alt
Anche quest’anno, il 28 Aprile, abbiamo dedicato una giornata ad Ostia Antica cercando, come al solito, di evitare i consueti paesaggi turistici, di sfuggire ai chiassosi gruppi scolastici e di scegliere, tra le migliaia testimonianze archeologiche distribuite nell’enorme parco, quelle meno note al grande pubblico e dense di quella storia e di quella magia mitologica che tuttora li avvolge.
 
Il gruppo “simmetrico” era guidato da Domizia Lanzetta e da Claudio Lanzi (fig 1) Quest’ultimo non ha potuto evitare di ricordare con nostalgia un’Ostia Antica fresca di scavi, quando, nell’immediato dopoguerra, trotterellava sul decumano, tenuto per la mano dal nonno che gli parlava di Roma e del suo amico Giacomo Boni. Ma gli interventi di Domizia Lanzetta ci hanno presto portato a fiancheggiare l’ingresso cimiteriale e a soffermarci rapidamente sulle tipologie delle tombe (fig. 2-3-4-5) realizzate in opus reticolatum e a ragionare sulle diverse tipologie di sepoltura per inumazione o incinerazione. Inoltre, straordinarie e spettacolari, ci sono apparse come al solito le pareti di alcune vere e proprie “abitazioni per defunti” dense di riferimenti ai principali culti di “famiglia” che spesso ospitavano, in ambienti limitrofi, religiosità tra loro diversissime. Poi, dopo un breve omaggio alla Nike (fig. 6), sempre più mal ridotta e trascurata ma ugualmente splendida, ci siamo soffermati sul complesso e raffinato disegno geometrico antistante. Si tratta di un’opera esposta all’affronto dei turisti, eppure composta di un raffinatissimo intreccio multiplo di quattro svastiche che avvolgono una losanga centrale in un “nodo continuo” che rappresenta uno dei motivi geometrico-iniziatici più importanti di Ostia.
 
alt alt
alt alt
 
alt alt
 
 
alt
Procedendo sul basolato del Decumano Massimo, abbiamo velocemente guardato i mosaici delle terme della corporazione dei Cisarii (coloro che con la carrozza a due ruote portavano a Roma i passeggeri delle navi). Purtroppo quelli relativi alle spettacolari terme di Nettuno (che abbiamo in passato visitato più volte nei dettagli) erano coperti dalla solita corte di sabbia sul telone di plastica. Domanda alla sovrintendenza: Ma che le indicate a fare se poi, dagli appositi terrazzamenti non è possibile vedere un accidente? Superata la caupona di Fortunato, salutato il magnifico teatro e il tempio delle corporazioni, meditato brevemente sulle forme architettoniche delle domus e delle insulae in prossimità dell’ara dedicata alla nascita di Roma (fig 8) abbiamo imboccato via degli Augustali.
Oltrepassato l’incrocio con via della Fortuna Annonaria, ci imbattiamo nei resti del famoso ma trascuratissimo Mithreo di Felicissimus, segno di un culto proveniente dall’oriente, straordinariamente sentito dagli abitanti del posto.   Un mosaico formato da tessere bianche e nere, conserva ancora la capacità di introdurre negli enigmi di una religione iniziatica.
E’ rimasto solamente questo del sacrario che quasi venti secoli fa, un certo Felicissimus volle dedicare al dio del quale era fervente seguace. Una sorta di tappeto ricolmo di raffigurazioni, ci conduce attraverso le tappe di una iniziazione misterica. La volontà di Felicissimus fu quella di rendere indelebile la sua esperienza iniziatica. Lo fece per i suoi contemporanei, ma consapevolmente o no, lo realizzò anche per noi che ci troviamo qui, davanti a questi simboli venti secoli dopo (fig.9)
 
alt alt
alt alt
alt alt
Per un approfondimento vi rinviamo ad un articolo sul nostro sito.
 
Il mosaico bianco e nero è costituito da una serie di rettangoli, che procedono verso un punto d’arrivo contrassegnato dal nome del nostro amico Felicissimus, che della iniziazione ai misteri di Mithra conobbe tutti e sette i gradi. I simboli introduttivi sono :   un’ara ardente e un grande cratere, su cui pendono due berretti Frigi. Molti ritengano che alludano ai Castores, ma è più probabile che simboleggino Caute e Cautopates, i due geni sempre presenti nella iconografia mitriaca. E poi il Corax per il primo grado, con il Càduceo di Mercurio, l’immagine del corvo e quello di una coppa con manico per le abluzioni; a questo segue il Nimphus, vale a dire il secondo grado, protetto da Venere, su cui vengono rappresentati un diadema e una lampada. Al terzo riquadro, Miles, appartengono un elmo, una sacca per soldati e una lancia, che avvertono che si è entrati nell’area protetta dal dio della guerra. Il quarto grado è contrassegnato dalle figure di una doppia folgore, una pala da fuoco e il sistro, lo strumento caro alla Grande Madre. Dominatore di questa tappa è Giove e, l’elemento a cui è associato è il fuoco. Salendo al quinto grado ci si avvicina alle origini del culto, ed   è quello del Perses (Persiano). Quanto alle figure che lo rappresentano sono:una falce di Luna, una spada falcate ed Espero, la stella della sera che risplende sotto un crescente lunare. Il sesto riquadro è anche quello del sesto grado, congiunto alla sesta sfera celeste, con l’immagine della torcia dell’Heliodromos, la frusta della quadriga e una corona radiata. Poi finalmente l’ultima fase, riservata a coloro che rivestono il grado più alto della religione Mithraica: quella del Pater, rappresentato da una coppa, uno scettro da mago e un berretto da sacerdote persiano. Tutto però si conclude in un ottavo riquadro, probabilmente evocativo del cielo delle stelle fisse, con al centro un cantaro dal bordo ingemmato e due ramoscelli fioriti ai lati. Chiara allusione alla fine dei tempi, quando tutto tornerà come era all’alba della creazione.
alt alt
 
Procedendo oltre incontriamo una dèa troneggiante, con sul capo una corona di torri. Col braccio sinistro, in atteggiamento solenne, sostiene una cornucopia lussureggiante. I più ritengono che raffiguri la Fortuna Annonaria, per altri invece, a motivo dei resti della corona di torri, credono rappresenti la città di Ostia, ma potrebbe anche trattarsi della Madre Terra. (Fig. 10a e 10b) Statue simili ne troviamo in altri templi della città di Ostia. La domus esprime tutta l’eleganza di un’epoca tarda, che già intuisce la fine di un mondo e di un impero. Mutano le forme, al posto dell’atrium tradizionale, troviamo un vestibolo che rammenta un giardino con al centro una vera di pozzo in sostituzione del tradizionale impluvium. Perché mai i proprietari della domus scelsero di distaccarsi dal modello di cui si avvalevano i padri, non possiamo saperlo. Forse perché già avvertivano l’appressarsi di un cambiamento radicale che, li avrebbe irrevocabilmente trascinati verso un orizzonte indefinibile, sempre più lontano dalla loro storia e da quella dei progenitori. Infatti nell’atrio divenuto un peristilio, nelle arcate che lo dividono dal tablinum, si prefigura quella che poi sarà la civiltà bizantina. Tuttavia la grande vasca della fontana, ricorda il tempo dei ninfei, quando nello stillare dell’acqua, si intravedeva la presenza delle Naiadi e si coglieva il contatto con il mondo divino.
 
altOltrepassando l’angolo si percorre una strada che conduce al Cardo Massimo. Si tratta di una “sèmita”che conserva ancora il nome con il quale gli abitanti del posto la conoscevano. Un cippo messo li secoli fa, reca ancora l’iscrizione stilata al tempo in cui le terme che, si affacciano sulla strada, era affollata di frequentatori. Questi si intrattenevano nella grande aula per discutere di filosofia e di politica, sotto lo sguardo vigile del filosofo Plotino. Lui ora non è più lì, perché la sua presenza, resa tangibile da una effige su marmo, è stata trascinata via e, sistemata nella malinconica sede di un museo.. Era gente ricca ad abitare la sèmita,ce lo dimostra la splendida domus del protiro. In antico l’ingresso monumentale, aveva ai lati due tabernae, probabilmente di proprietà del padrone di casa, gestite però da suoi liberti. Chi penetra nella casa si sente intimidito dalla grandiosità del portale di ingresso e dalla eleganza del mosaico del pavimento di entrata che si confronta con quello dei filosofi (fig 11,12, 13). Ma quel che più incanta è un ninfeo a doppia faccia. Un bacino rettangolare che si addossa a un abside spaziosa , all’interno della quale si dischiudono nicchie sontuose che, un tempo accolsero le immagini alabastrine delle dèe delle fonti. Doveva essere una visione quasi onirica,quella che gli ospiti  ricevevano appena entrati nel vestibolo.
 
alt alt
 
Ma oltre l’anticamera, come in un gioco di specchi, alle spalle del ninfeo, nel suo lato posteriore, appare un secondo ninfeo che sembra essere il riflesso del primo, con due nicchie profonde,destinate ad essere sedi, probabilmente, di un dio e di una dèa. Al centro della sala principale un tempo c’era una scaletta che portava a una cappella ipogea, consacrata a una qualche divinità della quale il proprietari era devoto. Forse si trattava del larario della casa, dove si dedicavano, incenso, fuoco e primizie agli dèi domestici,o forse vi si venerava Vulcano, la divinità poliade della città. Ai lati del cunicolo d’entrata, si scorgono ancor’ora piccoli cubicoli destinati alla servitù E poi gli altri cubicola, quelli più spaziosi, utilizzati dai signori della casa. Si ha la sensazione di una loro ideale presenza che resista ancor oggi, e che sia riuscita a travalicare i secoli, quasi fosse un impronta indelebile, destinata a sopravvivere al trascorrere del tempo. Forse erano proprietari degli horrea della via dei Cippi e dell’ importante mulino che vediamo affiancarsi alla strada, un tempo percorsa da carri diretti a Porta Laurentina, oppure alle darsene del fiume, dove chiatte e battelli cotecari, conducevano il carico del pane fino a Roma. 
 
alt
All’incrocio con il Cardo Massimo, si avverte il profumo fresco e pungente della mentuccia, che si diffonde dal campo della Magna Mater. Lungo il fianco del santuario della Grande Dèa, si scorgono i resti del tempio di Bellona e quelli della sede degli Hastiferi, che riservavano al culto frigio danze rituali. (In tutti e tre i casi i mosaici sono sepolti dal solo mantello di plastica e sabbia). Nell’angolo sud-ovest, del grande prato triangolare, un dio bellissimo è sdraiato su un Kline, ideato in modo tale da evocare il fiume stellare che divide e congiunge ciò che è mortale al mondo degli immortali (fig. 14). Da qui il dio bellissimo sorride al tripudio della primavera (fig 15), stagione a lui cara. La primavera era infatti la stagione nella quale, Attis accoglieva benigno il corteo dei fedeli, quando alle Ilarie, accompagnandosi col fragore dei timpani e con la voce struggente dei flauti Frigi, andava ad onorare il suo sacello. In questo modo, i fedeli celebravano la follia, la morte e la resurrezione del loro dio.   Qualcuno apriva la processione, probabilmente una donna, che recava tra le mani un “arula”, dalla quale si innalzavano sbuffi di incenso. Essa si avvicinava al simulacro veneratissimo, stregata dal sorriso del dio bellissimo, sussurrando la rituale preghiera dei fedeli del dio.“Rincuoratevi iniziati, perché Attis è risorto ed è salvato, e anche per voi come per lui, dalle vostre prove uscirà la salvezza”. Un piccolo serpente color del bronzo, sguscia tra l’erba, scivola nel sacello, e scompare nella parte oscura del simulacro di una divinità che, sul capo, reca una corona con sette raggi e che, da tempo immemorabile, trasmette a chi passa davanti al suo sacello il senso e la concezione di ciò che è eterno. Chiudiamo questo breve ricordo della passeggiata ad Ostia con la foto del cosiddetto Mitreo di Mitra (fig 16), il più complesso fra i mitrei ostiensi, che conserva il suo “labirinto iniziatico” e buio, al quale è un po’ difficile accedere, e che sbocca nella sala dove un piccolo gruppo dei partecipanti si è trattenuto a riflettere sui molteplici aspetti del simbolismo misterico delle cultualità presenti nel grande porto fluviale della Antica Roma.

 

alt alt

Fai il LOGIN o REGISTRATI per inserire commenti