Conferenza per Simmetria 16/12/2012

Marte Dio Guerriero o sacerdote celeste

Mars o Mavors è per i popoli italici e latini un Dio che troviamo presente fin dai tempi più antichi a cui possiamo risalire; suo sacerdote è il Flamen Martialis, il cui nome arcaico è costruito su quello del Campus Martialis, la piana del Celio localizzata ad ovest dell’attuale Battistero di San Giovanni in cui si svolgevano i Ludi in caso di allagamento del Circo Massimo prima dell’esistenza del Campo Marzio[1]; l’offerta al Dio, oltre ai suovetaurilia, di arieti integri altilanei[2]a differenza di Janus, che riceve l’ariete ordinario, è un segno che dimostra la sua preminenza tra gli Dèi arcaici di Roma.
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La presenza sia del Flamen Martialis che del sodalizio dei Saliares in altre città del Lazio e dell’Umbria testimonia la specificità di Mars nella religione latina, senza alcun rapporto, se non tardivo, con l’Ares greco. Del Flamen Martialis si ha notizia sia a Lanuvium che a Lavinium e in Umbria ad Ameria, così come i Saliares si ritrovano in diverse città del Lazio con lo stesso nome e probabilmente i sodales martenses di Tuder in Umbria e i Martiales di Larinum nella regione dei Frentani sono altri nomi dello stesso sodalizio[3]. Anche la sua arma, la lancia, che aveva la proprietà di agitarsi per dare presagio di guerra, è presente con analoghe caratteristiche a Praeneste e a Lanuvium, mentre a Falerii in Etruria il posto della lancia sembra sia stato preso dal telum, il giavellotto.
Alcuni aspetti etimologici del suo nome fanno anzi pensare che in origine egli fosse non un Dio guerriero ma piuttosto un Dio celeste: se in osco il suo nome è Mamers e forse in sabino Marmar (se è sabino il Dio presente nel Carmen dei Fratres Arvales), le varianti italiche del suo nome sono tutte derivate da una radice Mauort-, alla quale è stato avvicinato il vedico Marut, nome della collettività dei compagni guerrieri di Indra[4], ma è possibile anche risalire ad una radice *mar, in relazione con il sanscrito marikis, lucente[5], per cui Mars sarebbe “il Dio splendente”, quindi una divinità avente carattere solare e celeste, e d’altronde il Carmen Saliare, se il verso è riferito a Mars, gli attribuisce il tuono e lo chiama “Dio della luce”, titoli solitamente propri di Juppiter, sul quale Mars sembra avere la “precedenza”; nel mondo germanico il corrispondente di Mars è Thor, il cui nome stesso è in rapporto con il tuono, di cui è figura il martello Miollnir[6].
 
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Anche nel parallelo tra Roma e India si vede la supremazia di Mars su altre divinità: nel sautramani le vittime sono rispettivamente dedicate a Indra, agli Asvin e a Sarasvati, queste ultime due divinità della “seconda funzione” (ma non della prima), mentre nel suovetaurilia è il solo Mars a ricevere il sacrificio[7].
Il Dio, quando divenne iconico (probabilmente in origine era rappresentato solo da una lancia sacra) era raffigurato in armi con un copricapo costituito da un elmo ornato di due penne, secondo la testimonianza di Valerio Massimo e di Virgilio[8]. Suoi animali sacri sono il picchio e il lupo, il cui aspetto umano è rappresentato da Picus, Re degli Aborigeni e fondatore di Alba, e da Faunus, figlio di Picus e quindi nipote di Mars.
 
Mars è una figura complessa che si può ricostruire solo eliminando l’aspetto meramente guerriero che è divenuto il suo attributo a causa della interpretatio come forma latina del greco Ares: Mars è il Dio che tutela l’ordine, se necessario anche con le armi, proteggendo l’esterno della città come i campi dei suoi cittadini, allontanando ciò che è male, i nemici umani ma anche le forze negative o comunque pericolose. Questo lo si vede bene nel suo aspetto di custode dei confini dei campi e dei possedimenti dell’agricoltore nel sacrificio privato del suovetaurilia, funzione nella quale è chiamato a tenere lontano le intemperie e le malattie dai campi e dagli animali, non a garantirne la fecondità e la crescita, perché queste sono azioni richieste ad altre divinità esclusivamente agricole.
La cerimonia purificatoria dei campi degli Ambarvalia, in cui Mars è chiamato a dare il suo intervento, ha il corrispondente nella lustratio quinquennale dei cives riuniti come milites nel Campo Marzio: attorno ai cives inquadrati militarmente viene fatta girare l’offerta dei tre animali del suovetaurilia, i quali sono poi sacrificati per ringraziare il Dio della protezione accordata nei cinque anni trascorsi; la cittadinanza come esercito ed i campi sono protetti intorno al perimetro da Mars in armi. “Tutta la sua funzione si esercita sulla periferia: indifferente alla natura di ciò che la sua vigilanza protegge, egli è la sentinella che opera al limite, sulla frontiera, ed arresta il nemico[9].
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La “perifericità” di Mars è evidente nella dislocazione dei suoi templi, eretti al di fuori del pomerium, dall’arcaica ara del Campo Marzio al grande tempio fuori Porta Capena[10], ove si riuniva l’esercito prima di partire per le imprese di guerra e da cui, come vedremo in Luglio, partiva la Transvectio Equitum, la parata dei Cavalieri di Roma.
Altro aspetto del Dio è la sua tutela sul ver sacrum, l’emigrazione dei giovani di una città nati nell’anno in cui un grave evento aveva turbato l’ordine della nazione: la consacrazione di un’intera generazione è posta sotto la sua vigilanza affinché giunga senza pericolo alla mèta che la volontà divina le ha assegnato; l’“emigrazione” di Romolo e Remo da Alba potrebbe configurarsi come un ver sacrum, così come quello che in precedenza aveva condotto gli Aborigeni dai loro territori originari di Amiternum, Reate e Interamna verso il luogo dove sorgerà Roma, sostituendosi ai Siculi intorno al XIII sec. a.C.
 

LE QUALITÀ DI MARTE

A lui non si associa alcuna divinità, ma solo concetti, che meglio potremmo chiamare “funzioni del Dio”, cioè Nerio e le Moles Martis[11]: Nerio o Nerienes è la virilità eroica, dalla radice *ner; le Moles sono le masse dei militi scagliate nel furore della battaglia, la collettività dei combattenti agitati dal furor Martis opposta alle Virites di Quirinus[12], il complesso delle individualità dei co-virites o Quiriti, connessi alla radice *uiro, l’uomo come individuo produttore (si veda la festa del Tubilustrium). Abbiamo anche notizia di una particolare “funzione” di Mars chiamata da Nevio e da Paolo Here Martis o Here Martea [13], il cui nome è legato al concetto di “podere ereditato”: Mars è il protettore in armi del campo coltivato e il podere si eredita insieme alla protezione di Mars che il padrone defunto aveva ogni anno invocato nel rituale degli Ambarvalia privati (rimandiamo a quanto detto negli Ambarvalia a Maggio).
 
Un discorso a parte richiede il rapporto tra Mars e Minerva: il suo innamoramento per Minerva nella leggenda di Anna Perenna, la quale si sostituisce alla Dèa nel letto di Mars, è chiaramente un mito tardivo di epoca repubblicana, ma Minerva si trova per altri motivi più interessanti collegata a Mars in situazioni belliche. Ad esempio è a Mars e Minerva che Scipione Africano offre in sacrificio le armi e le navi dei Cartaginesi dopo la sconfitta della città[14] e il Console Lucio Emilio Paolo, dopo la vittoria sui Macedoni di Perseo nella battaglia di Pidna, “avendo accumulato ingente quantità di armi, dette fuoco consacrandole a Mars, Minerva, Lua mater e ad altri Dèi, ai quali secondo jus e fas vanno dedicate le spoglie[15].
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Il rapporto tra Mars e Minerva che si deduce da questi episodi storici aiuta a comprendere il motivo per cui Minerva prese il posto di Mars nella celebrazione delle Quinquatrus di Marzo e la sostituzione di Minerva a Mars nella Triade capitolina dei Re etruschi: la corrispondenza esistente tra di loro era tale da consentirne lo scambio sul piano della religione e di ciò abbiamo ulteriore prova nelle raffigurazioni ceramiche delle due divinità in rituali che secondo Dumézil sono da intendersi come rituali iniziatici, di cui diremo più avanti.
Ma quale può essere la causa del legame tra i due? Se Mars è l’archetipo del Re-guerriero, padre di Re e guerrieri come Romolo, Minerva è la figura prototipica della misura e dell’ordine che derivano sul piano politico dall’organizzazione civile che ha al suo apice il Re; sul piano iniziatico Minerva dà al giovane che accede all’iniziazione quell’ordine interiore che è necessario per temperare la furia guerriera indirizzandola ad un livello superiore. Questo ci fa comprendere perché i Sacerdoti Saliari di Mars possano esser considerati, come vedremo, “guerrieri sacri” del Dio.
 

I SACERDOTES SALIARES

I Salii, così come le Vestali, non costituivano un sacerdozio esclusivo dell’Urbe, poiché abbiamo notizia da Servio dell’esistenza di Salii tiburtini e di Salii tusculani, a suo dire più antichi di quelli romani ed istituiti da un arcade (ed Evandro, al cui tempo possiamo far risalire i rapporti tra la futura Roma e la civiltà micenea, era un arcade) o da un Re di Veii; sempre secondo l’Autore, si riteneva da parte di taluni che i primi Salii fossero stati creati a Samotracia da Dardano[16].
I Salii erano scelti tra le famiglie patrizie e dovevano avere ambedue i genitori viventi al momento della loro cooptazione nel sodalizio[17], stato richiesto anche per le Vestali. Avevano la loro sede sul Palatium nella Curia Saliorum, ed erano distinti in Salii Palatini, creati da Numa Pompilio[18] ma certamente risalenti ad un tempo precedente, e Salii Agonenses o Collini, la cui istituzione risalirebbe a Tullo Ostilio; erano dodici per ogni schiera, portavano un abito costituito da una tunica ricamata con mantello bordato di rosso, pettorale e cintura di bronzo, elmo conico (apex), usato anche dai Flamines, termine che Ovidio usa più volte nel significato di “spira di fiamma”[19], ed ornato con una piuma (quello di Mars ne portava due), spada, lancia e scudo di forma bilobata (donde il nome stesso degli ancilia). Il loro nome veniva fatto derivare da salire, danzare saltando, com’era la loro danza sacra, o da Salio di Mantinea o Saone di Samotracia, ambedue compagni di Enea e introduttori della danza pirrica a cui era ispirata quella dei Salii[20].
altI riti dei Saliares[21] si svolgevano in diversi punti della città, con processioni durante le quali essi cantavano il Carmen Saliare[22]ed eseguivano danze particolari[23], sul tipo di quella detta pirrica, che sarebbe stata portata in Italia da due compagni di Enea e sembra fosse simile alla danza con cui Teseo celebrò la sua vittoria sul Minotauro, ispirata ai movimenti delle gru, danza ben conosciuta dai Romani di età monarchica, come testimonia il ritrovamento di una lastra in terracotta negli scavi della Regia pertinenti al livello della seconda metà del VI sec. a.C. e raffiguranti un Minotauro ed una gru accompagnati da due felini.
Al termine delle loro celebrazioni si teneva un ricco convivio con cui si concludeva il rito, tanto che dapae saliares divenne sinonimo di “lauto pranzo”. Il particolare della cena ricorda un elemento caratteristico dei rituali delle iniziazioni maschili, nelle quali i giovani erano separati per un certo tempo dalla loro comunità ed avevano pasti in comune.
La loro origine sarebbe da vedersi nella civiltà cretese-micenea, con cui la Roma di Evandro sarebbe stata in rapporto, secondo il parere di De Francisci: “Che l’origine del collegio dei Salii debba cercarsi nella civiltà dell’Egeo e, in origine, in quella cretese, mi sembra chiaro. Per me l’argomento decisivo è lo scudo dei Salii… lo scudo bilobato costituito da due scudi rotondi, uno superiore ed uno inferiore, saldati l’uno all’altro in modo da assumere la figura del nostro numero 8. Quest’arma difensiva è certamente di origine cretese… e da Creta passò ai Micenei[24]. A causa di ciò è necessario riconoscere che “il collegio dei Salii, come ritiene anche l’Alfőldi, è più antico di Roma[25].
altLo scudo di tipo saliare si ritrova nelle tombe dei guerrieri italici, come a Lavinium e a Veio, ed è lo stesso scudo che porta la Juno Sospita Lanuvina, divinità latina e probabilmente preromana, a giudicare dai particolari del suo abbigliamento, quali i calcei repandi, calzature a punta rialzata, che De Francisci fa risalire alle culture egeo-antoliche[26].
Per il loro abbigliamento arcaico e per le loro cerimonie incentrate sulla danza Dumézil pone l’ipotesi che “a Roma gli ultimi rappresentanti di queste truppe eroiche e magiche [si riferisce ai guerrieri “più che umani”, quali i Fianna irlandesi ed i Bersekir scandinavi] forse esistono, ma non combattono: potrebbero essere i gruppi di sacerdoti Salii… Le loro danze in armi fanno ricordare che, nell’India più antica, Indra e i suoi compagni, la schiera dei giovani guerrieri Marut tutti armati di placche d’oro, sono dei ‘danzatori’[27].
Il collegio dei Salii era connesso con l’iniziazione dei giovani, come dimostrano alcuni elementi di rilievo: “L’ingresso nella confraternita avveniva in età molto giovanile, in alcuni casi prima del diciassettesimo anno [ed il passaggio da puer a iuvenis o tiro avveniva intorno al sedicesimo anno]… ciò che dimostra come l’appartenenza al collegio fosse in origine collegata allo stato di iuvenis… Non meno importante è l’aspetto dei pasti in comune, delle cenae saliares… parte centrale della vita della confraternita. Ma di più grande portata per individuare il carattere di strumento iniziatico delle funzioni sociali del collegio saliare è la stessa attività principale dei saltantes sacerdotes, e cioè la redamptruatio attraverso la quale ancilia movent”[28], essendo la danza pirrica una “celebrazione della pedagogia della guerra”, alla quale i giovani venivano iniziati.
altÈ nota anche l’esistenza di Virgines Saliares, di cui Dumézil propone l’identificazione con le Fravashi iraniche[29]: secondo la testimonianza di Festo[30] esse erano vestite in toga, come le Vestali, portavano l’apex sul capo e sacrificavano more saliorum, partecipando ai riti saliarii di Marzo[31] e assistendo il Rex Sacrorum il 24 Febbraio (Regifugium), il 24 Maggio (QRCF) e l’1 di Giugno (forse per la dedicazione del tempio a Mars a Porta Capena[32]).
Dumézil accosta i Sacerdotes Saliares al collegio dei Marut vedici e le Saliares Virgines alle Fravashi iraniche, divinità femminili guerriere, per certi aspetti analoghe alle Walkirie germaniche ma per altri più vicine alla nostra concezione di angelo custode della singola persona, create immortali da Ōhrmazd per partecipare alla battaglia finale contro le Tenebre[33]: pur troppo non sappiamo altro delle Virgines Saliares per poterne confermare la corrispondenza.
 Se nei Saliares possiamo vedere il collegio iniziatico dei giovani guerrieri, le Saliae Virgines costituirebbero il loro corrispondente per le adolescenti secondo l’ipotesi di Torelli, per il quale “le cerimonie originarie di iniziazione dovevano comprendere iuvenes dei due sessi. Relitto di questa realtà sono le Saliae Virgines travestite da uomini, come in molti riti di passaggio greci[34], travestimento di cui diremo più avanti.
 

UNA INIZIAZIONE GUERRIERA?

altLa connessione tra Mars ed i rituali iniziatici guerrieri si può desumere da numerosi reperti, quali pitture su vasi o specchi etruschi incisi nonché una cista proveniente da Palestrina[35], in cui Mars è associato a Minerva che lo purifica con un liquido (forse acqua), scene di cui però possiamo dire ben poco visto che non ci sono rimaste testimonianze scritte al riguardo.
Nelle raffigurazioni si vede Mars, a volte triplicato in tre figure di bambini o di giovani, seduto su di un grande vaso o estratto da esso o bagnato con il liquido versato da Minerva o da una Vittoria alata, raffigurazioni così commentate da Dumézil: “Le scene considerate rappresentano probabilmente le cerimonie dell’iniziazione (o delle iniziazioni successive) del guerriero-tipo di Marte, in virtù delle quali egli deve acquistare ciò che d’ordinario si acquista in tal modo: invulnerabilità o infallibilità del colpo o furor”.
Questa “immersione” può essere compresa alla luce dei miti in cui Teti pone Achille o Demeter il piccolo Demofonte (o Trittolemo in altre versioni del mito) nel fuoco per renderlo immortale, o ancora, in ambiente germanico, in Sigfrido che si bagna nel sangue di Fafnir, divenendo al contempo invulnerabile e capace di comprendere la “lingua degli uccelli”, gli Esseri che uniscono il mondo terreno a quello superno; noi potremmo anche ricordare l’usanza medievale del bagno lustrale a cui veniva sottoposto lo scudiero prima dell’iniziazione a Cavaliere da parte di vergini, in genere in numero di sette. Tranne il caso di Sigfrido, in cui abbiamo una forma di autoiniziazione eroica, negli altri è sempre una donna a fare da tramite per la purificazione o la trasformazione del giovane guerriero.
altNel dipinto riportato in figura si nota un particolare interessante riguardante la Vittoria: la capigliatura è acconciata in modo femminile ma la corporatura è muscolosa e i genitali maschili, essa è androgine, proprio come la Fortuna Barbata[36]. Il vestirsi la donna da uomo e l’uomo da donna nel periodo del passaggio dall’adolescenza al periodo di giovane adulto, periodo nel quale si entrava a far parte della civitas, è uso tanto comune presso numerosi popoli dell’antichità che non riteniamo necessario soffermarci su di esso. Portiamo solo un esempio con un episodio, sia pure tardivo, narrato a proposito di Achille, il che dimostra come la poesia conservi sotto altra veste cerimonie arcaiche: Achille viene inviato dalla madre Teti alla corte di Licomede travestito da donna[37] e qui Ulisse lo scopre, inducendolo con uno stratagemma a prendere le armi per partecipare alla guerra; ci troviamo di fronte ad un residuo, travestito da favola, del rituale arcaico secondo cui un giovane (Achille aveva diciotto anni, secondo Igino Fabulae XCVI) si veste in abiti femminili prima di essere iniziato come guerriero.
Un particolare presente nella cista di Praeneste ci permette di fare ulteriori accostamenti: la raffigurazione in esso di un cane con tre teste può essere letta come la presenza di un avversario triplice o tricefalo, ravvisabile nelle divinità triplici degli indoeuropei, dalla irlandese Morrigan, divinità guerriera con tre nomi, o la celtica Brigit, anch’essa guerriera e alla quale sono proprie le tre funzioni di protettrice dei poeti, dei fili e dei medici, tre classi che rientrano nell’ambito della prima funzione presso i Celti[38], a Gerione con tre corpi o tre teste avversario di Hercules, a Caco tricefalo nella versione di Properzio, al Trigaranus celtico, il toro con le tre gru sul dorso, infine al serpente tricefalo nemico di Indra[39]; nell’Eneide il corrispettivo è Erulo, figlio di Feronia e nemico di Evandro, il quale ha tre vite e quindi deve essere ucciso tre volte dal Re arcade[40].
Purtroppo, come si è detto, l’assenza di altra documentazione oltre quella iconografica non consente una maggior conoscenza del significato e degli atti rituali connessi alla “iniziazione di Mars”, di cui forse qualche traccia è rimasta nei Sacerdotes Saliares.
 

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[1] CARANDINI pag. 320.
[2] DUMÉZIL JMQ pag. 380: altilaneus, “a lana lunga o folta”, designa una varietà più nobile, per i Romani, di ariete e quindi riservata solo a poche divinità (si veda in nota agli Ambarvalia di Maggio).
[3] DUMÉZIL JMQ pagg. 207–208. A Tibur i Saliares erano invece sacerdoti di Hercules (si veda l’excursus “Hercules il Dio ed Herakles l’eroe”).
[4] DUMÉZIL JMQ pag. 195.
[5] LEWIS e SHORT Latin Dictionary sub voce.
[6] DUMÉZIL Le sorti del guerriero, ed. Adelphi Milano 1990 pag. 155.
[7] DUMÉZIL Le sorti pag. 60.
[8] VALERIO MASSIMO I, 8, 6: “Un giovane di grande statura dapprima esortò i soldati a riprendere forza, poi si lanciò su per le scale che erano state poste contro le mura di essa e passò il vallo… Si credette che fosse Mars Pater che aveva aiutato il suo popolo, e tra gli altri indizi vi era l’elmo ornato di due penne che proteggeva il suo capo”; VIRGILIO Aen VI, 777–780 parlando di Romolo: “Vedi là Romolo figlio di Marte [Mauortius Romulus] e padre di Roma... Guardalo, ha sulla testa un elmo con la doppia piuma e già il padre Mars lo designa Dio dandogli la propria insegna”.
[9] DUMÉZIL JMQ pag. 194.
[10] Nell’epoca precedente i Tarquini aveva un tempio sul Capitolium, abbattuto per far posto al tempio di Juppiter O M.
[11] DUMÉZIL JMQ pag. 191.
[12] DUMÉZIL JMQ pag. 153.
[13] ENNIO Annales I, 104: “Neriene di Mars e Here”; PAOLO Ad Fest p. 89, 4 (nella edizione di Lindsay): “Gli antichi, quando accettavano un’eredità, veneravano Here Martea [Herem Marteam… colebant], la quale prendeva nome da heredum [termine tecnico per indicare il podere ereditato] e la ritenevano una tra i compagni di Mars” (citazioni nel commento a Gellio Noct att XIII, 23 di ROLFE The Attic Nights of Aulus Gellius, Harvard University Press, London1927).
[14] APPIANO Bellum Punic XX.
[15] LIVIO Hist XLV, 33.
[16] DE FRANCISCI Preistoria pag. 114; interessante ricordare che di Dardano si diceva fosse giunto a Samotracia dalla Saturnia Tellus, cioè dal territorio italico, e che il culto degli Dèi Cabìri, da lui istituito in Samotracia e poi portato a Troia, sarebbe ritornato a Roma con Enea o per altre vie (in particolare per quanto concerne le tesi di Mazzoldi rimandiamo a GALIANO Roma prima di Roma pagg. 145–147).
[17] INVERNIZZI pag. 38
[18] Come tramanda Ovidio Fas III, 371–392, Numa Pompilio aveva ottenuto da Juppiter come pegno della potenza di Roma un ancile e, per non farlo cadere in mano ai nemici, aveva ordinato al fabbro Mamurio Veturio di fabbricarne altri undici simili, in modo che quello inviato da Juppiter non fosse riconoscibile tra gli altri; Numa poi affidò gli scudi ad un sodalizio di dodici cives, insegnando loro come dovessero cantare e danzare. Mamurio Veturio, in cambio della sua opera, chiese che nell’inno venisse cantato anche il suo nome.
[19] CONINGTON Commentary on Vergil’s Aeneid, II, 683.
[20] CARANDINI pag. 216 e VACCAI pag. 47.
[21] Dai diversi Calendari pervenutici risultano almeno cinque i giorni di Marzo in cui i Salii celebravano il culto di Mars, ma, come scrive SABBATUCCI pag. 96, non è detto che tutti i giorni indicati fossero presenti nello stesso periodo di tempo in cui questi Calendari sono stati scritti: essi sono le Kalendae, il 9 (solo nel Calendario di Filocalo), il 14 nel giorno degli Equirria, il 19 alle Quinquatrus, ed il 23 al Tubilustrium, data testimoniata solo da Giovanni Lido (idem pag. 113), nella quale, a suo dire, si riponevano gli ancilia.
[22] Il Carmen Saliare, distinto in axamenta, una sorta di litania in cui si nominavano Dèi e personaggi mitici, e versus, inni agli Dèi, fu messo per iscritto nel IV sec. a.C. in una lingua arcaica incomprensibile già per gli stessi Romani (SABBATUCCI pag. 95). Del Carmen Saliare ci sono giunti solo tre frammenti riportati da Varrone nel De lingua Latina VII 26, 27 e da Quinto Terenzio Scauro nel De orthographia:
1 – divum empta cante, divum deo supplicate
2 – cume tonas, Leucesie, prae tet tremonti
 quot ibet etinei de is cum tonarem
3 – cozeulodorieso. omnia vero adpatula coemisse.
 
ian cusianes duonus ceruses dunus Janusve
 vet pom melios eum recum
..
La traduzione approssimativa dei primi due dovrebbe essere: “cantate Lui, il padre degli Dèi, supplicate il Dio degli Dèi – quando tuoni, o Dio della Luce, davanti a te tremano, tutti gli Dèi che lassù ti hanno sentito tuonare”, nel terzo frammento è possibile riconoscere i nomi di Ceres (Ceruses) e di Janus, ma il resto è intraducibile, come già lo era ai tempi di Cicerone.
[23] I canti erano diretti dal Vates e le danze dal Praesul, il quale battendo il piede tre volte in terra (donde il termine tripudium) dava inizio alla danza da eseguire (amptruare), che la schiera dei Salii ripeteva (redamptruare).
[24] DE FRANCISCI Preistoria pagg. 108–120, in cui riporta i dati archeologici disponibili al suo tempo a conferma della sua tesi, distinguendo lo scudo cretese–miceneo, formato da due scudi rotondi saldati insieme, da quello beota, che è incavato sui lati lunghi. Più volte nelle pagine citate l’Autore sottolinea che ci si trova di fronte a costumi e rituali che non si possono in alcun modo far derivare dalla civiltà etrusca, sorta in epoca più tarda, e più in generale sull’argomento scrive: “Ritengo visioni deformanti o espedienti semplicistici quelli di coloro che nello studio della preistoria e della protostoria di Roma… vogliono attribuire sempre ogni elemento nuovo all’azione o alla mediazione degli Etruschi” (pag. 120).
[25] DE FRANCISCI Preistoria pag. 111.
[26] DE FRANCISCI Preistoria pag. 109 nota 371.
[27] DUMÉZIL Rel rom arc pagg. 193–194.
[28] TORELLI pagg. 108–109.
[29] DUMÉZIL Le sorti pag. 153.
[30] FESTO sub voce “Saliae Virgines”: “Cincio scrive che le Saliae sono Vergini Saliari, le quali portano un elmo a punta guarnito di una piuma come quello dei Salii, e sono pagate da essi. Elio Stilone riferisce che fanno sacrifici nel palazzo del Re con il Pontefice”, e sub voce Regifugium: “In questo giorno il Rex Sacrorum compie un sacrificio nell’assemblea pubblica assistito dai Pontefici e dalle Vergini Saliari”. Secondo TORELLI (Lavinio e Roma pagg. 76 e 111) il rituale delle Vergini Saliari corrisponderebbe ad un’iniziazione delle fanciulle che vestivano abiti maschili come segno di rovesciamento del loro stato, così come nelle Quinquatrus minusculae (di cui si dirà più avanti alle Eidus di Giugno) i tibicines, la corporazione dei suonatori sacri di tibiae, si travestivano da donne (su questo, come diremo a suo luogo, non siamo d’accordo ma riteniamo si trattasse della toga, longa vestis, con cui si vestivano i tibicines a somiglianza dell’Apollo Citaredo, raffigurato nella statuaria con un abbigliamento analogo). Il rapporto tra i sacerdoti Saliari e le Saliae Virgines potrebbe essere stato un rituale piromagico, che ben sarebbe adatto ai sacerdoti di Mars, divinità legata al Fuoco generatore, rituale che sembra riscontrabile anche nel protocristianesimo tra la virgo subintroducta ed il “profeta” o “apostolo” (vedi GALIANO Le vie della Gnosi, Roma 2001, par. La Ierogamia pagg. 67–72).
[31] HUBERT Antichità pubbliche pag.158.
[32] DONATI e STEFANETTI pag. 64.
[33] DUMÉZIL Le sorti pagg. 144 ss.
[34] TORELLI pag. 111.
[35] DUMÉZIL JMQ pagg. 221–222.
[36] LENORMANT Elite des monuments céramographiques vol. IV fig. 95. Nel commento a pag. 258, in cui riferisce trattarsi di un disegno proveniente da Roma e fatto nel 1841 ma del quale non conosce l’originale, l’autore rileva l’ambiguità della figura alata, che però interpreta come un Eros, descrivendo il disegno come “Marte, Venere e Eros”.
[37] OVIDIO Metamorfosi XIII 161–170.
[38] Brigit era anche protettrice della terza funzione e in particolare degli artigiani e dei fabbri, come la Minerva italica.
[39] LIOU–GILLE Cultes “heroìques” romains – Les fondateurs, ed. Les Belles Lettres, Paris 1980 pagg. 18–34.
[40] VIRGILIO Aen VIII 563 ss.

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