Visto che, volenti o nolenti, dobbiamo seguitare ad assistere alla barbarica invasione dei nostri musei, dei nostri magnifici e antichi palazzi nobiliari, dei nostri bei parchi rinascimentali, delle nostre vestigia archeologiche, da parte di UFO che non riusciamo assolutamente a chiamare con il nome di Arte; e visto che le autorità benpensanti sinistrorse o destrorse che siano, seguitano a pascersi delle minestre ammannite dai mercanti d’ “arte” e condite dai critici attraverso le solite espressioni dense di nulla, a nostra volta seguitiamo a manifestare il nostro vibrato dissenso, anzi direi sostenuto dissenso e, a volte, anche disgustato dissenso.
Si è vero, non serve a molto dissentire ma, in verità, da una certa soddisfazione. Questa volta ospitiamo gli appunti di Dalmazio Frau sulla mostra di Durham, ahinoi, nella Sala Dorica del Palazzo Reale di Napoli.
C.
 

Quando non c’è né l’idea né l’ispirazione, allora siamo certi di trovarci in presenza dell’arte contemporanea.

Anche se bisognerebbe ricordare che la sola arte a potersi definire perennemente contemporanea è quella “antica”. Fidia e Paolo di Dono sono e saranno sempre a noi presenti quando di tutta la presupposta arte contemporanea ci sarà soltanto un vago ricordo nel nulla.
Così è per l’ennesima esposizione che sta avvenendo in questi giorni alla Sala Dorica del Palazzo Reale di Napoli.
Temo che Castel dell’Ovo e la Cripta di San Severo possano subire tracolli architettonici dall’indignazione nell’essere concittadini all’insulsa mostra di Jimmie Durham.
 
altDurham è un altro dei tanti “decostruttori” che navigano sull’onda dell’Informale e quindi non essendo in grado di “costruire” si aggrappa al “distruggere”.
Eccoci così di fronte alle “sculture assemblate”. Quasi un ossimoro per dire che non sapendo veramente scolpire si mettono insieme elementi di varia fattura. E’ il sogno, o forse sarebbe meglio dire l’incubo “cyberpunk”, dell’ibridazione mutagena che tanto piace ai nostri critici d’arte italiani. Critici che vorrebbero essere all’avanguardia ma in realtà procedono a rilento, arretrati così come scroti canini.
Assemblamenti che rifiutano il Simbolo a favore dell’organicità. Non lo Spirito ma la Materia viene dunque esaltata, tutto è sensazione, senso, tattilità del materiale sia esso legno, ferro o pietra. Puro nominalismo dove ogni “opera d’arte” vuole essere soltanto cio che appare. Una pietra è una pietra, è una pietra, è una pietra, è una pietra.
 
Michelangelo dalla viva pietra traeva la vita dello Spirito.
 
Altri tempi, altri intelletti. Ed anche altri muscoli.
Tali “espressioni artistiche” sono quelle che fanno dire all’uomo comune, quello “della strada”, quando si ritrova in loro presenza frasi assolutamente veritiere quali : “questo lo saprei fare anch’io” o spesso e volentieri, nella sboccacciata Roma: “Ma che cazz’è”.
Non ho mai sentito nessun passante fermarsi davanti ad un telero del Veronese e dire la stessa cosa.
Ovviamente per ovviare a tale pensiero del popolo incolto esiste l’intervento prezzolato del “critico d’arte”, figura ibrida in genere tra un saccente senza sapienza ed un parolaio dotato di fonazione, che procede a spiegare e a giustificare l’inclito percorso mentale e psicologico compiuto dall’artista nel prendere due pietre così come esse sono e metterle sotto due pezzi di legno senz’altro intervento.
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Tutto è “concetto” anzi “concettualismo”. La cosa a cui pochi pensano è che tali “opere” o “installazioni” non hanno mercato, in quanto nessun privato, o comunque forse pochissimi eccentrici danarosi, possono osare di dedicare uno spazio a tali oggetti. Neppure i Musei di Arte Contemporanea che restano i principali depositi di questi manufatti. La realtà è che il “mercato” di queste forme artistiche è garantito dal “noleggio”. Non più la vendita ma l’affitto momentaneo di tali installazioni che poi ritornano negli scantinati e nei magazzini degli atelier dei loro facitori.
Hanno creato una forma “artistica” che agisce come l’elettronica, ovvero con l’”obsolescenza programmata”, così che dopo aver visto tali mostre, dovrete andare a vederne di nuove e ancora ed ancora.
 
Allora perché spendere, anzi gettar via i soldi di un biglietto, quando è così una gioia per l’anima osservare gli uliveti della Puglia, le pietre laviche della Strada dei Giganti o il ferro battuto delle palazzine liberty del quartiere Coppedè. Quella è Arte, della Natura e dell’Uomo, dura nei secoli e non costa nulla perché è Bella.
 
Dalmazio Frau