Cenni storici di Paolo Galiano
 
Su di una collina che domina la piana del fiume Merse a sud di Siena, al centro di quella che fu la Tuscia longobarda, si alza la piccola Rotonda di San Galgano al centro della quale si trova, ancora infilata nella roccia della sommità, la Spada di Galgano, la più venerabile reliquia della Cavalleria medievale. La visita ai luoghi di Galgano è quasi un pellegrinaggio alle fonti della Cavalleria, per mezzo del quale possiamo tornare indietro nei secoli e intravedere quella che fu la più splendida Idea (nel significato platonico del termine) del Medioevo ghibellino e spirituale.
 
Galgano Guidotti, nato nel paese di Chiusdino, che si può vedere al di là della valle centrato dalla cornice del portone della Rotonda, dopo due sogni ricchi di significati simbolici in cui l’Arcangelo Michele lo chiamava alla conversione (nel senso latino originario) della sua vita, si ritirò in prossimità del Natale 1180 sulla cima del colle di Montesiepi mutando la sua condizione da cavaliere della Cavalleria terrena a cavaliere della Cavalleria spirituale.
Morto nel dicembre 1181, dopo solo un anno di vita eremitica condotta con pochi compagni, venne dichiarato Santo nel 1185, con una insolita rapidità che si può spiegare con la venerazione che gli Imperatori, prima Federico I e poi Federico II, avevano per lui, forse perché Santo, Cavaliere e ghibellino, summa delle qualità spirituali del Medioevo laico.
 
Nell’infiggere la sua Spada nella roccia di Montesiepi, il “mons saeptus” cioè il monte separato dalla vita profana, egli (lo sapeva?) rinnovava l’antico rituale ereditato dai suoi padri longobardi, rituale plurimillenario che era giunto, per il tramite delle popolazioni di stirpe germanica, dai lontani Cavalieri delle Steppe, i popoli indoiranici che dal 3.000 a.C. si erano stanziati, varcando il Caucaso, nella zona tra il Mar Nero e gli Urali.
La tradizione per i guerrieri di adorare il loro Dio raffigurandolo nella Spada infissa nel suolo è riportata da autori come Erodoto e confermata dai ritrovamenti archeologici di tombe e di templi scoperti in questa vasta area dell’Europa orientale; da questi luoghi abbiamo sicure testimonianze della nascita della Cavalleria con i suoi principii di onore e di fedeltà, con i simboli collegati alla Spada e al cavallo, l’animale che porta il suo padrone in vita e dopo la morte seguendolo nella tomba.
Nel tempio di Yazilikaya presso Hattušas, capitale dell’impero Hittita, un bassorilievo raffigura il re presentato da una divinità alla Spada infissa nel suolo, che gli archeologi identificano con Nergal, signore dell’Al di là: quindi la Spada può essere simbolo non tanto del Dio della guerra quanto del Dio dell’Oltremondano, signore degli “stati superiori dell’essere”.
E Galgano potrebbe essere stato l’ultimo rappresentante di uno stile di vita e di spiritualità che, ormai perduto o comunque deprivato dei suoi veri valori dai borghesi delle città e dal potere ecclesiastico, era ancora viva nelle zone rurali della Tuscia, dove le ultime stirpi di discendenti dei Cavalieri longobardi e germanici, i Pannocchieschi, i Gherardeschi, gli Aldobrandeschi, si opponevano allo strapotere dei Vescovi; non fu certo un caso che proprio i vescovi di Volterra della casata dei Pannocchieschi furono tra i protettori della comunità di eremiti che rimasero a conservare la Rotonda di Montesiepi e la Spada e il corpo di Galgano collocati al centro di essa.
 
Insolita questa Rotonda, che al primo sguardo si rivela totalmente priva di simmetria architettonica, con le porte e le finestre tutte fuori asse rispetto alla circonferenza della costruzione e prive di rapporti simmetrici tra di loro (con la sola eccezione, guarda caso, dei due oculi rivolti precisamente in direzione del tramonto dei due Solstizi). In realtà una simmetria nascosta, e per certi versi non più spiegabile dopo nove secoli, anima la Rotonda di significati sapienti, che vanno trovati nel gioco delle luci che passano dalle sue finestre [1]. Se il suo costruttore, di cui ignoriamo il nome, inserì nella struttura le finestre in modo non casuale, la luce di esse cade sulla Spada proprio nel giorno del 21 Aprile, giorno della nascita di Roma origine dell’Impero e, secondo le testimonianze medievali, della stessa Cavalleria.
 
Non fu certo un caso, considerato l’alto valore spirituale del Santo della Spada, se subito dopo la sua morte i monaci Cistercensi presero possesso della collina di Montesiepi fondando prima un loro convento sulla collina e poi, dopo soli venti anni, costruendo nella pianura sottostante l’Abbazia di San Galgano, figlia dell’Abbazia di Fossanova, prima figlia italiana dell’Abbazia di Clairvaux fondata dallo stesso S. Bernardo protettore dei Templari, quindi filiazione insigne. L’Abbazia fu tra le più potenti per possessi territoriali, confinando con le terre dell’Ordine del Tempio che si trovavano sull’altro lato della valle del Merse, ma nel XVI secolo per una serie di distruzioni, ormai impoverita dalle ruberie dei commendatori cui era stata affidata, lo splendido monumento crollò lasciando quelle stupende rovine tra le quali ancora alcuni segni dell’antica spiritualità possono essere studiati.
 
A Chiusdino, paese natale di Galgano, nella chiesa di San Michele in un orrido reliquiario moderno (quello quattrocentesco, di ben altra fattura, si trova nel tesoro del Duomo di Siena) è custodito il cranio di Galgano, l’unica parte rimasta del suo corpo: sul cranio si possono tuttora vedere i capelli biondi del Santo, i quali, secondo una tradizione locale, venivano periodicamente tagliati dalle monache perché continuavano a crescere sul teschio. Il simbolismo della capigliatura come punto di contatto tra umano e divino è troppo noto per parlarne: ricordiamo solo che è tipico delle sepolture longobarde la presenza del pettine nelle tombe sia maschili che femminili, come già lo era in quelle degli Sciti, eredi della cultura dei cavalieri delle Steppe.
Accanto all’ingresso della chiesa una mano sicuramente moderna ha inciso il quadrato magico del SATOR, ma troppo spesso il mito di Galgano è stato offuscato da significati pseudo esoterici e pseudo magici che nulla hanno a che vedere con la limpida significazione della sua vita e dei suoi miracoli.
 
Cenni di analisi simbolico-numerica di Claudio Lanzi
 
Entrando invece nel merito di alcuni particolari simbolici e numerici della Rotonda (a parte la spada, ormai più volte rimontata e ricostruita, sia a causa dell’usura del tempo che dei numerosi incoscienti che ne hanno tentata l’estrazione o la manomissione) viene spontaneo soffermarsi sulla serie di cerchi concentrici che contrassegnano sia la parte alta del tamburo che sostiene la cupola, come la cupola stessa. Di norma queste differenze di materiali e di colore, vengono risolte attraverso termini quali “fregi” o “decorazioni” che forse nel nostro caso, rischiano di essere un po’ sbrigativi
 
All’esterno i cerchi sono sicuramente 10 di mattoni rossi alternati a 10 di pietre bianche, al disopra dei quali abbiamo un piccolo rilievo, composto di 5 modanature frangiate, un grande cerchio di mattoni più scuri, un’ultima modanatura composta di cinque livelli di vari forme, che sostiene il tetto a cupola e le tegole. In tutto sarebbero 32 livelli. Siamo in un secolo in cui la conoscenza della letteratura cabalistica ebraica è diffusa soltanto in alcuni ambienti cavallereschi e claustrali. Indipendentemente da tale ipotesi un po’ spinta notiamo che, al disopra della cupola si erge il piccolo torrino sulla cui cima si alternano 8 modanature sotto il tetto. Sommandole a quelle del tamburo abbiamo 40 rilievi.
Il torrino cilindrico, che insiste nel centro della cupola dove in altre strutture compare il cerchio o l’ottagono che contraddistinguono il passaggio dalla terra a i cieli, ha, in piccolo, una forma simile a quella della Rotonda. E’ come un secondo piccolo mausoleo di San Galgano, poggiato sul primo. Un “axis mundi” sui generis, corrispondente alla spada ma, leggermente disossato.
Ora riguardo ai “numeri” che diremo a breve bisogna specificare che considerando un fregio esterno in più o in meno oppure aggiungendo il piccolo rilievo che chiude la cupola, i suddetti possono cambiare di una o due unità. Noi non vogliamo però, come spesso accade, adattare i numeri a ciò che si vuol dimostrare ad ogni costo, ma rilevare solo delle ipotesi di riflessione.
All’interno, al centro della cupola, in esatta corrispondenza del torrino, compaiono 16 (oppure 18) cerchi di mattoni rossi concentrici (nel primo caso si tratta del doppio 8 che quindi, simbolicamente, suggerisce il numero che rappresenta l’apertura celeste battesimale, classica del fonte battesimale presente come veicolo iniziatici cristiano fin dai primi secoli); nel secondo caso siamo di fronte ad un doppio novenario o, in modo… un po’ più inquietante, ad un 6x3). L’effetto ottico prodotto da tali cerchi (di certo voluto) è quello di una rastrematura e profondità, così come appare nelle foto riportate. Teniamo presente che tale inusuale strategia geometrica anticipa… di un migliaio d’anni certi effetti caratteristici dell’Op Art ma, ancor più, quelli di determinati pavimenti cosmateschi del XIII secolo. Sia i numeri, che inducono a considerazioni di carattere eminentemente geometrico, che l’induzione “emozionale-estatica” non possono essere, a nostro avviso, disgiunti dallo scopo dell’opera.
 
Lo spessore dei cerchi in mattoni è circa il triplo dei cerchi in pietra bianchi. Oltretutto la partizione ottagonale la ritroviamo (ma questo è un motivo geometrico classico per i rosoni), anche nel rosone principale dell’Abbazia. Dal perimetro esterno di questi 16 ( o 18) cerchi si dipartono altri 16 (o 18) cerchi in cui lo spazio fra mattoni rossi e pietre bianche è costante, e che arrivano fino alla modanatura interna del tamburo che sostiene la cupola, sotto la quale inizia il cilindro vero e proprio. Sotto tale modanatura si allargano altri 6 cerchi di mattoni rossi. All’interno abbiamo dunque 16+18+6 cerchi per un totale di 40 “gradini”. O in alternativa 18+18+6= 42. Pensare che la corrispondenza con l’esterno sia casuale sembra improbabile.
Tali “gradini” possiamo considerarli in tanti modi diversi: ad esempio considerarli quali gradini mistici e, ad esempio, assimilare i 18 cerchi ad un doppio novenario come già osservato, e riferirlo alle gerarchie dello Pseudo Dionigi, ben conosciuto a quei tempi dalla mistica cavalleresca (così come al centro c’è un doppio ottonario che ben si accorda con il concetto di “battesimo celeste” riportato chiaramente nei testi della patristica. Potremmo mettere il tutto anche in relazione alla salmistica, ma ci ripromettiamo di approfondire in un articolo a parte.
Purtroppo non sappiamo l’altezza effettiva dell’attuale rotonda rispetto al terreno (in alcuni punti la disposizione delle pietre di fondazione farebbe supporre che il terreno fosse molto più alto e che le costruzioni laterali siano state un’aggiunta posteriore, probabilmente coeva all’arrivo dei monaci costruttori dell’abbazia sottostante).
Se ciò fosse vero (e la cosa sembra assai probabile), il rapporto fra la larghezza e l’altezza del cilindro sembrerebbe essere assai prossimo all’unità. Questo farebbe presupporre che si tratti di un cilindro inscritto nella sfera e che la volta della cupola sovrapposta sia tangente alla superficie della sfera stessa come abbiamo cercato di mostrare nello schizzo allegato. Se così fosse (ma ci riserviamo di fare rilievi che attualmente non sono disponibili), ci troveremmo di fronte alla esplicitazione di uno dei teoremi “mistici” attribuiti ad Archimede, e cioè quello che concilia i volumi di un solido come il cilindro (realizzabile empiricamente attraverso la rotazione di un rettangolo rispetto al proprio asse e quello una sfera che richiede invece, anche empiricamente, l’uso degli irrazionali, cioè del famoso π ). Infatti non esiste un poligono calcolabile con numeri razionali che, ruotato, dia luogo ad una sfera mentre questo non è vero per il cilindro). Queste considerazioni apparentemente semplici sono le stesse che nella metafisica della matematica, fino a tutto il medioevo, hanno dato luogo a quelle magnifiche “conciliazioni” fra razionale ed irrazionale, contenute nel mondo delle cattedrali romanico gotiche (v. il nostro Sedes Sapientiae).
Poiché la “cupola”, nella sua parte interna, è in realtà un’anticipazione dell’arco “gotico” (o un semi-uovo, come vogliono alcuni) in quanto relativamente assimilabile alla congiunzione di due semiarchi con centri diversi ma sullo stesso asse orizzontale, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio calice, il cui “manico” (cioè il torrino sovrastante la cupola) è infisso nel cieli, così come omologicamente la spada è infissa sulla terra.

In tale ottica il calice o la “coppa graalica rovesciata” che sovrasta il cilindro della rotonda, viene a corrispondere ad un disegno evocativo e celebrativo evidente

 
Ci lascia assai confortati in tale ipotesi quella pietra (attualmente murata all’esterno del protiro e che abbiamo riportato in questo articolo) che invoca l’esperienza della morte anticipata come elemento ineluttabile ma necessario. Quale morte? Ora dobbiamo ricordare come, in ambito sia benedettino che cistercense l’ingresso ai “voti” solenni venisse (e venga tuttora) celebrato attraverso una importantissima simulazione della morte e della sepoltura del vecchio corpo ed una resurrezione a nuova vita.
E se tale pietra fosse stata posta in corrispondenza alla presunta tomba di Galgano, cioè proprio in prossimità della spada, e fosse servita come reale poggiatesta dell’iniziando che, in tal modo, contemplava interiormente il soffitto della cupola?

 


[1] Di questo e del significato nascosto nella vita di Galgano abbiamo ampiamente trattato in Galgano e la spada nella roccia, ed. Simmetria, Roma 2007.

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