Facit indignato versus

(Giovenale, Satira I, 79)

1096 apocalisseTra le significative acquisizioni storico-letterarie diffuse oggi nella civiltà occidentale, nessuno osa mettere in dubbio che "i sistemi pedagogici dell’antica Grecia prevedevano la pratica dell’omosessualità con funzione educativa, atta a favorire l’armonico sviluppo dei giovani".
Questa frase è stata scritta da una mia rispettabile e distinta collega di pedagogia sulla lavagna della di una classe di un liceo psico-pedagogico di Roma. Confutare tale affermazione palesemente infondata e assurda è stato, per chi scrive, un’impresa disperata. Per averne la prova è sufficiente consultare su Wikipedia la voce "Omosessualità": una mole di materiale socio-psico-pedagogico, fitto di citazioni tratte dai classici della letteratura e dell’arte che, a dir poco, intimorisce. Le fonti letterarie, storiche e artistiche sulle quali è stata elaborata sono maliziosamente ma anche maldestramente travisate. È stato necessario ritradurle tutte e contestarle una per una.
Mi sono chiesto però perché questi emancipati studiosi facessero riferimento al mondo antico e ne travisassero i sistemi etici ed educativi, per trovare supporto alle proprie teorie etiche e bioetiche. Non è sufficiente la palese e orgogliosa convinzione che nelle società libere e democratiche le scelte sessuali non rientrano nell’ambito dell’etica e che l’etica stessa sia solo un insieme di norme provvisorie e relative, mutabili coi tempi e i luoghi nei quali si vive? O forse i sostenitori di questa ideologia, conquista delle magnifiche sorti progressive dei nostri tempi, non sentono sufficientemente solido il terreno sotto i loro piedi e cercano autorevoli appoggi a cui ancorarsi? Viva l’emancipazione sessuale! Che importanza ha dimostrarne la validità?
Ma c’è di più: ciò che gravemente passa inosservato in questa trionfale dimostrazione della libertà sessuale degli antichi Greci e Romani è l’equazione sottile tra omosessualità e pedofilia. Per la nostra cultura ufficiale tutti coloro che nel mondo antico avevano i supposti regolari, educativi rapporti sessuali coi minorenni, autorizzati e regolamentati dallo Stato, fossero essi maschi o femmine, sono detti omosessuali e non pedofili, come invece dovrebbe essere. Abbiamo l'impressione che questa ormai consolidata e inaudita impostura stia preparando il terreno per l’accettazione della pedofilia come libera scelta della propria sessualità, così com'è avvenuto con l’omosessualità; poi toccherà all’incesto e probabilmente alla gomorria.

Queste convinzioni degli emancipati studiosi trovano dunque il loro fondamento soprattutto nella traduzione e nell’interpretazione dei testi classici, in particolare greci e latini, e tra questi, tanto per citare i più… citati, il Simposio di Platone, i lirici greci, Virgilio, Catullo, Tibullo, Marziale e così via; per non dire che, secondo quanto affermano i nostri studiosi, in pratica tutti i grandi uomini del passato più o meno recente, filosofi, storici, poeti, artisti, erano omosessuali e pedofili: Socrate, Platone, Saffo, Anacreonte, Achille, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Gesù Cristo, Leonardo da Vinci… e mi fermo qui perché la lista occuperebbe tutto l’articolo. Questa colossale assurdità viene accettata da tutti: studiosi, religiosi, intellettuali, giuristi, politici, gente comune, come la cosa più naturale del mondo. Questo non è un articolo sui tabù religiosi o sulla libera sessualità, ma vuol mettere in evidenza che spesso all’origine di questa aberrazione vi sono errori di traduzione e d'interpretazione dei testi antichi, e riflettere sulle conseguenze che ne possono derivare siano esse frutto d'ignoranza, disattenzione o malafede, ma che possono in ogni caso incidere, nel bene o nel male, sulla formazione morale e sull’educazione dei giovani. Queste imposture sono infatti presenti nei testi scolastici e vengono massicciamente diffuse dai mezzi d'informazione; contribuiscono tra l’altro a supportare, giustificare e divulgare ideologie di comodo. Gli studiosi o tutti coloro che non condividono queste ideologie, sono emarginati e ghettizzati dal mondo accademico e culturale internazionale e dalle opinioni di moda. E così ci capita di dover leggere nel Simposio di Platone questa traduzione distorta del magnifico discorso di Fedro riguardo all’amore:

(178c)”L’Amore (ma in greco è scritto Eros) oltre a essere il dio più antico, per noi è cagione dei beni più grandi. Infatti non so dir quale bene sia più grande, subito, mentre uno è giovane che avere un eccellente amatore (erastès nel testo greco) e, per l’amatore, un eccellente giovanetto (paidikà nel testo greco). Perché quel che dev'essere il punto di riferimento per tutta la vita per coloro che si propongono di vivere nobilmente, questo appunto non possono determinarlo tanto bene né parentela, né onori, né ricchezza, nient’altro insomma che Amore[1]. Ora, cosa posso dire sia questo (Amore, ovvero Erotos)? Vergogna per le turpitudini, desiderio di gloria per le belle imprese. E senza di questo non è possibile che una città né un uomo possano compiere belle azioni. E sostengo pure che un uomo, quando ama, se viene scoperto a compiere cosa indegna o subire torto da qualcuno senza che si difenda per mancanza di coraggio non prova tanto dolore (quando è visto dal padre, o dagli amici, da qualunque altro) quanto ne prova se è visto dall’amato. La stessa cosa avviene anche in colui che è amato, che si vergogna in ben altra maniera dei propri amatori quando viene sorpreso in qualche mala azione. Se vi fosse dunque qualche possibilità perché una città o un esercito fossero costituiti per intero da amatori (eraston) e amati (paidikon), … essi vincerebbero, anche se in pochi, tutti gli uomini".
(Platone, tutte le opere, a cura di Enrico V. Maltese – 1997)

Anche per chi non conosce il greco antico, qualcosa in questo discorso dovrebbe suonare storto e i conti non tornare, almeno fino a quando eravamo succubi di una retriva morale comune. Ciò che non torna è la traduzione del brano: le parole amore, amatore, amante e amato sono una traduzione errata e distorta dei termini greci corrispondenti.
Prima di tutto la traduzione di Eros col termine vago e generico di amore che in italiano è usato indistintamente per indicare l’amore tra coniugi, quello tra genitori e figli, quello tra fratelli, quello tra amici e via dicendo. Il greco ha svariate parole precise e complesse per definire tutte le sfumature dei termini Amore:erao, erastos, eromenos, fileo, agapao, stergo, aspazomai, proaireomai, etc., i cui significati non solo sono diversi, ma cambiano anche nel corso dei secoli. Erastès, usato nel brano citato del Simposio (V secolo a.C.) non significa amante, ma indica il compagno d’armi; è anche il guerriero esperto che si sceglie il proprio compagno d’armi tra i giovani; paidikà indica proprio queste capacità d'insegnare ai giovani, ovvero significa che il guerriero usava scegliere tra i giovani meritevoli uno scudiero da istruire nelle armi affinché lo sostenesse in combattimento, assicurando la protezione del suo lato scoperto, quello in cui impugnava la lancia, nello schieramento a falange. Solo a partire dal III/II secolo a.C., in età ellenistica, quando la classe dei guerrieri era ormai una categoria di mercenari, e negli anni successivi di decadenza culturale e morale, la parola assunse il significato di amanteamato (letteralmente il più amato). Coloro che leggevano in tarda età ellenistica e in quella romana il brano in questione spesso non capivano il significato del termine e lo adattavano a quello a loro corrente.
L’errore e la distorsione si è diffusa nei secoli, alimentata dal cristianesimo di Stato d’età costantiniana, e oggi è usata a proprio comodo. Sino a pochi anni fa non sarebbe stato necessario ricordare e sottolineare che nel mondo antico, nella Grecia e nella Roma arcaiche e classiche, i valori morali comuni erano invece fortemente radicati su quelle che la teologia cattolica chiama virtù cardinali: prudenza, fortezza, giustizia e temperanza. Le virtù cardinali, fondamento dell’etica naturale dell’essere umano, presentano bensì aspetti e sfumature diverse da popolo a popolo e da epoca a epoca, pur mantenendo un saldo sostrato comune.
Se tali erano i valori etici, anche le sfere dell’educazione e della vita sessuale osservavano i nostri medesimi valori pur con alcune differenze: per il sesso mancava ad esempio l’idea di peccato, come fu elaborata da altre culture e tradizioni e ripresa dagli apologeti e dai primi Padri della Chiesa. Per Greci e Romani una tendenza omosessuale, per quanto riprovevole, o una pratica del sesso senza controllo, suscitavano vergogna o derisione ma non comportavano la dannazione dell’anima. Ciò non toglie, com'è ampiamente attestato, che se la pratica omosessuale era derisa e disprezzata (un omosessuale non poteva aspirare a incarichi politici), la pedofilia (o la pederastia degenerata in pedofilia) era non solo esecrata, ma punita con la morte. Socrate fu condannato a morte per corruzione dei giovani per il suo supposto non adeguato rispetto della religione tradizionale. Figuriamoci se fosse stato condannato per aver compiuto atti sessuali. Nello stesso Simposio, Socrate ricorda un episodio in cui il giovane e bellissimo Alcibiade, suo allievo, preso da troppo amore per il maestro, si ficcò nel suo letto e Socrate con pazienza gli spiegò cosa fosse lecito e non lecito in amore.

Nel tempio di Afrodite operavano sacerdotesse vergini; il suo culto era austero e severo (come ancora la rappresenta l’artista Calamide nell’Afrodite Sosandra e come ancora la rappresenta Fidia nel frontone est del Partenone).
Quanto a Roma, ci limitiamo a ricordare che in ciò che rimane dei frammenti delle Leggi delle XII tavole è prevista la pena di morte anche semplicemente per chi avesse composto canti infamanti; c’era poi la Lex Scatinia, di età repubblicana e tornata in vigore al tempo di Augusto, che prevedeva la pena di morte per chi avesse commesso stupri e pedofilia. Ricordiamo che le Vestali che accudivano nel tempio il fuoco sacro di Roma dovevano essere assolutamente vergini e pure, sino alla fine del loro ministero, punite in caso di infrazione con una morte atroce. 
Basterebbe leggere (tanto per citare gli autori più conosciuti della letteratura latina) la novella Il fanciullo di Pergamo, nel Satyricon, o le satire 2 e 9 di Giovenale contro gli omosessuali, sempre del I secolo, per accorgersi che questa normalità non era assolutamente tale. Quintiliano ad esempio, nei primi due libri dell’Istitutio oratoria dedicati all’educazione dei giovani, pone come base imprescindibile per un docente la moralità dei costumi e, se possibile, la castità e la purezza.
Taluni studiosi di fama internazionale indicano come usanza comune degli antichi la pratica di iniziazioni sessuali per gli adolescenti prima di entrare a far parte del mondo degli adulti. Fantasie perverse, nate da distorsioni e disinformazioni scandalose. Nessun popolo civile dell’età arcaica o classica, in Occidente, ha mai praticato iniziazioni di tipo sessuale e nessun padre avrebbe affidato il proprio figlio al suo migliore amico affinché diventasse un guerriero attraverso la sodomizzazione. È vero tuttavia che in ogni tempo ci sono state corruzioni e degenerazioni, ma sempre sono state sempre condannate dalle leggi religiose, morali e civili; e quando possibile punite.

Eppure è questo che affermano i più gettonati filosofi, pedagogisti, antropologi dei nostri tempi ed è ormai pacifica opinione comune; soprattutto a partire dalla pubblicazione della Histoire de la sezualité (Paris, 1984) di Michael Foucault; e di Bernard Sergent, autore, tra l’altro, de L’homosexualité dans la mythologie grècque (Paris, 1983) e L’homosexualité initiatique dans l’Europe (Paris, 1986), ma soprattutto il britannico Kenneth Dover nel best seller L’omosessualità nella Grecia antica, pubblicato nel 1978. Dimostrare l'errata traduzione e la falsità di quanto viene affermato, autore per autore e componimento per componimento, non è possibile in questo articolo, che costituisce solo un’introduzione al tema. I miei lavori di ritraduzione e reinterpretazione di numerosi testi di Virgilio, Saffo, Anacreonte, Tibullo, Catullo, Strabone, sono disponibili ad esempio sulle pagine di Simmetria. La rivista ha già cortesemente ospitato alcuni miei studi su Saffo, su Tibullo, su alcuni componimenti dei lirici greci. A questa parte introduttiva, per chi volesse leggere qualche prova a sostegno di quanto ho affermato, seguirà una seconda parte che riporta solo alcuni esempi di poesie o brani composti dai grandi poeti e autori del mondo greco e latino.

In quest'articolo intendo riportare (per confutarli), a titolo d'esempio, alcuni passi di un vero e proprio best seller sulla normalità delle pratiche pedofile e omosessuali in Grecia e a Roma, cardine e manuale d'insegnamento ai giovani del tempo, il volumetto Secondo natura di Eva Cantarella (prima edizione del 1988), il cui contenuto è ampiamente chiarito dal sottotitolo: La bisessualità nel mondo antico. Cominciamo da pag. 8:
Ad Atene l’omosessualità (che com'è ben noto era in realtà pederastia, vale a dire amore tra un adulto e un ragazzo) occupava un posto di rilievo nella formazione morale e politica dei giovani, che apprendevano dall’amante adulto le virtù del cittadino. 
La cattedratica, per non essere fraintesa - magari qualche anima candida avrebbe potuto pensare che si trattasse di amore platonico, un corteggiamento d'intenzioni e non di fatti - a pag. 9 aggiunge: 
Le fonti filosofiche [non indica quali] sono tutt’altro che facili da interpretare: talvolta sembrano esaltare l’aspetto spirituale del rapporto e biasimare le manifestazioni fisiche d’amore. Ma le fonti letterarie, i graffiti e l’iconografia [non indica quali] segnalano con sicurezza che questi rapporti erano parte integrante della pederastia, e che questi rapporti comportavano anche la sodomizzazione, e non solo il coito intercrurale, come ha recentemente sostenuto Dover.
Tali problemi, aggiunge la Cantarella, erano presenti nel mondo romano, dove l’omosessualità era meno pubblicizzata ma largamente diffusa; e non era un prodotto d'importazione greca, ma un costume indigeno con analogie con l’omosessualità greca. In Grecia si sodomizzavano i bambini liberi, a Roma gli schiavetti.
Il giovane romano veniva educato, sin dalla più tenera età, a essere un conquistatore… imporre la propria volontà, assoggettare tutti, dominare il mondo: questa la regola di vita del romano. E la sua etica sessuale, a ben vedere, era un aspetto della sua etica politica. Sottomettere ai propri desideri le donne, per un romano, era troppo poco. Per soddisfare e dimostrare agli altri la sua sessualità esuberante e vincente, egli doveva sottomettere anche gli uomini: sempre che non fossero altri romani. Come avrebbe potuto un ragazzo che avesse dovuto subire in giovane età un altro uomo, diventare, da adulto, un maschio invincibile e dominatore? Ecco perché i romani usavano sodomizzare gli schiavi (e, se capitava, i nemici sconfitti), e non i giovani liberi (pag. 10).

Eppure l’autrice aveva appena affermato la tesi che l’omosessualità e la pederastia fossero le pratiche costanti e volutamente accettate e diffuse nella Grecia antica e nel mondo tradizionale romano per essere iniziati alla guerra e che ciò sarebbe evidente attraverso l’analisi di alcune famose opere antiche e soprattutto del Simposio di Platone. Ma allora perché tutto quel discorso sui Romani e sulla loro ferocia di conquistatori? Se il sistema educativo era quello di sodomizzare i giovani, cosa c’era di devirilizzante per un romano? Per capire è stato necessario ripercorrere e reinterpretare le fonti letterarie. In questo articolo vi risparmio i graffiti e le iconografie, per non cadere nel ridicolo! Ovviamente i testi sono da verificare nella lingua originale, ma non è così semplice. È necessario che le parole siano collocate nel loro contesto storico e sociale e non interpretate in una prospettiva storica diversa. 

Come ho detto per la parola erastòs, anche il termine pais, che nel greco antico indicava indistintamente il fanciullo e la fanciulla, e comunque anche lo schiavo e la schiava, o persona di famiglia o di basso ceto sociale anche in età adulta, è stato inteso dai moderni traduttori solo in senso maschile: ragazzo, fanciullo. Così anche per la parola latina puer. Ma c’è di più: pais, o puer, erano termini usati dai poeti greci e latini per indicare anche Eros, ovvero il fanciullo alato, talvolta i cupidini, simbolo dell’impulso erotico e delle predisposizioni personali. E ancora, nella poesia antica ma anche in quella medioevale almeno sino al Quattrocento, soprattutto nelle composizioni poetiche era dominante l’allegoria e l’uso di un simbolismo spesso iniziatico o ristretto a una cerchia selezionata di persone; senza contare che le parole cambiano di significato col passare del tempo. Hillman dice giustamente che le grandi opere antiche andrebbero ritradotte a ogni cambio generazionale.

Un’ultima considerazione va fatta poi sulla trasmissione dei testi. Fino al IV secolo a.C. le opere venivano tramandate solo oralmente, anche perché molti grandi personaggi non hanno mai voluto lasciare scritti, come accadde nel caso di Omero, Esiodo, Socrate, Saffo, Alceo, Anacreonte, la gran parte dei lirici greci. La letteratura greca fu messa per iscritto solo verso la fine del IV secolo a.C. e quella latina inizia nel III secolo a.C. La trasmissione dei testi autentici di un autore è sempre stata complessa e non sempre sono individuabili manomissioni e falsificazioni.

Nelle pagine 21 – 24 è riportata in nuce la tesi dell’accademica:

Le origini dell’omosessualità vanno ricercate nel mondo omerico: più precisamente nel passaggio tribale della società greca, in cui l’organizzazione della comunità era basata (in primo luogo) sulla divisione per classi d'età. Il passaggio di un individuo da una classe all’altra era accompagnato da una serie di riti (erano iniziazioni, esattamente come i riti misterici). Al termine di questo periodo rinasce a nuova vita, come membro della classe superiore. L’esistenza di miti di passaggio, nella Grecia precittadina, dopo essere stata messa in evidenza da studiosi come… [segue una sfilza di citazioni] è stata recentemente confermata dalle ricerche di … [altra sfilza di citazioni] e l’amore omosessuale tra un uomo e un ragazzo, a ben vedere, anche in Grecia (esattamente come presso altre popolazioni allo stato tribale) affonda le sue radici proprio in questi riti. Nella Grecia precittadina, i ragazzi apprendevano le virtù che avrebbero fatto di loro degli adulti durante il periodo di segregazione, vivendo in compagnia di un uomo, al tempo stesso educatore e amante. Ecco le remote origini della pederastia greca.

Tutto ciò è assolutamente privo di fondamento e frutto di opinabili illazioni. Tant'è vero che l’autrice stessa, in un attimo di lucidità, aggiunge:

Ma su che prove può basarsi una simile affermazione, o quanto meno su quali indizi? In primo luogo su numerosi miti come quelli che adombrano gli amori omosessuali di Zeus e Ganimede, Dioniso e Adone, Poseidone e Pelope, Apollo e Admeto, Ercole e Giasone… che hanno la struttura di riti iniziatici… E in questo contesto l’amore omosessuale svolge sempre la funzione essenziale di strumento pedagogico, capace di trasformare il ragazzo in un uomo.

Sì, abbiamo letto bene: la prova è costituita dai miti! Ma allora i seguaci delle tradizioni sumeriche, assiro-babilonesi, egizie e giudaico-cristiane avrebbero dovuto considerare lecito e normale l’incesto, visto che ad esempio i figli di Adamo ed Eva avevano dovuto praticarlo abbondantemente tra loro! Senza contare che invece i miti delle tradizioni più antiche riportano storie di distruzioni di popoli praticanti una vita sessuale per loro non naturale (vedi i miti Sumerici, Assiro-babilonesi, senza contare i racconti biblici della distruzione da parte degli angeli di Dio di Sodoma e Gomorra). Lasciamo stare il mito, che uno studioso dovrebbe conoscere bene nei suoi complessi significati esoterici e iniziatici, e seguiamo la professoressa autrice del libro, sulle orme della storia:

Racconta Strabone [storico e geografo greco nato nel 53 a.C. e morto nel 23 d.C.], riportando Eforo [storico greco nato nel 400 a.C. e morto nel 330], che a Creta gli uomini adulti, detti amanti (erastai), usavano rapire gli adolescenti da loro amati (eromenoi) per condurli con sé fuori città, per un periodo di due mesi, durante i quali intrattenevano con loro rapporti minutamente regolati dalla legge, che stabiliva i reciproci doveri [sì, ma quali? L’autrice non lo dice, ma ci lascia supporre che fossero attinenti al modo e all’uso di pratiche sodomite]; al termine di questo periodo, prima di far ritorno in città, gli amanti regalavano all’amato un equipaggiamento militare (segno dell’ingresso di questi nella comunità degli adulti). A Sparta i ragazzi a dodici anni erano affidati a degli amanti, scelti tra i migliori uomini in età adulta, e da questi imparavano a essere veri spartiati.

Tutto questo è basato solo e unicamente sulla traduzione della parola greca erastòs, come abbiamo visto per il passo del Simposio. Al tempo di Strabone la parola erastòs aveva ormai preso il significato da colui che ama di più (riferito all’ambito del guerriero), in amante; inoltre Strabone parla di "strana usanza"; evidentemente questo comportamento, a partire dal "rapimento", non doveva essere normale.

Erastòs era il compagno d’armi di guerra col quale si divideva la vita e la morte, il coraggio e la disperazione, le fatiche e l’ebbrezza del trionfo. Tra l’altro la parola erastos in Omero manca completamente, perché gli Achei non combattevano in falange, dov'era essenziale avere sul proprio lato destro un eromenos, ma combattevano come i vichinghi o i barbari in genere, ognuno per conto proprio, tutt’al più raggruppati intorno a un capo o un guerriero particolarmente valoroso. Patroclo è sempre definito scudiero di Achille e non erastos. Certo non è facile capire la distinzione tra compagno d’armi e compagno di letto! È così che Achille da compagno d’armi diventa l’amante di Patroclo. E Alessandro Magno che rapporti aveva con l’amico del cuore, Efestione? Oreste con Pilade? Eurialo con Niso? Ulisse con Diomede? Ma senza ricorrere alla guerra: come intendere il rapporto tra Orazio e Mecenate? Dante e Cavalcanti? E perché allora non pensare che anche Davide fosse stato l’amante di Saul e poi di suo figlio Gionata, oltre che marito della loro figlia e sorella Micol? (In verità ho scoperto che ci hanno già pensato!). Eppure le parole del canto di Davide mi sembrano molto più esplicite di ciò che canta Omero riguardo ad Achille!

Gionata, per la tua morte sento dolore,
l’angoscia mi stringe per te,
amato mio Gionata!
Tu mi eri molto caro.
Il tuo amore era per me prezioso
più che amore di donna.

L’autrice del testo Secondo natura, certamente non molto esperta di cameratismo guerriero, come le sue illustri fonti, ama immaginare Achille e Patroclo come due teneri amanti, confonde amore d’amico per amore sessuale, insinua, insulta, stravolge; ammucchia Greci antichi con ellenisti degenerati, Romani d’età repubblicana con l’indecifrabile crogiolo di genti ammassate a Roma in età tardo-imperiale, mette sullo stesso piano popoli pagani e devoti cristiani. E ha il coraggio di porsi una candida domanda (pag. 23):

Perché mai in Grecia la sodomizzazione era considerata parte del processo di formazione dell’uomo adulto?

La risposta è raccapricciante:

Il rapporto sessuale sarebbe stato considerato necessario in quanto capace di trasfondere nel ragazzo le virtù virili, attraverso lo sperma dell’amante: e, in effetti, i Greci non di rado, per indicare questo tipo di rapporti, usano il verbo eispnein (in-spirare) e, come sinonimo di amante, i sostantivi eispnelos e eispnelas (in-spirator).

Quindi quando Dio in-spira il soffio vitale in Adamo, in realtà l’ha sodomizzato! Penso di aver "profondamente" capito il senso dell’invocazione di Dante ad Apollo, nel primo canto del Paradiso, nel suo rito di iniziazione:

O buon Appollo, all’ultimo lavoro
fammi del tuo valor siffatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro…
Entra nel petto mio, e spira tue
Sì come quando Marsia traesti
De la vagina delle membra sue

Inutile sottolineare il senso metaforico di "vaso" e di "vagina", traslato forse per il medesimo. Dunque Dante si aspetta da Apollo un abbondante travaso di liquido seminale! La sodomia e la pedofilia erano insomma:

…presupposto sociale indispensabile per la nascita di un individuo che, a partire da quel momento, avrebbe assunto il ruolo virile nella sua pienezza: vale a dire avrebbe abbandonato il ruolo passivo e avrebbe assunto il ruolo del marito con le donne, e quello dell’amante coi ragazzi.

Non possiamo tralasciare un altro brano del Simposio, cavallo di battaglia dell’autrice a conferma inappuntabile delle sue tesi. Premetto solo che il testo greco e la traduzione del medesimo sono verificabili nell’edizione completa di Platone a cura di Enrico Maltese con note e traduzioni di undici autori, dei quali sette sono donne. Dico questo perché le donne, in genere, hanno la propensione a non tener conto della mentalità di un uomo antico che viveva costantemente in guerra; ma la casta dei guerrieri era predominante e condizionante in quel contesto sociale, e ciò influisce non poco nella traduzione delle parole. A titolo d'esempio vi faccio notare questa traduzione dell'indiscutibile e celebre Rosa Calzecchi Onesti (chi non ha letto le sue traduzioni dell’Iliade, dell’Eneide, etc.?) dei versi 134 - 137 del libro secondo dell’Iliade. Parla Agamennone ai suoi soldati:

Ormai nove anni del grande Zeus sono andati
e delle navi il legno è muffito, son lente le funi;
le nostre spose coi figli balbettanti
siedono nelle case, bramose; …

il verbo greco ποτιδέγμεναι (potidegmenai) non significa bramose (per quanto potevano anche esserlo, dopo nove anni…) ma rassegnate, secondo la tradizione, come di consuetudine, etc. Non vi pare un lapsus femminile? Per questo le donne che traducono anèr scrivono maschio e non uomo virile, coraggioso, audace, ovvero guerriero. Torniamo all’esempio tratto dal Simposio: dopo gli intervento di Fedro, di cui abbiamo riportato sopra uno stralcio, di Pausania e del medico Erissimaco, parla Aristofane, il grande comico di Atene, che propone l’antico mito dell’Androgino. Al passo citato [191e], secondo il traduttore del dialogo, dice:

Quanti derivano dal taglio di un maschio, vanno alla ricerca del maschio, e finché sono fanciulli, poiché sono piccole parti del maschio, amano il maschio e godono di giacere e starsene abbracciati con un maschio e sono questi i migliori tra i fanciulli e i giovinetti, perché sono per natura i più coraggiosi.

Questa è invece la traduzione corretta:

Quanti derivano dal taglio di un uomo virile, cercano le attività virili, e fino a quando sono ancora fanciulli, dato che sono piccole parti di un uomo virile, hanno piacere di stare con gli uomini, di partecipare al banchetto con gli uomini e frequentare gli uomini. E sono questi i migliori tra i fanciulli e i giovinetti, perché sono per natura i più coraggiosi.

Va dunque notato ciò che è stato fatto per manipolare il testo:

  • la parola anèr, che significa uomo virile (ovvero uomo virtuoso, coraggioso, guerriero) è stata tradotta con maschio (termine riferito particolarmente all’ambito sessuale)
  • l’espressione "prediligono gli uomini virili" è stata tradotta "amano il maschio"
  • l'espressione "piace loro stare al banchetto (sul letto triclinare!!) con gli uomini" è stata tradotta "godono di giacere con un maschio"
  • l'espressione "frequentare gli uomini" è stata tradotta "starsene abbracciati con un maschio".

Quando, dove e come è iniziata l’opera di travisamento dei testi antichi? Possibile che nessuno abbia mai alzato una voce autorevole per confutarli e demistificarli? Cosa faceva ad esempio la Chiesa, ove non mancavano studiosi e specialisti per opporsi? La Chiesa non aveva interesse a demistificare o suffragare tali testi, anzi! Proprio i primi apologeti e i più autorevoli rappresentanti della Patristica, per gettare fango sul paganesimo in procinto di essere sostituito dalla nuova realtà cristiana, e che certo si trovava ormai da secoli in una crisi etica e sociale di vaste dimensioni, sono coloro che hanno tentato con tutti i mezzi, leciti o meno leciti, di metterne in luce la decadenza morale, spirituale, culturale, presentando così il cristianesimo come l’alternativa corretta al paganesimo degenerato, per la creazione di una nuova società sana e morale (e dunque non era assolutamente normale quanto asserito per gli antichi). Se così fosse ci troveremmo col drammatico e beffardo paradosso che, dopo un paio di millenni, le posizioni si sono capovolte e che i frutti raccolti a seguito di un’azione mendace, tendenziosa e mistificatoria, continuata e perpetrata da studiosi e manieristi dalla fine del Cinquecento in poi, passata attraverso i sapientisti della nuova scienza, gli Illuministi ideologizzati, i materialisti razionalisti, i Decadentisti, i Positivisti, si sono rivelati velenosi e distruttivi per coloro che li avevano dissennatamente seminati.

[1]Le stesse parole e gli stessi concetti esprime Guido Guinizzelli nella Canzone Al cor Gentil, ritenuta il manifesto del Dolce Stil Novo. Infatti oppone ai criteri della nobiltà tradizionale (parentela, ricchezza, cariche onorifiche) nuovi criteri, ovvero il cor gentile e la nobiltà dell’animo.

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