ATTENZIONE: L'INAUGURAZIONE DEL NUOVO ANNO ACCADEMICO E' SPOSTATA PRESSO I LOCALI DELLA PARROCCHIA DI S. LUCIA
LA CONFERENZA PERTANTO SI SVOLGERA' il 29 Settembre 2018 alle ore 16  PRESSO Sala Convegni Santa Lucia - Via di Santa Lucia, 5 - Roma.
Di seguito le indicazioni per raggiungere la sala convegni dalla sede di Simmetria in Via Grazioli Lante.
 

1078 Figura1Al fine di sgombrare il campo da (facilissimi) equivoci, sarà bene operare qualche precisazione in merito alla nozione di “razza” presso Evola. Laddove, com'è noto, il razzismo “biologico” si pose in linea col positivismo e il darwinismo (di cui rappresentava l’espressione “sociale”), il razzismo “spirituale” implica in essentia l’ineguaglianza degli uomini (anche all’interno della medesima razza “del corpo”; mentre è possibile una “convergenza metapolitica” tra razze diverse[1]), non fondata su dati biologici o su autoreferenziali, scientisti “quozienti intellettivi”, ma su possenti (e oggettive, sebbene non “oggettivabili”) “tensioni spirituali”; in altri termini, secondo questo punto di vista la razza interna è lo spirito “manifestato”, quindi l’espressione “qualitativa” della natura umana[2].

Com'è noto, il termine “razza” descrive dei tratti somatici ricorrenti presso precisi gruppi; altrettanto sicuramente, dà ragione di un “carattere” comune (uno “stile psichico”, che non oltrepassa il dominio della storia[3]). Soprattutto, esso, nella prospettiva di F. Schuon (e a fortiori di Evola), individua una determinata “Weltanschauung spirituale” (cui, comunque, tratti somatici e caratteriali rimandano[4]). In vista della costruzione dell’“uomo nuovo” e sulla base di una prospettiva “metapoliticamente tradizionale” Evola tentò di “orientare” dall’interno il fascismo italiano[5] e di “rettificare” il nazionalsocialismo tedesco: senza riuscirvi, nel caso del fascismo essendo generalmente poco considerato da un atteggiamento politico “pragmatico” (anche se Mussolini approvò le sue tesi sulla razza[6]), nel caso del nazismo risultando addirittura osteggiato nel suo stesso razzismo “integrale”[7]. Evola, dunque, anche da questo punto di vista, può essere considerato un “antifascista” e un “antinazista” (pure sui generis).

La razza, in ultima analisi, non è tanto e solo un dato biologico (o anche “psicologico”), ma costituisce uno stile spirituale[8], che può essere difforme nelle espressioni “esterne” ma anche, talora, convergere sul piano della “prassi” presso soggetti o ambiti qualificati (oltre che, in teoria, nel contesto della “pure metaphysics”), pure afferenti a universi spirituali apparentemente incomponibili. In tal senso, fatti i dovuti distinguo, Schuon (autore, peraltro, di Caste e razze, in cui criticava Evola di “atavismo ariano”[9]) può essere accostato a Evola. Soprattutto, quest’ultimo affermava ad esempio che, se la “cultura” pellerossa – costituita di “razze fiere con un loro stile”, dotate di “qualcosa di aquilino e di solare’” – avesse avuto la meglio sulla “civilizzazione” statunitense, “il livello della civiltà americana sarebbe probabilmente stato più alto”[10]: ciò da cui si deduce la tesi della “superiorità” del pellerossa “tradizionale” sull’uomo bianco “degenerato” (ovvero della “civiltà” pellerossa sul “crogiuolo americano”).

In questa prospettiva ogni razza, somaticamente più o meno identificabile (oggi molto meno che ieri), produce una “civiltà” (nel senso tedesco di Kultur), essendo latrice di una specifica “forma spirituale”. Sul piano della “personalità”, di conseguenza, non si dà una dignità astratta o “naturale”; esistono, invece, tante “dignità funzionali” che, nella loro gradazione gerarchica, fondano un'armonia “metasociale”, specchio dell’armonia “cosmica”: un “ordine”, la cui espressione più compiuta, in Occidente, è lo Stato[11], in cui si realizza, sul modello platonico, una configurazione gerarchica il cui imperium è affidato a una “razza” (un “ordine”, per l’appunto) di “sapienti”. Significativamente, l'ineguaglianza delle anime umane è attestata anche nel tomismo “ufficiale” (dottrina ormai ignorata dai più, per non parlare del volgare situazionismo post-conciliare). La quindicesima tesi del tomismo recita infatti che l’anima, “forma” del corpo e “personalità sussistente”, “[…] viene creata da Dio quando il soggetto che la riceve è sufficientemente disposto e allora può esservi infusa”[12]: dal che si potrebbe anche desumere che le anime, come i corpi che le “ricevono”, essendo ab origine diverse, sono per sé dotate alcune di dignità “superiore”, altre di dignità “inferiore”[13].


1078 Figura2[1] Si pensi al caso della seconda guerra mondiale (guerra di Weltanschauungen opposte, più che conflitto “razziale”), in cui inglesi e francesi combatterono contro tedeschi ed italiani (alleati dei giapponesi e in ottimi rapporti con alti esponenti del mondo islamico - si rammenti anche il caso della 13. Waffen-Gebirgs-Division der SS “Handschar”: si può parlare, in questi casi, di “razza del corpo” e “dell’anima” difformi, e tuttavia di una “convergenza” sul piano della “razza dello spirito”), ed alla questione delle misteriose SS tibetane, su cui si può vedere C. Mutti, Le SS in Tibet, Effepi, Monte Porzio Catone (Rm) 2011, e pellerossa (S. Forte, I pellerossa combatterono nelle Waffen SS di Hitler: fanta-storia o realtà sconosciuta?, in Il Secolo d’Italia, 2 luglio 2014). Ovviamente, in specie nell’ultimo caso, l’esercizio di una certa prudenza è d’obbligo.

[2] Afferma M. Pacilio: “Nel razzismo, la diversità razziale è pensata come consustanziale alla natura umana, non è un accidens che interviene a determinarne aspetti secondari: la natura umana si manifesta come razza. Un ente uomo privo di una sua determinazione razziale non è nemmeno pensabile, così come non è possibile concepirlo privo di una sua materia. La razza, allora, non può essere teorizzata come la conseguenza di un imprevedibile “processo evolutivo” ma come il perdurare di una forma che, in quanto tale, non è suscettibile di cambiamenti, bensì solo di origine e di estinzione. Essa si può considerare come la causa formale dell’ente uomo, e ne garantisce, pertanto, la conoscibilità più di qualsiasi teoria psicanalitica - quest’ultima restando sul piano superficiale, se non esclusivamente clinico, dello studio della persona. Ciò che circoscrive l’ambito delle possibili reazioni del singolo nell’insieme delle interrelazioni sociali non è l’inconscio, inteso come somma delle esperienze pregresse depositate nella memoria individuale, ma è la razza e la sua relativa purezza” (Dal caos alla forma, in AA. VV., Risguardo V. Quarant’anni delle edizioni AR. 1963 –2003, Edizioni di Ar, Padova 2003).

[3] Evola, Sul problema della “razza dello spirito”, in Vita italiana, febbraio 1942 (I testi de la Vita Italiana, Edizioni di Ar, Padova 2006, II vol.).

[4] “Quali sono i rapporti fra razza interna e razza somatica? Ciò dipende. In via normale, così come in via normativa, esse sono due manifestazioni di una realtà unica, due modi di apparire su due piani diversi di una unica realtà. Qualcuno ha scritto che la razza è l’esteriorità dell’anima così come l’anima è la razza vista da dentro. A parte alcune riserve, che si potranno senz’altro capire da quanto diremo più sotto, si può aderire ad un tale punto di vista. Dunque, né dipendenza unilaterale della razza interiore da quella del corpo, né di questa da quella. Il punto di riferimento vero è una realtà anteriore e superiore sia alla razza somatica che a quella interiore, dal momento che, l’una e l’altra, di essa sono i modi di apparire su due piani diversi”. Ciò è però valido solo “in una condizione di normalità e purità razziale” (Evola, ibidem).

[5] “Tale indagine, oltre ad essere scientificamente necessaria, ha una precisa importanza politica. Infatti il razzismo fascista intende evidentemente destare un sentimento di unità interna, vuole una unità di razza come unità di volere, di sentire, di agire e di modo d’essere, e non come l’uniformità ipotetica del maggior numero di individui che riproducano un dato tipo razziale somatico. Senza tralasciare menomamente la razza del corpo, devesi dunque considerare, con mezzi adeguati d’indagine, anche quella dell’anima e dello spirito” (Evola, Sul problema della “razza dello spirito”, cit.).

[6] Si noti che Evola stesso afferma, dopo aver esplicitamente ammesso l’”approvazione incondizionata” di Mussolini alle sue tesi (contenute nella Sintesi), che, con ciò, “Mussolini entrava in quest’ordine di idee, che avrebbe differenziato il razzismo fascista da quello nazista, negli aspetti estremistici e poco meditati di esso” (Mussolini e il razzismo, ne Il Meridiano d’Italia, dicembre 1951[corsivo nostro]).

[7] Cfr. queste parole di Evola: “Nelle ‘razze di natura’ sta al primo piano, appunto, l’elemento naturalistico, come semplice comunità di sangue e di stirpe, con inevitabili sfumature collettivistiche e egualitarie: qui cade l’origine prima del cosiddetto ‘diritto naturale’ che concepisce per tutti gli esseri un uguale diritto, perché li considera tutti figli della grande divinità materna della vita. Si afferma il diritto paterno, l’idea di personalità, il significato della differenza, l’ideale della gerarchia, il concetto virile e spirituale dello Stato e dell’Imperium solo entrando nell’ordine di idee della ‘razza dello spirito’. Questo sta alla ‘razza naturale’ come principio maschio a principio femmina, come ‘forma’ a ‘materia’, come elemento solare ad elemento ctonico-lunare. Dal che precedono naturalmente deduzioni varie anche circa i rapporti di popolo a popolo” (ibidem). Si rammenti pure che in un rapporto del 1938 di funzionari dell’”Ahnenerbe” (destinato ad H. Himmler) si afferma che “la dottrina di Evola non è né nazionalsocialista, né fascista. Con queste due concezioni egli ha in comune certi valori, che nella sua impostazione risultano notevolmente alterati. Ciò che in special modo lo separa dalla visione del mondo nazionalsocialista è la sua radicale negligenza del nostro passato popolare a favore di una fantasiosa e spiritualmente astratta utopia […] Si tratta di un romano reazionario” (riportato nel Saggio introduttivo di G. Galli a Evola, L’arco e la clava, Edizioni Mediterranee, Roma 19953, p. 12 [corsivi nostri]). Come a dire: i nazionalsocialisti intendevano la propria azione politica, “nazionalpopolare” e “rivoluzionaria”, in contrasto con le dottrine evoliane, percepite come una forma di “spiritualistica” reazione aristocratica.

[8] Secondo Evola, il cui “razzismo totalitario” ricalca peraltro la classica tripartizione antropologica cristiana, la “razza dello spirito” si definisce in tal modo: “La ‘razza dello spirito’ è una cosa diversa [rispetto a quella “dell’anima”, n.d.r.], perché riguarda la forma non più dell’atteggiamento rispetto al mondo sensibile, storico e sociale, ma dell’atteggiamento di fronte al mondo divino e sovrasensibile: il punto di riferimento non è più la vita, ma quel che sta di là dalla vita. Riguarda dunque anche la forma e lo ‘stile’ delle vocazioni spirituali, nel senso più alto e severo del termine. Come il mondo del costume, del pensiero, dell’arte e della psicologia individuale e collettiva ci mostra degli ‘invarianti’, cioè dei comuni denominatori, delle uniformità tipologiche che noi riportiamo alle ‘razze dell’anima’, così il mondo dei culti, dei miti, dei simboli, dei riti, delle vie di realizzazione ascetica, mistica o iniziatica è suscettibile di una discriminazione, che ci riporta ad un dato numero di forme spirituali primordiali e originarie. Anche all’interno di una data religione vi sono modi di concepire il divino e i rapporti esistenti fra esso e l’uomo. E in questa diversità che si tradisce la ‘razza spirituale’: essa appartiene, per così dire, alla direzione verticale (verso l’alto), cosi la ‘razza dell’anima’ riguarda invece la direzione orizzontale (il mondo intorno a noi, l’ambiente)” (Sul problema della “razza dello spirito”, cit.).

[9] Cfr. S.H. Nasr, L’arte della trasformazione spirituale interiore secondo Evola, in J. Evola, La tradizione ermetica, Edizioni Mediterranee, Roma 19964, p. 18. La critica appare eccessiva, se si comprende profondamente quanto scrive Evola nella sua opera più significativa sul tema, Sintesi di dottrina della razza, Hoepli, Milano 1941, oltre che quanto riportato ad es. ne L’arco e la clava, op. cit., pp. 40-41. La prima edizione di Castes et races di Schuon, pubblicata a Lione dall’editore Paul Derain, è del 1957 (Caste e razze, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 1979). D’altra parte, è noto che, ad esempio nell’India “tradizionale”, la casta era legata alla razza (in accezione “biologica”): vi è dunque, come lo stesso Evola precisa, una tendenziale correlazione tra “razza dello spirito” e “razza del corpo” (e dell’”anima”).

[10] L’arco e la clava, op. cit., pp. 40-41.

[11] Sul tema dello Stato quale “creazione culturale” di Occidente risulta importante, da un punto di vista “storicistico”, la riflessione di D. Sabbatucci (studioso acutissimo, ma per altri versi discutibile), Lo Stato come conquista culturale. Ricerca sulla regione romana, Bulzoni, Roma 1975. Della “superiorità” culturale di Occidente (termine, peraltro, sommamente ambiguo) era certo anche E. de Martino, mentre negli ambienti della “destra radicale” si nota spesso una oscillazione tra (implicito) “suprematismo” e “differenzialismo etnico-culturale” (à la de Benoist, per esempio). Sui problemi in oggetto, nello specifico contesto della “scuola storico-religiosa di Roma”, si può vedere il nostro “Storicismo” e “fenomenologia”: Raffaele Pettazzoni e la “scuola di Roma”, in M. Toti, “Un atomo di fuoco”. Forme e dinamiche culturali di Occidente: storia delle religioni, ermeneutica, tradizione, Il Cerchio, Rimini.

[12] S. Th. I, q. 75, a. 2; ibidem, q. 90; ibidem, q. 118; Q. disp. De Anima, a. 14; De Potentia, q. 3, a. 2; S. Cont. Gent., lib. II, cap. 83 ss. Le “24 tesi del Tomismo” furono redatte, al fine di restituire la genuina dottrina di S. Tommaso, da P. G. Mattiussi, e quindi approvate, nel 1914, da S. Pio X.

[13] Vi è però da precisare che, nell’insegnamento della Chiesa cattolica, esiste una dignità “remota”, relativa alla natura umana, ed una “prossima”, relativa alla persona (che si perde col peccato mortale, e si può riacquistare con il sacramento della confessione, ovvero con la “perfetta contrizione”): sul punto, sembrerebbe, il pensiero “razzista” e il Magistero della Chiesa entrano in un conflitto irresolubile.

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