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Con la guida di Domizia Lanzetta abbiamo dedicato l’ultima visita dell’anno accademico 2008-2009 al Palatino e al Foro Romano.

Entrare nel Foro è come compiere un viaggio  in un altro tempo, che  riesce  a riversarsi costantemente nell’anima  di coloro che vi si addentrano. E anche se ci si è stati decine di volte, ogni volta  ci si imbatte  in qualcosa di sconosciuto e mai visto, o mai prima avvertito.

Si tratta di un complesso di emozioni “arcaiche”, grazie alle quali sembra di percepire  il sussurrio dei secoli che si intrecciano e si susseguono.

 

 

Appena entrati, si costeggia un tempio, innalzato per divinizzare un imperatore e la sua consorte (Antonino e Faustina). Siamo nel II secolo d.C, e di loro pare di avvertire ancora la volontà di potenza. A trasmettercelo è la maestà delle colonne del protiro, la traccia dell’altare sacrificale, tutt’ora visibile sulla scalinata d’accesso e sul quale si sacrificava al loro Genio. Accanto a questa costruzione sacra, con la quale si enfatizza la magnificenza dell’impero, c’è un altra zona, sacra anche questa, o per essere più precisi nella nomenclatura dello Ius Divinum, “religiosa”, assai più umile della prima, ma molto più antica. E’ un angusto spazio di terreno incolto, in cui si  intravedono le impronte di un giardinetto, voluto da Giacomo Boni, per rispettare una  necropoli e onorare dei morti talmente antichi che è andato smarrito persino il loro nome. Spostandoci di pochi metri dal tempio di Antonino e Faustina, siamo saltati indietro di diversi secoli e siamo approdati al IX -VIII secolo, quando non esisteva ancora Roma nella forma tramandata dalla storia. Purtroppo le piccole aiuole tonde ed ovali, ideate da Giacomo Boni, per contrassegnare la posizione e il tipo di sepolture, non si sa perchè, sono state cancellate, e di tutto il complesso è sopravvissuta solamente una lapide in travertino, sulla quale una scritta semicancellata, ci fa sapere che un tempo, in quel luogo, ci fu un sepolcreto arcaico. Alquanto delusi, ci dirigiamo verso quella che è la parte più antica. A destra e sinistra della Sacra Via, nastri e transenne, ci avvertono che di li non si passa; di entrare nella basilica Emilia non se ne parla neanche (se ne può vedere malamente la forma dall’esterno): ci interdicono (ormai da decenni) anche  la visione del Lapis Niger, ci impediscono  di avvicinarci al luogo dei doliola, e la Curia Ostilia possiamo intravederla aldilà  della struttura metallica di un restauro in corso. In compenso ci impongono delle sculture moderne che, con il foro Romano c’entrano quanto i cavoli a merenda (vedi foto).

 

 

 

 

Quanto alla base per il decennale della Tetrarchia, ci è dato esaminarla soltanto attraverso la memoria, così che, sia il suovetaurilia che vi è scolpito sopra, che il Flamen Martialis nel suo caratteristico abbigliamento, dovremo ammirali solo nelle immagini che ci fornisce Google o in quelle stampate sulle cartoline.  Fortunatamente ci è concesso di arrivare fin nei pressi dell’umbelicus Urbis, anche se non è più possibile entrarci, ma possiamo ancora contemplare l’imponente ara Saturni. La  sua struttura grezza  e imponente, ci proietta indietro di tremila anni. La dimensione a cui appartiene è leggendaria, perchè ci parla delle antichissime genti Pelasgiche, e dei loro inquietanti culti, contrassegnati da sacrifici umani. Accanto gli sta quello che nella targhetta guida, viene indicato come umbelicus Urbis, ma che come afferma Filippo Coarelli, deve trattarsi del mundus di cui parla Plutarco, il mundus posto nei pressi del Comizio che lui suppone possa trattarsi anche del Volcanale.  Tuttavia il fatto che sia situato quasi a ridosso dell’ara Saturni, confermerebbe l’ipotesi che sia davvero il mundus, vale a dire l’accesso all’antimondo su cu dominano Proserpina e Dite. Infatti durante i Saturnali, candele accese e  figurine umane in materiale fittile, erano offerte a entrambe le divinità in sostituzione dei sacrifici umani. Questo ci pone davanti ad una delle solite contraddizioni della religione Romana, perchè nel corso delle feste  di Saturno, non erano ammessi sacrifici cruenti, nemmeno quelli di animali, in quanto con i Saturnali, si evocava l’idea dell’età dell’oro, nella quale non esisteva ne la vecchiaia, ne il dolore. Eppure erano feste che rientravano in quei rituali e culti sanguinari, attribuiti ai mitici Pelasgi. Anzi secondo la tradizione, furono essi  a istituirli, spinti dal responso dato loro dall’Oracolo di Dodona “ ...andate in cerca della terra Saturnia dei Siculi e degli Aborigeni,Cotila, ove galleggia un’isola: quando l’avrete raggiunta offrite la decima a Febo e sacrificate teste ad Ade e un uomo al padre suo. [1] ... Si racconta che sia stato Ercole che, volendo addolcire i costumi della popolazione, suggerì di sostituire le teste e gli uomini con candele  accese e figurine di terracotta. Eppure non si può essere certi dell’ incongruenza, perchè noi non sappiamo né comprendiamo cosa si celi dietro una religione remota e misterica come  quella praticata dagli antichi Pelasgi. Di fronte all’ara, si erge il tempio di Saturno, costruito intorno al 480, e poi riedificato nel 42 da Munazio Planco e restaurato dopo uno dei soliti incendi nel 283 d.C[2]. Si “erge” perchè la sua nitida struttura ionica si innalza davvero, con un movimento quasi di sfida, contro il cielo, come se il dio Titano volesse ancora una volta confrontarsi con gli dèi Olimpici. Ma non è così, perchè il nostro Saturno, deriva il suo nome da  “satus “ che vuol dire semina, e che congiunto ad Opi sua sposa, determina  la vita sulla terra. Questi sono gli dèi primari, questi sono il Cielo e la Terra, che nei libri degli Auguri vengono definiti “Divi qui potes”, gli dèi potenti, ed essi “sono per noi come l’anima e il corpo”, aggiunge Varrone.[3]  Bizzarramente al complesso antichissimo dell’ ara Saturni e  al suo tempio, si giustappone il monumento più recente del Foro, quello fatto innalzare dall’esarca Bizantino Smaragdo, nel VII secolo, in onore dell’Imperatore Nicefaro Foca.  Un gabbiano sulla cima della colonna, sta immobile e scruta dubbioso l’orizzonte, forse non riesce più a distinguere il presente dal passato, oppure stando in alto su quel pilastro, ha scoperto che tra l’uno e l’altro non c’è differenza, perchè l’unica cosa che conta è ciò che è eterno. Lo è forse Roma? Probabilmente no, perchè prima che Romolo tracciasse il sulcus primigenius, non esisteva nel modo come noi la immaginiamo. O forse pur non esistendo ancora, già c’era, era invisibile ma “c’era”, fino a che Romulus, con il rito di fondazione la suscitò dalla terra, le fece  valicare la linea di confine tra il visibile e l’invisibile.”

 

 

Quando crollerà il colosseo, crollerà Roma e quando crollerà Roma finirà il mondo”, disse il venerabile Beda. Non si può non pensarci quando ci si ferma davanti alle immagini delle capanne dell’età romulea, poste all’ombra del tempio di Cibele .

Manca la Madre”. Erano già passati 500 anni dal giorno della fondazione, e i libri sibillini avvertirono che la compagine divina che Roma doveva onorare, era incompleta: mancava la madre di tutti gli dèi.[4] Da Pessinunte giunse il  simulacro, rappresentato da una pietra nera. L’ingresso della dèa e del suo nume, fu caratterizzato da un prodigio, protagonista del quale, fu la fondatrice di uno dei culti più enigmatici: quello della Bona Dèa.  Ciò che sorprende è il fatto che un tempio dedicato a una divinità che giunge da fuori, sia stato innalzato sul Cermalo, il luogo più vetusto e sacro di Roma. Cibele è una dèa che viene da lontano, ma che Virgilio onora e glorifica, ponendo i suoi simboli sulla prora della nave ammiraglia di Enea.

Dopo aver visitato il cippo che ricorda Giacomo Boni, personaggio a cui Simmetria deve in parte le sue origini, di comune accordo decidiamo di terminare il nostro vagabondaggio al Foro e al Palatino, proprio qui sul Cermalo, vale a dire al centro di quella che fu la scena da cui  nacquero e si svilupparono i miti del popolo Romano. Seduti sotto i cedri del Libano abbiamo parlato dei programmi culturali e degli scopi dell’associazione. Nel luogo dove per secoli echeggiarono i nomi di re leggendari, di eroi semi divini, di numina dei boschi e di mostri semiferini. Le scale di Caco vogliono rammentarci la figura orrenda di un figlio di Vulcano. Virgilio ce lo descrive come un essere di aspetto raccapricciante ma su di una specchio Etrusco ritrovato a Bolsena, è raffigurato come un giovane bellissimo, intento a scrivere su un dittico. E’ lo stesso personaggio che rubò le mandrie ad Ercole?  E’ il mostro avido di sangue umano, ancora più orribile di Polifemo? Il Caco dello specchio Etrusco, ha invece un volto dai lineamenti delicati, contornati da una densa chioma fluente e inanellata. Sembra che qui sul Cermalo, secondo Andrea Carandini, un tempo fossero presenti culti importanti, praticati assai prima dell’avvento di Romolo e Roma. Questo avveniva quando il Cermalo era ancora abitato dai Siculi, oppure come suppose Pallotino, si tratta di divinità frequentate dagli Etruschi trasformatesi per i Romani in creature orrende e divinità nemiche? Ma questo è un discorso che riguarda gli storici, sempre affannati a cercare il prima e il dopo. Perchè quando si vuol entrare in una dimensione non esattamente fisica, come  quella che  spetta alle religioni, particolarmente a quelle più antiche, si sa che l’aspetto di una divinità, può essere bellissimo o orrendo e, la loro natura  creativa o distruttiva. Le manifestazioni e gli eventi descritti nei miti, come lasciò scritto Sallustio nel Peri Theon Kai Kosmou, non avvennero in nessun tempo ma avvengono sempre.

 

[1] Macrobio –I,7.28
[2] Coarelli -1995
[3] Varrone D LL-V,10,57
[4] Ovidio –I Fasti-IV,265-33

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