Il nostro passato è in tutto l’universo: lì c’è il presente e c’è il futuro.

 

Premessa

Andromeda tra le stelle” è il titolo di una riflessione sull’origine dei miti e sul rapporto tra mito e cosmologia. L’argomento “mito”, vasto nel tema e nella portata, presta però il fianco a critiche, dubbi, contraddizioni che necessitano di documentazione puntuale e plurispecialistica. Per brevità ci limitiamo a citare alcuni libri che già racchiudono le citazioni, i riferimenti e gli autori riteniamo necessari. In particolare, il Trattato di storia delle religioni di Mircea Eliade, un’opera ancora attuale per la complessa e completa analisi delle ierofanie del sacro in tutte le sue forme, particolarmente utile per la compilazione del nostro articolo e dalla quale attingiamo per l’Introduzione.

Introduzione

Tra le differenze che separano l’uomo delle culture arcaiche dall’uomo moderno, una delle principali è l’incapacità dell’uomo moderno a vivere la vita organica - soprattutto quella erotica e quella della nutrizione - come un sacramento. La psicoanalisi e il materialismo storico li considerano solo atti fisiologici e hanno creduto di trovare la più sicura conferma delle loro tesi nella parte rappresentata dalla sessualità e dalla nutrizione presso i popoli che si trovano ancora nella fase “etnografica”. Ma sessualità e nutrizione hanno per costoro un valore, per non dire una funzione, completamente diversa rispetto al significato moderno di questi termini: per l’uomo delle culture arcaiche sono sacramenti, cerimonie, che lo mettono in comunione con la forza che rappresenta la Vita stessa.

Quegli atti naturali ed elementari erano, per l’uomo “primitivo”, un rito inteso come mediazione, che lo aiutava ad avvicinare la realtà nell’ontico, liberandolo dagli automatismi del divenire, di per sé privi di contenuto e significato, appartenenti al profano e al nulla. Il rito infatti, con la sua ripetizione, coincide con l’archetipo, e supera così il tempo profano, anzi lo abolisce. Trasformando in questo modo tutti gli atti profani in cerimonie e dando loro un valore spirituale, l’uomo arcaico si sforzava di passare oltre il divenire per proiettarsi nell’eternità. La vita sessuale, l’atto del nutrirsi, costituivano un’esperienza religiosa naturale, indistinta, mentre le esperienze distinte sono rappresentate dalle ierofanie dell’insolito, dello straordinario, dello spirito mantico.

Per capire meglio, si deve tener presente che gli uomini delle culture arcaiche non procedevano, nell’atto del conoscere, per concetti o elementi concettuali, ma si servivano soprattutto di simboli, ideogrammi, miti cosmologici e genealogici, che lo aiutavano a difendersi dall’insignificante e dal senso del nulla”.[1]

Il mito di Andromeda, più tardi cristianizzato nell’impresa del cavaliere San Giorgio, costituisce solo un esempio per dare un senso e una finalità ad alcune riflessioni derivate dall’occasionale rilettura del suo mito[2], così come l’abbiamo trovato nel racconto in versi di Ovidio nel quarto libro delle Metamorfosi (vv. 663 – 752). 

Mentre il mito ovidiano ci presenta un episodio tra i tanti, incastonato in pochi versi tra le imprese che esaltano l’eroe semidivino Persèo, le costellazioni che costituiscono il gruppo boreale di Andromeda, che ruotano intorno alla stella polare, occupano un posto privilegiato nel cielo, forse il più importante per chi lo guarda dal nostro emisfero. Forse il mito racchiude un significato importante e Tiberio Augusto, che non era certo uno sprovveduto, fece adornare la sua villa marittima a Sperlonga con un ninfeo che conteneva un gruppo di statue riferibili alla storia di Andromeda. Sappiamo che la famiglia di Augusto era solita insistere su miti che evidenziassero la provenienza della gens Julia non tanto dai Greci ma dai Troiani.

Questo è il primo motivo che ci ha spinto ad approfondire il ruolo di Andromeda nella tradizione greca e romana e a ricercare quale poteva essere l’originario significato del suo mito, prima della volgarizzazione operata dalle fonti di Ovidio.

ANDROMEDA TRA LE STELLE

Ogni mito è cosmogonico, perché enuncia la comparsa di una nuova situazione cosmica e di un avvenimento primordiale, che diventano così, per il semplice fatto di manifestarsi, paradigmi per tutto il corso del tempo futuro[3].

Nel mito di Ovidio Andromeda non nasce come una divinità[4] ma è una fanciulla[5], la cui vicenda è inserita tra le gesta di Persèo, semidio figlio di Giove e della principessa Danae. È una principessa (come Cenerentola e Biancaneve), che nel mito classico ha avuto la disgrazia di avere una madre vanitosa (la strega cattiva), la regina Cassiopèa, e un padre di scarsa personalità (come tutti i padri delle favole), il re Cefèo. La madre si vantava di essere più bella delle Nereidi (come la matrigna di Biancaneve era la più bella del reame), ma le ninfe marine, piccate e non meno vanitose di Cassiopea, protestarono con il loro padre, Poseidone, che punì Cassiopea e Cefèo martoriando il loro regno, non si sa bene se l’Etiopia o l’Egitto, con tempeste, tsunami e maremoti.

Per placarne le ire, l’oracolo di Ammone (con una certa perfidia) decretò che a pagarne le spese fosse Andromeda, che non aveva colpe, e che fosse incatenata a una roccia o scoglio per essere divorata da un mostro marino, la dea Ceto.

Prima che il “sacrificio” si adempisse intervenne l’eroe Persèo (il principe azzurro) che passava di lì per caso e aveva il gusto di apprezzare le belle forme della donzella incatenata. Senza troppo andare per il sottile, anche perché portava con sé l’ingombrante e ripugnante testa mozzata di Medusa, ricattò cortesemente i due reali promettendo di salvarla se l’avessero data in sposa al suo salvatore, ovvero sé medesimo. Il mito non dice se la proposta, subito accettata dal re Cefèo, fosse gradita anche ad Andromeda, ma riteniamo di sì visto che la vergine ha dato poi all’eroe più o meno 13 figli (il numero è controverso) e tra questi Gorgofòne, da cui nacque Tìndaro, re di Sparta che sposò Leda (quella trasformata in cigno) e divenne padre di due coppie famose: l’una di eroi divinizzati, Castore e Polluce, e l’altra di donne celebrate nei miti dell’Ellade, Elena e Clitemnestra.

 

Fig. 1 – Vaso corinzio raffigurante Persèo, Andromeda e il mostro Ceto (circa 560 a. C., proveniente da Cerveteri, ora allo Staatliche Museum di Berlino).

 

Alla fine dei suoi giorni Andromeda fu trasformata in una costellazione che gira perennemente attorno alla stella polare di turno, insieme con i personaggi del suo mito: Cefèo, Cassiopèa, Persèo (con la testa di Medusa), il cavallo Pègaso e la mostruosa Ceto, chiamata oggi Balena.

Cosa può aver fatto di così importante Andromeda per essere trasformata in costellazione, dato che non ha neppure subito il martirio? Se il significato del mito riveste una qualche importanza, perché se ne parla così poco nella letteratura e nella mitologia scritta greca? Non ne parla Esiodo, non Omero, un semplice accenno c’è in Nicandro, che è la fonte di Ovidio[6], e così in Arato di Soli e in Eudosso, probabile fonte degli autori citati.

In letteratura il nome di Andromeda è citato in Saffo (VII a. C.)[7], ma viene frainteso dagli studiosi che la identificano non con l’eroina del mito ma con una rivale di Saffo, di cui si sarebbe innamorata l’allieva Attis che intende abbandonarla per mettersi con Andromeda. Clamorosa topica questa, perché l’Andromeda citata nei frammenti di Saffo, a nostro parere, non è una donna rivale di Saffo ma una rivale di Afrodite. Ad Andromeda era dedicato un tiaso di fanciulle, come il tiaso di Saffo era dedicato ad Afrodite. Tant’è che in altri frammenti Saffo parla più volte dei tindaridi, ovvero dei figli di Tindaro, Castore e Polluce, pronipoti come abbiamo detto di Andromeda e Persèo e protettori delle tempeste nei viaggi per mare, sui quali si avventurava il fratello di Saffo e molto probabilmente commerciava la sua nobile famiglia.

L’Andromeda citata in Saffo sembrerebbe rappresentare l’amore erotico, il successo, la bellezza fisica, il benessere; Afrodite aveva invece più le caratteristiche dell’amore nobile, ideale. Nei secoli successivi in Afrodite confluirono tutti e due gli aspetti: fisico e spirituale (Afrodite Pandemia e Afrodite Urania) e il culto di Andromeda andò in disuso.

Properzio, contemporaneo di Ovidio, cita Andromeda almeno tre volte, nelle sue elegie (I, 3,3 – II, 28, 21 – IV, 7, 63,), ma sempre come donna e non come diva[8].  Nell’elegia IV, 7 la rappresenta come il “tipo” della donna fedele, legata al marito sino alla morte.

Il mito che Ovidio ci riporta è una sorta di fabula, una fiaba leggendaria per deliziare i lettori in modo colto e raffinato.[9] Andromeda è una principessa bellissima, figlia di un re, Cefèo, fratello di Egitto (casualmente il nome di Cefèo ricorda quello del Faraone della IV Dinastia Khufu-Cheope), sposo di Cassiopea. Sono i sovrani di Etiopia o di Babilonia, secondo diversi miti. Cefèo rappresenta dunque il Capo (Kef vuol dire capo)[10], il Re, il Sovrano. Ma la l’appellativo della divinità, in qualità di sovrano, appare tardi nella mitologia più antica, ed è collegato non più alla divinità preistorica (chiamata in genere l’Altissimo, l’Assoluto, o non chiamata per il tabù di pronunciarne il nome) ma ai miti che rappresentano una società ormai socializzata; il che farebbe pensare che la versione ovidiana del mito attinga a fonti tarde, storicizzate, e non è più inteso come mito cosmogonico.

 “Qualunque sia la loro natura, i miti sono sempre un insegnamento e un esempio, un precedente per il modo di essere della realtà. Essi rivelano non solo quello che hanno fatto gli dèi o i personaggi mitologici, ma fanno trasparire quale sia la vera struttura del reale, inaccessibile ai sensi, all’esperienza e alla ragione. Bisognerebbe abituarsi a separare la nozione di mito con quello di leggenda, di favola e vederla invece come azione sacra, gesto significativo, avvenimento primordiale, archetipo. È mitico non soltanto ciò che viene raccontato ma tutto ciò che si trova in relazione, diretta e indiretta, con tali eventi e raffigurazioni, non circoscrivibile nella cornice dell’esperienza empirico-razionalistica ma in quella ierofanica, rappresentazione subliminare del mistero dell’universo e del tutto”.[11]

Ovidio però, come i lettori dei nostri giorni, sembra ignorare tutto questo. A noi sembra di scorgervi un’ottica, che si presuppone condivisa da chi lo leggeva, “… che guarda con spirito divertito e distaccato alle vicende narrate, come all’universo fantastico della letteratura. Il mito ha infatti perso in Ovidio le sue valenze profonde, i suoi significati culturali e religiosi, per ridursi alla pura dimensione letteraria. I suoi dèi, i suoi eroi depongono ogni aura di sacrale solennità per apparire come tanti personaggi dell’universo del mirum, delle leggende favolose, dal quale attingere storie da raccontare… ma da non prendere troppo sul serio, come si evince dall’occhio distaccato e dall’atteggiamento ironico del poeta”.[12]

Resta il fatto che Andromeda ha dato origine, nella cultura occidentale, al nome di una stella e della costellazione di cui fa parte, e in tempi moderni a quello di una nebulosa, la prima da noi conosciuta, la più vicina alla nostra Via Lattea.

Molte stelle hanno ancora oggi i nomi di personaggi mitologici greci e molti altri popoli in ogni angolo della Terra e in epoche storiche diverse hanno studiato le stelle e hanno dato loro i nomi nella propria lingua.  Che le stelle siano le stesse per tutti è un’ovvietà, ma come è possibile che lo siano anche le costellazioni, che sono raggruppamenti arbitrari di stelle, che non hanno in comune tra loro né distanza né luminosità? Quali motivazioni hanno spinto popoli diversi, di epoche differenti, a tracciare nel cielo le stesse figure, che gli astronomi chiamano “asterismi”? Quando lo hanno fatto?

La costellazione di Andromeda è raffigurata in una sequenza di stelle uguale a quella di altri popoli dell’emisfero boreale, soprattutto dell’Oriente antico, e questo vale anche per le due Orse Maggiore e Minore, Pegaso, Cassiopea e tante altre. Si tratta evidentemente di identificazioni preistoriche, antichissime, e forse per questo comuni a tanti popoli.

Cominciamo a rispondere ad alcune delle tante domande sottolineando che il nome Andromeda, in greco, non significa, come è comunemente tradotto, Colei che signoreggia sugli uomini: ma la fanciulla sacrificata. La prima interpretazione della parola è greca e sembra indicare andro come “uomo” e meda come “signorìa”; intende perciò raffigurare il potere femminile che è “incatenato”, non ha la possibilità di agire di per sé, ma attrae la controparte maschile che la “libera”, la realizza con il sacrificio del mostro e si unisce a lei portando alla realtà la sua capacità potenziale, la “nascita” di una stirpe di eroi e di semidei come Tindaro, i Dioscuri, Elena. Ma interpretandola secondo il corrispondente nome sanscrito, Antar = fanciulla, mada = sacrificio, Andromeda rappresenta il mito edenico della natura, incolpevole, prigioniera del suo destino, della sua caducità, da cui non può liberarsi per la legge stessa che regola il divenire. La sua bellezza è peccato, ovvero amartema (come si dice in ebraico) che non vuol dire colpa ma mancanza, non cogliere il segno, perché è una bellezza effimera, destinata a sfiorire e ad essere divorata dal cetaceo (proprio come Giona e Pinocchio!) che rappresenta la morte.

 

Fig. 2 – Affresco dalla Casa dei Dioscuri di Pompei con Persèo e Andromeda (Museo Nazionale di Napoli).

 

 “Il mito esprime plasticamente e drammaticamente quello che la metafisica e la teologia definiscono dialetticamente”.[13]

Nella tradizione babilonese la costellazione di Andromeda fu associata alla dea Anutinum detta “La signora dei cieli”[14], e quindi le due tradizioni, mesopotamica e greca, assegnano una figura femminile a questo asterismo.

Nei Veda Antar-mata è la parola in sanscrito che corrisponderebbe all’Andromeda greca: Antar-mata significa la vergine sacrificata, così come nel mito greco la vergine Andromeda viene sacrificata alla mostruosa Ceto. Il significato è il medesimo, cambia solo l’elaborazione del racconto che si storicizza e subisce le varianti dei tempi e dei luoghi nel corso di una probabile tradizione plurisecolare (o plurimillenaria?) trasmessa per via orale e poi scritta, forse in Oriente, non prima del primo millennio a. C. Mi preme far notare come la parola radicale andr- fosse la medesima usata per designare uomo e donna; si differenziava solo per la desinenza finale (andro = maschio; andra = femmina, così come in ebraico ish è maschio e ishà è femmina).

 

Fig. 3 – Piero di Cosimo: il mito di Andromeda (circa 1510).

 

Il mito greco di Andromeda ha perso, secondo il parere di chi scrive, il significato archetipico che aveva nei miti più antichi, di cui dirò più avanti: il riscatto della materia dalla sua caducità e il ritorno alla potenza originaria da cui e con cui è stata generata nel mondo dello Spirito.

Dov’è il cielo lì è anche Dio”, dice un antico proverbio africano della tribù degli Ewe, espressione che rafforza l’idea dell’esistenza di un monoteismo primordiale, originato dalla contemplazione naturale della volta celeste e basato ancora oggi sulla presenza degli dèi uranici nelle società umane più primitive, ipostasie di un misterioso e inconoscibile Dio originario.[15]

A mio parere è molto probabile che le costellazioni più significative, nella loro forma primordiale essenziale, resa più complessa col passare dei millenni, siano le più antiche e che le divinità da loro derivate o a loro associate, rappresentino intuizioni e illuminazioni rivelative del mistero e del senso della vita e dell’universo. Di queste fa parte il complesso delle costellazioni di Andromeda, Cefèo, Cassiopea, Persèo, Pegaso, Ceto, con l’Orsa Maggiore e Minore, tra le più vicine in rotazione intorno al Polo.

Così come nel microcosmo ogni cellula contiene in sé tutta la storia del corpo che andrà a formare, la volta celeste, in modo ierofanico, contiene tutta l’origine e la realtà del macrocosmo e ne rivela la storia.

L’affermazione, per essere suffragata, necessita di un breve excursus sulla parola mito.

L'etimologia della parola deriva dalla radice indoeuropea *mi- o *mu che ritroviamo anche nel sanscrito mi-mâti (che esprime l'idea di emettere suoni). In greco my-thos indica un racconto chiuso, celato, misterioso, e dalla stessa radice viene my-ste, l’iniziato ai Misteri di cui deve tacere i riti e i significati. Anche se oggi il significato si è ridotto ad essere sinonimo di “leggenda”, il termine mito era in origine adoperato per indicare un racconto sacro che aveva la sua origine nei tempi arcaici e che gli antichi consideravano vero, e non avevano interesse di sapere se in esso vi fosse un fondamento storico o razionale perché nel mito era contenuta una verità trascendente la natura umana.

 


Fig. 4 – Paolo Caliari detto il Veronese: il mito di Andromeda (seconda metà del XVI sec. – Rennes, Musee des Beaux Arts).

 

Curiosamente Andromeda non è nominata nelle più antiche opere di campionari mitologici scritte in lingua greca, ma la sua vicenda potenzialmente drammatica compare in epoca storica, ad esempio in una tragedia di Sofocle e in una di Euripide. È una donna, anche se poi divinizzata, legata alle storie del mare e alle imprese dell’eroe semidivino Persèo. Una sua probabile maggiore importanza, nei tempi più antichi, è dimostrata dal fatto che occupa nel cielo una posizione molto significativa, collocata tra i numerosi personaggi del mito che ne racconta la storia. A causa della rotazione apparente del cielo, essi ci appaiano in una stagione in posizione eretta e in un’altra stagione capovolti. Cassiopea, ad esempio, la regina seduta sul trono, ci appare con l’asterismo di una W che diventa poi M. Cefèo ci appare con l’asterismo di un quadrato sormontato da un triangolo equilatero con il vertice all’insù o viceversa, con significato evidente per tutti coloro che si interessano di simbologia e di alchimia.

 

Note Parte I

[1] Eliade, Trattato di storia delle religioni, p. 38 e seguenti.

[2] In occasione di un convegno tenuto a Sperlonga quest’anno per l’esposizione di una statua di Andromeda nell’interessante ed esemplare museo comunale, promosso dall’archeologa Dott. Marisa De’ Spagnolis, dall’ Assessore dottor Stefano D’Arcangelo e con la collaborazione della dott. Rosa Corretti, Pres. Ass. Archeologica di Itri.

[3] Eliade, Trattato di storia delle religioni, p. 431.

[4] Ovidio, Metamorfosi, Libro IV, vv. 663 e ss.

[5] Naturalmente vergine: fanciulla e vergine in latino sono sinonimi, tant’è che una ragazza dopo la pubertà non era detta più puella ma virgo.

[6] Fonti di Ovidio sono Nicandro di Colofone, autore ellenistico di Metamorfosi, che scrisse anche Georgiche che ispirarono Virgilio, come riferisce Antonino Liberale, liberto di Antonino Pio, che ne fece un compendio, e Arato di Soli (IV-III), che ha scritto Fenomena e Diasemeia (Costellazioni).  Arato si rifà all’astronomo Ipparco di Bitinia che ci dice che aveva tradotto il Catoproton di Eudosso di Cnido (408-355), che fu allievo di Platone. Eudosso aveva costruito un osservatorio astronomico e diede il nome a numerose costellazioni; aveva studiato anche in Egitto, dove fu allievo di Comefis, sacerdote di Menfi.

[7] Frammento 130.  Altri scrittori greci hanno trattato il mito di Andromeda nelle loro opere, a partire da Ferecide (V sec. a. C.), nelle cui Storie (Fragmenta historicarum graecarum, Muller, p. 75. framm. 26 del II Libro delle Storie) sarebbe citata per la prima volta Andromeda: καὶ τῇ Δανάῃ καὶ τῇ ῾Ανδρομέδᾳ εὶϛ  ῍Αργοϛ  σὺν τοῖϛ  Κύκλωψι. Ma si dice solo che fosse moglie di Persèo. Euripide e Sofocle intitolarono una tragedia ad Andromeda. A Roma si rappresentarono tragedie intitolate Andromeda di Livio Andronico e di Accio. Una parodia di Andromeda è nel Dialogo marino XIV di Luciano di Samosata. Molto spesso Andromeda è raffigurata nelle pitture vascolari o parietali: in una hidria greca del IV a. C., tra cui il vaso apulo del Pittore di Dario, in alcune urne etrusche, in vasi frigi e italioti, nelle pitture pompeiane e sui sarcofagi imperiali. La raffigurazione più antica è di un ceramografo corinzio di Koripos, detto Pittore di Andromeda.

A Bulla Regia, città numidica oggi in Tunisia, elevata a rango di colonia sotto Adriano, un mosaico pavimentale raffigura l’incoronazione di Venere al piano inferiore e la liberazione di Andromeda dal mostro marino in quello superiore.

[8] Per capire la differenza tra deus e divus sia sufficiente fare il confronto tra Gesù e San Francesco o, se volete, tra San Francesco e Marlon Brando.

[9]È necessario dissociare la nozione di mito da quello di favola e avvicinarla alle nozioni di azione sacra, di gesto significativo, di avvenimento primordiale… È mitico non solo quello che si racconta ma tutto ciò che si trova in relazione diretta o indiretta con gli eventi e i personaggi primordiali” (Eliade, Trattato di storia delle religioni, p. 43).

[10] Nei vangeli Gesù soprannomina l’Apostolo Pietro Cefa, che è stato tradotto pietra, e sarebbe un nomignolo spiritoso per indicare il duro capoccione dell’apostolo; ma noi pensiamo che Gesù abbia giocato sul doppio senso del termine aramaico Cefa: pietra e capo, e quindi, quando gli si fa dire che lui è Cefa, pietra sulla quale vuol fondare la sua Chiesa, in realtà sta dicendo anche che è il capo degli apostoli.

[11] Eliade, Trattato di storia delle religioni, p. 158.

[12] G. Rosati, Introduzione a Le metamorfosi di Ovidio, ed. Fabbri. vol. I. 1994.

[13] Eliade, Trattato di storia delle religioni, p. 433.

[14] A. Cesta, Sull’origine delle costellazioni, tesi del Corso di laurea magistrale in Astrofisica e Cosmologia dell’Università di Bologna, anno accademico 2015-2016, p. 77.

[15]Il Cielo rivela direttamente la sua trascendenza, la sua forza e la sua sacralità. La contemplazione della volta celeste suscita da sola nella coscienza primitiva un’esperienza religiosa… Questa contemplazione equivale a una rivelazione… Le regioni superiori, inaccessibili all’uomo antico, acquistano i prestigi divini del trascendente, della realtà assoluta, della perennità… Sarebbe però un grave errore considerarla una deduzione logica, razionale. La categoria trascendente dell’altezza, dell’infinito, si rivela all’uomo intero, alla sua intelligenza non meno che alla sua anima” (Eliade, Trattato di storia delle religioni, pp. 42-43).

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