avvalgono di maestri e collaboratori espertissimi, che non accettano passivamente quali cortigiani, ma che utilizzano a “maggior gloria di Roma” e dell’impero.

Roma, salvo rare eccezioni (e la Palestina fu una di queste), cerca di conservare tutto ciò che incorpora. Il “pomerio” romano, scavato sul sulcus primigenius e in-augurato con un rito che affonda nella notte dei tempi, si estende idealmente intorno al mundus e assorbe progressivamente ciò che incorpora con la sua immaginaria estensione trasformando ciò che era profano in sacro; sacro perché “romano”. Attenzione, non “romanizzato” ma realmente romano.

L’imperatore studia perennemente; e Adriano, fra gli imperatori, fu sicuramente un genio, un progettista eccezionale, un urbanista, un generale e un combattente straordinario che condivideva le fatiche dei suoi legionari. Ma anche un uomo schivo e solitario. Un uomo che amava il silenzio, la meditazione e la compagnia dei filosofi e della bellezza. Solo un uomo con tali qualità poteva concepire un progetto così grandioso e che, a nostro avviso, nasconde ancora misteri straordinari, connessi alla funzione sacra di Roma stessa.

Adriano è ispanico come il sue predecessore Traiano di cui era cugino di secondo grado e accompagnò Traiano in buona parte delle sue campagne nel nord Europa. Lo seguì in Dacia e fu nominato arconte d’Atene (titolo che non si concedeva davvero al primo venuto). Fu uno degli imperatori diventati tali perché acclamati dall’esercito. Ma, una volta preso in mano il potere, divenne uno strenuo e drastico difensore della particolare pax romana, che impose senza dubbi, con la capacità di discriminare rapidamente ciò che era raggiungibile tramite la diplomazia e ciò che richiedeva l’esercito.

Fu quasi sempre a capo delle sue campagne militari ma, soprattutto fu uno straordinario viaggiatore e conservatore di tutto ciò che è “bello” e spiritualmente valido. Rispettò la natura dei luoghi dove andava e fece copiare (un tempo “copiare” era considerata una delle massime forme d’arte) i principali monumenti che ammirava. Su questo argomento abbiamo più volte mostrato il nostro profondo fastidio nei confronti di determinati ambienti, fanaticamente ammalati di un’enfasi retorica e roboante che finisce per ridicolizzare la bellezza e la semplicità romana dietro una serie di stentorei e tuttaltro che marziali tentativi di romanizzare ciò che è già romano.

Roma è grande senza che sia necessario usare tromboni per decretarne la grandezza (o peggio la forza bruta, come spesso tentato dalla cinematografia americana); e non è neanche necessario demonizzare tutto ciò che non è “pagano”.

Purtroppo la storia di Roma viene spesso sbattuta fra questi due faziosi e sterili confini che, a nostro avviso, mostrano la sterilità animica di chi li propone.

Roma è universale, anzi è filosoficamente “un universale” e non è universale perché è “pagana” (che confusione su tale termine!) ma perché è pia, è religiosa, così come sosteneva sapientemente Cicerone.

E’ sincretica e mai sincretistica. Roma coincide con “la Dea Roma” i cui nomi occulti affondano nelle radici del Latium. Roma non appartiene a nessuno, neanche al suo dio-imperatore. Questa è la ragione per cui Roma riesce ad essere ancora un faro di riferimento anche durante le invasioni barbariche (grandi… “migrazioni” se lette nei testi d’oltralpe) e per tutto il medioevo.

Dunque questa Roma a forma di magica corona, circondata da un pomerio sconfinato, viene idealmente rappresentata nella Villa di Adriano più volte e assimilata con il mondo stesso da lei raggruppato sotto una sola legge. Quel raffinato concetto di osmosi fra i due fiumi (il Nilo e il Tevere) viene più volte ricordato nel “serapeo” dove si affacciano le cariatidi. Il cielo si specchia durante la notte, nel grande lago del Pecile orientato verso Roma, così come si riflette nei ninfei e nel Canopo. 

La casa dell’imperatore è vicina al famoso teatro marittimo sul quale abbiamo soffermato tutta la nostra attenzione ed è affiancata da due biblioteche, quella greca e quella latina. Si tratta di una costruzione, di dimensioni simili al Pantheon, con la forma di geometrica di toro, realizzato da un criptoportico che circonda un anello acquatico e un cerchio centrale su cui un piccolo cardo e decumano sapientemente realizzano la croce.

Tale croce fissa un mundus sui generis, assai grande, cosmico e ricco di significati nella sua divisione zodiacale, che sfugge completamente, chissà perché, all’analisi delle “guide”.

In tal punto, come in qualsiasi mundus romano individuato sacralmente, si configge un axis mundi che trapassa i cieli e la terra. E’ un tempio rotondo, ancora chiaro, nei suoi simboli, come la luce che lo inonda. Il rapporto evidente tra tale straordinaria, unica costruzione, ed il senso stesso della sacralità di Roma, può risultare invisibile solo ai ciechi. Proprio quello che accadeva alle frotte di turisti stranieri intorno a noi, istruiti da garrule signore che spiegavano come tale anello fosse una specie di grande vasca da bagno per gli ozi dell’imperatore. Mah!

Abbiamo poi cercato di ricordare le leggi di acustica che ben note agli architetti romani, consentivano, attraverso la riflessione sonora nelle absidi e lo sviluppo di particolari rapporti fra altezza e volta, di “trattare il suono” in maniera rituale. Alcune di tali leggi le abbiamo “sperimentate” nella cosiddetta “sala dei filosofi” mentre altre le avremmo potute verificare nelle terme se alcune sale non fossero state rese inaccessibili da lavori in corso che, seguitando di questo passo, temiamo che non vedranno mai la luce.

Ci siamo poi soffermati intorno al Pecile dove alcune simpatiche oche ci sono venute a salutare e ovviamente abbiamo stazionato a lungo nel museo dove, oltre alle riproduzioni di alcune delle più celebri statue del mondo, abbiamo studiato i due fiumi, archetipi di analoghe raffigurazioni sparse in tutto il mondo romano.

Qualche riferimento bibliografico:

  • Adembri B-Guida Electa
  • Aurigemma “La Villa Adriana presso Tivoli Bollettino d’Arte 54-61 (che è il responsabile dello “sconvolgimento del “Canopo”)
  • Mc Donald, PintoHadrian’s Villa and its legacy, 1995
  • De Franceschini: Villa Adriana, Mosaici Pavimenti, edifici 1991
  • Phyrro Logorio-Codice di Torino- “De la Villa Hadriana Tiburtina”- Libro vero delle antichità…
  • Salza, Prina e Ricotti: “Villa Adriana, il sogno di un Imperatore”
  • Piranesi, Pianta delle fababbriche esistenti nella Villa Adriana (Roma 1781)
  • E poi: su Bollettino di Archeologia, opere di Ferrera, Da Milano, Giubilei, Cicerchia ecc.

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