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Viaggio alla scoperta dell'aldilà privato di una famiglia romana

 
Lo scorso sabato abbiamo avuto la possibilità di visitare, grazie al permesso speciale della Commissione di Archeologia Sacra, uno dei monumenti più significativi nel panorama dell'arte funeraria antica. Scoperto per caso durante i lavori per la costruzione di un garage nell'autunno del 1919, l'ipogeo degli Aureli continua a riservare sorprese: grazie ai recenti restauri e all'innovativa tecnologia del laser, gli affreschi, liberati da patine e concrezioni, hanno restituito i loro colori originali. Inoltre, sono tornati alla luce anche importanti dettagli che hanno rimesso in discussione le ipotesi interpretative finora formulate dai vari studiosi, che per quasi un secolo hanno cercato invano di svelare il significato delle pitture.
 
altCon i suoi tre ambienti affrescati, l'ipogeo degli Aureli si configura come uno dei monumenti più enigmatici di Roma: il programma decorativo, infatti, si presta a varie interpretazioni, che lo attribuiscono ora al cristianesimo ufficiale, ora a varie sette eretiche, oppure alla tematica filosofica, o ancora al paganesimo puro. Siamo infatti in un periodo storico molto vivace dal punto di vista religioso ed animato da un forte sincretismo religioso. Il monumento si data infatti agevolmente al III secolo d.C., grazie alla presenza del circuito murario voluto dall'imperatore Aureliano nel 273 d.C., che ha incluso al suo interno l'ipogeo. Dato l'antichissimo divieto di seppellire all'interno delle mura, il monumento funerario risulta perciò essere stato costruito in precedenza.
 
 
Tra i pochi dati certi che riguardano la storia del monumento, si annoverano i nomi dei committenti: una bella epigrafe musiva in tessere bianche e nere, ci restituisce infatti i nomi di coloro cui il monumento era destinato. Il monumento fu dedicato infatti da Aurelio Felicissimo ai suoi fratelli e colliberti Aurelio Onesimo, Aurelio Papirio e alla vergine Aurelia Prima. Ci si è a lungo interrogati sulla natura del legame che univa nella vita e nella morte questi personaggi, tutti liberti. Forse un legame spirituale o addirittura settario, data anche la menzione della verginità di Aurelia Prima, piuttosto che un semplice vincolo di parentela?
E proprio le pitture hanno indotto studiosi come il Wilpert a propendere per la tesi della setta religiosa. Nel primo ambiente troviamo infatti l'immagine di un uomo e di una donna con accanto un serpente: si è pensato ad Adamo ed Eva, ad Eracle nel giardino delle Esperidi, ma, dato il particolare ed insolito rilievo dato alla figura del serpente, anche alla setta degli Ofiti, che venerava il serpente del giardino dell'Eden.
 
Enigmatica risulta anche una scena di creazione, dove si è voluto leggere il mito di Prometeo o la creazione dell'uomo da parte di Dio o addirittura della Trinità, dato che i restauri hanno messo in luce la presenza di almeno un altro personaggio, forse assiso su un trono.
 
 
Il primo ambiente ipogeo è quello che più ha creato problemi dal punto di visto interpretativo, anche per la presenza di un lucernario cui si è voluto conferire un valore simbolico allusivo alla luce divina. In questo ambiente troviamo l'interessante compresenza di elementi "criptocristiani" come il Pastore crioforo, caro tanto all'arte pagana quanto a quella cristiana, ed elementi del mondo naturale quali pavoni ed uccelli in volo, interpretati anche come anime di defunti, e ancora elementi probabilmente legati al mondo omerico. Una delle pitture è stata infatti interpretata come una scena tratta dall'Odissea: forse un dialogo tra Ulisse e la maga Circe, o forse con Penelope, in presenza dei Proci. Ancora più misteriosa si rivela la scena posta nel registro immediatamente superiore alla cosiddetta scena omerica: una donna si muove, in quella che sembra una villa suburbana, tra innumerevoli animali di ogni razza, perfino un dromedario e dei cervidi. Questa scena, che veniva interpretata come l'episodio della trasformazione in animali dei compagni di Ulisse, si è arricchita ora, grazie al restauro, di un elemento che ha messo in crisi l'interpretazione tradizionale: un letto funebre con due corpi adagiati sopra. Si è pensato perciò ad una scena di lutto: forse la donna sarebbe quindi Aurelia Prima che piange i due fratelli morti; la scena è stata inoltre letta come un'allusione alla metempsicosi, che si legherebbe alla cosiddetta scena omerica, che verrebbe interpretata come una scena di giudizio delle anime dei defunti, prima della reincarnazione in animali.
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Altre scene, come la famosa scena di banchetto o la scena di ingresso in città, rimandano invece, secondo le ultime teorie, ad episodi veri, forse proiettati nell'aldilà, che videro protagonisti gli Aureli in persona, che vollero forse celebrare il loro status sociale autorappresendandosi ora come oratori o filosofi, ora come persone influenti sullo sfondo delle loro proprietà, forse a voler prendere le distanze dalle loro origini servili, ancora evidenti nei loro nomi (Onesimo è infatti un nome tipico che veniva dato agli schiavi).
 
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La tematica filosofica è un'altra indiscussa protagonista nella decorazione dell'ipogeo: abbiamo potuto ammirare l'incredibile bellezza di numerosi ritratti di filosofi, resi ancora più vivi dal sapiente uso della tecnica delle lumeggiature, piccole pennellate di bianco delle quali l'abile pictor si è servito per dare vita allo sguardo magnetico degli enigmatici personaggi, che furono variamente interpretati come filosofi, come membri della famiglia o della setta e perfino come gli apostoli.
 
 
Numerose sono dunque le interpretazioni, numerosi i dubbi e poche le certezze sulla natura delle pitture, e di conseguenza, anche sulla religione e sull'identità dei committenti di questo monumento che dall'esterno passa quasi inosservato. Ma per chi ha la fortuna di entrare e scoprirne la bellezza, il suo fascino resta invariato e forse anzi accresciuto proprio dal mistero che ancora lo avvolge, a quasi un secolo dalla scoperta.
 
 
 
 
 
 
Francesca Romana Valente

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