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Visita guidata a chiusura dell’anno accademico 2012-2013

A cura di Paolo Galiano e Claudio Lanzi

Sabato 11 Maggio un nutrito gruppo di soci e amici di Simmetria si è trovato nel magnifico scenario dell’Abbazia di Valvisciolo. Superato l’impatto fragoroso di alcune scolaresche che sono entrate insieme a noi, Paolo Galiano ha potuto illustrare la storia e l’architettura dell’Abbazia ed i particolari e inconsueti “disegni”, presenti soprattutto sulle mura e sulle colonnine del chiostro.
La storia dell’Abbazia cistercense di Valvisciolo è in parte oscura e poco documentata, per cui non possiamo ricostruirla con sicurezza.
Prima dell’attuale Abbazia esisteva una costruzione eretta nell’XI secolo da monaci greci Basiliani, costruzione di cui non sappiamo altro, ma di cui probabilmente alcune parti sono rimaste visibili nell’edificio attuale (come si può vedere, ad esempio, nella parte inferiore dell’abside vista dall’esterno, costruita con grandi blocchi di pietra a differenza del rimanente della chiesa, o in alcuni frammenti di marmo riutilizzati nel chiostro).
 
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I monaci Basiliani, provenienti dai territori del Mediterraneo orientale (Siria, Palestina ed Egitto in particolare), giunsero in Italia fin dal VII secolo, soprattutto in Sicilia e in Calabria, le quali erano ancora sotto la dominazione bizantina, a seguito delle invasioni persiane del territorio dell’Impero d’Oriente, ma la più importante immigrazione si ebbe con il periodo iconoclasta (VIII secolo); l’invasione araba della Sicilia causò un massiccio spostamento dei monaci sul territorio peninsulare con la loro diffusione in tutta Italia. Una delle principali caratteristiche di questi monaci, riuniti in cenobio secondo le indicazioni di San Basilio, era l’integrazione fra la vita sociale, per cui essi esplicavano attività pastorale in quanto molti erano sacerdoti e Vescovi (a differenza dei Benedettini), e la vita eremitica, che era quasi sempre connessa all’uso di grotte naturali o parzialmente scavate, le quali proseguivano l’uso delle grotte palestinesi, quali le chiese-grotta di Nazareth risalenti al protocristianesimo.
La loro provenienza dalla stessa regione in cui fin dal I secolo fiorì la Gnosi monista cristiana fa pensare che certi particolari aspetti della sapienza e della cultura dei Basiliani debba essere vista sotto questa luce. A questi monaci si deve la diffusione del culto della Madonna Odigitria, Colei che indica il Figlio vera fonte della Sapienza (la sacra icona di Costantinopoli che veniva portata in processione nelle occasioni solenni, quali i trionfi dell’Imperatore), in Sicilia e in Puglia, iconografia poi diffusa in tutta Italia. Una icona di questo significato è stata illustrata da Lanzi nella recente visita a Santa Prassede.
 
Ad essi subentrarono i monaci cistercensi di due Abbazie vicine, ambedue “figlie” di Fossanova: l’Abbazia di Marmosolio a Ninfa, i cui monaci si spostarono a Valvisciolo intorno al 1167 dopo la distruzione della città ad opera del Barbarossa, i quali chiamarono la nuova sede “Nuova Marmosolio dei SS. Pietro e Stefano”, e l’Abbazia di S. Stefano di Valle Roscina o Valvisciolo presso Carpineto Romano, abbandonata nel 1312 forse per la decadenza del complesso abbaziale, il cui nome passò all’Abbazia di Sermoneta, rimanendo però l’intitolazione ai due Santi ereditata da Marmosolio, che venne così a rientrare nella linea delle fondazioni aventi come “madre” Fossanova.
 
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Galiano ha inoltre ricordato che la storia dell’appartenenza di Valvisciolo ai Templari non ha fondamento documentabile, essendo basata sulla presenza di numerosi simboli nella chiesa e nel chiostro che vengono erroneamente detti “templari”, mentre si tratta di elementi diffusi e comuni nell’ambito di chiese cristiane come di costruzioni laiche. Tra questi citiamo le numerose croci patenti o a coda di rondine, croci non appartenute in modo esclusivo all’Ordine del Tempio, oppure il disegno a mattoni di alcuni tratti delle volte della chiesa e delle pareti del chiostro, simile a quello che abbiamo visto a San Bevignate di Perugia, sicuramente proprietà dell’Ordine del Tempio, ma comune nelle Abbazie cistercensi. Ovviamente, è estremamente probabile che anche questa Abbazia sia stata frequentata dai cavalieri dell’Ordine, sia per la vicinanza con l’Appia e la Francigena. sia per la presenza di possedimenti templari lungo la via Casilina e sulla vicina costa di Terracina.
I Templari ebbero infatti numerose proprietà nel basso Lazio, concentrate intorno a Ceprano (chiesa di San Paterniano), ad Anagni (in quanto, insieme agli Ospitalieri, i Templari costituivano parte integrante della corte pontificia, come sappiamo dalla storia dello “schiaffo di Anagni”) e a Palestrina (chiesa di Sant’Ippolito), posizioni necessarie per il controllo della via Casilina (prosecuzione della via Francigena verso Brindisi in un periodo in cui l’Appia era mal praticabile), e al Circeo, sia a San Felice che sul lago di Sabaudia (chiesa di Santa Maria della Sorresca), località marittime che consentivano, oltre all’uso dei porti per le navi dell’Ordine, anche la sorveglianza della costa in funzione di difesa contro i musulmani.
 
Inoltre alcuni cavalieri Templari furono nominati dai Pontefici castellani di altri centri del Lazio inferiore, come Lariano e Ariccia sui Colli Albani, paesi che controllavano l’altro lato della Casilina di fronte a Palestrina e Ceprano, Trevi, che dominava l’alta valle dell’Aniene, e Serrone e Paliano, sempre in prossimità della Casilina.
Non vi è invece alcuna traccia documentaria del possesso dell’Abbazia di Valvisciolo da parte dei Templari, anche se molti autori e la voce comune attribuiscono a loro questo insediamento, come vediamo nella leggenda dello rottura dell’architrave del portale della chiesa, che si sarebbe spezzato in coincidenza con la morte di Jacques de Molay sul rogo. È però molto interessante il fatto che il riferimento della leggenda è non ai tre Vangeli sinottici, ove si riporta il lacerarsi del velo del Santa Sanctorum del tempio di Gerusalemme alla morte in croce del Cristo, ma all’apocrifo Vangelo degli Ebrei (o dei Nazareni), nel quale il frammento 13 riportato da San Gerolamo parla invece dell’ “architrave del tempio, di mole straordinaria, che si spaccò e si divise” (Erbetta Gli apocrifi del Nuovo Testamento vol. I/1 pag. 125). Questo Vangelo era ben noto nel Medioevo, visto che altri suoi frammenti vengono da riportati da monaci di questo periodo, e tra l’altro anche dal monaco irlandese Sedulio Scoto del IX secolo, il che ci riporta al particolare ambiente religioso e sapienziale proprio alla chiesa cristiano-celtica d’Irlanda.
La planimetria di Valvisciolo segue la più comune disposizione spaziale delle Abbazie cistercensi: a nord la chiesa con asse est-ovest (a Valvisciolo più esattamente sudovest-nordest con abside a nordest), il cimitero dei monaci (ora non più esistente) a nord, Sala capitolare e dormitori dei monaci a est, cucine e refettorio a sud, dormitorio dei conversi ed altri ambienti a ovest, con il chiostro posto al centro del complesso.
 
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La chiesa presenta chiari segni del passaggio dal romanico al gotico, come si trova frequentemente nelle Abbazie della stessa epoca: romanica la navata centrale, gotiche le due laterali, evidentemente costruite in tempo successivo; è priva di transetto ed ha abside rettangolare in cui sono aperti un oculo e tre monofore, forma molto frequente ma non esclusiva delle piante cistercensi (la stessa si ritrova anche a Fossanova, a Casamari e a San Galgano, figlia di Casamari).
La facciata è caratterizzata da un rosone a dodici colonnette che appare particolarmente grande rispetto alle misure del portale, ma un graffito ritrovato in una delle sale del chiostro, forse disegno di un primo progetto, raffigura un rosone a dieci colonnette, che probabilmente ha fatto parte di un progetto originale poi sostituito, un rosone che sarebbe stato forse più proporzionato alla facciata. Sul lato sinistro del rosone, all’incontro dell’ottava colonnina con il fiore quadrilobato centrale, è stata di recente riportata alla luce una piccola croce patente o con braccia a “coda di rondine”, forma che non è affatto esclusiva dell’Ordine del Tempio come comunemente si dice.
L’interno della chiesa in alcuni tratti è coperto dal disegno di mattoni a profilo rosso su fondo chiaro, che si ritrova anche nel chiostro: questa decorazione è frequente, anche se non esclusiva, nelle chiese cistercensi e templari, le quali, secondo le indicazioni di San Bernardo, erano adornate con grande semplicità, per cui le pitture parietali a Valvisciolo si ritrovano solo a partire dal XV secolo. In fondo alla navata laterale sinistra si trova la “porta dei morti”, ora murata, che conduceva nel cimitero abbaziale, mentre sulla parete della navata destra si aprono due porte, la “porta dei monaci”, che unisce il chiostro alla zona riservata ai monaci, e la “porta dei conversi”, che serviva all’ingresso dei conversi, a cui era riservata la parte della chiesa più distante dal coro.
La Sala Capitolare presenta un elemento interessante: davanti al posto ove sedeva l’Abate si trova un vano profondo e della grandezza circa di un corpo umano, che si suppone essere il luogo in cui veniva depositato il corpo dell’Abate deceduto, il quale veniva poi traslato nel cimitero alla morte del suo successore. Qualora fosse questo il suo uso, esso costituirebbe una sorta di testimonianza di una particolare concezione della successione dell’autorità che presiedeva all’Abbazia, una continuazione visibile del potere che dal primo Abate giungeva a quello in carica attraverso la successione degli Abati, analogo al rapporto tra “re morto” e “nuovo re” testimoniato in molte società tradizionali, come in Egitto e forse a Roma nella cerimonia dell’Armilustrium.
 
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Sui capitelli della Sala capitolare sono scolpiti una lucertola (animale che riceve la sua energia dal Sole?) e una coquille Saint Jacques, simbolo del pellegrinaggio e specifica di Compostella.
Nel chiostro si trova la maggior parte dei particolari simboli che caratterizzano questa Abbazia: sulla parete ovest un “Sator”, di forma rotonda invece che quadrata (il più antico scoperto a Pompei e quindi risalente a prima del 79 d.C.), il “nodo di Salomone”, il reticolo a quadrati e diagonali detto “centro sacro” e sul lato sud nella lastra di pietra tra due coppie di colonne il disegno detto “triplice cinta”; gli ultimi due corrispondono rispettivamente a due giochi, l’alquerque e il filetto, solo che la loro posizione a volte verticale ne rende impossibile l’uso come tavola da gioco.
 Una particolarità del chiostro è il numero di arcate che ne compongono il quadrato, in quanto esse non sono distribuite in modo uniforme: sul lato est sono dodici, quattordici a sud, tredici a ovest e quindici a nord per un totale di 54 arcatelle; non sappiamo se tale irregolarità sia solo apparente ma in realtà voluta dai costruttori per motivi di numerologia o se la causa si debba vedere in un rimaneggiamento della costruzione originale. Anche la distribuzione dei simboli scolpiti sui capitelli o negli intercolumni è irregolare, in quanto decisamente prevalente sui lati nord e ovest del complesso; tra gli elementi di rilievo notiamo sul lato nord l’Agnus Dei associato ad un disegno di acqua interpretato come simbolo della provincia Marittima del Lazio, il cosiddetto “fiore della vita” unito con un uccello, forse una colomba, e coppie di elementi decorativi che sembrano costituiti da una sfera su di una colonna, mentre sul lato ovest si trovano una melograna rovesciata, un simbolo ruotante a undici elementi, la rosa, ripetuta più volte, e fiori a quattro e sei petali.
 
Dopo tale interessante presentazione di Paolo Galiano, Claudio Lanzi è entrato nel merito di alcuni aspetti dell’analisi simbolica, numerica e geometrica degli oggetti osservati.
Una delle prime cose su cui ci si è soffermati è stato il rosone a 12 partizioni, che rientra quindi nella più classica ritmica delle partizioni duodecimali (Apostoli, zodiaco, ecc.), presente in moltissime cattedrali cistercensi. Ma la segnalazione dell’esistenza di un progetto (a quanto pare coevo alla abbazia) di un rosone a 10 partizioni costringe a domandarsi se l’anonimo autore del piccolissimo graffito del “Sator” pentagonale non avesse voluto alludere ad una estensione simbolica di quest’ultimo nella ritmica del rosone. Infatti, per la costruzione di una struttura decagonale o pentagonale necessita lavorare attraverso i numeri irrazionali ed i problemi di una corretta divisione del cerchio sono risolubili solo attraverso la proporzione aurea.
Ciò farebbe supporre che qualcuno, sicuramente preparato nelle geometrie pitagoriche, abbia voluto far estendere il “Sator” secondo una quintuplice “radianza” di cerchi concentrici individuando, contemporaneamente, le cinque punte del pentalfa pitagorico e il mistero del palindromo del “Sator”, quasi a voler suggerire una interpenetrazione fra i misteriosi giochi con le lettere del quadrato magico e la partizione sapiente del pentalfa, nei cui vertici si genera la famosa Salus.
 
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Indubbiamente tale riflessione ha un suo fascino, soprattutto se si accetta anche che, tra le varie chiavi di lettura, possa essere accettata quella “misterico-cristiana” che anagramma il quadrato proprio come Pater Noster unito a due coppie di A e O, interpretate come Alfa ed Omega. Tale apparente forzatura (che è stata fatta per la prima volta il secolo scorso) è caratteristica delle elaborazioni ermetico-magiche normalmente con le quali i quadrati magici esprimono soluzioni misteriche, le une dentro le altre. Le proprietà di alcuni di tali quadrati (a partire dalla tavola pitagorica) sono infatti esprimibili nella totalità delle caselle o in subsistemi particolari (V. Graziotti Polyedra. 2012) .
 
A questo punto Lanzi ha diretto l’attenzione alla struttura del chiostro, soffermandosi sul numero delle colonne rispondenti al doppio dei grani del rosario cristiano (nella forma antecedente la recente riforma) ed evidenziando come in tale numero si rincontrino sia i numeri base delle fasi lunari (quattro) che il novenario calendariale e la simbologia connessa al nome di Maria (v. testi citati in bibliografia).
 

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È stata inoltre rilevata l’importanza della “doppia colonna” a conferma e immagine della ritmica delle deambulazioni dei monaci in coppia ma anche delle “coppie” di Templari, note in modo particolare dal celebre sigillo con i due cavalieri su di un solo cavallo.
Altro particolare assai evidente è la consueta partizione del giardino del chiostro mediante le quattro vie che conducono verso il pozzo centrale. La strutturazione attuale del chiostro è ovviamente lontana da quella originale, destinata quasi sempre alla coltivazione di piante officinali. Anche il pozzo esagonale è ovviamente una ricostruzione recente ma è quasi certo che ce ne fosse uno in precedenza, esattamente nello stesso posto. C’è da dire che la divisione del chiostro in “quarti” ripeteva (e ripete) la partizione edenica, omologica alla quadripartizione della terra operata dai quattro fiumi che sgorgano alla base della croce cristica. Il pozzo, dunque, invece di essere semplicemente un posto dove attingere l’acqua, assume, come in tutte le cattedrali medievali, la funzione di centro salvifico, di piccolo axis mundi, raccolta dell’acqua di vite che si distribuisce nel giardino cosmico e nel mondo, come il sangue che esce dalle piaghe del Cristo. (Sul termine aqua-vitae, acqua- vite e acqua di vita l’ermetismo cristiano medievale e rinascimentale ha suggerito molte interpretazioni, spesso enfatizzate dalla rappresentazione dei grappoli d’uva e dei tralci, che richiamano gli aneddoti evangelici, spesso ricordando come tutto il simbolismo del vino, dell’acqua e del sangue pervada l’esegesi cristiana).
Che la deambulazione sotto i colonnati del chiostro rappresentasse un complemento costante della vita claustrale è cosa nota. L’orientamento imposto dal percorrere sapientemente le quattro direzioni e la ritmica scandita dalle colonne sostenevano sapientemente la cantillazione dei salmi ed il succedersi delle ore secondo la rigida liturgia calendariale benedettina e cistercense.
All’interno dell’abbazia restano ovviamente poche vestigia trecentesche ma una serie di elementi geometrici sulle crociere che, a parte i “finti mattoni” di cui si è già parlato, possono rappresentare un motivo di indagine.
Ci siamo in particolare soffermati sul “sigillo” più complesso che potrebbe rappresentare un tetramorfo, nella sua asettica simbologia puramente geometrizzata e quindi il trono celeste. L’insieme dei sigilli, proprio perché si trova sulla “carena” della navata centrale e cioè del cielo potrebbe schematizzare i vari esempi di Gerusalemme Celeste a similitudine omologica con il chiostro.
Quei quattro piccoli quadrati con doppia cinta e con la croce a partire dal centro (qualcosa di simile al graffito del “filetto” presente nel chiostro) potrebbe alludere ai pilasti del tempio mentre i semicerchi sui lati a forma di “manico”, o di mezzo anello, potrebbero essere gli estremi del nodo continuo (lo stesso che è illustrato nell'altro graffito prima citato); solo che qui la parte centrale non si vede perché coperta dal doppio quadrato. Nello sfondo infine appare un quadrato a scacchi e forse quest'ultimo potrebbe essere l’unico elemento che ricorda realmente il vessillo templare.
Infine i grandi triangoli rossi ricordano sia una bandiera come uno dei tanti modi per rappresentare il grappolo d'uva in relazione alle parabole della vigna ma... ammettiamo che ci vuole coraggio a sostenere ipotesi del genere, per cui noi stessi che le abbiamo fatte preghiamo di prenderle con beneficio d’inventario e sottoponiamo volentieri tali immagini alla perspicacia del lettore e ad ipotesi con maggiore suffragio sia storico che iconografico.
 
A questo punto dopo esserci soffermati a lungo su alcune modalità della meditazione cristiana occidentale nell’àmbito della sapienza benedettina e cistercense e del rapporto con la forma del tempio, un piccolo gruppo di soci rifugiatisi in un angolo del chiostro con un’ottima acustica, ha cantato, “a cappella”, un breve esempio di Gregoriano, che ripete il palindromo del “Sator” proprio attraverso la strutturazione ritmica del Pater Noster e di quelle “A” ed “O” che vanno escluse dall’anagramma. E la cosa, oltre a chiudere efficacemente la visita all’Abbazia, ci auguriamo che abbia “rivivificato” i simboli e le pietre che ci hanno accolti.
 
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Le 5 conformazioni disposte sulla volta
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Dobbiamo infine segnalare che, esaurita la visita all’Abbazia, visita siamo andati nella vicina Norba, posto straordinario e assai poco conosciuto, dove gli scavi recentissimi stanno riportando alla luce sia i resti stupefacenti della grande città romana, arroccata su tale altura, come le antichissime mura megalitiche, sicuramente coeve a quelle di Alatri. Nelle foto abbiamo riportato alcuni aspetti dei ritrovamenti più recenti: le strade romane, l’acropoli ed alcuni particolari delle terme e delle mura megalitiche.
È un posto da seguire per la sua straordinaria bellezza e per le immense scoperte archeologiche che può ancora offrire. Speriamo che qualcuno in Italia… se ne accorga e, tra gli “addormentati culturali” presenti nei governi centrali e regionali, si finisca per scoprire l’acqua calda, e cioè che la più grande ricchezza possibile l’Italia ce l’ha… sotto i piedi: una ricchezza assai più remunerativa del petrolio, dell’oro e degli altiforni che producono diossina. Basterebbe rispettarla, riportarla alla luce, studiarla e sottoporla (a caro prezzo ovviamente) a tutti coloro che, nel mondo intero, ce la invidiano e ritrasformare il nostro paese in quel “giardino” stupendo di cui parlavano Goethe e Montesquieu. Bah…parole al vento.
 
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FONTI:

Bramato Storia dell’ordine dei Templari vol. I, Roma 1991
Capone, Imperio, Valentini Guida all’Italia dei Templari, Roma 2002
Ciammaruconi L’Ordine templare nel Lazio meridionale, Sabaudia 2000
Galiano Galgano e la Spada nella roccia  Roma 2011
Galiano La chiesa di San Bevignate a Perugia, in “Simmetria online” Roma 2011
Lanzi Sedes Sapientiae, Roma 2010
Negri Abbazie cistercensi in Italia, Pistoia 1981
Testa Abbazia di Valvisciolo, Sermoneta 2007
Testa Simboli Templari, Medioevali e Rinascimentali a Sermoneta, Sermoneta 2012
 
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