Astrologia CristianesimoMassimo Marra con un breve ma sapiente saggio sui rapporti tra Cristianesimo ed Astrologia (M.Marra - Astrologia e Cristianesimo - L’ascesi astrologica in Jan Van Ruysbroeck - ed. Simmetria) presenta un quadro completo del pensiero cristiano su questa Arte, antica e complessa, troppo spesso fraintesa o peggio ancora deviata nei suoi principi fondamentali come nell’applicazione da individui, a voler essere cortesi, ignoranti o mistificatori del suo vero e profondo significato, troppo facilmente adoperata a scopi puramente economici per lucrare sulla dabbenaggine dei creduloni.

Nei primi secoli della sua esistenza il Cristianesimo ha dovuto misurarsi con il sapere dei Gentili per prendere le distanze da quanto non era rapportabile agli insegnamenti dei suoi teologi, i quali si erano opposti con i loro scritti a tutto quanto aveva preceduto il Cristianesimo, anche se alcuni si erano dichiarati favorevoli a riconoscere l’esistenza di una “religione naturale” nel mondo pagano.

Già negli Atti degli Apostoli Pietro riconosce, probabilmente in opposizione con la fazione dei giudeocristiani di Giacomo il Giusto, che anche per i Gentili vi è possibilità di salvezza: “Dio ha reso loro testimonianza dando ad essi lo Spirito Santo come a noi: non ha fatto alcuna differenza fra noi e loro, avendo purificato i loro cuori per mezzo della fede[1]. Nel secolo seguente Giustino scrive: “Quelli che vissero secondo il Logos sono cristiani se anche passarono per atei, come tra i Greci Socrate, Eraclito ed altri simili[2].

Con Agostino nel IV sec. viene espressa in modo chiaro e inequivocabile che la rivelazione del Verbo, in modo differente ma pur sempre analogo, ha operato tra gli uomini prima dell’Incarnazione: “Quella che si chiama ora religione cristiana esisteva già presso gli antichi: non è venuta mai meno al genere umano dagli inizi fino all’Incarnazione di Cristo, dopo la quale la vera religione, che esisteva già prima, cominciò ad essere chiamata cristiana[3].

Tra le battaglie sostenute dai teologi e dagli apologisti vi fu anche quella contro l’Astrologia, eredità culturale e tradizionale che Roma aveva ricevuto dalle civiltà a lei precedenti. Nei primi secoli del Cristianesimo vi è una precisa opposizione da parte degli scrittori cristiani, che giudicano senza indecisioni quest’arte come diabolica o quanto meno fuorviante per il fedele, e questo in particolare per la sua interpretazione della lettura degli astri come necessitante e costringente per le azioni dell’uomo, al quale viene quindi negata ogni possibilità di scelta e di libero arbitrio.

Sarà solo con il XII secolo che la posizione almeno di alcuni autori inizia ad “ammorbidirsi”: Pietro Abelardo, e con lui Ugo si San Vittore e in seguito altri scrittori, considerano gli astri non più entità materiali e inanimate (o peggio ancora diaboliche) ma creature viventi e senzienti che possono in qualche modo avere influenza sulla natura e sull’uomo, ma non sulle sue azioni che rimangono causate dal libero arbitrio, seguendo così quanto aveva già detto Cicerone a proposito degli auspicia, che “i segni annunciano ciò che avverrà, se non si prendono provvedimenti[4], per cui per il Romano ai signa ex coelo l’uomo può rispondere accettandoli o meno, con tutte le possibili conseguenze che derivano dalla sua libera scelta.

La, potremmo dire, “apertura” nei confronti dell’Astrologia ebbe certamente base in una rivalutazione del platonismo, come dimostrano in particolare gli scritti di Guglielmo di Conches, di Bernardo Silvestre e di Guglielmo di Auxerre sull’argomento dei rapporti tra le stelle, la natura e l’uomo, fermo restando che l’intervento di quelle si limita all’area degli eventi naturali, come il susseguirsi delle stagioni o la crescita delle piante e delle messi, tutti effetti di cui gli astri sono la causa accidentale e non assoluta, come precisa Alessandro di Hales, escludendo il loro intervento sull’anima razionale dell’uomo.

Nel XIII secolo però la posizione degli autori ecclesiastici comincia a mostrare aspetti sempre più a favore di un’azione dei pianeti e delle stelle non solo sugli eventi naturali ma anche sulle attività dell’uomo, mutamento che potrebbe indicare una sopravvivenza dell’antica tradizione gentile e una sua diffusione presso un tale numero di persone e non solamente di ceto inferiore[5] da costringere la Chiesa a tentare un “riassorbimento” di una tradizione, quella astrologica, troppo diffusa per essere ignorata o osteggiata, proprio come è accaduto nella storia recente della Chiesa con il Concilio vaticano II e ciò che lo ha seguito.

Però dobbiamo tener conto di un’altra, e più interessante, possibilità: la penetrazione nella cultura cristiana di un modo di pensare proveniente da àmbiti esterni ad essa, in quanto tutto ciò coincide con la diffusione delle conoscenze di testi di lingua araba attraverso le prime traduzioni, testi non solo di Astrologia e più in genere di magia ma soprattutto di Ermetismo e di Alchimia. Non dimentichiamo infatti che l’Alchimia occidentale in questi decenni ha le sue prime origini proprio nel mondo degli ordini monastici, in particolare francescano (da Frate Elia e Paolo di Taranto a Giovanni da  Rupescissa, solo per citare alcuni nomi) e domenicano (Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, che l’attribuzione dei loro scritti sia autentica o meno, ma anche la “biblioteca alchemica” della chiesa domenicana di San Procolo a Bologna ne è testimonianza).

È proprio Tommaso d’Aquino con un suo scritto “ufficiale”, la Quaestio disputata de providentia, ad aprire il pensiero cristiano ad una teoria sugli astri per certi versi prossima a quella degli antichi. Citiamo Tommaso secondo il testo di Marra p. 35: “Dio governa tutte le creature inferiori attraverso le creature spirituali… Le cose corporali sono amministrate attraverso l’intermediazione degli angeli e tale ministero non si esercita che per mezzo del movimento: gli angeli muovono i corpi superiori [cioè gli astri] e i movimenti di questi causano il movimento dei corpi inferiori”. Tutto passa quindi attraverso una gerarchia di creature secondo l’ordine voluto da Dio: dalle schiere angeliche ai corpi celestie dai corpi celesti all’uomo, di cui sono in grado di influenzare, ma non determinare, le scelte.

È su questo progressivo adattamento della concezione della Chiesa sull’Astrologia che nella seconda metà del XIV sec. si innesta il pensiero di Jan van Ruysbroeck, esposto in particolare nel suo ultimo lavoro, il De vera contemplatione.

Seguendo l’ormai accettata interpretazione che astra inclinant non necessitant, Ruysbroeck afferma l’esistenza di un rapporto tra i pianeti e il singolo individuo in rapporto alla periodo della nascita scrivendo che “ogni pianeta esercita la sua influenza su coloro che nascono sotto il suo imperio”, per cui “ciascuno tende ad imitare, seguendo la natura, il pianeta sotto la cui influenza egli è nato”. Per tale motivo egli traccia un percorso spirituale che si deve seguire a seconda del “tipo planetario” e quindi dei vizi e delle virtù proprie al pianeta sotto la cui influenza si ha la nascita dell’individuo. Ad esempio coloro che nascono sotto Saturno dovranno combattere in particolare contro la freddezza e la crudeltà di questo pianeta che, dice Ruysbroeck, “oggi domina tutta la terra sia d’estate che d’inverno, poiché la carità si è raffreddata, il che fa sì che gli uomini siano aridi e secchi, sterili in buone opere, per nulla inclini ai buoni costumi, superbi, astuti e maliziosi”. I nati sotto i segni del Capricorno e dell’Acquario, sottoposti al dominio di Saturno, saranno quindi in modo particolare legati ad una vita dissoluta e “si abbandonano ai godimenti seguendo l’inclinazione della loro natura… intemperanti, immoderati nel bere e nel mangiare, inclini alle voluttà corporali e alla soddisfazione dei loro desideri”.

Ma come si è detto le influenze degli astri non sono costringenti e l’uomo grazie al libero arbitrio di cui è dotato le può correggere ed eliminare. Ruysbroeck concepisce il rapporto tra uomo e pianeti definendo gli uomini come “figli dei pianeti, che influiscono sulla nostra natura mortale ed in qualche maniera la dominano”, per cui, scrive Marra, “le anime sono direttamente assimilate alle stelle” e come queste possono inclinare al vizio o alla virtù a seconda della capacità individuale di essere assoggettati alla natura o di riuscire a dominarla. L’anima virtuosa si rende capace “di esplorare le inclinazioni planetarie e di liberarsene nel corso di un auto-trascendimento che costituisce l’essenza del percorso mistico” al termine del quale vi è “la liberazione dalle influenze planetarie e la rigenerazione”.

 

[1] Atti XV 8.

[2] GIUSTINO I Apol XLVI.

 [3] Agostino Retract I, 13.

[4] CICERONE De divin I, 29.

[5] Il termine dispregiativo “paganesimo” deriva da pagus, il villaggio abitato secondo il pensiero degli scrittori e degli storici ecclesiastici da gente incolta e superstiziosa. Anche per questo preferiamo riferirci all’antica tradizione precristiana con il termine di “gentile”, in quanto patrimonio della gens.M. MARRA: ASTROLOGIA E CRISTIANESIMO

 

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