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di Paolo Galiano e Claudio Lanzi

Siamo andati nella basilica altomedievale di Sant’Elia. Si trova in una valle circondata da dirupi in prossimità del paese di Castel S. Elia in territorio etrusco e falisco, tra l’etrusca Nepet (Nepi) e Falerii Veteres, la città principale dei Fallisci.

Forse la Basilica si sovrappose ad un antico tempio  di Diana, divinità assai spesso ospitata dalle selve e dalle acque. Il conte Ranghiasci[1]attribuisce le sculture dell’architrave dell’ingresso principale della basilica al tempio originario; La frase attribuita a San Benedetto relativa alla costruzione della chiesa perchécangiasse quella sentina infernale del paganesimo in uno speco di penitenza e in aula di santificazione” è probabilmente falsa. Ma è certissimo che tutto intorno a questo luogo, lungo i fianchi della montagna, sorgessero moltissimi eremi abitati da monaci provenienti da oriente. I testi consultati affermano che in questa località vi sia statoun sacello dedicato a Pico Marzio, mentre un culto dedicato a Falacer si sarebbe trovato sulle rupi sovrastanti l’attuale basilica. In realtà, proprio sopra le rupi si trova una piccola chiesa dedicata a San Michele (sovrapposizione non casuale, se Falacer, antica divinità che a Roma aveva come sacerdote uno dei Flamines minori, era protettore dell’Urbe[2], e Michele ha caratteri analoghi nella religiosità dei Longobardi, che occuparono il luogo nel VII sec.). Questa cosa è stata abbondantemente comprovata da altre visite in luoghi limitrofi, ad esempio nel famoso mitreo di Sutri.

Le prime notizie del  monasterium Sancti Eliae in valle Suppentonia (forse da sub pente, “[territorio] sotto [la giurisdizione del]le cinque” principali Abbazie benedettine[3]), le abbiamo intorno al 520: Fu forse sant'Anastasio (ex notaio della curia di Roma) a fondare quella comunità eremitica e a organizzare le vecchie grotte naturali. E’ anche possibile che questa sia stata la prima comunità in Italia, ad adottare la Regola di San Benedetto[4]). Un papiro del 557 conservato nell'Archivio vescovile di Ravenna parla di sant’Elia e, successivamente ne parla anche il grande papa Gregorio  nei suoi Dialoghi. Che il monastero fosse assai importante è dimostrato anche dal fatto che, proprio aCastel Sant’Elia ci fu il famoso incontro con Teodolinda che determinò la  successiva conversione in massa dei Longobardi[5].

Si hanno notizie certe, che, nel periodo delle grandi riforme monacensi, Alberico II duca di Spoleto, affidò a Oddone, secondo abate di Cluny, il monastero di S. Elia con l’incarico di riformarlo.

E’ interessante e simbolicamente significatovi l’aneddoto del  miracolo di Odone. Constatato che i monaci mangiavano carne nei tempi in cui ciò non era concesso dalla Regola, Oddone trasformò il torrente che scorre sotto il monastero in un lago, in modo tale che i monaci non dovessero compiere grandi fatiche per procurarsi il pesce; Il posto si chiama tuttora“località del lago[6]. Questo dato però confermerebbe la presenza di un tempio consacrato a Diana, perché la Dèa, come noto, amava avere templi circondati dalle selve e vicini ad un bacino lacustre, quale quello assai più famoso di Nemi[7].

La basilica venne quasi completamente distrutta dalle incursioni dei saraceni che si spinsero nell’Alto Lazio. All'inizio dell'XI secolo l'abate Elia ricostruì la basilica nelle forme che vediamo oggi; nel 1258 passò dai Benedettini ai Canonici di S. Spirito in Sassia a Roma. Nel 1607 la caduta di un masso dalla rupe danneggiò la parete laterale sinistra, per cui su questo lato gli affreschi sono completamente mancanti: I Farnese, in un periodo assai intenso di “scambi” di proprietà nell’alto Lazio, acquistarono la basilica dalla Camera Apostolica e, fra il 1540 e il 1649 la riparararono. Anche Lucrezia (Borgia), vi risiedette per pochi mesi[8].

 

altDobbiamo notare che del primo edificio di VIII-IX sec. restano soltanto il pulpito di Gregorio IV, le colonne romane riutilizzate nella navata centrale e alcuni frammenti che ritroviamo nella decorazione della facciata; Gli affreschi del XI secolo nell’abside e lungo le pareti hanno quasi tutti come tema l’apocalisse giovannea e alcune celebrazioni importanti di Santi e profeti. L’interno è diviso in tre navate da colonne romane di spoglio (provenienti presumibilmente dal tempio di Diana (fig 1). La navata maggiore presenta sette archi per lato, sorretti da sei colonne con capitelli corinzi di forme differenti e da due semi-colonne terminali; al transetto, che risulta sopraelevato di tre gradini, si accede attraverso tre arcate che lo separano dalle tre navate. L'altare maggiore è sormontato da un ciborio che ha conservato una croce cosmatesca; altri lavori cosmateschi sono i pavimenti presenti nel transetto, su cui ci siamo soffermati, confrontandoli con quelli della navata centrale. Della Schola Cantorum (assai frequente nelle basiliche dell’epoca) resta solo l'ambone che nel suo lato destro presenta il fiore a otto petali, simbolo complesso legato al battesimo, alla rinascita e al chrismon. Il pulpito è stato rifatto diverse volte e le parti sono state ricombinate fra loro, perdendo quella unità simbolica presente in altre chiese (come Santa Maria in Castello).

L'abside è affrescato dai fratelli Giovanni e Stefano e da un nipote di Giovanni, Niccolò (inizio XI sec.). Gli affreschisono conservati straordinariamente bene, nonostante l’umidità e i terremoti. Il catino absidale, su cui torneremo, è dominato nella parte alta dalla figura del Cristo Redentore con al fianco Pietro e Paolo e altri due santi non identificati, in basso dodici agnelli, che simboleggiano gli Apostoli, che si dirigono verso l'Agnello di Dio. Nella parte inferiore è rappresentato un corteo di vergini che portano corone da offrire ad una Madonna che doveva essere raffigurata al centro del dipinto e che è andata distrutta; di questa parte rimangono solo due Arcangeli, Michele e Raffaele. Il lato sinistro del transetto risulta spoglio, probabilmente a seguito della caduta del masso che nel 1607 lo distrusse. Il lato destro è ricoperto di affreschi che raffigurano visioni dell'Apocalisse: in alto una teoria di Profeti, più in basso la processione dei Vegliardi apocalittici diretti verso l'Agnello che sollevano in alto coppe (o forse candelabri) d'oro sorrette dalle mani velate. Segue la morte di sant'Anastasio con le esequie e il dolore dei monaci e l'Arcangelo Michele che chiama Anastasio, figura del Michele psicagogo. Nella navata destra della basilica sono presenti dipinti di artisti locali.

La cripta è costituita dadue ambienti: il primo contiene la tomba di San Nonnoso; il secondo, più ampio, si sviluppa sotto la parte centrale del transetto e dell'abside ed ospita la tomba di sant'Anastasio.Nella cripta restano tracce dell’abside della prima chiesa.

 

La Basilica di Sant’Elia è strettamente legata al culto di San Michele Arcangelo, a cui è dedicata una piccola chiesa sul costone roccioso che sovrasta la Basilica. Secondo la leggenda agiografica[9], l’Abate Anastasio ebbe in questo luogo la visione di Dio in trono che chiamava lui e poi altri nove monaci perché Lo contemplassero, visione a cui seguì la morte uno dopo l’altro di Anastasio e dei suoi monaci; a questo episodio si riferisce l’affresco dell’abside.

Il sentiero che porta a San Michele giunge fino alla grotta-santuario di Santa Maria ad rupes, luogo frequentato dai monaci fin dal VI sec., presso il quale si trova la “grotta di S. Anastasio”, eremitaggio attribuito al santo fondatore della Basilica (un altro simile si trova nel paese, al di sotto della terrazza della piazza principale ed è intitolato a San Leonardo).

 

Dalla Basilica proviene[10] una delle più grandi raccolte di paramenti liturgici medievali di XI-XIII sec. recentemente restaurati ed esposti nell’ex Oratorio di S. Anna a Castel S. Elia. I paramenti  provengono da manifatture di Palermo di scuola siculo-islamica e riprendono temi che risalgono in parte al periodo fatimida dell’XI sec. e in parte a quello ayubbida (metà del XIII). Questo ritrovamento conferma ancora di più sulla impostazione "orientale" delle comunità monacensi installatesi in quei luoghi. L’attribuzione è stata possibile anche per la corrispondenza tra alcuni di questi manufatti ed il celebre manto di Ruggero II conservato a Vienna nella Schatzkammer.

Tra questi paramenti, già citati ed enumerati dal Ranghiasci e “conservati con decenza[11] ai suoi tempi, a differenza di come sono stati riscoperti pochi anni or sono, i più importanti sono tre paia di sandali pontificali, segno di un particolare riconoscimento dei Pontefici verso gli Abati di Sant’Elia, poiché essi venivano concessi solo a vescovi e ad Abati particolarmente meritevoli. Ai sandali pontificali veniva collegato un particolare simbolismo che risale almeno al XIII sec.: “Il significato simbolico della calzatura viene ripreso da più antiche tradizioni da Urbano IV (1261-1264), che specifica come esse tutelino contro ‘il contagio della polvere terrena e della gloria umana’. Pochi anni dopo l’OrdoXIII, del 1272-1273, che porta il nome del papa Gregorio X, stabiliva che dopo l’assunzione al soglio petrino il neo-eletto ‘depositis communibus calceis, si habentur rubea calciamenta papalia calciantur eidem’: depositare le scarpe con le quali si è camminato nel mondo, per indossare quelle più appropriate del Vicario di Cristo[12]. L’adorazione delle scarpe o dei sandali del “guru” ha una connotazione molto forte anche in ambito orientale e medio-orientale per cui tale forma devozionale ha sicuramente un senso tradizionalmente universale.

 

Alcune riflessioni sui particolari riferimenti simbolici

Questa chiesa ha un apparato di affreschi bizantineggianti di cui è rimasto parecchio ma, dal punto di vista simbolico, che è quello che a noi maggiormente interessa, propone alcuni quesiti di affascinante soluzione, in parte dovuti ai rifacimenti sicuramente intervenuti dopo i vari crolli e distruzioni che hanno contrassegnato la sua storia, e in parte dovuti a delle “stranezze”  su cui poco si è espressa, per lo meno a quanto ci risulta, la critica ufficiale (per tale ragione saremo ben lieti di accogliere suggerimenti e rettifiche da chiunque vorrà proporcele). La chiesa, seguendo l’Apocalisse insiste molto sul numero 7 (come santa Sabina insiste sul 9). Sette sono i sigilli, sette vegliardi, sette gli Angeli-vescovi, sette i candelabri, sette le vergini, sette le piaghe, ecc. Nell’apocalisse II-12 si dice “Qui vicerit faciam illum columnam in templo dei mei”. Per cui il rapporto fra colonne, vescovi e settenario sembra acclarato.

Come già detto è probabile che le colonne corinzie siano appartenute al precedente tempio di Diana.

Esse sono tutte uguali e perciò tale ipotesi potrebbe avere un senso; ma la cosa che ci risulta abbastanza anomala rispetto alle abitudini romane è l’uso di capitelli decisamente differenti l’uno dall’altro pur mantenendo lo stile corinzio.  Per tale ragione saremmo dell’idea che tale opera sia d’epoca protocristiana e che i capitelli siano stati rimaneggiati partendo da elementi marmorei più grandi, in stile diverso e poggiati sopra le colonne.

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Oltretutto, in prossimità dell’altare, e a delimitazione del ciborio e del sottostante mosaico cosmatesco, compaiono due lastre marmoree che riportano dei simboli realmente protocristiani e cioè la croce del Chrismon che si divide in tre sui terminali di ogni braccio, così come appare dalla fig 2a e 2b. Tale immagine, fotografata da Paolo Galiano durante la visita è contrapposta ad una stilizzazione altrettanto “rozza” di un orante prostrato in terra. Charbonneau Lessay afferma che tale tipologia di croce è stata trovata anche in una tomba merovingia. Queste sono comunque raffigurazioni che troviamo realmente agli albori della glittica cristiana; probabilmente dimostrano la necessità di confermare “l’espansione” della metafisica trinitaria attraverso la rappresentazione grafica primordiale. Teniamo anche presente che nella potente ritualità cristiana dei primi secoli, una certa enfasi che non esitiamo a definire “shamanica”, esaltava alcuni momenti liturgici; ad esempio la famosa raffigurazione dell’”orante” (con il capo velato o meno) che troviamo in tante case romane dal primo al terzo secolo, dove i culti cristiani convivevano con altri, di tipo egizio, dionisiaco e zoroastriano, era sempre presente e oggi diventa assai difficile immaginare a quale ritualità sia attribuibile una determinata raffigurazione.

Poiché però il tema fondamentale della chiesa è incentrato sull’Apocalisse giovannea, nella parte destra dell’abside troviamo una rappresentazione dei momenti “salienti” di tale libro sacro.

Il primo confronto è contrassegnato dalla processione verso il centro dell’abside, in cui un gruppo di saggi-profeti-vegliardi e sante-vergini portano rispettivamente dei candelabri ad una sola torcia e delle corone sostenendole in alto con le mani velate (e ciò conferma la prosecuzione della tradizione sacerdotale romana connessa alla separazione dell’oggetto sacro dal contatto con le mani come abbiamo visto in altre chiese protocristiane) (fig 3, fig 4).

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E’ probabile che le corone vengano portate alla Vergine ma purtroppo l’intonaco centrale è completamente caduto perciò la cosa non è dimostrabile. Visto il tipo di affresco, assai connotato secondo una logica mediorientale, potremmo azzardare che al centro si trovasse una Vergine-Sofia, assai in linea con altre raffigurazioni bizantine. Altrettanto dicasi dei vegliardi. La figura centrale potrebbe essere il Cristo con in mano la Croce. In alto, nel catino dell’abside il Cristo in piedi ammaestra e giudica con in mano il rotolo chiuso (segno che la Verità è ancora celata a chi non è pronto) fig 5.

In tal modo avremmo, tre “livelli" di conoscieza e coscienza teologicamente coerenti con la scuola di Bisanzio più che con quella Romana: In alto il Cristo che ammaestra, in basso, rispettivamente, la Sapienza e il Cristo trionfante.
Ma, come si vede assai bene dal catino, al disopra del Cristo una mano (quella del padre) che esce dall’empireo ineffabile, porge la corona sulla testa del Figlio.

Insomma: un piccolo trattato teologico.

Abbastanza problematico è individuare cosa stiano facendo gli Angeli (Michele e Raffaele) con quello strano oggetto in mano che compare in fig 6 e 7. Sembra una specie di trottola con tre-quattro semicerchi concentrici in grado di ruotare uno dentro l’altro, incernierati sullo stesso asse.

Un regolatore del tempo? un astrolabio? Un oggetto per determinare i ritmi e le ore? Armonices Mundi? Su questo particolare saremo lieti di ricevere una lettura più illuminata e chiara della nostra.

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Un piccolo accenno merita il capitello retrostante la facciata con un gruppo di personaggi nudi intenti presumibilmente alla danza (o comunque alla celebrazione di un rito); uno di costoro mostra tra le gambe un fallo decisamente importante (fig 8). Raffigurazioni del genere, come abbiamo mostrato altre volte, sono abbastanza frequenti nella glittica dell’alto medioevo. Alcuni le vedono come una “riprovazione della lussuria”, altri, e noi siamo fra costoro, come una esaltazione della potenza del luogo. Siamo in piena influenza longobarda e i culti della fertilità importati dal nord sono ancora molto forti e presenti nei residui di liturgia pagana, evidenti nelle forme, se non nei contenuti, anche all’interno di comunità monastiche.

Un mosaico straordinario contraddistingue la pavimentazione di fronte all’altare. I Cosmati ci hanno abituato alla filologia iniziatica dei loro disegni pavimentali e alle loro infinite proposte di quadratura del cerchio. In questo caso abbiamo il quadrato interno (trasverso rispetto al primo, proporsi con i vertici sull’asse maggiore della chiesa (fig 9). I due quadrati individuano l’ottagono. La ritmica di questa serie di mosaici è virtuosamente sapiente. I 4 cerchi esterni, basi del nodo continuo che ritroviamo ovunque nello stile longobardo e celtico, si congiungono gli uni agli altri passando “sotto” il perimetro dei quadrati. Ciò, oltre a suggerire l’importante intreccio del quaternario nella liturgia cristiana (I 4 apostoli, le 4 virtù, i 4 elementi formatori dell’universo, le 4 direzioni ortogonali, ecc). individua un labirinto e il percorso liturgico riservato ai sacerdoti durante la celebrazione. 

Ci siamo poi brevemente soffermati sui tre portali (ricostruiti con i materiali della basilica più antica).

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Ci sono tre particolari che ci sembra interessante porre in evidenza: L’uomo annodato nel tralcio di vite, anche lui sessualmente assai dotato fig 10; il bellissimo intreccio continuo parallelo che viene richiamato negli affreschi dove si allude ad un flusso d’acqua (fig 11), e gli interessantissimi fiori-stelle numerologicamente fuori del comune. In fig 12 appare ad esempio una stella a 9 punte (la “potenza” del 3). Assai interessanti sono anche i residui dell’archivolto centrale e dell’architrave maggiore ma si tratta di raffigurazioni più frequenti e ne abbiamo parlato in altre occasioni. (visite a: Santa Sabina, Santa Prassede, Santa Maria in Castello)

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[1]
RANGHIASCI  Memorie o siano relazioni storiche cit. pagg. 38-40. L’Autore tratta estesamente della Basilica nelle pagg. 279-311.

[2]Falacer è il Dio della falisca, che è il nome della rastrelliera della mangiatoia ma anche della falarica, la lancia da getto con la punta imbevuta di stoppa e pece infiammata, per cui come “Dio della falisca” Falacer è in rapporto con Pales-Fales, la “Dèa delle torri”, il che ci riporta alle divinità protettrici armate di lancia o di pilum che difendono le mura della città (vedi più ampiamente GALIANO e VIGNA Il tempo di Roma, ed. Simmetria Roma 2013, pagg. 164-165).

[3]FUNICELLO Dagli Etruschi fino ai giorni nostri. Castel Sant’Elia (a cura del Comune di Castel Sant’Elia).

[4]FUNICELLO Dagli Etruschi fino ai giorni nostri cit.

[5]I paramenti liturgici di Castel Sant'Elia: la loro storia e la cronaca del restauro,a cura di MERCALLI e CHECCHI, Gangemi ed., Roma 2012 pag. 13.

[6]GIROLAMI La Basilica Romanica di Sant’Elia a Castel Sant’Elia (VT), Tip. A. Spada, Ronciglione - VT 1996

[7]Rimandiamo a GALIANO e VIGNA Diana e Apollo – La Selva e l’Urbe, ed. Simmetria Roma 2015.

[8]Citiamo come curiosità quanto scrive sulla testimonianza del Gregorovius SIGNORELLI in Viterbo nella storia della Chiesa vol. II cap. VI pag. 311 nota 26: “Dei beni loro confiscati [ai Colonna] si fecero due ducati, fra cui quello di Nepi dato ad un fanciullo di 3 anni, Giovanni figlio del Papa e di Giulia Farnese, sfrontatamente legittimato il primo settembre, dopo aver tentato di attribuirlo a Cesare”.

[9]RANGHIASCI  Memorie o siano relazioni storiche cit. pagg. 292-293.

[10]I paramenti liturgici di Castel Sant'Elia cit. pagg. 51-52.

[11]RANGHIASCI Memorie o siano relazioni storiche cit. pag. 309.

 
 
 
 

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