recensione di Livia Mancini
 
altNell'Ottobre 2012, sul sito web dell'Associazione Simmetria, spunta un articolo dal titolo Non uccidere: chi?. Subito penso che si tratti di un “biblico” commento ad uno dei dieci comandamenti. Ma che ci fa in bella vista la foto di una mucca felice di pascolare libera sui monti? Bastano poche righe per capire che l'argomento della riflessione tocca corde molto antiche e molto profonde, che riguardano quello che almeno una volta ci siamo chiesti, seduti a tavola, durante il banchetto delle Feste, addentando una gustosissima costoletta d'agnello: “Riuscirei ad ucciderlo io, con le mie stesse mani?”. Ma soprattutto, all'invito dell'autore alla visione del documentario allegato all'articolo, fiumi di sangue e occhi di animali bellissimi che chiedono pietà di fronte a quello che sanno essere il colpo di grazia, cosa si scatena nei vostri pensieri? E nelle vostre coscienze? Tutto il resto sta oltre un filo sottile, fatto di consuetudini alimentari, di tradizioni culinarie, di stili di vita, di dibattiti vegetariani-vegani, animalisti, cacciatori e carnivori oltranzisti. Ma c'è di più. Ed è attraverso il libro nato da queste considerazioni, Gli animali e l'anima, che Claudio Lanzi ci accompagna in un “viaggio al centro della terra” dei nostri bisogni, o come dice l'autore, alle radici della violenza, della crudeltà, della prepotenza, e dovremmo dire del “male”. Non si cammina attraverso ovvi, seppur dolorosi, ragionamenti ecologico salutistici, o attraverso quella che l'autore chiama audience emotiva. Si entra piuttosto in contatto con il dubbio “ se sia realmente possibile andare al di là dei buoni propositi ed eliminare la sofferenza arrecata volontariamente o, al contrario se il dolore di qualcuno sia sempre necessario per garantire la vita o a volte addirittura la gioia di qualcun altro.”
 
Il dibattito stupisce, non si legge di animali, di panini imbottiti del fast food, o di multinazionali e vegani sulla cresta dell'onda. La riflessione si snoda attraverso il confronto tra esseri umani, sulla sopraffazione come metodo, sul genocidio autorizzato con logica sociale o culturale o politica o religiosa, e ci si chiede molto semplicemente: “ E se non ci interessano le stragi di uomini, perché dovrebbero mai interessarci quelle di animali?”. “La potenza, o  pre-potenza, organizzata logicamente e preventivamente, ha consentito da sempre, e consente anche oggi, lager, deportazioni di massa, pulizie etniche, esportazioni di “democrazie” e poi, cambiando regno: allevamento e strage di animali per puri fini commerciali o estetici”. E dichiara l'autore: “Il fatto che io non mi stia occupando di differenziare la prepotenza dell'uomo sull'uomo da quella sugli animali, non vuole essere affatto una posizione accattivante, di tipo animalista o vegetariano, ma serve a mettere in luce come l'indifferenza verso coloro che consideriamo (a torto o a ragione) inferiori, abituiall'indifferenza verso qualsiasi forma di dolore (che non sia quello nostro, o del nostro clan familiare o sociale).”
 
Nella laicizzazione e nel distacco dalla sacralità dell'esistenza, Claudio Lanzi trova le radici di un comportamento sistematico ed inesorabile, che nel corso dei secoli ha privato il rapporto uomo-natura e uomo-animale della sua antica origine e del suo equilibrio magico. Depredazione, accumulo, distruzione, nulla ha a che vedere col senso dell'alimentarsi che consente l'esistenza biologica ma anche quella spirituale, perché come si sa “senza un corpo a sostenere la ricerca filosofica, mistica e spirituale, non esisterebbe l'oggetto stesso della ricerca”. “L'alimentazione quindi è il sostegno della sacralità dell'esistenza stessa, come il respiro, come la circolazione sanguigna, come il processo riproduttivo. Eppure proprio questi processi, fondamento della vita, ricevono un'attenzione filosofica assai scarsa e vengono sempre più considerati nel loro aspetto meccanicistico, funzionale, utilitaristico: svincolati da qualsiasi contatto con il rito, con il ritmo, e quindi con la sacralità.”
 
E' evidente che ritualità alimentare e sacrificio, elementi di cui conserviamo ormai tracce quasi invisibili, si collocano su un piano completamente diverso dal semplice consumo di alimenti veloce e asettico.
Preparare il cibo, fare una croce sul pane che lieviterà, uccidere l'animale migliore per farne offerta votiva al dio, nulla si interseca col modo di alimentarsi moderno, fatto di gesti abitudinari senza “attenzione” e di carneficine in batteria senza misura. La dignità del morire era raffigurata nell'uccisione di un animale della stalla, per festeggiare occasionalmente un ospite, o santificare una Festa. Gli animali del cortile erano parte della vita quotidiana, fornivano uova, latte, letame per la terra, pellami, e con la loro uccisione per la carne tutti, inclusi i bambini, partecipavano ad un rito, con rispetto e consapevolezza. “La preghiera, il ritmo e l'invocazione accompagnano sia l'atto di curare come quello di uccidere come quello di pregare per chi muore (animale incluso)”.
 
E invece mai come oggi, nell'epoca del rispetto e dei “diritti” pronunciati dalle bocche di ognuno, sono state esercitate la violenza e la gratuità nell'attuazione di uno sterminio animale così efferato.
L'autore lascia spazio alla possibilità di un'interpretazione variegata, includendo nel testo i commenti di numerosi lettori al quesito posto dall'articolo da cui nasce questa dissertazione, ma conclude con un pensiero netto e limpido: “Il problema della perdita del senso della sacralità dell'esistenza avalla la laicità del vivere. E l'etica di un vivere laico è sempre e comunque relativa. Il Bene e il Male possono essere comunque modificati in funzione di una laica esigenza sociale o di un sentimento condiviso. I religiosissimi indiani d'America mangiavano il Bisonte; e mai animale fu più sacro del totemico bisonte; e mai venne ucciso un bisonte in più rispetto a quelli necessari per sopravvivere. Questo si chiama senso del sacro.”
 
L.M.
 
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