Ovvero: l’anima e l’uso dei media, di C. Lanzi
 
Può sembrare strano che Simmetria stia dedicando una serie di articoli ed editoriali a partire da La gerarchia e la ricerca del vero ad argomenti di competenza prevalentemente "sociale". La ragione principale di questa decisione è connessa all’ottima definizione della bestia sociale che appare nel precedente articolo Spiritualità e potere.
Alcuni dei nostri lettori, soprattutto fra i più giovani, si accompagnano, volenti o nolenti, alla "bestia sociale" suddetta (a volte credendo di combatterla), con maggior o minor consapevolezza del tributo di sangue che tale "bestia" chiede a tutti coloro che pretendono di cavalcarla mentre, in realtà, ne sono cavalcati.
Il"“fluido" nel quale è immersa l’anima, che rappresenta il motivo di maggior interesse degli studi di Simmetria, è formato (e con ciò ci permettiamo qualche adattamento al linguaggio "moderno") da quattro contenitori, un po’ come una matrioska a cui si attribuiscono diverse valenze e diversi coefficienti di credibilità:
- il corpo umano (quell’insieme di materia vivente nel quale molti di noi sono certi che l’anima sia deposta come in uno scrigno, mentre altri ritengono che il principio vitale stesso del corpo sia configurabile come anima, e altri ancora considerano tale insieme come una bolla di apparenze e vanità).
- l’ambiente naturale, interno ed esterno, e cioè le "cose", viventi e non viventi che lo circondano (dai batteri al sangue che circola nelle vene, ai fiumi che circolano sulla terra, ai quali alcuni affidano un principio di realtà, altri un principio d’illusione).
- la rete di relazioni psicofisiche che s'instaurano con tale ambiente interno ed esterno (anche in questo caso alcuni la ritengono un amplificatore degli inganni, altri un mezzo d’indagine per la ricerca della verità. La prima rete in tal caso è ovviamente quella neuronale che connette l’insieme percettivo e valutativo che ognuno sviluppa in sé, mentre le estensioni rappresentano qualsiasi collegamento sensoriale o anche deduttivo tra tale rete e le ipotetiche reti esteriori).
- gli "invisibili" cioè tutto ciò che è riconducibile al mondo dei principi, delle cause e delle energie prime o dello Spirito e che può essere considerato o intimamente connesso ai due contenitori precedenti o, al contrario, totalmente libero e slegato (ovviamente per chi di ciò non ha coscienza ci dobbiamo fermare al punto precedente).
Ora, seguendo assai approssimativamente uno schema neoplatonico, potremmo dire che tutte queste componenti sono agite e diversamente composte dagli elementi formatori dell’universo (acqua, fuoco, terra e aria), ma con ciò ci spingeremmo in una parte assai complessa e alchimica che dovrebbe addentrarsi nella metafisica. In queste note, che riguardano invece un insieme estremamente fisico e sensoriale che però avvolge in un solo bozzolo l’intera umanità, cercheremo di adottare un linguaggio semplice e trattare solo uno dei contenitori della nostra matrioska: quello che attualmente trova maggiore accoglienza sociale e che viene maggiormente "spinto" e abusato dal consumismo mondiale: la rete mediatica.
 
Nel momento stesso che io sto denunciando tale "abuso" mi avvalgo proprio del mezzo di cui sto criticando il pericolo e l’invasività: la rete. Infatti se in questo momento volessi mantenere con chi sta leggendo un contatto di tipo realmente tradizionale, non userei tale mezzo, ma scriverei su carta, magari pergamena, e invierei una serie di lettere tramite… un piccione viaggiatore o un corriere a cavallo. Questo non per essere "retrò", antico, o con gusti malinconici e vagamente reazionari, ma perché la rete rappresenta il formidabile compimento del piano diabolico immaginato da Orwell e perché, attraverso la rete, si sta perfezionando la più colossale politica di disinformazione e plagio collettivo che finora sia stato possibile immaginare.
 
Il fatto che la stia usando dimostra che comunque la mia azione (anche se di contestazione del mezzo) è felicemente digerita e assorbita dal mezzo stesso; il "sistema" mi costringe ormai a imbrigliare i miei contatti nelle sue spire e può assorbirmi e annullarmi sia che io urli a favore sia che urli contro. Anzi se nessuno urlasse contro il sistema, il sistema si intorpidirebbe e perderebbe interesse per chi lo abita; quindi una bella protesta è utile e stimolante e accresce la potenza dei Gestori: tanto non cambia quasi nulla, e ciò che cambia fa comunque parte del grande progetto del… Grandissimo Fratello che, finalmente è riuscito a produrre un mostro che si autoalimenta di qualsiasi cosa. L’energia è costituita dall’agitazione stessa. Questo sì che è un sistema perfetto di produzione, smaltimento e riciclaggio rifiuti!
Vorrei chiarire meglio: se io scrivessi con la bellissima penna stilografica (come facevo fino a pochi anni or sono) il problema non sarebbe quello di esser letto da un minor numero di persone (questo, infatti, non sarebbe un gran danno in quanto, anche avvalendomi della diffusione della rete, visti gli argomenti di cui mi occupo, le persone realmente interessate a leggere ciò che scrivo sarebbero comunque poche decine). Gli altri fanno "massa", leggiucchiano velocemente, a tratti fruiscono, s'informano, ma difficilmente si domandano da dove arriva, che senso ha ciò che leggono, perché è stato pensato, scritto, inviato.
Il vero problema consisterebbe invece nel fatto che un mezzo "antico" cioè non "in linea coi tempi" non viene più preso in considerazione da nessuno se non per snobismo. Un messaggio web siamo sicuri che, bene o male, verrà notato. Una rivista che arriva per posta viene messa da parte o assai più spesso gettata. Anche la cultura è ormai fatta completamente di consumo e quindi soggiace alle regole del consumo moderno, veloce. Nulla dev'essere compreso, tutto dev'essere solo fruito.
 
La superficialità
Quasi tutti i sistemi di "comunicazione rapida" stimolano perciò la superficialità, l’approssimazione. Alcuni vogliono vederci un’esortazione alla sintesi, ma non è così: prima di tutto perché nel voler fare dei "bignami" del pensiero e delle emozioni, stringando il linguaggio ai minimi termini, si finisce per generalizzare le emozioni stesse e i loro contenuti. I vari TVB e simili idiozie sintetiche, così come le demenziali faccette proposte direttamente dal P.C. (per identificare niente poci di meno che uno stato d’animo!!), riducono il tutto a un flash da discoteca, a scambi demenziali da "tronisti".
Il quoziente d’intelligenza viene esplicitamente invitato ad abbassarsi, a massificarsi e brutalizzarsi in modo che tutti (oh che bello, all inclusive!) abbiano democraticamente delle espressioni alla Romeo e Giulietta da raccontare all’altro, importando delle parole stereotipate, delle frasi standard. Le migliaia, anzi i miliardi di miliardi di varianti possibili per uno stato d’animo sono ricondotti a poche decine, classificati, mercificati nelle famose faccine o nelle espressioni gergali da rete.
Un tempo si prendevano in giro le banalità dei Baci Perugina. Al confronto, oggi, quelle piccole espressioni, a volte tratte da autori famosi, altre volte inventate dal "creativo" di turno, sembrano un coltissimo trattato d’amor cortese, un’enciclopedia di espressività! Il che vuol dire che la rete "propone" dei modi di relazionarsi appiattiti verso il basso: la rete non desidera che ognuno cerchi l’individuo che non ha limiti, ma vuole unificare l’individuo nella massa ovvero nell’oggetto che rappresenta la schiavitù per eccellenza.
Accidenti, ormai non si parla, ma… si chatta (letteralmente si "chiacchiera"). E poiché nel chattare si deve far presto, più il mezzo è perversamente sintetico (come twitter o facebook ad esempio) più le parole sono poche e l’apprezzamento dei contenuti passa per un "mi piace" che non si sa bene cosa sia. Che vuol dire mi piace? Cosa ti piace? Perché ti piace, e perché dovrei essere contento che un illustre sconosciuto veda una foto o legga una frase e dica che gli piace e decida di "chiedermi amicizia"?
In realtà questa "rete" ruba a tutti moltissimo tempo. Divora continuamente energie a chi è in ufficio, a chi è a casa a studiare, a chi è "solo", illudendolo di fornirgli surrogati di condivisione e compagnia; illude l’impiegata in un delirio di finta liberazione: tre pratiche svolte e… una chattatina su internet per "rilassarsi". Rilassarsi o rincoglionirsi? Alla fine del giorno le ore impiegate in questa collettiva alimentazione del NULLA sono moltissime.
La rete, anzi la ragnatela che imprigiona le coscienze, è in continua estensione. Tutti parlano di tutto, tutti sanno apparentemente tutto senza sapere nulla. Amicizia? Che vuol dire amico? Pensiamo allo stravolgimento di tale termine.
Amico: parola d’origine indoeuropea che ha la stessa radice di amante, di amare. Connesso forse alle grandi radici amma-ma, ecc, tutte in rapporto con la famiglia, col vincolo di sangue e la reciprocità. Beh, la richiesta di "amicizia" su Facebook vuol forse dire questo? E giù amici a pioggia. Amici di cosa?
Se estendiamo questa sommatoria di banalità neuronali ai vari sistemi perversi di comunicazione della rete, scopriremo che esistono persone che hanno smesso d'incontrarsi, anzi, di parlarsi da mesi, perfino per telefono, e usano questo mezzo compulsivamente per istituire un contatto (furbissimo questo termine), per condividere virtualmente le reciproche immaginative, sempre più squallidamente… uguali le une alle altre. Ma ci rendiamo conto che questo è onanismo telematico e che alla fine ognuno masturba i suoi neuroni, pensando di instaurare dei "rapporti"?
In questo modo si costruiscono delle icone virtuali dell’altro e di sé stessi. L’altro è in realtà il frutto di uno scambio "mediato" da un software, ma soprattutto mediato dalla facile e mimetica vicinanza virtuale concessa dalla rete. Tale vicinanza è talmente "comoda", talmente semplice da realizzare restando seduti di fronte a uno schermo o a un tablet, che qualcuno finisce per credere che quello realizzato tramite rete sia veramente un "rapporto".
Mi si potrà dire che molte reti promuovono incontri, "rapporti"... Purtroppo è vero. Esseri soli, che non possono o non riescono a trovare un punto di contatto con l’altro, vengono allettati subdolamente da questo macchina facilitatrice, da questo piccolo mostro che illude di creare una "socievolezza" passando attraverso l’ingegneria dei microchips. Pochi si rendono conto che tale macchina crea contatti di solitudini disperate che, a volte, restano tali anche dopo un eventuale incontro de visu, in quanto ognuno seguita a immaginare per un tempo indeterminato l’altro così come se l'è costruito nell’universo virtuale, nell’immagine fasulla che gli è servita per superare l’impasse onanistica.
In tal modo si riduce, s'inquadra, sisclerotizza l’altro, che diventa sempre più povero di contenuti suoi, sempre più ricco di contenuti immaginati e desiderati da noi.
La rete alimenta a dismisura l’imitazione, l’omogenizzazione delle facce, dei corpi, dei modi di fare degli esponenti delle giovani generazioni (e ormai anche delle vecchie). I visi delle ragazze assomigliano sempre più a quelli di Barbie. I seni sono tutti anabolizzati, le natiche tutte palestrate e il linguaggio, minimo e banale, sempre più robotizzato in espressioni sguaiatamente sterili. In obiettivi falsamente sociali e segnatamente noiosi.
 
Il processo della creazione degli zombie è felicemente approdato a compimento.
Il contatto diretto fra uomo e donna, vedere, toccare, ascoltare, comprendere, approfondire, cercare nel cuore, diventa sempre più raro o, peggio, demandato solo alla "conclusione" o alla finalizzazione sessuale di un incontro. Profondità è una parola misteriosa. Anche gli stessi contatti sessuali (che ormai segnano la morte della magia dell’eros e il trionfo della volgarità del sesso) sono lo specchio di buona parte delle comunicazioni attuali: quasi tutte veloci, sintetiche e disperatamente approssimative. Ognuno racconta chi ha visto, che impressione gli ha fatto, cosa vorrebbe farci, dove vorrebbe andare cosa bisogna fare, insieme o da soli.
Tutti questi sistemi amplificano a dismisura la cultura del fare e mortificano la cultura dell’essere.
Sempre più le persone s'identificano, si scontrano e si arrabbiano per ciò che l’altro "fa" e non riescono più a comprendere ciò che l’altro "è". Anzi pensano che il fare equivalga all’essere. E questo equivoco rappresenta la morte dell’anima. Anzi, visto che la stessa non può morire è il modo per farla… ammalare gravemente.
Almeno una volta aveva ragione il povero Cartesio, a cui imputiamo, non sempre a proposito, una serie di gravi responsabilità: egli riteneva che il pensare equivalesse all’essere! A quanto pare siamo riusciti a cadere un gradino al di sotto: "Faccio dunque sono". Anzi, se volessimo esercitare un briciolo di malignità stile cannabis, dovremmo forse dire "Sono… fatto, perciò sono"!