Atti del Convegno "La dimensione Apocalittica e la mutazione dei tempi"

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Atti del convegno

 

organizzato in collaborazione con “Russia Ecumenica”

 L’annuncio della successione delle ere e della fine dei tempi. La dimensione del Tempo, quale ente arcaico, vincolato allo spazio, che limita e definisce la percezione di noi stessi e dell’intero Universo e che, con la falce di Saturno, collega la transitorietà dell’apparenza terrena ad un’Eternità di cui tutti parlano… ma di cui tutti hanno paura.

 Con i contributi di:  

  • Nuccio D’Anna
  • Claudio Lanzi
  • Fabrizio Ridolfi
  • Gianfranco Ersoch
  • Riccardo Garbini
  • Leopoldo Moschella 

130 pag.- 19 €, illustrato

 


La dimensione apocalittica e la fine dei tempi. Alcune pagine estratte dalle relazioni

Da: I CICLI COSMICI E LA FINE DEL TEMPO NELL’ANTICHITA’ di Nuccio D’Anna

La concezione del tempo nel mondo classico era estremamente variegata e toccava gli ambiti più vari, dalla strutturazione del calendario alla vita rituale e alla cronologia mitica. Uno degli esempi più famosi di una concezione del tempo che si può senz’altro definire “ciclica” è senza dubbio quella di Esiodo che addirittura delinea una storia del mondo centrata su cinque epoche assimilabili in tutto agli yuga delle speculazioni temporali indù. Secondo Esiodo, all’inizio della storia si trova l’età dell’oro, un’epoca di pienezza spirituale nella quale regnava Kronos, il dio delle “misure” e della “verità”, il re degli dèi che amministrava un’epoca “a-cronica”, nella quale il tempo sembrava non scorrere, fermarsi, e il lentissimo movimento dei corpi celesti era governato dal pianeta Saturno, l’”Helios il Titano” assimilato ad un arcaico “sole notturno” in alcuni miti, colui che aveva governato la struttura siderea in un’epoca ormai tramontata. La storia umana vera e propria comincia con l’età dell’argento, quando gli uomini era “come fanciulli”, cui segue l’età del bronzo, quando appaiono uomini tracotanti, forti, implacabili, ripieni di hybris e assimilati ai “giganti” di altri mitologhemi. Tuttavia, questa specie di corrente inesorabile che conduce verso il basso sembra potersi arrestare: ad un certo punto appare una stirpe di Eroi che tenta di fermare il processo di decadenza, ma il tentativo abortisce ed arriva inesorabile la quinta età, la ferrea, “quando gli uomini sono come vecchi” e il mondo si avvia inesorabilmente verso la fine.

Il racconto di Esiodo è particolare, non facilmente collocabile all’interno delle tante speculazioni sul tempo che arricchiranno il pensiero filosofico ellenico. Il Reitzenstein addirittura riteneva che Esiodo avesse riadattato tutto un sistema speculativo derivato dalla Persia, cosa che lo induceva a pensare che la struttura esiodea delle cinque età doveva prevedere anche un “rinnovamento” del tempo, ossia prevedere la possibilità che giunti alla fine dei cicli, al punto estremo dell’età oscura, ci sarebbe stata una ripresa del tempo aureo perché, comunque, la ruota cosmica continua a girare e “riporterà” il cosmo alla perfezione originaria.

Questa antica struttura ciclica del tempo trova un curioso riscontro in alcuni testi orfici. In un Inno riportato dallo ps.Aristotele nel suo de mundo e classificato dal Kern come fr. 21a, si ha una raffigurazione del mondo che non trova riscontri altrettanto articolati in ambito speculativo ellenico:

“Zeus nacque per primo, per ultimo Zeus dalla vivida folgore;
Zeus è la testa, Zeus il mezzo; tutto si è prodotto da Zeus;
Zeus è la base della terra e del cielo stellato;
Zeus fu maschio, Zeus immortale fu fanciulla pronta alle nozze;
Zeus è il soffio di tutte le cose, Zeus è l’impeto del fuoco instancabile.
Zeus radice del mare; Zeus, sole e luna;
Zeus è re, Zeus dalla vivida folgore il sovrano di tutte le cose;
dopo aver nascosto ogni cosa, li riportò alla luce gioiosa
del suo puro cuore, compiendo opere terribili”.   

Da: I CONFINI DELLA PERCEZIONE E DELLA RAPPRESENTAZIONE DEL TEMPO  di Claudio Lanzi

La storia pretende di costruire una verità sulla base di tracce, di memorie di documenti. Sono stati realizzati vari sistemi per misurare la attendibilità di tali documenti; e si va dai cosiddetti riscontri oggettivi con documenti simili, a riferimenti e tracciature di un documento rispetto ad altri che trattano lo stesso argomento, alle misurazioni con vari metodi sull’autenticità e vetustà dei documenti stessi. Tutte queste metodologie rendono la storia un processo scientificamente accettabile e condivisibile (indipendentemente dal fatto che tali tracce o documenti possano essere scientemente o incoscientemente manipolati).

Col  tempo la storia è diventata soprattutto sempre meno “memoria” e sempre più “documento” perciò quando nei suddetti documenti l’uomo rintraccia delle considerazioni, per così dire “antistoriche” o poco sillogistiche, cioè che vanno verso una dimensione del tempo e degli avvenimenti che in esso si svolgono, completamente diversa da quella consolidata da una determinata maggioranza “accademica”, si creano dei problemi.

Ciò succede regolarmente alla fine di ogni guerra (i vincitori hanno sempre ragione) e anche con indagini un po’ più estese verso il passato (vedi l’avollo o il rifiuto delle teorie evoluzioniste.

Ovviamente tutto ciò che è mitico o misterico (o, più estesamente, religioso) in un contesto di oggettivazione documentale diventa antistorico: da qui il tentativo di ricondurre il mito, il mistero e la religione ad una dimensione temporale in modo da interpretare qualsiasi ierofania in chiave sociale, politica, ecc..

Ma, a dispetto di tale mentalità ormai consolidata, ci troviamo di fronte ad un fatto imbarazzante:

 Tutti i testi “religiosi” che sono poi i testi più antichi dell’umanità, parlano di fenomeni non esattamente confinabili nella normalità e anche quando tali testi introducono una storia documentabile nella narrazione, il “tempo” o lo spazio vengono trattati in modo particolare. In tale spazio e tale tempo precipitano eventi normalmente chiamati col termine “soprannaturali”.

Lo studio moderno delle religioni o dei miti esce in genere dall’imbarazzo “metastorico” con quattro soluzioni:

La prima impone un reductio ad unum di tipo semplicistico: ciò che non rientra nell’oggettivo, nel documentabile, semplicemente… non esiste.

La seconda ci porta a dire che ciò che è sovrannaturale, o comunque “mistico” , è un modo con cui gli antichi divinizzano le origini e si creano un “pedigree” per così dire autorevole e un contesto di leggi e di gerarchie che fanno modo che il più furbo o più forte sottometta il più debole (dal dì che nozze tribunali ed are… diceva Foscolo).

La terza porta a credere ciecamente a tutto ciò che proviene da un mondo autorevole e delega il pensiero ed ogni decisione ad un icona più o meno sacralizzata è (e qui non farei differenze tra fideismo religioso o politico; sono fenomeni acefali in vigore fino ai nostri giorni in cui l’eroe socio-politico, da Che Guevara, a Lenin, a Mao, a Mussolini, è divinizzato, mummificato, onorato esattamente come un Dio). Sono tutti gli esempi in cui la faziosità sostituisce la fede (ma di questa parleremo in seguito).

La quarta soluzione (che, a mio avviso è la meno praticata) porta a cercare la verità dentro la narrazione, dentro la memoria, ma anche dentro lo “spirito” che anima la tradizione, il simbolo, portando l’attenzione verso lo stupore, la meraviglia superando la prevenzione verso il trascendente.

Da: LA DIMENSIONE APOCALITTICA NELLA TRADIZIONE INDIANA, note su pralaya, kalpa, kaliyuga e kalki avatara. Di Riccardo Garbini

Tempo e tempi. Nella tarda letteratura vedica (Atharva-Veda, XIX. 54) troviamo il tempo (kaala) come procreatore del cielo, della terra, e tutti gli esseri sono detti esistere suo tramite. Lo stesso calore primordiale (tapas) e il Brahman esistono in lui ed esso è il Signore di tutti. Il Tempo genera tutte le creature. L’universo stesso è messo in movimento dal Tempo, da lui prodotto e su di lui poggiante. Nella dottrina upanishadica la prospettiva muta radicalmente: il Tempo non è più ritenuto la causa ultima, quanto  un prodotto anch’esso del Brahman o della divinità (Scvetaascvatara Upanishad, VI. 1-2) “Alcuni saggi erroneamente dicono che [la causa] è la forza insita nelle cose, altri dicono che è il tempo. Ma è la potenza del dio nel mondo [la causa] per cui si mette in moto l’universo. Egli è colui che invero comprende tutto il mondo, il conoscitore, il creatore del tempo” (Della Casa 1976: 411). Altrove (Maitraayaniiya Upanishad, I. 6,15) esso con tutte le sue caratteristiche di causa (stavolta strumentale) della creazione viene presentato come il completamento del Brahman: “Il Brahman ha due aspetti, il tempo e il non tempo. Quello che è prima del sole è il non tempo, incompleto. Quello che comincia con il sole è il tempo ed è completo. Del [Brahman] completo l’aspetto è l’anno. Dall’anno invero nascono le creature, nell’anno, una volta nate crescono, nell’anno muoiono. Perciò l’anno è Prajaapati come tempo. Esso è il cibo, è il nido del Brahman ed è l’aatman”; tale concetto ricorre in altri passi (Maitrii Upanishad, VI. 14), dove viene ripetuto che tutte le creature nascono (sravanti bhuutaani), crescono e muoiono (vriddim prayaanti ca | kaale caastam niyacchanti) grazie al Tempo (kaalaat). Esso è “forma priva di forma” (kaalo muurtir amuurtimaan). Come caratteristica dell’onnipotenza divina, il tempo diviene semplicemente un aspetto del principio supremo (Kaivalya Upanishad, I. 8): “Egli è Brahma, è Shiva, è Indra, è l’immortale, il supremo, il Signore di se stesso, è Vishnu, è la vita, è il Tempo, è Agni, è la luna” (Della Casa 1976: 425, 482). 

La fine dei tempi, il pralaya del kalpa. Nella tradizione scritturale indiana, il termine chiave a significare la fine dei tempi è pralaya, “dissoluzione, riassorbimento, distruzione, morte”, specificatosi poi in seguito come “distruzione del mondo alla fine di un kalpa” [1]. Con la parola kalpa si intende un periodo di tempo di notevoli dimensioni, un vero e proprio evo cosmico, il quale, ancor più del termine pralaya, appare attraversare la millenaria letteratura indiana: la più antica testimonianza del termine kalpa rimonta infatti ai primi documenti politici indiani, ossia alle redazioni (Girnar e Kalsi) degli editti 4 e 5 dell’imperatore Ashoka risalenti al III sec. a.C.[2], mentre i suoi presupposti teorici li troviamo enunciati nel rigveda (X. 190.3) dove viene affermato che “Il Creatore dispose il Sole e la Luna, il cielo, la terra e la regione di mezzo come prima” (suuryaacandramasau dhaataa yathaapuurvam akalpayat / divam ca prithiviim caantariksham atho svah //).

Da: LA MELANCOLIA DEL DURER COME APOCALISSE, diGianfranco Ersoch

Ma, ancor più che come pittore, Dürer è stato maestro insuperato come incisore, ed il suo capolavoro assoluto in questa arte è considerata il trittico composto da “Il cavaliere, la morte e il diavolo” fig. 2, “La Melanconia” fig. 3 e “San Girolamo nello studio” fig. 4, considerate come le Meisteristiche ovvero le incisioni maestre. Queste tre opere hanno avuto diverse interpretazioni, a testimonianza del mistero che vi si nasconde; la più comunemente accettata è che queste tre opere rappresentino le virtù morali, nel caso della prima, le virtù intellettuali nel caso della seconda, e le virtù teologiche nel caso della terza. Ma sono state anche viste come le tradizionali vie della mistica: la via purgativa, la via illuminativa e la via unitiva. Ancora, sono state viste come le tre fasi alchemiche corrispondenti: la fase al nero, la fase al bianco e la fase al rosso.

Il punto è che, probabilmente, tutte queste interpretazioni possono essere contemporaneamente possibili, in quanto sovrapponibili analogicamente tra di loro, secondo la visione platonica dei diversi livelli di profondità di senso delle Scritture e di alcune opere d’arte. Del trittico, l’ultimo, San Girolamo nello studio, è la meno enigmatica rappresentando la pace profonda dello spirito di chi ha portato a compimento la propria realizzazione spirituale: la luce della Rivelazione Divina illumina lo studio e la meditazione del Santo; dei due elementi che ricorrono in tutte e tre le incisioni una, la clessidra, è dietro le spalle del santo perché il tempo e i suoi limiti sono superati dall’eternità dello Spirito, l’altra, il cane, è serenamente addormentato accanto a un leone, anche lui addormentato: tutti i contrasti e le dualità sono annullati nell’infinità dello Spirito.

Più enigmatica è la prima incisione: Il cavaliere, la morte e il diavolo. La fonte di ispirazione dell’opera si trova probabilmente in alcune righe tratte dall’Enchiridion Militis Christiani che Erasmo da Rotterdam pubblicò nel 1505: “Affinché non siate distolti dal cammino della virtù perché sembra duro e aspro, in quanto dovreste rinunciare agli agi del mondo e continuare e combattere tra sleali nemici, la carne, il diavolo e il mondo, questa terza regola ci viene proposta: tutti questi spauracchi e fantasmi che piombano su di noi, come le gole dell’Ade debbono essere ritenuti inesistenti, secondo l’esempio dell’Enea di Virgilio”.

Da: TEMPO ED ETERNITA’ NEL PENSIERO EGIZIO di Fabrizio Felici Ridolfi

S. Morenz, nel suo importante studio sulla religione egizia, riporta alcune espressioni tratte da testi del periodo ramesside, dai quali è evidente la concezione egizia del tempo come creazione divina e in quanto tale sottomessa al volere della divinità, che la gestisce e la governa: "...l'ieri non è forse come l'oggi nelle mani del dio?"; in un inno ad Amon si dice: "Gli anni sono nelle tue mani".

Nei miti cosmogonici dell'Antico Egitto il tempo nasce nel momento stesso in cui il cielo viene separato dalla terra e viene creato il sole (Fig. 1). La dea del cielo, Nut e il dio della terra, Geb, all'inizio erano uniti insieme in una sorta di abbraccio cosmico: fu il dio dell'aria, Shu, che li separò e così venne in essere la volta del cielo e la superficie della terra; nacque un "alto" e un "basso", un "sopra" e un "sotto", e questo evento fu il preludio all'altro atto creativo fondamentale: la nascita del sole. Con il sole iniziò il grande ritmo cosmico dell'alternarsi del giorno e della notte secondo una precisa cadenza temporale. Un passo dei Testi dei Sarcofagi dice: "Un possente, la cui forza soggiogò le potenze (dell'Abisso), introdusse gli Dei primevi, fu sommo sulle divinità, creò il tempo. E ciò fu quando Shu sollevò il cielo..." .

Il tempo riveste spesso un carattere etico, deve obbedire ad una legge di armonia e di giustizia: sia per gli uomini che per gli eventi le cose debbono accadere "nel tempo giusto", ossia quando è giunto il momento. Ramsete II, nelle iscrizioni del tempio di Luxor, è "come Seth nel suo tempo"; e alla fine ritorna vittorioso "come mio padre Montu nel suo tempo".  Horus nel tempio di Edfu "ha distrutto i nemici, nel suo tempo". Ad Apopi, il serpente cosmico, il nemico del dio Sole nel suo viaggio notturno, si dice: "Tu sei annientato, sei respinto nel tuo tempo" .

E come le persone o gli Dei, anche gli eventi naturali hanno il loro "tempo giusto". Il Nilo proclama:"Vengo su ogni anno dal mondo sotterraneo nel mio tempo". Horus promette al re: "Ti darò le terre delle rive  verdeggianti nel loro tempo".

Il tempo  può anche scorrere all'indietro? Questa suggestiva ipotesi è avanzata dall'egittologo E. Hornung. Nei testi funerari dell'Antico Egitto, nei quali si descrive il viaggio notturno del sole nelle regioni dell'Aldilà, l'astro inizia il suo viaggio come "vecchio" o "morto" (sole al tramonto) e rinasce all'alba come bambino, compie cioè un percorso a ritroso, dalla vecchiaia all'infanzia. Nella 12a scena del Libro della Duat, corrispondente all'ultima ora della notte, la barca solare viene trainata attraverso il corpo di un enorme serpente, chiamato "Vita degli Dei", che simboleggia il&

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