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Guidata dalla Prof. Maria Brugnoli con la collaborazione dell’ing. Claudio Lanzi

L'antichissima città di Sutri, lo dice il nome, non merita certamente di essere visitata e trattata parzialmente ma poiché gli argomenti che le darebbero la giusta gloria sono innumerevoli e di cui alcuni sono pertinenti ad epoche che risalgono alla notte dei tempi del vetusto Lazio noi ci siamo soffermati solo a prendere in considerazione alcuni aspetti della sua storia, tra i più significativi.

Sin dall'inizio Sutri fu un insediamento urbano e non un pago a differenza di altre località circostanti dove i paghi antichissimi di Bassano, Ronciglione e Capranica etc. ebbero un carattere prevalentemente agro-pastorale.

In epoca romana, ai tempi delle guerre con Veio (396 a.C.) e del dittatore Furio Camillo veniva, infatti, chiamata oppidum facendo pensare ad un luogo organizzato rispetto alla restante zona dell'area cimina e svolgendo quindi un ruolo di caposaldo e confine fra Roma e l'Etruria.

Dopo la definitiva conquista del territorio da parte dei romani e con l'insediamento delle fattorie delle famiglie gentilizie di cui sono rimaste le tracce nei toponimi divenne in seguito urbs con un territorio che si estese progressivamente fino ad arrivare al Lacus Janula, Blera, Nepi, e al territorio prospiciente al lago Cimino.

In seguito Sutri fu coniuncta perché composta da popolazioni che provenivano dalle guerre contro Annibale e infine colonia quando divenne iscritta alla tribù Papiria [1].

Nei primi secoli dell'impero la città divenne un fiorente centro pastorale con allevamento di carni suine e bovine, agricolo (coltivazione degli ulivi) ed artigianale (lavorazione delle pelli) e poté smerciare facilmente i suoi prodotti lungo la Via Cassia la cui costruzione fu necessaria per le famiglie gentilizie che volevano raggiungere i propri latifondi.

Purtroppo tale opera andò a violare la selva (detta da Livio Horrida Silva Ciminia) vergine fino alla conquista romana con ramificazioni e con la fondazione, all'altezza del Monte Fogliano, una delle vette del vulcano, di un Forum Cassii, che andò a raccogliere i piccoli insediamenti che si formarono lungo la via consolare.

Il centro urbano di Sutri disposto intorno al foro, ovvero, nella parte centrale del pianoro tufaceo, si estese simmetricamente a nord e a sud pian piano verso la parte delle mura meridionali ove vennero costruite delle terme i cui resti sono ancora visibili accanto all'attuale Cattedrale.

Dei resti dell'insediamento primitivo inglobato da quello romano e delle sue strutture come templi, case vie etc non rimane che la cinta muraria in opera quadrata che si sviluppava per la totale estensione dell'attuale centro storico, sviluppatosi secondo uno schema preordinato costituito da lotti quadrangolari e strade perpendicolari.

La Piazza del Comune, antico foro, rimarrà anche in epoca medievale il centro di tutto l'impianto urbanistico.

Sutri, così solidamente cinta dalle mura, non fu frammentata come in altri casi di centri dell'Etruria e per questo divenne un degno luogo episcopale, accogliendo il primo vescovo Eusebius Sutrinus nel 465 d.C. [2].

Alla fine dell'età flavia cominciò una riduzione nelle campagne di ville attive e dopo il III secolo la percentuale di abbandono degli edifici e non delle proprietà diminuì.

Dopo la deposizione dell'ultimo imperatore di Occidente, Romolo Augusto avvenuta nel 476 d.C. e in seguito ad un'accurata selezione dei luoghi più protetti da alluvioni e dissesti idrogeologici, vennero rioccupate le stesse ville degli ager con tutta probabilità per protezione contro le invasioni barbariche che si susseguirono.

Infatti, i Goti penetrarono in Italia assieme agli Eruli di Odoacre distribuendosi nelle campagne in punti strategici.

Le vicende della guerra greco gotica (535-553) con intervento dei militari dei Bizantini contro gli Ostrogoti influirono sull'evoluzione dei territori a sud del lago Cimino.

Ma l'imperatore Giustiniano, codificatore del diritto romano, con la Constitutio pragmatica nel 554 fece dei provvedimenti per ripristinare ordine e legalità nelle campagne e nelle città italiche, riconoscendo valide tutte le deliberazioni prese dagli antichi romani.

Sutri, alla vigilia dell'invasione Longobarda manteneva ancora tutti i praedia dell'epoca romana repubblicana e tornò pertanto ad essere come allora zona di confine. Per i Longobardi che si stanziarono al di sotto delle mura della città, dominata dai bizantini, controllandone tutti i movimenti, divenne quindi una zona pregevole da conquistare esattamente come molti paesi della zona Cimina.

Il longobardo re Liutprando nel 726 d.C. donò il territorio di Sutri, più alcune terre annesse, al papa Gregorio II con una donazione a dir poco falsa in quanto non era luogo di sua legittima appartenenza. L'avvenimento fu però di eccezionale importanza storica e politica. A questa donazione si fa risalire l'inizio del potere temporale della chiesa.

Un tale Grimoaldo, cui si riferisce un'iscrizione sul capitello della cripta della Cattedrale di Sutri fu quasi certamente un missus di Liutprando al papa. Nei decenni successivi e anche oltre la fine del potere politico dei longobardi, cui subentrarono i Franchi e il Sacro Romano Impero, la situazione di Sutri non cambiò particolarmente salvo il riconoscimento di civitas.

Pur tuttavia, con la donazione alla chiesa, Sutri si trovò nei secoli a seguire, ad essere indissolubilmente legata a Roma ed al potere pontificio che ne limitò fortemente, nella futura epoca dei Comuni, l'affermazione dell'autonomia cittadina.

Pur non riuscendo ad espandersi ulteriormente a causa della predilezione da parte della chiesa di altre realtà, come l'Abbazia di Farfa, S. Paolo fuori le Mura e per altri luoghi più fertili, abbandonando le zone più boscose ed impervie, nel IX secolo Sutri si riappropriò, grazie al passaggio dei pellegrini da Roma, del proprio territorio sconfinando di là dalla cinta muraria.

Così Sutri, grazie alla sua posizione strategica lungo un percorso preferenziale che andava dalla Valle del Baccano fino al territorio di Bolsena si trovò di nuovo ad essere l'ultimo baluardo a difesa della Città eterna e ultima "stazione" prima di Roma lungo la Via Cassia così come era stata un tempo baluardo a difesa dell'Etruria contro la conquista romana.

Il Borgo di Sutri, stazione della Via Francigena

Il tratto della Cassia vicino Sutri costeggiava l'antica tagliata etrusca ora sede della Madonna della Cava (cimitero comunale), le vicine catacombe di San Giovenale, e la chiesa rupestre di S. Fortunata, proseguendo poi sull'alto colle di S. Stefano (l'attuale tracciato di fondo valle in questo punto non corrisponde all'antico) attraversava il luogo che era chiamato Franceto ove sorgeva il Borgo che veniva a costituire una delle stationes dei pellegrini.

In realtà il tracciato dell'antica Via Cassia che all'altezza di Sutri passava al di là del colle che inglobava l'Anfiteatro fu deviato allo scopo di farlo passare all'interno del Borgo a maggior sua difesa e protezione e per fornire un sicuro ricovero ai numerosi pellegrini e mercanti di passaggio negli hospitia.

A testimonianza di ciò è l'indicazione nel diario di viaggio di Sigerico, arcivescovo di Canterbury, del Borgo di Sutri, quale tappa del suo pellegrinaggio che compì intorno l'anno 990 per ricevere il pallium dal Papa.

Nel 1151 e il 1161, un monaco islandese nel suo viaggio verso la Terra Santa, fra le sue tappe indicò due luoghi rispettivamente Sutri Maggiore e Sutri Minore di cui il primo costituisce attualmente il centro storico della moderna Sutri e il secondo un organismo urbano oggi quasi del tutto scomparso, conosciuto col nome di Borgo Sutrino.

Il Borgo si estendeva a valle rispetto all'attuale abitato, suddiviso in Burgo Maior e Burgo Minor ed al suo interno trovavano posto innumerevoli attività commerciali ed artigianali, alberghi e locande, ospedali e chiese in tale numero da trasformare l'antica città in un centro di grande importanza.

Presso i monasteri di San Giacomo, S. Stefano, San Gregorio, Santa Fortunata e San Benedetto sorsero delle strutture destinate all'ospitalità e almeno dodici alberghi, otto ospedali, diversi conventi ed innumerevoli chiese, che ammontavano a circa 68, documentati negli atti notarili dell'epoca, erano messi a servizio dei tanti ospiti di passaggio.

Tali costruzioni vennero a creare un borgo allargato che venne poi delimitato da una propria cinta muraria e ripartito prima in regiones e poi in contratae.

Gli ospiti di passaggio non furono solo pellegrini e mercanti ma anche sovrani come Carlo Magno, Enrico III che nel 1046 convocò a Sutri un sinodo nel corso del quale si decise, allo scopo di risolvere l'intricata situazione del papato, l'elezione di Clemente II, deponendo gli altri pretendenti che rivendicavano contemporaneamente il diritto di essere pontefici di Roma [3].

Da questi fatti si evince il grado di sviluppo della civitas di Sutri che fu capace di accogliere l'imperatore, i pontefici, dignitari, vescovi e prelati.

Grande fu il rispetto verso i pellegrini che divennero fonte di crescita economica per il Borgo di Sutri fino alla metà del XIV secolo che si esplicava nell'adeguata loro accoglienza ma anche assistenza ad ogni loro necessità. Si svilupparono così attività collaterali come l'artigianato dei calzolai che provvedevano alla sostituzione o alla riparazione delle calzature dei pellegrini prima di arrivare a Roma e riprendere il cammino di ritorno.

Fra le consuetudini delle classi più abbienti dei Sutrini c'era l'offerta di vino e cibo ai pellegrini e la riparazione delle strade che percorrevano.

Per lungo tempo quindi l'economia di Sutri fu contrassegnata da un favorevole andamento sia perché località di grande transito in cui si riscuotevano pedaggi su cavalieri e merci ma anche per la gestione dei possedimenti fondiari circostanti.

Il Borgo divenuto un tutt'uno con la civitas nel tempo venne gravemente danneggiato da frequenti alluvioni che hanno nascosto sotto uno strato di detriti di circa 2 mt. le strutture presenti nel fondo valle ma soprattutto un uragano che si abbatté sul territorio nel 1654 distrusse i fabbricati esistenti e quelli che sopravvissero alle intemperie vennero utilizzati come ricovero bestiame. I sedimenti di sabbia cancellarono i resti convertendo il Borgo in fertilissimi campi a tutt'oggi visibili.

Nelle Vie del Borgo… S. Maria del Parto e S. Maria del Tempio

S. Maria del Parto e MItreo

Sul lato meridionale del Monte cosiddetto Erzeni il cui nome deriva da luogo impervio erto e che raccoglie in sé il monumentale anfiteatro  c'è un piccola chiesa a tre navate tutta incavata nel masso sovrastante sulla cui estremità attualmente si trova la Villa Savorelli con annesso un bosco di lecci, denominato sacro.

Questa piccola chiesa rupestre è detta della Madonna del Parto ed è un tempietto  cristiano sorto su di un Mitreo romano (III secolo d.C.) ricavato da una tomba etrusca.

Un ritrovamento a Sutri di una lastra con rilievo mitraico, ora al Museo Nazionale Romano, e altri ritrovamenti nelle aree circostanti, che attestano la presenza del culto al Dio Mitra in questa zona, sostengono l'ipotesi che il luogo sia stata una grotta mitraica. Il effetti sia i lunghi sedili laterali come determinati rilievi pavimentali confermerebbero fortemente tale ipotesi.

Ma ancor più attesta il culto mitraico in questo sacello la presenza del successivo culto a San Michele Arcangelo.

In analoghi antri dedicati al culto micaelico in Puglia (vedi la grotta Monte Sant'Angelo e di San Michele di Cagnano Varano) si praticava precedentemente il culto mitraico, e il sacrificio del toro, nella religione cristiana, diventa protagonista delle apparizioni di San Michele.[4]

Il monumento fra i più antichi della cristianità si trovava in un punto focale di transito e di sosta intermedia della Via Francigena. Esso fu luogo di culto cristiano dall'VIII secolo al XIV secolo.

A testimonianza della frequentazione da parte dei pellegrini che percorrevano la Via Francigena di questo luogo cristiano, si possono ammirare alcuni affreschi sulle pareti del vestibolo, antistante alla attuale entrata al sacello, sulle quali è raffigurato S. Cristoforo, Patrono dei viandanti. Il Santo è rappresentato con il bastone-palma ricco di fogliame e con Gesù Bambino sulla spalla (Cristoforo, portatore di Cristo).

Nella parte opposta della parete d'entrata, la raffigurazione del Bambino Gesù in braccio alla Madonna che ha in mano un cartiglio dove è scritto Si quis per me venerit, sanabitur, conferma il luogo come meta d'intenso pellegrinaggio alla ricerca di sanità corporale e spirituale.

La struttura della chiesa è composta da un vestibolo senza finestre e da un corpo rettangolare a tre navate sorrette da pilastri quadrilateri di tufo in origine completamente decorati. Le navate laterali sono strette e basse mentre quella di mezzo, alla fine della quale è collocato l'altare, ha un pavimento in terra battuta ed è più larga. Un piccolo vano a destra dell'altare fa pensare ad una sagrestia collegata alle Catacombe che si aprivano al di sotto del Colle Erzani.

Gli affreschi al di sopra dell'altare rappresentano immagini che si riferiscono  al culto della Vergine e del Cristo, al culto di S. Michele Arcangelo e alle percorrenze dei pellegrini.

Raffigurazioni di S. Michele Arcangelo

Il culto micaelico attestato in questo sacello è facilmente riconducibile al passaggio dei pellegrini che provenivano dal Monte Gargano, il più importante luogo di culto dedicato a San Michele dal VI secolo, per raggiungere Roma o la Terra Santa. E'  anche riconducibile alla presenza dei Longobardi a Sutri, che avevano come Santo Patrono della loro gente bellicosa proprio l'Arcangelo Michele, eroe e guerriero, capo dell'esercito celeste.[5]

Le caratteristiche di questo luogo dedicato all'Arcangelo sono similari a quella di altri santuari sia orientali che occidentali dove si venera il Santo, ovvero grotte o siti posti in cima ai monti dove avvenivano apparizioni con adiacenti fonti d'acqua miracolose  per la cura dei malati. Anche qui, come nel vicino eremo di Norchia a Vetralla  o in quello di Vitorchiano, lungo il fosso che scorre al di sotto della rocca o nel più lontano eremo di S. Michele Arcangelo sul Gargano, all'interno del santuario è stato ritrovato un dispositivo per raccogliere l'acqua che filtrava dalla roccia a beneficio dei fedeli e dei pellegrini, che la bevevano per ottenerne la guarigione.

Alla fine del X sec. i bizantini che conquistarono la Puglia monopolizzarono il culto di San Michele, e i monaci Basiliani[6] diffusero l'immagine greca dell'Arcangelo nelle vesti di taumaturgo e condottiero di anime che accompagnava la Vergine Maria e proteggeva la Chiesa.

Nell'ipogeo di Sutri sono presenti varie raffigurazioni di San Michele realizzate in differenti epoche storiche e con finalità diverse.

-        Sulla volta a botte - Raffigurazione risalente all'VIII-IX secolo

San Michele Arcangelo, il cui volto è sbalzato nel rilievo della roccia, alato, con il globo della mano destra e, nella sinistra, uno scettro. Indossa il loron in segno di appartenenza all'esercito celeste e protettore dei cavalieri cristiani.

-        Pilastro sulla navata sinistra - Della raffigurazione dell'Arcangelo Michele oggi si vede solo il volto.

-        Dentro e all'intorno dell'arco sopraporta nell'ambiente vestibolo - Dipinto murale datato agli inizi del 1300 che raffigura l'apparizione miracolosa dell'Arcangelo Michele sul Monte Gargano, ovvero il miracolo del toro e del pastore Gargano.

Nel Liber de apparitione Sancti Michaelis in Monte Gargano si narra di un ricco pastore che ritrova il toro più forte della sua mandria dopo essersi smarrito, inginocchiato in una grotta inaccessibile. Per rimuoverlo gli lancia delle frecce che tornano indietro ferendo Gargano che spaventato riferisce al suo vescovo al quale appare, dopo tre giorni di digiuno e penitenza, San Michele che ordina l'apertura della grotta al culto cristiano.

S. Michele è rappresentato a mezzo busto e ad ali spiegate, con vesti regali e con la lancia tra le mani quale capo delle schiere angeliche. Qui sono raffigurati anche una fila di pellegrini scalzi e in preghiera che sale attraverso un tortuoso sentiero in salita, verso la grotta consacrata.

Raffigurazioni della Natività (da cui S. Maria del Parto)

Abside - Immagine della SS. Natività del 1300

L'affresco fu collocato in questa posizione nel 1737 da un vescovo sutrino a seguito del crollo dell'originaria entrata della chiesa e la successiva apertura di un nuovo ingresso nell'attuale vestibolo.

Maria è rappresentata come Sancta Dei Genitrix, legata all'Arcangelo Michele protettore anche dei casi di sterilità.

Raffigurazione di Cristo con un Bambino benedicente

Sull'ottavo pilastro sulla destra un affresco rappresenta il Cristo con un Bambino benedicente e che ha in mano un uccellino e un cartiglio. All'interno del cartiglio una croce templare.

Raffigurazione di S. Caterina di Alessandria

Sul primo pilastro di destra della navata principale Santa Caterina d'Alessandria è rappresentata con una mano che sorregge una ruota dentata, strumento di martirio della Santa.

Protettrice delle nutrici per il latte che sgorgò dal suo collo al posto del sangue quando martirizzata fu decapitata, S. Caterina trova qui la giusta collocazione fra gli altri culti dedicati alla protezione dei parti.

Lungo le pareti altre decorazioni con ciclo della Vita di Cristo la cui fattura risale al IX/X secolo.

S. Maria del Tempio

Di questa chiesa, oggi Centro Servizi per il Parco, si hanno pochissime informazioni storiche se non riguardo al nome che nei secoli è mutato da S. Maria del Tempio in San Giovanni del Tempio ed infine in Chiesa dell'ordine dei Cavalieri di Malta. Unica cosa certa è che nel XV secolo, suddetto sacello apparteneva alla Commenda di Santa Maria in Carbonara di Viterbo da come si evince sull'iscrizione della lapide posta sulla porta di ingresso.

Quindi la Chiesa nei tempi dei pellegrinaggi lungo la Via Francigena appartenne sicuramente ai Cavalieri dell'Ordine del Tempio e in essa avevano un presidio. Compito dei Templari era, infatti, proprio l'offrire l'assistenza ai viandanti in quanto la loro costituzione di ordine militare, organizzata internamente come ordine monastico, aveva lo scopo di proteggere e difendere con le armi i pellegrini.

Tra l'altro la posizione di S. Maria del Tempio era strategica sia per il controllo del passaggio dei pellegrini lungo la Via Cassia al disotto delle mura sia perché costituiva un presidio di rappresentanza in quanto poco distante dal Comune e dal Palazzo Vescovile della civitas di Sutri.

Analoga posizione ha la Chiesa di S. Maria in Carbonara di Viterbo la cui costruzione è al di sotto delle mura vicino alla Porta di Valle e nello stesso tempo non distava allora dai centri di potere dell'epoca ovvero la Piazza San Silvestro, luogo di assemblee delle magistrature comunali e il Palazzo dei Papi, sede vescovile e residenza occasionale dei pontefici.

L'attuale struttura rifatta sulla precedente simile a quella di S. Maria in Carbonara è di tipo rinascimentale con scarsi fregi. All'interno sopra l'unico altare si può ammirare l'effigie di Maria Santissima con il Bambino all'interno di una cornice sorretta da due grandi angeli.

Grotta di Orlando e sua leggenda

Nel medioevo Sutri per i motivi trattati godette di una grande fama anche al di là della terra italica e fu oggetto di narrazione nelle Chansons de Geste.

Un'altra ragione di tale fama scaturisce dalla leggenda che narrava la nascita del Paladino Orlando, eroe della battaglia di Roncisvalle, in Sutri, da cui alcune località hanno preso il suo nome (Grotta di Orlando, tomba etrusca a fianco dell'antico tracciato della Cassia, le Torri di Orlando, monumenti sepolcrali romani di pregevoli dimensioni, la Ruzzola di Orlando, resti di un antico sepolcro a forma circolare).

Orlando fu uno degli eroi più amati del medioevo tanto da essere a lui attribuiti luoghi e monumenti come nel Lazio a Tarquinia dove, fuori della Porta Romana, esiste una grotta soprannominata "Zampa di Orlando", a Civitavecchia c'è una Torre di Orlando, a Roma il Vicolo della Spada di Orlando.[7]

Cerchiamo di capire il perché di tale leggenda di Orlando a Sutri.

La fama della civitas sutrina attraversò le Alpi e fu ricordata all'interno di molti poemi epici.

Per esempio in una chanson composta nel XIII sec. attribuita a Raimbert de Paris si parla di Carlo Magno che accampa il suo esercito alle porte di Sutri per proseguire poi verso Roma e liberarla dalla occupazione saracena.

Oppure nelle "Enfances" produzione letteraria del XII sec. che narrava l'infanzia di eroi e paladini, la vicenda di Orlando vede il Duca Milone di Anglante che segretamente ama la sorella di Carlo Magno e ambedue banditi per questo dalla corte si vedono costretti a scendere in Italia, percorrono la Via Francigena e sostano a Sutri da cui la nascita di Orlando che vive poi la sua infanzia in questo centro mostrando sin da piccolo la sua fierezza, il coraggio, la tenacia e dotato di grande appetito qualità considerata allora delle persone di rango.

E quest'ultima virtù del piccolo Rolando viene notata dal fido consigliere di Carlo Magno, Nanno, durante la loro sosta a Sutri e per sua prece fa riappacificare Carlo Magno con la sorella Berta, che accoglierà al suo seguito l'audace nipote facendolo divenire paladino di tutte le sue imprese fino a perire valorosamente nella battaglia di Roncisvalle contro i Baschi in una gola dei Pirenei nel 778 d.C.

Si annoverano fra i poemi che narrano le vicende di Orlando   "Geste Francor" manoscritto conosciuto durante il XII e XIII sec., "I Reali di Francia" di Andrea da Barberino (1370),  "Orlandino" di Teofilo Folengo (1526), "Le imprese del Conte Orlando" di Ludovico Dolce (1594).

L'Anfiteatro

L'anfiteatro, uno dei monumenti più significativi di Sutri e di tutto il territorio della Tuscia è interamente scavato, senza l'ausilio di murature di sostegno, nel vivo di una collina tufacea detta Erzani o Erzeni così chiamata nel bassoevo.  Tale appellativo ci proviene dagli Annali Camaldolesi[8] documento pregevole per saperne di più sulla storia e la topografia urbana di Sutri, il cui significato quasi certamente è dovuto alla sua posizione di collina ergentesi sul fondo valle dove si estendeva il Borgo in posizione quasi parallela al blocco tufaceo sede dell'antica città.

Il monumento è unico nel suo genere per le sue caratteristiche di materiale e forma e per questo la sua manifattura, dal momento in cui venne scoperto, è stata attribuita dagli studiosi di volta in volta ad artefici romani, etruschi o addirittura sconosciuta.

Vale la pena al riguardo leggere le pagine del libro "l'Antichissima città di Sutri" di Ciro Nispilandi in cui l'autore confuta tutte le tesi che attribuiscono ad architetti romani[9] l'edificazione dell'anfiteatro sutrino a favore della sua tesi e di altri autori del tempo ovvero che l'anfiteatro fosse stato opera etrusca.

L'anfiteatro, così nella sua forma attuale, rimase sconosciuto sino ai primi anni dell'800 fino a quando l'allora proprietario della collina, il marchese Savorelli, con mezzi rudimentali dette inizio ai primi lavori di sterramento che terminarono nel 1839  causando la perdita di eventuali testimonianze archeologiche. I lavori di scavo e sterramento terminarono nel 1920.

L'anfiteatro che rimase a lungo ignorato perché interrato per secoli e in disuso subito dopo la caduta dell'impero romano non solo è privo di una storia ma è privo di riferimenti che ci raccontino cosa all'interno di questa struttura accadesse se spettacoli, giochi o riti degni di essere ricordati. Certamente però le sue dimensioni sembrano affermarci che un grande afflusso di persone doveva esserci durante le celebrazioni che non proveniva solo da Sutri ma dalle zone circostanti e dalle vicine città.

L'anfiteatro, la cui dimensione è circa 40x49mt, ha una pianta ellittica e l'arena è racchiusa entro un podio che la separa dalla cavea lungo il quale si aprono dieci piccole porte sul modello delle porte etrusche e l'accesso alle tre fila di gradinate (ima, media e summa cavea) avveniva tramite le gallerie dette vomitoria.

L'anfiteatro nascosto alla vista esterna al di sotto della collina tufacea aveva due ingressi (ambedue visibili oggi di cui solo uno però nel tempo venne restaurato) per i quali gli spettatori entravano e le piccole porte davano accesso al deambulacro scavato nella roccia che collegava i vari settori dell'arena.

Un altro elemento architettonico che non trova alcun riscontro con altre costruzioni di tal fatta sono gli otto ampi sedili semicircolari, quattro per ogni versante, scavati nella gradinata mediana che fanno pensare essere destinati a posti di rilievo per personaggi autorevoli sia politici che religiosi.

Lungo la gradinata mediana a nord-est vi è una grande nicchia il cui uso è difficile stabilire se per dar posto ad altre autorità esterne a quelle del luogo o se fosse stata predisposta per accogliere una statua di divinità a cui dedicare le celebrazioni o gli spettacoli.

Il monumento a parte la sua maestosa struttura è quasi completamento privo di elementi architettonici[10] che pone tanti quesiti dal punto di vista archeologico e potrebbe non essere soddisfacente darne la responsabilità ai lavori di sterramento o alla depredazione dei materiali nel tempo come durante il periodo delle invasioni barbariche o all'usura dei secoli. Ben altri monumenti più antichi (vedi il paragone con l'anfiteatro di Pompei) e soprattutto quelli opera di artefici romani hanno lasciato maggiori testimonianze archeologiche.

Una volta ancora il popolo etrusco debellato dai romani ma da essi incorporato e reso vivente nei costumi, nella tradizione ma soprattutto nei loro riti e sacerdozi, si nasconde nella latenda terra della Tuscia e induce noi a fare un percorso a ritroso per trovare le nostre radici e non dimenticare.

Testi consultati

  • Ciro Nispilandi L'Antichissima città di Sutri Edizione 1991
  • Pietro Ruga Sull'Anfiteatro Sutrino, Lettera indirizzata al Direttore del Museo Borbonico di Napoli, edita in Giornale Arcadico, 1821
  • Marco Venditelli Sutri nel Medioevo, Edizioni Viella, 2009
  • Stefano Del Lungo, Vincenzo Fiocchi Nicolai, Eugenio Susi Sutri Cristiana, Gangemi Editore, 2006
  • Chiara Morselli Sutri, Istituto Poligrafico dello Stato 1991
  • Daniela Rizzo Sutrium Anfiteatro e giochi gladiatori, MiBAC, 1998
  • Rosalba Cantone Un ipogeo Mariano ed il culto Micaelico sulla Via Francigena, MiBAC, 2009
  • Paolo Giannini Centri Etruschi e Romani dell'Etruria Meridionale, 2003
  • Sutri, La Città Antichissima in Tesori, Storia e Leggende d'Italia Anno II, maggio 2004

[1] La gens Papiria fu un’antichissima famiglia patrizia romana, di origine autoctona, compresa fra le cento gentes originarie ricordate dallo storico Tito Livio. La Tribù Papiria, comprendeva nel Lazio Cori, Tuscolo, Narni e Sutri, Castro Nuovo nel Piceno, Ticinum (Pavia), Belluno, Oderzo e Trento nel Veneto.

[2] La diocesi di Sutri fu eretta nel V secolo.

[3] Un papa risiedeva a San Pietro, un altro a San Giovanni e un terzo a Santa Maria Maggiore. Due di loro, Benedetto IX, dei conti di Tuscolo, e Silvestro III dei Crescenzi, rappresentavano fazioni rivali della nobiltà romana. Gregorio VI aveva acquistato il papato da Benedetto IX due anni prima. Ogni pretendente aveva i propri sostenitori nella Chiesa e controllava una zona della città.

[4] Il toro è scolpito sull'arco di San Michele, una delle antiche porte del centro storico di Cagnano

[5] La moglie del re Desiderio costruì grandi ospizi per i pellegrini che si recavano alla Sacra Grotta del Gargano

[6] I monaci Basiliani s'ispirano alla regola dettata da S. Basilio Magno (330-379 d.C.). Sono sia di rito greco che latino.

[7] Il vicolo che va da Piazza Capranica a Via dei Pastini nel quartiere Colonna prende tale nome per via del fendente tirato a vuoto e con estrema potenza dal paladino tanto da cadere sopra un tronco di colonna di cui ancora oggi è visibile il frammento della colonna con il taglio.

[8] Opera monumentale edita intorno alla metà del 1700. Gli autori di tale opera furono due monaci del Monastero di S. Michele di Murano che hanno raccolto documenti di ogni genere utili per la conoscenza di chiese, monasteri e diocesi del territorio italiano.

[9]  Le tesi riguardano l'edificazione da parte di Statilio Tauro, governatore ai tempi di Augusto e artefice di un anfiteatro in materiale al Campo Marzio o di Marco Scauro, ai tempi di Silla artefice di un teatro a Roma

[10] Solo alla sommità della cavea la parete nord dell'anfiteatro è coronata da una cintura tufacea che originariamente terminava con una cornice sulla quale erano scolpite delle semicolonne di ordine tuscanico di cui sono rimaste piccole tracce.

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