Ricordo di Giuseppe Acerbi (17 gennaio 1951- 6 giugno 2019)

Un corpo dimenticato in una casa dove abbondano gatti e qualche cane, ritrovato dopo quasi un mese dal trapasso.

Non siamo in una anonima metropoli da un milione di abitanti ma in un minuscolo paesino da un centinaio di anime: nessuno si è accorro di nulla, in morte come in vita. Nessuno si era accorto di chi realmente fosse Giuseppe («Pino» per gli amici) Acerbi, geniale orientalista, scrittore – e in gioventù anche esordiente regista -, ma per i compaesani solo una presenza «strana», marginale, se vogliamo servirci di questo termine pur non avendone ancora valutato appieno la portata. Al Liceo, Giuseppe Acerbi è già un ribelle; siamo negli anni ’70, quelli della contestazione, le sue provocazioni sono raccolte da un importante e allora esordiente giornalista musicale, Mario Luzzatto Fegiz.

A queste prime esperienze faranno seguito tra il 1971 e il 1977 i classici viaggi in Oriente (India e Iran) e in Africa, e l’autoproduzione di un film in 16mm ispirato al mito anatolico (ittita) di Kessi.

Il film, originariamente girato in b/n (negli anni ’90 rielaborato anche in una versione ricolorata) verrà presentato in diversi festival, senza purtroppo ricevere l’attenzione che merita. Gli anni che vanno dal 1978 al 1984 vedono l’Acerbi impegnato ad approfondire le tematiche legate alle religioni e alle filosofie orientali.

Si laurea all’Università di Venezia Ca’ Foscari in Indologia con il prof. Gian Giuseppe Filippi, con una monumentale tesi sulle origini indiane (principalmente il Mahābhārata) del Kālacakra. Una tematica legata all’avvicendarsi dei cicli cosmici, che segnerà in maniera profonda gli studi a venire.

Dopo una breve collaborazione con il Dipartimento di Lingue e Letterature Orientali sempre dell’Università di Venezia, Acerbi inizierà una intensa attività pubblicistica che non sempre avrà riscontri positivi da parte degli editori. Acerbi studia le fonti mitologiche del Medio ed Estremo Oriente con l’intento di svelare relazioni e analogie con l’epica del Medioevo romanzo. Una dimensione «comparativa» nella quale gli avvicinamenti e i paralleli assumono un significato completamente nuovo. Si pensi ad esempio ai cicli leggendari hindu e buddhisti legati alla versione orientale del Castello del Graal, cioè il Monte Meru. Collocato al centro del mondo, il Meru viene talora raffigurato a gradini e circondato dall’acqua; intorno vi ruotano il Sole e la Luna.

Su di esso è intronizzato il Buddha con i suoi Bodhisattva, mentre la Fenice vaga sotto gli alberi. In un altro mito c’imbattiamo nella figura del Pescatore associato al Monte, al modo che il «Re Pescatore» lo è al Castello del Graal. È un motivo che l’Acerbi ha studiato esaustivamente in tante pubblicazioni. Basti ancora ricordare l’iconografia del Monte Meru circondato dalle acque dell’Oceano, sulle quali il Pescatore naviga nella sua Barca: un’epifania del dio Brahmā, un «Pescatore di Luce» talora duplicato nell’Avatāra del dio Viṣṇu noto come il «Pesce d’Oro», funzione in origine rivestita da Brahmā.

È il custode della Montagna Sacra, nonché il suo gnomone o dominatore. Tutti questi esempi esprimono coerentemente un simbolismo unico: il «ricordo» di una forma ideale di esistenza e il «ritorno» a una condizione di perfezione interiore. Il luogo della libertà è ben diverso dalla semplice opposizione, e non si trova neppure mediante la fuga. La vicenda di Giuseppe Acerbi, ribelle alla filologia ingessata e alla storia delle religioni incardinata su forme avulse del sentire, è emblematica per chi da un punto di vista «illuminato» ha tentato di creare una nuova ortodossia, questa volta fondata su norme editoriali e diacritici. Acerbi non ha mai accettato tutto questo, anche se i suoi lavori esprimono una acribia e una precisione infinite.

Se è vero, come pensavano Buddha, Platone e Shakespeare, che l’universo è un gioco di illusioni, e noi ne siamo le infime ombre teatrali, allora ogni evento si dissolve nella propria vacuità. Ma gli umani fantasticano, delirano, giocano senza sapere cosa stanno realmente facendo, esibiscono il gigantesco ego, ripongono la loro fiducia nel progresso, si credono immortali. Nell’agosto del 2007, l’Ufficio statale cinese per gli affari religiosi approvò l’«ordinanza numero cinque», una legge che doveva entrare in vigore il mese successivo e che regolava «le misure di gestione della reincarnazione di Buddha viventi nel buddhismo tibetano». Questo «importante passo per istituzionalizzare la gestione della reincarnazione» stabiliva le procedure attraverso le quali si compiva la reincarnazione – in breve, proibiva ai monaci buddhisti di reincarnarsi senza permesso governativo: nessuno fuori della Cina poteva influenzare il processo di reincarnazione, e solo i monasteri in Cina potevano fare domanda per averne il permesso.

Ezio Albrile

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