Medioevo: La mostra di ceramiche e la conferenza sulle compagnie d’arte e mestieri.

Il 13 e il 14 dicembre 2009 si è svolto un incontro particolare in cui la parte “dottrinale” e teorica sul lavoro medioevale è stata accompagnata da una esposizione assai pertinente, delle

ceramiche di Carla Neri. Nelle foto che presentiamo vengono mostrati alcuni particolari dell’esposizione che era composta di ben 140 pezzi. Alcuni di tali oggetti sono copie fedelissime di lustri trecenteschi su piatto, brocca o bicchiere, altre sono rielaborazioni di motivi medievali su tavola o mattone o piatto dove Carla Neri fonde disegni di scuola orvietana in nuovi e originali composizioni. Completamente al di fuori dei motivi della ceramica orvietana sono le copie delle miniature del codice Manesse, eseguite con una cura ed una grazia particolari che hanno riscosso un grande interesse, al pari della sezione dedicata all’araldica (scudi, stemmi, armi, ecc.).

Carla Neri, è stata allieva del maestro orvietano Paolo Velluti, con il quale si è specializzata nella pittura di tipo medievale su maiolica; in seguito ha “girato” per molte altre scuole specializzandosi nella realizzazioni della “zaffera” sviluppando soprattutto i motivi presenti dei “lustri” del territorio umbro-laziale, che vanno dal XII al XV secolo, frutto dei ritrovamenti vicino ai forni a riverbero o ai butti (i depositi di materiale di riempimento, sottostanti il piano terreno delle abitazioni della zona orvietana). Alcune forme e disegni vengono fatti risalire  alla scuola di Petrus Vascellarius (vissuto a cavallo fra XI e XII secolo) a cui si fanno risalire le prime “ceramiche dipinte sotto vetrina” nella rifondata città Ourbibitentos o Urbs Vetus (e poi Orvieto), con decorazioni ottenute tramite ossido di manganese e ferro, esaltate da una invetriatura piombifera con base silicea. Tale tecnica si conserverà anche  per tutto il XIV secolo (anche se l’invetriatura sarà sostituita dallo smalto stannifero). Sappiamo per certo che la struttura simbolica dei disegni su maiolica, si arricchì moltissimo di temi d’ordine mistico e iniziatico, durante la costruzione delle cattedrali.  I vascellari orvietani affiancarono sicuramente i maestri vetrai durante la costruzione del celebre duomo, risalente al XIII secolo e forse i motivi simbolici più raffinati e lo scambio d’informazioni “segrete” sull’alchimia della lavorazione della terra, sono ascrivibili proprio a quel periodo.

 

 

 

La mostra è stata preceduta da una importante relazione di Gianfranco Ersoch sui vari ordini della massoneria settecentesca relazionandoli al compagnonaggio medievale e ai “lavori” richiesti soprattutto nella “preparazione” delle pietre da costruzione. L’iter di apprendistato iniziava dallo studio della squadratura delle pietre che non era affatto considerata opera “minore” ma fondamentale e preparatoria alle successive. Così lo studio delle crete o degli impasti dei colori non era solo un opera tecnica ma un lavoro sulla natura e sull’anima dell’artigiano. Degli statuti rigidissimi e un iter d’apprendistato che durava decenni, contrassegnavano l’evoluzione dell’adepto che si affiancava entusiasticamente e con amore al lavoro del maestro. In seguito, dietro incoraggiamento del maestro, l’apprendista andava a elaborare altre tecniche e altre conoscenze presso i “laboratori” sparsi nel paese, secondo una consuetudine che in Francia prese il nome di “Tour de France”, nome rimasto per la omonima gara ciclistica.   Claudio Lanzi ha concluso con un rapido accenno sul simbolismo dei colori nelle vetrate paragonandolo a quello su ceramica ed al senso del “lavoro” nel medioevo. Le compagnie d’arti e mestieri medievali, infatti, avevano una serie di codici operativi e organizzativi che rendevano il lavoro e i “rapporti di lavoro” completamente diversi da quelli che oggi conosciamo. Esistevano delle vere e proprie “iniziazioni” corporative, con un percorso di perfezionamento che non riguardava soltanto la tecnica specifica ma l’affinamento dell’anima dell’artigiano, orientata sempre a “maggior gloria di Dio”. Non esistevano particolari distinzioni fra l’opera manuale e quella intellettuale al punto che l’architetto di grandi costruzioni, come le stesse cattedrali, si occupava della preparazione della calce e spesso collaborava ad opere apparentemente minori, insieme ai suoi collaboratori.  Buona parte dell’intervento di Lanzi è pubblicato in “Sedes Sapientiae” mentre la relazione di Ersoch sarà oggetto di una prossima pubblicazione nella nostra rivista.

 

 

 

 

 

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