L'etrusca Tarchna e gli ultimi ritrovamenti

dell'antico nucleo della Civita nel museo archeologico di Tarquinia

di Maria Brugnoli

 

altParlare di Tarquinia (l'etrusca Tarchna) significa parlare di una delle più antiche città della penisola italica, madre di tutti gli altri centri dell'Etruria, che ha avuto un primato religioso e culturale, che ha dato i natali a due dei più importanti re di Roma e che è stato il primo luogo in cui sono state dettate le regole della sacra disciplina, un insieme di insegnamenti e metodi per regolare il rapporto fra il divino e l'umano.

La sua è una lunga storia fatta di momenti di grande successo ma anche di sconfitte subite a causa soprattutto di Roma che la fece sua dopo lunghi tentativi nel 281 a. C. quando le sue milizie riuscirono a penetrare l'inestricabile selva cimina e entrare nei suoi territori.

Tarquinia è stata produttrice e ha commerciato pregevoli prodotti di ceramica e metallurgici ma ha anche avuto una fiorentissima attività agricola e di allevamento. (Fig. 1 e Fig. 2)

Quindi per questo godé per lungo tempo di fama e splendore.

Testimoni di tutto ciò sono stati i numerosi reperti che per lungo tempo abbiamo rinvenuto nelle sue necropoli.

altMa Tarquinia è famosa anche per la sua classe sacerdotale etrusca,  punto di riferimento dei Romani sino ad epoca imperiale. Nel trono dell' etruscologo imperatore Claudio del I sec. d. C., la città etrusca di Tarquinia è raffigurata da un uomo con il capo velato e un rotolo manoscritto e compaiono delle iscrizioni latine che riguardano l'Ordo LX Haruspicum, ovvero l'elenco dei 60 aruspici a cui Roma, dai tempi della repubblica fino al periodo dell'Impero si rivolgeva regolarmente per avere vaticini.

Infatti Roma, proprio per la accertata maestria degli Etruschi in materia di cose sacre, considerava la loro classe sacerdotale uno dei due interlocutori più affidabili per l'interpretazione della volontà degli dei. L'altro interlocutore era ovviamente l'oracolo di Delfi.

Purtroppo per mancanza dei più importanti libri sacri, andati perduti, possiamo trarre parte di questa loro raffinata esperienza soltanto da autori classici latini e greci.

Ma Tarquinia è anche e soprattutto il centro di Pian della Civita dove sorse il primo nucleo della città, un'area sacra dove si svolgevano culti ctonii e dove sono state rinvenute recentemente dall'Università di Milano delle singolari testimonianze che accomunano il sito ad altri siti italici con analoghi usi e costumi e culti primordiali. (Fig. 3)

 

altIl primo nucleo di Tarchna, La Civita

 

E' Cicerone che parla della mitica fondazione di Tarquinia, attribuita a Tarconte o Tirreno, eroe eponimo che condusse nel XII sec. il popolo etrusco nella terra di Italia. Tarconte fondò, sempre secondo la leggenda oltre Tarquinia anche delle città del nord Italia come Mantova e Pisa.

Cicerone ci dice a tal proposito che mentre Tarconte, in veste di agricoltore, stava arando il fertile pianoro dove avrebbe fondato la città, dal solco che aveva fatto con l'ausilio dei buoi, saltò fuori il puer senex,Tagete, figlio di Genius e nipote di Giove che chiese di per poter trasmettere le sacri leggi della disciplina etrusca non solo a lui ma anche a tutti i capi delle altre città che, per l'occasione, venissero in quel luogo radunati, affinché usufruissero dei preziosi insegnamenti. (Fig. 4)

 

altAl di là del mito che rende fama ed onore a Tarquinia, esistono degli interessanti ritrovamenti archeologici scoperti recentemente sul pianoro detto ora della Civita, di un primordiale sito che non si discosta da altri siti rinvenuti nel territorio italico. Ciò fa pensare ad una prassi comune e autoctona nella edificazione dei luoghi sacri e delle città valida in tutta la penisola.

Tali scavi hanno fatto emergere testimonianze di abitati, luoghi sacri e mura dei vivi e non solo delle consuete testimonianze delle città dei morti.

Bisogna dire che l'attuale Tarquinia sorge su una città medievale chiamata, fino al 1922 Corneto, dove anticamente a causa della malaria estesasi sulle terre della Civita, si rifugiarono gli abitanti del pianoro, scegliendo un luogo più salubre. Anche tale rocca ha rocca ha comunque dato ampie testimonianze del periodo villanoviano.(Fig. 5).

altLa scelta del luogo dove sorse Tarchna ha tutte le caratteristiche di altre città etrusche soprattutto di quelle sorte vicino al mare. Il pianoro è circondato da due corsi d'acqua (secondo le leggi etrusche di edificazione di una città) affluenti del fiume Marta che, dopo 6 km, sfocia nel Mar Tirreno. Tarquinia ha un' estensione di circa 135 h. e 8 km di mura. L'impianto della città è costituito da vie ortogonali (cardo e decumanus). L'unica porta studiata è quella detta Romanelli e vi entrava una strada che saliva dalla Valle del Marta. Si presume che la porta avesse robusti stipiti. 

Molto del materiale proveniente dalla Civita venne utilizzato per costruire l'attuale città di Tarquinia.

Ma quello che ha destato maggior interesse da parte degli archeologi è il ritrovamento di un'area sacra (detta alfa) che risale al X sec. a.C. costituita da una capanna ovale (edificio beta) accanto a una cavità (probabilmente antichissima). (Fig. 6)

altIn questa capanna venivano compiuti rituali legati al Sacro e al Divino con offerte di cereali, farro, con accensioni di fuoco e utilizzo d'acqua. Il nume, certamente ctonio sembra essere stato legato alla generazione e alla riproduzione. Intorno ad essa sono stati rinvenuti pozzetti pieni di tralci di vite e rami di ulivo.

Solo nel IX sec. viene costruito un altare sulla cavità, e posizionati, intorno, dei vasi biconici e corpi probabilmente sacrificati alla divinità.

La prima struttura venne ampliata nel VII sec. con la costruzione di un tempio altare con direzione est-ovest, formato da due ambienti. Nel più interno, un bancone di pietra provvisto di un canale per far defluire l'acqua nella cavità, venne successivamente chiuso fra due cortili simmetrici, con la costruzione di un ulteriore altare a testimonianza della continuità dei riti ctonii. (Fig. 7)

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E' nel V sec. che la cavità viene definitivamente chiusa e il centro del culto passa al tempio della cosiddetta Area della Regina fra i più grandi santuari di Etruria di cui le attuale vestigia si fondano su un tempio precedente. (Fig. 8)

Da questo tempio, di dimensioni 40x25, la cui costruzione risale tra il IV e il III sec. a. C. provengono i due famosi cavalli alati, che possiamo ammirare nel Museo archeologico di Tarquinia e che facevano parte di una lastra di rivestimento del timpano del tempio, certamente corredati anche di una biga e della divinità a cui era dedicato il tempio. (Fig. 9)

 

 

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Il Mundus e le capanne sacre

Senza entrare in modo specifico nell'argomento più volte sapientemente trattato, vogliamo qui fare dei brevi accenni su queste antiche costruzioni, in presenza soprattutto di testimonianze archeologiche e storiche accertate che la città di Tarchna (come anche Marzabotto, Bolsena, in ambito etrusco) ha voluto regalarci nel tempo. Ciò ci fornisce un importante aggancio con il modus vivendi e il comportamento dell'uomo primordiale e il suo rapporto con il Divino.

Questi altari, all'interno di capanne sacre, dove si svolgevano riti sacrificali di tipo uranio e ctonio, erano provvisti di un foro di comunicazione con il mondo sotterraneo (uno spazio sacro, templum, porzione di quello celeste, terreno ed infero). Dice Varrone il "templum in coelo, in terra et sub terra" che riproduce nei suoi limites, un reale, "totale" abitato delle presenze soprannaturali.

Questo spazio doveva essere anche un ager effatus, liberato dagli spiriti e delimitato dai sacerdoti Auguri.

Nella casa capanna, centro del culto, sede di poteri generativi, venivano eseguiti riti per assicurare la riproduzione della gens. In tal luogoquindi si esplica il culto del genius, dei lari e del pater familias.

Gli altari e i podi dei templi per gli etruschi ma anche per tutti i popoli latini ed italici rappresentano il templum dove si possono eseguire riti, fare presagi ed avere il responso dagli dei o dai defunti tramutati in eroi, le cui immagini vengono sopra poste come si evidenzia dagli innumerevoli sarcofagi che rappresentano il defunto steso su di un cuscino e nelle veci dell'auspicante si trova in una posizione centrale per cui verrà dotato di poteri soprannaturali.

Il mundus o il pozzo infero, ben conosciuto dal rituale romano (vedi quello del Foro collegato all'Ara Saturni) è dunque una cavità sotterranea al centro della vita politica e del culto dei Mani. Secondo Festo, Varrone e Macrobio veniva aperto solo in rare occasioni ovvero durante il dies religiosus in cui veniva interdetto ogni affare pubblico e privato.

Secondo Catone il suo nome derivava dal mondo che è sopra di noi e la forma è simile a quella, come lui stesso poté apprendere da coloro che vi erano entrati.

 

altLe urne a forma di capanna  e i vasi biconici di età villanoviana e i loro grafismi

Queste urne rappresentano, in miniatura, le abitazioni o le capanne sacre etrusche ed hanno la particolarità di essere tutelate sulle pareti da una serie di grafismi (su tale tema ci ripromettiamo di presentare, quanto prima una sintetica ricerca analitico-simbolica).

Questi suggestivi esemplari rappresentano come gli Etruschi di epoca villanoviana costruivano le proprie abitazioni, con pareti in argilla ed elementi vegetali tenuti insieme da un telaio di paletti lignei. I tetti erano di saggina disposti su un sostegno di travi.

La loro pianta era circolare, ellissoidale  o rettangolare.

Dalle piccole urne o dai vasi biconici (contenitori delle ceneri dei defunti), si evidenzia che le pareti erano decorate da disegni geometrici, meandri e labirinti e spesso con figure affiancate, coppie umane o divine che tutelavano la soglia di ingresso delle capanne.  (Fig.10)

La rappresentazione del labirinto compare spesso in corrispondenza delle porte e rappresenta la difficoltà del passaggio per l'entrata, fatto di innumerevoli meandri che prevedono la capacità dell'anima del defunto eroizzata di superare il varco.

Il labirinto è il simbolo per eccellenza apotropaico, che arresta e disorienta l'intruso che, se non ha gli strumenti per orientarsi, è impossibilitato a raggiungere il centro.

Basti pensare a quei labririnti più moderni che si trovano nelle chiese medievali nei pressi dei portali, che raffigurano dei tracciati penitenziali e che ricordano la funzione iniziatica del labirinto pagano.

 

 

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Breve storia di Tarchna e  testimonianze archeologiche

 

Il territorio dove abitavano gli abitanti di Tarchna era anticamente pieno di boschi e di zone coltivate a pascolo e gli abitanti producevano cereali, allevavano bovini, suini e cavalli. Le capre, le pecore e i maiali fornivano carni da mangiare. Questa ricca economia pastorale divenne, con lo sfruttamento delle risorse minerarie di cui questa terra vicino al mare era ricca, una fiorente economia industriale.

Nell'VIII sec. il capo delle tribù di Tarchna era il Lauchme (Lucumone) una sorta di Rex. Segni del suo potere, i fasci littori che i Tarquini trasmisero ai Romani. Le loro tombe sono dei pozzetti con urna cinerarie a forma di capanne sacre o vasi biconici ricoperti di primordiali segni, labirinti e svastiche. (Fig. 11)

Nel VII sec. la Civita diventa un centro strategico, politico, economico, sociale e culturale di tutto il Mediterraneo ed è produttrice della lavorazione del bronzo e della ceramica.

altIl pregevole stile corinzio di molti vasi di Tarquinia sembra provenire da ceramisti della città greca di Corinto al seguito di un mitico Demarato che fu il padre di Tarquinio Prisco. (Fig.12)

Tarchna si sviluppò tra il Pian della Civita e il Pian della Regina e la principale zona destinata alla necropoli fu quella che noi chiamiamo Monterozzi ( per via della presenza di molte tombe fatte a forma di tumulo) i cui scavi hanno fornito le più belle testimonianze di tombe affrescate dalle quali si è potuto risalire agli usi e costumi degli antichi etruschi.

Nonostante lo sviluppo di altre due città etrusche che si affacciavano sul mare come Caere e Vulci abbia portato un breve periodo di declino, nel VI sec. Tarchna è ancora la città più ricca, come dimostrano i corredi delle tombe piene di vasi attici, corinzi, e buccheri di influenza greca.

La disfatta navale a Cuma contro i greci di Siracusa costringono Tarquinia ad abbandonare l'egemonia delle coste e cominciare una lenta penetrazione dei territori all'interno, verso la zona del Lago di Bolsena (detto Lacus Taquiniensis) e verso i centri che si trovavano all'interno dell'inestricabile Selva Cimina fino alla città di Luni sul Mignone ai confini con Caere.

Costretta a difendere i suoi territori conquistati combatte contro Caere e riprende i centri fortificati dai Romani, che avevano iniziato la loro lenta ma inesorabile espansione. Alleatasi ai greci, riesce ad avere la rivalsa della sconfitta a Cuma, vittoria che le restituisce una posizione di egemonia e la porta a divenire una delle più importanti della Dodecapolis etrusca (Fig. 13 e Fig. 14)

E' nel III sec. che Tarquinia, ripresa la belligeranza con Roma (che nel frattempo aveva conquistato Veio) comincia a risentire la fatica delle lotte per l'appropriazione dei territori contro i Romani che dopo aver raggiunto la testa di ponte dell'Etruria, Sutri, riuscirono per opera di Quinto Fabio Rulliano a conquistarla definitivamente e a renderla città romana

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