Roma e il Campidoglio (visita guidata ai Musei Capitolini Maggio 2012)
 
Il 5 Maggio siamo tornati ai Musei Capitolini, che la maggior parte dei nostri soci conosce benissimo. Tuttavia il fascino straordinario del luogo rende particolarmente piacevole adottarli come punto d’incontro per soffermarsi su alcuni argomenti (più volte ripresi nei nostri seminari in associazione) concernenti la Roma arcaica e i suoi contatti con le coeve culture italiche fino all’età repubblicana. In questa occasione abbiamo sostato presso alcune epigrafi, alcuni rilievi, sarcofagi e statue, che hanno per noi un particolare valore. In questa sede riportiamo soltanto le riflessioni di Paolo Galiano in prossimità delle mura relative alle arcaiche costruzioni capitoline e quelle di Domizia Lanzetta relative ai reperti di ordine Dionisiaco..
 
IL TEMPIO CAPITOLINO DI GIOVE OTTIMO E MASSIMO
di Paolo Galiano
 
altSebbene il Campidoglio sia il più basso dei colli di Roma (appena 42 metri di altezza massima), la sua posizione fin dai tempi più antichi lo rendeva ideale sia come posizione difensiva, per le sue pendici scoscese, sia come punto di dominio sul guado dell’Isola Tiberina e sui due porti naturali del Tevere che ne circondavano i declivi, la palude del Velabro e quella della Valle Murcia (Circo Massimo).
Per tale motivo esso ebbe un valore preponderante sugli altri colli, insieme con il Palatino che fu per secoli la roccaforte della comunità che stava divenendo Roma, e sulle sue due cime vennero innalzati in età monarchica ed altorepubblicana i monumenti più imponenti della religione romana: a nord sull’Arce il tempio di Giunone Moneta e a sud sul Capitolium il grande tempio dedicato a Giove Ottimo e Massimo. Del primo praticamente nulla ci è rimasto e su di esso venne eretta la chiesa di Santa Maria in Aracoeli, del secondo invece sono sopravissute solo le strutture di base, che recentemente sono state riportate in parte alla luce, rendendo così visibile la struttura dell’edificio.
La zona in cui sorgeva il tempio di Giove era stata sin dall’età del Bronzo frequentata da popolazioni stabili: come sul Palatino, anche qui sono stati ritrovati segni di abitati dell’età del Bronzo Medio (XVII-XV sec. a.C.) e Recente (XIV-XII sec. a.C.), ed in particolare di un’opera, per quel tempo colossale, realizzata nel XIII-XII sec. a.C.
La cima scoscesa del Capitolium sul lato dell’Asylum (la sella che divide Capitolium e Arx, ove ora si trova la scalea di accesso alla piazza di Michelangelo) venne trasformata in un’area pianeggiante mediante l’abbattimento della parte più alta ed il terrazzamento della zona, in modo da ottenere un’ampia superficie pianeggiante sulla quale sono trovati i resti di attività di fusione di metalli (bronzo e poi ferro), segno sicuro dell’esistenza già in quei secoli di un abitato stabile a cui tale attività era collegata. Significativa la presenza ai margini dell’area pianeggiante di tombe dell’Età del Ferro (X-VIII sec. a.C.) di bambini e adolescenti, dall’età di due anni fino ai quindici, tombe che erano connesse con la presenza di un abitato, poiché l’uso era di seppellire i fanciulli dentro o presso le abitazioni delle loro famiglie.
altAl limite di quest’antichissima area venne eretto nel VII sec. a.C. il tempio di Giove Ottimo e Massimo: i lavori, iniziati con Tarquinio Prisco e proseguiti dall’ultimo re, il figlio Tarquinio il Superbo (Servio Tullio aveva preferito erigere numerosi templi e sacelli alla Dèa Fortuna, da lui prediletta), furono completati nei primi anni della Repubblica e il tempio fu dedicato nel 509 a.C. dal console Orazio Pulvillo,
Gli Àuguri, al momento dell’inauguratio della zona, la quale era già sede di altri templi e di altari, rivelarono che questi potevano essere abbattuti, tranne due: il sacello di Juventas e l’altare-stele di Terminus, le cui divinità non volevano essere spostate dal loro luogo. Fu così necessario far spazio in quella che fu poi la cella di Giunone al tempietto di Juventas, mentre per Terminus, che era un altare-stele a cielo aperto, si dovette praticare un’apertura nel tetto della cella di Giove, perché mantenesse il suo carattere di templum sub divo.
Nel corso degli scavi venne trovato, a quanto riferisce Livio (V, 54), un cranio umano: il fatto venne giudicato come un segno positivo, in quanto indicava che la terra in cui era stato trovato, cioè Roma, sarebbe stata il caput mundi.
Altro segno prodigioso connesso alla nascita del tempio fu la quadriga di terracotta che doveva ornare la sua fronte: l’artigiano Velca di Veio, dove era stata commissionata l’opera, quando la mise nella fornace vide con stupore che l’opera cresceva a dismisura, tanto che fu necessario rompere il forno per estrarla. I Veienti tentarono di trattenere per sé la quadriga ma un prodigio li costrinse a consegnare la magica opera ai Romani: essa, con il suo accrescimento smisurato, era un altro segno della futura grandezza di Roma. La quadriga di Veio divenne così uno dei Sette Pegni della potenza concessa dagli Dèi a Roma.
Il tempio venne costruito su poderose fondamenta atte a sostenere il podio su cui si ergeva l’edificio sacro (per avere un’idea delle dimensioni, il tempio in sé misurava circa 53 metri per 62 e l’area della platea era di circa 15.000 m2): resta oggi visibile una parte delle fondamenta ed uno dei muri del podio, che nel Medioevo venne probabilmente riutilizzato come apparato difensivo visto che nello spessore di esso venne scavato un alloggio di due piccole stanze e vennero aperte feritoie.
 
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All’interno il tempio aveva, secondo il modello etrusco, tre sacelli dedicati alle divinità della Triade Capitolina, Giove, Giunone e Minerva, divinità che avevano sostituito progressivamente la più antica Triade costituita da Giove, Marte e Quirino. Vi è chi, come il Dumezil (citato in Baistrocchi Arcana Urbis, Genova 1987, pag. 323 nota 28), ha voluto vedere in questa sostituzione operata dai sovrani etruschi la precisa volontà di contrapporre gli Dèi nemici di Troia alla mitica discendenza dei Romani da questa città, i quali nella loro storia sacra la consideravano come progenitrice attraverso i pignora costituiti dal Palladio e dai Penati.
Sulla parete che separava la cella di Giove da quella di Minerva venivano infissi i chiodi che segnavano l’inizio del nuovo anno (clavus annalis) nel mese di Settembre, il che ci dice come per i Romani Gennaio divenne il primo mese dell’anno solo in un’età più recente; il magistrato che aveva questo incarico era il dictator clavi figendi causa, un magistrato con funzioni di dittatore e con potere di imperium (che non tutti i magistrati possedevano).
Più volte distrutto dai frequenti incendi che colpivano Roma (anche la sacra quadriga andò perduta in uno di essi), il tempio di Giove venne ricostruito in forme sempre più sfarzose e dopo la caduta di Roma esso fu depredato degli arredi e le sue mura divennero una fonte di materiali di costruzione ancora in epoca moderna, visto che il palazzo Caffarelli ingloba parte delle strutture del tempio: oggi solo uno dei sostegni del podio, conservato in tutta la sua altezza, rimane ancora a testimoniare la grandezza e la potenza della costruzione originaria, ma oltre il semplice reperto archeologico ancora da quei massi di tufo si può percepire la grandezza dell’Urbe a cui era stato promesso il dominio sul mondo.
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DIONISO a ROMA
di Domizia Lanzetta
 
 
Tra i reperti più interessanti possiamo trovarne un paio che risalgono ai primi secoli dell’era volgare. Uno di questi raffigura Dioniso in quello che potremmo definire uno dei momenti essenziali del suo. mito. Custodito in una delle stanze di Palazzo Nuovo, troviamo un sarcofago su cui è scolpita l’immagine di un thiasos mentre festeggia le nozze di Arianna con il dio.. Si tratta di una delle tematiche più diffuse nella iconografia a carattere funerario, nonché uno dei tanti misteri che circondano la religione di Dioniso: il Thiasos contemplato come punto di incontro tra Arianna e Dioniso nonché apoteosi dell’anima. Il thiasos, ritenuto elemento essenziale della iconografia funeraria, al posto delle solite figure piangenti rappresenta il tripudio che accompagna l’unione della figlia di Minosse con quella che è forse la divinità più enigmatica della religione Ellenica.
Viene subito da chiedersi chi sia Arianna e perché le sue nozze con Dioniso vengano reiterate nelle illustrazioni tombali. In alcune versioni del mito si racconta che lei sia morta nell’isola di Nasso subito dopo esser stata abbandonata da Teseo, in altre, invece, si dice che, accolta dal dio nel thiasos, ne sia divenuta la sposa.
Su di uno degli stucchi della Basilica sotterranea di Porta Maggiore, è ritratta, appunto, mentre riceve le anime che giungono nei Campii Elisi. Questo fa di lei un doppione di Persefone, anch’essa connessa al mito di Dioniso nella variante orfica. Il tripudio, la gioia smisurata non può essere assente dal thiasos anche quando si manifesta come celebrazione della morte, quasi a voler dire che solamente con il trapasso tra due generi di realtà è consentito raggiungere la gioia perfetta, perché identificata con l’immagine arcana di una ierogamia che si compie solamente nel regno degli inferi.
Per quale ragione il dio dell’ebbrezza sia connesso alle celebrazioni funebri resta difficilmente accessibile a noi "moderni". A ciò allude una lastra fittile, rinvenuta negli orti di Mecenate e che fa bella mostra di se in una delle stanze dei Capitolini.
Il reperto è piuttosto rovinato, tuttavia vale la pena di osservarlo con attenzione perché su di essa viene tramandata una scena che descrive una particolare iniziazioni dionisiaca. Vi si scorgono infatti due efebi nudi preceduti da un tedoforo, anch’esso discinto. Alle spalle della piccola processione, si riconosce un erma priapica rivolta verso l’entrata. Tutto questo fa parte del registro inferiore. In quello superiore si scorge invece una giovane donna seduta su di un panchetto quadrangolare che, con aria assorta, contempla il volto di una maschera barbuta di Dioniso. Davanti a lei, dietro un sacello, un entità divina, sembra tenere tra le mani una bacchetta, che potrebbe essere anche uno strumento sonoro come lo yunx o il rombo. Il tutto pare avvenire al di dentro di una grotta, della quale, l’arco di copertura, costituito da ruvida roccia, sembra talvolta prendere l’ aspetto di un firmamento carico di stelle. Due rami di albero, duri e contorti, spuntano da un grosso tronco simile ad un dirupo e, paiono sorreggere l’estremità dell’arco della volta.
 
Ci troviamo senza dubbio davanti a delle raffigurazioni cariche di valori simbolici, come soltanto i culti a carattere Orfico - dionisiaco, sanno essere. Che i due efebi siano i personaggi principali di una iniziazione misterica è fuori ogni dubbio. Essi, in atteggiamento pudico e raccolto, vengono guidati da un mistagogo che li precede, tenendo alta la fiaccola dei misteri. I ragazzi sono stanti davanti a una soglia, con il tedoforo che, senza voltarsi, li invita a seguirli. Alle loro spalle, l’erma di Priapo, situata sull’entrata ha il volto diretto verso l’esterno, per sorvegliare l’accesso di un luogo interdetto. Mai come in questa circostanza, è appropriata l’iscrizione che viene solitamente collocata nei pressi delle tombe, quando sono custodite da Priapo “Ego sum mortis et vitae locus”. Forse i due ragazzi stanno per affrontare la visione sublime e devastante che Apuleio descrisse nelle Metamorfosi “ mi accostai ai limiti della morte, calcai la soglia di Proserpina e ne ritornai attraversando tutti gli elementi; nel mezzo della notte vidi risplendere il sole di bianca luce, arrivai vicino agli dèi inferi e superi e li adorai da presso”
Cosa ci sia oltre la figura del tedoforo non è possibile saperlo, perché la lastra è mutila, eppure si ha la sensazione che ci sia un’altra soglia, oltre la quale deve esserci qualcosa di inquietante e indicibile perché troppo sacro. Dioniso e Ade sono una medesima cosa, avverte Eraclito, perché Dioniso compendia in se la morte e la vita. Ed è questo a cui anela la donna che, nel registro superiore, contempla il volto di una maschera barbuta del dio, vale a dire quando lui si presenta nel suo aspetto più oscuro ed inquietante. Perché Dioniso oltre che essere il Пολυγῃϑῃς- (datore di gioia) è anche il dio terribile e oscuro, il “Notturno “ signore delle anime. La donna che vediamo intenta a contemplarne la maschera, quasi certamente è un'entità sovrumana, forse Agave, o Ino, oppure Arianna stessa, o addirittura Semele, personificazione del Thiasos nel quale si suscita e si alimenta il cupo delirio delle Baccanti.
C’è però un'altra immagine divina affine a Dioniso nella sua essenza. La troviamo nell’edificio a sinistra della Piazza del Campidoglio, nel Palazzo dei Conservatori. E’ l’Artemide Efesina. La dèa è raffigurata stante, chiusa dentro il suo xoanon come in un astuccio “ Antica veneranda Madre, origine di tuttoquanto viene a esistere, e Notte, e Luce, e Silenzio”, dicono i versi di un inno Pitagorico attraverso i quali viene celebrato il mistero della Grande Artemide. Come per Dioniso, alla grande Artemide è peculiare la diade. Qui, nella statua del Museo, l’epifania della dèa si sviluppa su due piani: uno esterno e luminoso, l’altro riposto e oscuro. Con questo si sottolinea l’ambivalenza della sua natura che si esprime nel bianco e nel nero del simulacro.”Tutto è pieno di dèi” diceva Eraclito ed è così che si presenta il corpo dell’Efesia, chiuso in un incastellatura quasi geometrica, entro la quale forme naturali e soprannaturali si dispongono e susseguono in una sorta si danza simmetrica, della quale il ritmo a due tempi conduce verso una infinità minacciosa.
 
La dèa è presentata in figura umana, in quanto si prevede un dialogo tra lei e gli uomini. La sua immagine ci suggerisce l’idea della contemporaneità delle scansioni del tempo e ciò avviene se ci si pone davanti al suo simulacro e se ne intuisce la natura oracolare.
In lei vediamo la luce nascere dal buio e sbocciare come un fiore dai cento petali dall’uniformità delle tenebre. Un uniformità che tutto contiene, come il Chaos del quale Lei è signora e regina.
Ce lo propone la corona di torri che ne sovrasta il nimbo e che la indica come divinità poliade di Efeso, ma che ci parla del su dominio sul Chaos, simbolo della primordialità straripante che circonda il tempo.
Questo è ciò che ci suggerisce la fissità ieratica dell’ Efesina. Il nimbo che la circonda e le si irradia attorno al capo, ci rimanda alla luminosità della luna che sboccia dal mistero della notte; infatti Plutarco ci dice che la Luna è il luogo dove vanno le Anime dopo la morte del corpo. La figura della dèa è interamente racchiusa dentro una guaina luminosa, sulla quale germinano una molteplicità di forme, parte tangibili parte chimeriche: si tratta del mondo della Grande Artemide. Artemide è la fonte di una creazione dove prevale la primordialità e a lei sono sacri il ” clamore dei cembali, l’urlo dei lupi e dei fieri leoni e i monti pieni di echi e le selvose vallate” come ci dicono i versi dell’inno omerico.
Ciò che però più di ogn’altra cosa la contraddistingue è la polimastia che occupa la parte superiore dei paramenti. Filone Alessandrino vede in questo attributo il simbolo della sua natura di nutrice universale in quanto è da lei che scaturisce l’elemento umido che rende possibile la vita alle creature che popolano la terra. Ma sul suo ξοανον ronzano una molteplicità di api e di fiori, da cui esse traggono l’alimento più puro: il miele. E’ un alimento che esse estraggono dall’essenza dei fiori, vale a dire dall’anima stessa della terra. Porfirio ci fa sapere che coloro che dovevano accedere ai misteri Leontici venivano purificati col miele. Perché l’ape ha una doppia natura, identica a quella della Grande Artemis: crea il dolcissimo miele, ma possiede anche un micidiale pungiglione. In ciò la dèa si avvicina molto a Dioniso, il dio della gioia e del dolore, della luce e dell’ombra, della morte e della vita. Come lui è legata allo spirito della primordialità totale, che nel simulacro della dèa, si declina nel “pleroma” delle figure emergenti dal suo abito liturgico, e che ne ricopre le membra, scolpite nel buio dell’immanifesto assoluto.

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