ATTENZIONE: L'INAUGURAZIONE DEL NUOVO ANNO ACCADEMICO E' SPOSTATA PRESSO I LOCALI DELLA PARROCCHIA DI S. LUCIA
LA CONFERENZA PERTANTO SI SVOLGERA' il 29 Settembre 2018 alle ore 16  PRESSO Sala Convegni Santa Lucia - Via di Santa Lucia, 5 - Roma.
Di seguito le indicazioni per raggiungere la sala convegni dalla sede di Simmetria in Via Grazioli Lante.
 

Riferimenti testuali per il rapporto tra iconografia e orientamento.

Il più antico documento sopravvissuto riguardante l’originario priorato di S. Cassiano risale al 1177, mentre altri scritti non più esistenti rimandano la sua fondazione agli anni tra il 1119 ed il 1153[1]. Sappiamo poi che, nel tempo, il monastero acquisì numerosi possedimenti, sebbene carte conservate nell’archivio di S. Nicolò di Fabriano indichino che, nel secolo XV, nel priorato non restò che un solo monaco e per questo il Papa Eugenio VI, con bolla del 1441, unì S. Cassiano a S. Venanzo di Fabriano, allora Chiesa madre cittadina; nel 1455, a questa unione seguì quella con San Nicolò di Fabriano, diventando definitiva nel 1456.

S. Nicolò, che entrò in possesso di tutti i beni del priorato di S. Cassiano, curò l’ufficiatura della chiesa fino al 1860, quando ne fu decretata la soppressione statale. I beni allora furono venduti a privati, passando di mano in mano. Nel 1949 i monaci dell’eremo di S. Silvestro di Monte Fano sopra Fabriano (AN), acquistarono cospicua parte del monastero, consegnandole forma moderna e ricavando appartamenti ora occupati soprattutto durante il periodo estivo.

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Sopra, a sin., la facciata di S.Cassiano in Valbagnola (Fabriano, AN); a dxt., l’interno.

Per quanto riguarda l’architettura del tempio abbaziale, riportiamo testualmente la descrizione consegnata da Luigi Serra negli anni Venti del Novecento:

«La piccola chiesa di S. Cassiano nel territorio di Fabriano – restaurata sul principio del secolo XX – è interessante per la singolare disposizione della tribuna e della cripta. E’ costruita in pietra; l’interno, ad una sola navata, è lungo m. 16,70, largo 4,50. E’ distinto in tre campate. Nelle prime due, divise da un’arcata traversa quasi ad arco ribassato, le vòlte s’incurvano a botte ma di sesto rialzato, l’arco trasverso che segue è voltato a sesto acuto e si appoggia su mensole, del medesimo tipo è anche l’arco absidale; sul presbiterio la copertura ha foggia a crociera.

Alla tribuna si accede mediante una scala di sette gradini, che comincia quasi a metà della nave ed è ricavata nel lato dell’evangelo[2].

Il muro di fondo della tribuna gira absidato ed ha un sedile. Dal lato dell’epistola una scala di quattordici gradini, che comincia prima di quella del presbiterio, discende alla cripta, vasta, coperta a crociera, absidata.

Così in un breve spazio l’architetto è riuscito a ricavare due elementi rappresentativi, tribuna e cripta, ed a determinare un organismo che non ha precedenti iconografici nella tradizione architettonica marchigiana e non ebbe neppure imitazioni. Né si saprebbe ricollegarlo sotto l’aspetto planimetrico ad una corrente artistica, ad un prototipo. Con questo non è da sopravalutare il valore del monumento. La soluzione è ingegnosa, singolare, ma non rivela uno spirito creatore, o dotato di alta genialità, né da altre soluzioni particolari tali doti rifulgono. All’esterno nulla v’ha di rilevante. Il portale è a sesto acuto rinforzato da arco ribassato. L’abside è rinsaldata all’esterno da tre colonnine ed ha decoro ad archetti e mensole con teste di animali.

La commistione di elementi romanici e gotici obbliga a riportare la fabbrica avanti, forse non anteriormente alla metà del secolo XIII[3]».

La chiesa è stata recentemente restaurata, dopo dissesti causati dal sisma del 1997[4].

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Sopra, a sin., l’abside della chiesa;  a dxt., le sculture attorno alla prima finestra a sinistra (dall’esterno).

 Le sculture.

Intento del presente studio è trattare specificatamente di alcune sculture  presenti all’esterno di S. Cassiano; due di esse sono realizzate su colonnine che scandiscono l’abside, mentre una terza è sovrapposta alla finestra compresa tra le colonnine.

Si tratta di opere piuttosto semplici, le quali non hanno goduto di particolare attenzione sino a tempi recenti.

In tal senso, piuttosto indicative sono le citate note di Luigi Serra, espresse nei primi decenni del XX secolo che, segnalando come «all’esterno nulla v’ha di rilevante», si riducono ad evocare: «…il  decoro ad archetti e mensole con teste di animali».

Nel 1992, A. M. Giorgi comprende due delle «rozze figure» in una rassegna dedicata alla scultura medievale marchigiana negli «Studia picena» del 1992, descrivendole con approccio storico – artistico e analizzando le immagini partendo da destra:

«Pietra calcarea.

Altezza m. 0,700.

Stato di conservazione discreto. Si presenta consumata in alcuni punti.

La scultura interessa la prima colonnina dell’abside, a destra.

Il reperto reca l’immagine stilizzata e molto espressiva di un uomo (un telamone?), seduto su una semicolonnina a torciglione, con le gambe divaricate e alzate, e le braccia sollevate, quasi a sostenere il peso della struttura soprastante. Il corpo, rozzamente scolpito, reca delle incisioni verticali che suggeriscono una veste; gli arti, impegnati in una posa forzata, sono trattati in maniera liscia, levigata e tondeggiante. Il volto si presenta irrigidito in una fissità da maschera, con tratti fortemente geometrici nel taglio triangolare del naso, e a mandorla dell’occhio; anche l’acconciatura a paggetto risulta schematica e appiattita.

La scultura, resa in altorilievo, presenta un equilibrio bilanciato e sicuro, in una sintesi armoniosa di zone in luce e di incavi in ombra, ma denuncia una tecnica ingenua e impacciata, anche se non priva di grazia. La raffigurazione umana, i cui caratteri sono ben documentati nella ricca produzione scultorea romanica, può attribuirsi alla mano poco esperta di uno scalpellino locale e assegnarsi  all’XI – XII secolo, conformemente all’edificio a cui appartiene»[5].

A proposito dell’altra scultura si aggiunge:

«Pietra calcarea.

Altezza m. 0,480.

Stato di conservazione discreto. Si presenta consumata in alcuni punti.

La scultura interessa la seconda semicolonnina dell’abside adiacente alla precedente.

L’esemplare raffigura un animale non ben identificabile, scolpito in posizione rovesciata, con la testa triangolare proiettata verso il suolo, con una corta coda ripiegata a destra, e con due propaggini anteriori ben librate (delle ali?), in atto di ghermire una sorta di crostaceo o serpentello. La scultura, in deciso altorilievo, rivela un gusto plastico e formale e una sicurezza spaziale,  propri dell’età romanica, ma che una mano poco abile non riesce a sollevare da una traduzione prettamente provinciale.

Si può includere la raffigurazione del pezzo in esame nel ricco e fantasioso repertorio del bestiario medievale, e assegnare la scultura all’XI-XII secolo, conformemente all’edificio cui appartiene»[6].

Come si vede, tra varie cose, la Giorgi non rinuncia a proporre datazioni che contraddicono l’attribuzione al XIII secolo, generalmente riconosciuta per il periodo dell’edificazione della chiesa. Agli albori del XXI secolo poi, in un’opera che propone una panoramica del romanico marchigiano, sulle immagini scolpite di S. Cassiano, troviamo:

« abside semicircolare modulata all’esterno da tre semicolonnine, sulle quali sono scolpite rozze figure umane e animali, coordinate ad archetti pensili su mensoline decorate con protomi animali, un partito decorativo che sembrerebbe risentire d’influssi emiliani e pugliesi»[7].

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Sopra, a sin., la “lucertola solare” che tiene in bocca la “vecchia pelle”. Al centro, l’uomo con la “nuova veste”, mentre ascende. A dxt., la protome leonina sopra la prima finestra a sinistra.

 Quanto alla terza scultura della quale si intende qui trattare, essa, parte del «decoro ad archetti e mensole con teste di animali»  citato dal Serra, non è considerata dalla Giorgi. Per quanto ci riguarda, accenniamo che essa fa da “peduccio” a due archetti tra quelli che coronano l’abside ed è prossima al culmine della finestra compresa tra le due semicolonnine “scolpite”.

Vi è rappresentata una protome quasi sicuramente leonina, con le fauci aperte.

Il significato delle sculture.

Dalle parole qui riportate, si deduce che l’interesse degli studiosi per il significato delle sculture è stato sinora minimo.

Esse poi, quando analizzate, sono state interpretate ognuna per suo conto, indipendentemente dall’eventuale reciproca relazione e della posizione di ciascuna.

Tentando invece di esplorarne il significato, vi è necessità di considerare le immagini come espressioni simboliche che, in quanto tali,  diventano comprensibili prendendo in esame il contesto complessivo nel quale esse reciprocamente si spiegano.

Ciò affinché, una volta proposta un’interpretazione dei simboli, sia poi possibile trovare risconto in un eventuale testo scritto.

Nel caso, l’operazione risulta relativamente semplice.

In effetti, partendo da sinistra, l’«animale non ben identificabile, scolpito in posizione rovesciata, con la testa triangolare proiettata verso il suolo, con una corta coda ripiegata a destra, e con due propaggini anteriori ben librate (delle ali?), in atto di ghermire una sorta di crostaceo o serpentello»

dimostra con discreta evidenza (testa triangolare, coda arrotolata, pelle butterata) di essere un rettile.

Si rileva poi che ciò che viene afferrato con la bocca («una sorta di crostaceo o serpentello») ha la stessa pelle butterata dell’animale che lo afferra con la bocca.

Questi particolari permettono non solo di proporre un’ipotesi sull’identità dell’oggetto, ma anche di trovare una relazione con la scultura di destra («un uomo -un telamone?-, seduto su una semicolonnina a torciglione, con le gambe divaricate e alzate, e le braccia sollevate»), attraverso un testo molto noto nel medioevo.

Si dovrebbe in definitiva trattare della “lucertola solare”, così come indicata dal “Fisiologo”, un manuale riguardante il simbolismo degli animali diffusissimo dal III secolo in poi, originato con ogni probabilità in ambiente alessandrino; da questo scritto derivarono poi i numerosi “bestiari” che proliferarono nel Medioevo occidentale[8].

Riportiamo qui il testo ricavato da Il Fisiologo, curato da Francesco Zambon:

«Esiste una lucertola chiamata solare, come dice il Fisiologo. Quando invecchia, le si velano gli occhi e diventa cieca, così che non vede la luce del sole. Cosa fa allora in virtù della sua bella natura? Cerca un muro rivolto a oriente, e penetra in una crepa del muro: e quando sorge il sole, le si aprono gli occhi e ridiventano sani.

Allo stesso modo anche tu, o uomo, se porti l’abito dell’uomo vecchio e gli occhi del tuo cuore sono offuscati, cerca il Sole nascente della giustizia, Cristo Dio nostro, il cui nome è detto Oriente nel libro del profeta [Zac-, 6,12], ed Egli aprirà gli occhi del tuo cuore»[9].

Proponiamo qui allora di interpretare la parete absidale - che già indicazioni canoniche antichissime suggeriscono di rivolgere ad oriente[10] - come il «muro rivolto ad oriente» indicato dal Fisiologo.

In tal contesto, come accennato, la scultura di rettile che tiene “qualcosa” con la bocca si direbbe che ben si adatti all’immagine della “lucertola solare” che trattiene la “pelle vecchia” della quale si è appena spogliata e che mostra le stesse “butterature” della pelle dell’animale.

In relazione allora alla lucertola che - “invecchiata”  - muta la propria pelle, interpreteremmo l’uomo con la veste striata e le braccia levate, presente sulla colonnina a destra di quella con la lucertola, come l’uomo nuovo che, coperto di una nuova “veste”, cerca il Sole di giustizia.

Le braccia levate verso l’alto, piuttosto che reggere qualcosa - come concepibile nell’ipotesi del “telamone” – sembrano piuttosto rivolgersi al cielo, mentre la colonnetta tortile che sorregge il personaggio è assimilabile ad un espediente “simbolico” utilizzato ricorrentemente dagli artefici medievali per esprimere il concetto di “ascesa”[11].

Quindi, riassumendo quanto esposto sinora e dando credito all’interpretazione proposta per le sculture, la loro presenza sarebbe testimonianza di un genere di iconografia connessa all’orientamento delle strutture architettoniche ed ispirata ad un testo scritto quale “Il Fisiologo”.

La protome leonina e la finestra.

Il fatto che la lucertola con la vecchia pelle sia rivolta verso il basso, mentre l’uomo con la nuova “veste” sia rappresentato nel momento dell’ascesa, non dovrebbe essere casuale, così come la loro disposizione nelle due semicolonnine ai lati di una finestra.

La finestra è infatti evidenziata nella sua natura simbolica dalla presenza di una verosimile protome leonina soprastante; si può pensare, in generale, ad un riferimento al leone “protettore” come frequentemente si trova presso soglie “spirituali” di vario tipo.

Per altro, attenendoci sempre al Fisiologo, la presenza del leone che difende il luogo di “passaggio” potrebbe connotare in termini di “resurrezione” l’immagine dell’uomo “ascendente” che si spoglia della “vecchia” veste per acquisirne una nuova, evidenziando l’apertura stessa come ideale “porta” che il risorto attraverserà nel suo accesso al Cielo[12].

L’insieme dell’iconografia scolpita illustrerebbe insomma il valore mistico della finestra, distinguendola rispetto alle altre presenti nella chiesa e proponendola come quella che, in altri casi, è stata definita finestra aurea[13], ovvero un’apertura che, per le ragioni che si tenterà qui di illustrare, era caricata di particolari significati.

Ricordiamo infatti a questo punto che detta finestra è esposta verso quello definito da Origene come “l’innalzarsi della vera luce”[14] il che fa ritenere che i significati mistici attribuibili all’apertura derivassero appunto dalla luce che da essa s’ “innalzava” in momenti del ciclo solare annuale significativi per lo svolgersi della liturgia nella chiesa.

Una verifica[15] su questo tema rileva che l’asse di S. Cassiano è orientato per circa 101° per N = 0°; la prima finestra a sinistra, piuttosto strombata, è invece orientata a circa 74° (N = 0°) rispetto al centro del semicerchio absidale, ovvero rispetto il punto ove era tradizionalmente posto l’altare[16].

Il calendario ecclesiastico celebra la ricorrenza di s. Cassiano è il 13 agosto, giorno senz’altro rilevante per la liturgia svolta nella chiesa.

Come accennato, le forme architettoniche suggeriscono di attribuire la realizzazione della chiesa di S. Cassiano in Valbagnola al XIII secolo.

In tale periodo, il calendario giuliano aveva accumulato circa 7 giorni di discrasia rispetto al ciclo solare annuale.

Quindi, volendo calcolare il sorgere del sole nella festa dedicata al santo per il XIII secolo, occorre rapportarsi all’odierno giorno del 20 agosto (o, astronomicamente, anche all’odierno 22 aprile).

L’abbazia di S. Cassiano è posta alla latitudine di 43°20’ N ed a longitudine di 12°48’ E.

In tal luogo, il giorno 20 agosto, il sole sorge all’orizzonte a ore 6,21 m. con circa un azimut di 72°.

all’orizzonte.

L’orizzonte di S. Cassiano, a 72° N, è occupato dalla mole del monte della Peretola, alto intorno ai mille metri (1050 m. al culmine) e distante circa 16 km e mezzo; tenendo conto che l’altezza del colle ove sorge l’abbazia è 476 m., la differenza di circa 500 m. di altezza, a quella distanza, è in grado di provocare un ritardo di alcuni  minuti, con uno spostamento dell’azimut di circa 2° verso Sud.

Questo porta a ritenere che l’orientamento della finestra compresa tra le sculture delle quali si è discusso (74°, appunto) sia diretto al sorgere del sole al giorno di san Cassiano[17].

Quindi, il giorno in cui si celebrava il dies natalis di san Cassiano martire (a. D. 240? – 303-305), al sorgere del sole, allo svolgersi dell’ufficio divino del mattutino[18], un raggio di luce proveniente dalla cd. finestra aurea, poteva giungere sull’altare, forse illuminando qualche arredo liturgico come una croce dorata, creando effetti epifanici del genere di quelli descritti da M. Pejakovic nel suo studio su alcune chiese croate[19].

Aggiungiamo che, sin dagli albori del cristianesimo, la celebrazione del dies natalis del santo corrisponde al giorno della morte del celebrato, ovvero a quello della nascita al cielo della sua anima[20] che, secondo tradizione, avviene ad Oriente[21]; ci pare che ciò sia coerente con l’interpretazione del tema della lucertola solare - scolpito all’esterno della suddetta finestra - in termini allusivi alla Resurrezione.

Per altro canto, sappiamo che, al di là degli effetti epifanici, la presenza di aperture orientate nelle chiese medievali rispondeva all’esigenza di trovare riferimenti per il computo del tempo per il ciclo liturgico giornaliero ed annuale[22]. Da ciò derivava la necessità far cadere la luce in punti precisi degli edifici, in particolari momenti dell’anno; tali punti  potevano essere segnalati in vari modi ed in questo ipotizziamo consista la ragione della presenza di rilievi scolpiti, la gran parte di essi abrasi, visibili su una lesena di sostegno ad un arco trasversale, addossata alla parete Sud, a ridosso della porta laterale.

In realtà, gran parte delle immagini è stata scalpellata, tranne le figure di due quadrifogli a lato di un giglio o “fiordaliso”.

Quest’ultimo simbolo, diffuso in contesti vari, in effetti, compare frequentemente in un genere di iconografia, assai poco studiata, che generalmente si ritiene connessa all’orientamento delle aperture.

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A sin., la prima lesena a destra, all’interno della chiesa presenta una serie di figure abrase, nonché un giglio e due tondi con “quadrifogli”.  Secondo misurazioni  effettuate sulla carta, lì giungeva il primo raggio di sole il giorno in cui, nel XIII sec., si festeggiava l’Annunciazione (25 marzo).

A dxt., una pianta della chiesa rielaborata da: O. Fiandaca, R. Lione, Il sisma. Ricordare, prevenire, progettare, p. 273. Vi è segnalata la direzione dei raggi solari al sorgere del sole, nel giorno dell’antica celebrazione di s. Cassiano ed in quello dell’Annunciazione.

 

Riportiamo, tra vari autori che trattano del significato “solare” e “luminoso” del giglio, le parole di san Bernardo di Chiaravalle:

«Pertanto, il candore di questo giglio a chi non splende, se non a chi non piace? Infine è un sole, ma non quello che nasce sopra i buoni e i cattivi. Infatti, quelli che diranno: Il sole di giustizia non è sorto per noi. (Sap. 5,6), non hanno mai visto la sua luce. La videro, invece, quanti udirono: Per voi che temete Dio nascerà il sole di giustizia (Ml. 4,2) »[23].

Ci pare che la citazione di Bernardo faccia intendere adeguatamente come, attraverso la dimensione “solare” e cristologica, il simbolo del giglio, nel medioevo, abbia potuto recepire quelle che furono le valenze “solari” del loto egiziano, ovvero del fiore che, ogni giorno, si apre progressivamente con l’elevarsi del sole nel cielo[24].

Quindi, è inteso tendenzialmente come riferimento al primo ed all’ultimo raggio giornaliero.

Per quanto riguarda S. Cassiano, rilievi eseguiti sulla carta indicano che presso l’immagine a rilievo del giglio giunge un raggio di sole dalla finestra aurea all’alba del giorno 1 aprile (e del 16 settembre), con un azimut di 85°.

Da questo punto di vista, occorre considerare che, al livello del mare, il sole sorge quel giorno a ore 6,54 m. a circa 83° di azimut.

La sua vista da S. Cassiano è tuttavia impedita dai rilievi prossimi a Poggio S. Vicino, con un’altezza di circa 800 – 900 metri. Tenuto conto dell’altezza dell’abbazia, ciò è sufficiente spostare per più di un grado di azimut il sorgere del sole che avviene, effettivamente, a ore 7,03 m., con circa 85° di azimut.

Segnaliamo a questo proposito che la direzione dei raggi nell’attuale giorno 1 aprile corrisponde a quello che, nel XIII secolo, secondo il calendario giuliano, era il 25 marzo, festività dedicata all’Annunciazione, ovvero all’Incarnazione del Signore.

Quello era il giorno nel quale, in molti luoghi d’Italia iniziava il computo dell’anno, nello stile ab Incarnatione; ne consegue che, nella chiesa marchigiana, il sole proveniente dalla finestra aurea giungeva alla figura del giglio al sorgere del sole il primo giorno dell’anno; un riferimento importante, quindi, per il computo del tempo.

 

[1] L. Serra, L’arte nelle Marche. Dalle origini cristiane alla fine del gotico, Federici, 1929, pp. 120 – 121.

[2] Aggiungiamo qui che la balaustra ora visibile è certamente di fattura recente.

[3] L. Serra, L’arte nelle Marche, cit., p. 120.

[4] O. Fiandaca, R. Lione, Il sisma. Ricordare, prevenire, progettare. Alinea editrice, Firenze, 209, pp. 271 e 273.

[5] A. M. Giorgi, Sculture medievali nelle abbazie e priorati della Diocesi di Fabriano, «Studia Picena», vol. LVII, 1992, fasc. I, pp. 75 - 76.

[6] Ivi, p. 77.

[7] C. Barsanti, P. F. Pistilli, Il romanico nelle Marche, Ars media, Fermo, 2000.

[8] «Non è possibile stabilire con precisione il luogo d’origine, la datazione e l’autore del Physiologus: le località proposte vanno dall’Egitto alla Siria, l’epoca vien fatta oscillare tra il II e il IV secolo d. C., circa l’autore il buio è ancor più fitto. Diverse considerazioni di ordine storico e dottrinario rendono comunque maggiormente plausibile l’ipotesi secondo cui esso sarebbe stato composto in Alessandria tra la fine del II secolo e i primi decenni del III, cioè nell’epoca e nell’ambiente in cui operava Origene e si diffondevano i  principali movimenti gnostici. E per quanto le prime esplicite citazioni del Physiologus non risalgano oltre il V secolo, il fatto che già in Filone (I sec.) si incontrino “nature” moralizzate di animali, assai simili a quelle del ‘bestiario’, testimonia l’esistenza di una tradizione ‘fisiologica’ abbondantemente diffusa negli ambienti giudaico – cristiani di Alessandria. […].

Malgrado i sospetti iniziali [di eresia n.d.a], il Physiologus godette subito di una diffusione straordinaria: il  testo greco fu tradotto a partire dal V secolo in etiopico, in armeno, in siriaco, in latino, ecc. Alla prima versione greca ne seguirono altre (le cosiddette redazioni bizantina e pseudo – basiliana), così come a quella latina, che fu successivamente accresciuta con l'apporto di altri testi scientifici dell’antichità, e da cui ebbero origine, nel XII-XIII secolo, i ‘bestiari’ germanici, francesi e italiani. » Il Fisiologo, a cura di F. Zambon, Adelphi, Torino, 1990, pp. 15 – 17.

[9] Il Fisiologo, cit., pp. 40 – 41.

[10] «Che l’edificio sia di forma allungata, con il suo capo verso l’est…» prescrivono già le Costituzioni apostoliche (IV – V secolo). Costituzioni apostoliche, II,7.

Sulle ragioni di questo, sarà sufficiente citare Origene: «…chi non riconoscerà immediatamente che l’Oriente significa con tutta evidenza che dobbiamo pregare verso questo lato che è il simbolo dell’anima rivolta verso l’innalzarsi della vera Luce?». Origene, Trattato della Preghiera, in J. Hani, Il simbolismo del tempio cristiano, Arkeios, Roma, 1996, p. 50. Cfr., C. Vogel, Versus ad Orientem, - L’orientation dans les Ordines Romani du haut moyen âge, in Studi medievali, Torino, poi Spoleto, A. I, 1960, II, 3a serie, pp. 450 – 451.

Per il significato di orientamento verso oriente nell’interpretazione medievale, cfr. S. McCluskey, Astronomy, Space and Time, in Medieval Churches, in Marie-Therese Zenner, ed., «Villard’s Legacy: Studies in Medieval Technology, Science and Art in Memory of Jean Gimpel», Aldershot: Ashgate, 2004, pp.197 – 210.

Allo specifico orientamento dell’abside di S. Cassiano in Valbagnola si accennerà più avanti.

[11] O. Beigbeder, Lessico dei simboli medievali,  Jaca Book, Milano, 1988, p. 110.

[12] Ivi, p.173 e ss.

In considerazione del contesto, può essere di qualche interesse leggere il brano che Il Fisiologo dedica al leone, nel capitolo immediatamente precedente a quello dedicato alla “lucertola solare”:

«Terza natura del leone. Quando la leonessa genera il suo piccolo, lo genera morto, e custodisce il figlio, finché il terzo giorno giungerà il padre, gli soffierà sul volto, e lo desterà.

Così anche Dio nostro onnipotente, il Padre di tutte le cose, il terzo giorno ha resuscitato dai morti il suo Figlio, primogenito di tutte le creature, il Signore nostro Gesù Cristo, affinché salvasse il genere umano smarrito.

Bene ha quindi detto Giacobbe: ‘Si è sdraiato e ha dormito come un leone e come un leoncino: chi lo desterà?’ (Gen. 49,9)».

[13] Il termine è stato utilizzato per l’originaria finestra orientale del Duomo di Pisa da S. Burgalassi, La piazza del Duomo di Pisa. Enciclopedia teologico-simbolica di pietra e calendario «cosmico», Pisa, Giardini, 1983, p. 116; cfr. Dello stesso autore, La piazza del Duomo di Pisa. Orologio cosmico e calendario astronomico.  «Physis. Rivista internazionale di storia della scienza», vol. 30, 1993, p. 426; S. Burgalassi, A. Zampieri, Pisa e il computo del tempo, ETS, Pisa, 1998, p. 38.

Una situazione simile è stata rilevata dal sottoscritto per la chiesa abbaziale di Montetiffi (FC); cfr. C. Valdameri, La chiesa abbaziale di Montetiffi. Iconografia, orientamento, liturgia, «Romagna arte e storia», n. 80, Rimini, 2007, pp. 5 – 26.

[14] Cfr. Nota 10.

[15] Precisiamo che in S. Cassiano, sul lato orientale della chiesa, esiste un’alberatura che impedisce attualmente ai raggi solari di filtrare attraverso le finestre absidali. Di conseguenza, quanto qui esposto a riguardo gli orientamenti astronomici delle aperture è verificabile attraverso misurazioni effettuate esclusivamente sulla carta.

[16] J. Hani, Il simbolismo del tempio cristiano, Arkeios, 1996, pp. 123 – 124. J. Hani, La divina liturgia, Arkeios, Roma, 1999, pp. 75 e ss.

[17] L’orientamento delle strutture rispetto ai punti cardinali è stato eseguito con mezzi ritenuti idonei ad uno studio sull’iconografia, ovvero con rilevazioni ripetute sul luogo e confronti effettuati sul programma Stellarium.1.12.4.

[18] Cfr. Regula Sancti Benedicti commentata, Migne, P.L. vol. CXVI.

[19] M. Pejakovic, Le Pietre e il sole, Milano, 1988, p. 289.

[20] C. Carletti, La memoria dei defunti. Dal corpo all'anima. «L'Osservatore Romano», 1 novembre 2009.

[21] C. Vogel, Sol aequinoctialis. Problemes et technique de l’orientation dans le cult chretien, «Revue de Sciences Religieuses», Vol. 36, n. 3, 1962, p. 181.

[22] La bibliografia in proposito è ormai vasta. Ci limitiamo qui a proporre: M. Pejakovic, cit., pp. 278 e ss.; cfr., M. Incerti, Il disegno della luce nell’architettura cistercense, Edizioni Certosa Cultura, Firenze, 1999.

[23] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico  dei Cantici, vol. 2, Edizioni Vivere in, Roma, 1986, pp. 261 – 262.

[24]

Così il neoplatonico Proclo (412 d. C – 485 d.C.), ispirandosi a Giamblico (245 d. C.- 325 d. C.) tratta del tema del loto:

«Anche il loto dimostra la simpatia delle cose; resta chiuso prima che appaiano i raggi di sole, ma si dischiude pian piano non appena appare il sole e continua ad aprirsi finché il sole sale verso lo zenit, e di nuovo si rinchiude mentre il sole volge al tramonto. Che differenza c’è se a inneggiare al sole sono gli uomini, i quali aprono e chiudono la bocca e le labbra, o il loto, che chiude e apre i suoi petali?».

Un autore medievale riprende il tema del loto, applicandolo al giglio, in chiave cristologica: «Il giglio, che - accompagnato dalla piacevolezza di un odore soavissimo - mostra esteriormente (la forma di) un calice, e dentro si mostra dorato, adeguatamente richiama la gloria della resurrezione di colui che, così come mostrò esteriormente l’immortalità del corpo ai discepoli, allo stesso modo insegnò come fosse in lui un’anima risplendente di luce divina. Nel giglio può essere inteso non inadeguatamente lo stesso Mediatore di Dio e degli uomini, incoronato con onore e gloria per la passione della morte; colui che di certo prima della sua passione, fu sino allora quasi un giglio chiuso, risplendendo come fulgido (clarus) uomo, per i segni dei miracoli che fece, invero, dopo la sua resurrezione ed ascensione, si mostrò come giglio ai cittadini della patria superna. Con l’aspetto del giglio si mostrò - nell’umanità assunta, - esibendo la potenza dello splendore divino (divinae claritatis), che egli ebbe presso il Padre prima che fosse il mondo». Autore incerto, Commentarii in libros, Regum, Migne, P. L. vol. 50, coll. 1144C - D. In C. Valdameri, Porte celesti e simboli cosmogonici, Edizioni Mythos, 2012, pp. 39 e ss.

  1. A. Auber ritiene che il “giglio” rappresentato nell’arte paleocristiana e medievale corrisponda alla “Nymphaea alba”. C. A. Auber, Histoire et théorie du symbolisme religious avant et depois le Christianisme, Vol. I, Paris,

1870, pp. 159 – 160.

«Ishtar, come Ester in ebraico, significa ‘loto’ e qualche volta anche ‘giglio’, due fiori che nel simbolismo sono

analoghi». A. Cattabiani, Acquario, Mondadori, Milano, 2002, p. 135.

Cfr. J. C. Cooper, Dizionario dei simboli, Franco Muzzio Editore, Padova, 1988, p. 136; L. Frederic, I simboli. Il loto, Edizioni Mediterranee, Roma, 1988, p. 13.

 

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