Sabato 28 Aprile siamo andati, come da programma accademico 2006-2007, a studiare alcuni aspetti della Farmacia alchimica di Trisulti. Subito dopo ci siamo fermati ad Alatri, sia per esaminare alcuni dettagli delle mura megalitiche, sia per osservare alcuni particolari della chiesa di Santa Maria Maggiore. Stiamo cercando di fare una relazione sia sulla prima che sulle seconde, ma nel frattempo abbiamo ricevuto un importante intervento del nostro socio e docente Paolo Galiano su un aspetto delle mura che durante la visita è stato appena sfiorato. Ve lo proponiamo integralmente, riservandoci di stamparlo, insieme alla relazione di cui sopra, in un prossimo futuro.
C. L.

altLa visita alle mura pelasgiche di Alatri e il sapiente commento di Claudio mi hanno indotto a parlare più approfonditamente di un argomento cui abbiamo accennato sul posto, poco noto ma del massimo interesse per chi come noi "simmetrici" ama conoscere nel modo più approfondito possibile la "metastoria della Tradizione". Si è accennato durante la visita ai  "Teschi cabirici": è questo tra i misteri di Roma uno dei importanti e precisiamo che si tratta di un mistero non nel senso di argomento riservato a una ristretta cerchia, ma per la scarsità d'informazioni che ci sono pervenute, raccolte in parte dagli scrittori romani e in parte elaborate da autori vissuti tra la metà dell’Ottocento e i nostri giorni. Un testo che raccoglie molte indicazioni interessanti e forse ancora reperibile è Prima Tellus, ed. Il Graal 1998, una riedizione dell’opera di Camillo Ravioli sull’argomento dei Teschi Cabirici commentata da Siro Tacito e dedicata a un "gentiluomo gabino" che ebbi anch’io l’onore di conoscere, anche se poi la mia strada prese direzione diversa da quella ch'egli indicava.

Il punto principale da avere presente prima di parlare dei Teschi è che la Roma che noi conosciamo, quella fondata da Romolo, è una delle più recenti manifestazioni fisiche sul territorio laziale di questo "ente" (non saprei come altrimenti definirlo), il quale in realtà ha origini molto più antiche: si pensi alle "Rome" di Giano e Saturno, di Fauno ed Evandro, le quali si sovrapposero nel trascorrere dei millenni prima della dinastia dei re albani e infine di quelli romani propriamente detti (vedi CarandiniLa nascita di Roma, ed. Einaudi 1997 pagg. 113 ss. e La leggenda di Roma, ed. Mondatori 2006 pagg. 248-249). 

altLa zona ove poi sorse la Roma che noi conosciamo era al centro di un’Italia ben diversa dall’attuale, molto più ampia nella zona centrale con una forma "a foglia di quercia", come la definisce Plinio il Vecchio nella sua Historia naturalis; questa descrizione è geologicamente attendibile, perché intorno a 500.000 anni fa il gigantesco Vulcano Laziale o Albano (60 km di diametro!) aveva iniziato la sua produzione lavica emettendo qualcosa come 150 milioni di chilometri cubi di materiale lavico, ai quali si aggiunsero quelli prodotti dai Vulcani Sabatino, Vicano e Vulsino a Nord e dalla catena dei Vulcani Flegrei a Sud. Una tale gigantesca colata lavica potrebbe essere all’origine, insieme alle modifiche della crosta terrestre, della forma "a foglia di quercia", data dall’unione della costa tirrenica alle isole maggiori a Ovest e minori a Sud, fino a inglobare in un unico territorio anche Malta e Gozo, secondo la teoria del Ravioli riportata in Prima Tellus, il quale vede nei templi megalitici maltesi gli unici esempi di Teschi Cabirici giunti intatti fino a noi. Dopo un periodo d'inattività le eruzioni del Vulcano Laziale (le ultime delle quali si ipotizza siano avvenute circa 15.000 anni fa) a causa della formazione di un "tappo" lavico ebbero un carattere esplosivo con effetti distruttivi pari a centinaia di bombe atomiche, così da modificare la configurazione dell’Italia centrale, facendo probabilmente sprofondare il versante  tirrenico e innalzare quello adriatico.
In questo periodo la scienza ufficiale concorda con la metastoria tradizionale sulla presenza nella zona di Roma dell’uomo ("uomo di Saccopastore", ritrovato nella zona di Pietralata, risalente a 80.000 anni fa), il quale avrebbe quindi potuto osservare coi propri occhi questa fase eruttiva del Vulcano Laziale e le sue spaventose conseguenze.

altQuali furono le conseguenze secondo la "storia tradizionale"? Gli abitanti del Lazio in questa remota antichità abbandonarono con una serie di primavere sacre (ver sacrum) il territorio andando a colonizzare altre terre ove portarono la loro civiltà, la Grecia e l’Arcadia (da cui tornerà a Roma l’arcade Evandro), la Turchia e l’Asia minore, l’Egitto (si veda ad esempio Dionigi di Alicarnasso, Storia di Roma arcaica I 24-25, ed. Rusconi 1984). Tra queste migrazioni la più importante  per noi fu quella di Dardano in Grecia fino all’isola di Samotracia e infine sulla costa orientale della Turchia, ove fondò Dardania, poi Troia: ecco perché l’ultimo suo discendente, Enea, cerca la Madre e la trova infine nel territorio laziale. 
Con queste migrazioni essi portarono nelle loro nuove sedi i loro costumi e la loro religione, in particolare l’uso di costruire città megalitiche nelle cui acropoli, dice sempre la "storia tradizionale", sorgevano templi a forma tondeggiante, costituiti secondo la ricostruzione di Ravioli (Prima tellus, pag. 71) da tre sale grosso modo ovalari, distinte in un fanum, un templum e un’arx, il che conferiva loro l’aspetto di un teschio umano o animale. Da qui il nome di Tesqua o Tesca ai luoghi sacri antichi, nome che ancora gli scrittori romani usavano: "Certi luoghi silvestri che appartengono a qualche Dio si chiamano Tesca" (Varrone in Prima tellus, pag. 18), ove i "luoghi silvestri" alludono certamente ai boschi sacri e alle are sacrificali situate all’aperto (cioè i temenos) utilizzate nella più arcaica antichità, quale fu a Roma l’Ara maxima di Eracle.

Abbiamo detto che i Tesqua possono essere umani o animali: equino era il Teschio di Cartagine dedicato a Giunone mentre bovino il Caput bovis fondato da Evandro sul Palatino; da questo prese poi nome l’attuale Monte Cavo, sede del tempio di Giove Laziale, il cui prisco nome era, secondo una paraetimologia tradizionale, Caput Bouum poi contratto in Ca-bum. Il teschio umano è riscontrabile invece nella storia e nel nome stesso del Campidoglio: quando Tarquinio Prisco scavò le fondamenta del tempio di Giove Capitolino rinvenne, a quanto riferisce Livio (Ab Urbe condita libri, I 55 pag. 177, ed. Mondadori 1994), un caput humanum integra facie, che Ravioli (Prima tellus, pag. 19) identifica col Teschio primigenio, l’edificio a forma di cranio umano eretto dai primi abitanti della regione. Come fa notare il curatore del testo in nota 13 facies è in rapporto con la radice *bha che significa risplendere, da cui, aggiungiamo noi, anche la parola fax, fiaccola.

altPer questo il colle Campidoglio ebbe nome da Caput olim, il "Capo di un tempo" (per Fabio Pittore, ibidem nota 14, il nome gli venne invece dal ritrovamento del cranio di Aulo Vibenna, compagno di Mastarna - Tarquinio Prisco nella presa di Roma da parte degli Etruschi: Caput Auli). Il termine Teschio indica quindi un luogo di antica sacralità caratterizzato dalla costruzione con grandi massi squadrati, luogo che assume per la sua antichità il carattere di un omphalos, sul quale le età successive ricollocano i loro templi.

Ancora nel cristianesimo troviamo traccia di ciò, se si tengono presenti le raffigurazioni della Croce del Cristo che ha alla sua base il cranio di Adamo; lo stesso nome del colle su cui avvenne la Crocifissione è Golgota, che vuol dire "il luogo del teschio". 

Ma perché i Tesqua sono chiamati Cabirici? I Cabiri erano un enigmatico gruppo di dei (due, quattro o sette), detti figli di Efesto e collegati alla sacralità dell’arte metallurgica e del ferro; i loro Misteri avevano come centro l’isola di Samotracia ove erano stati portati da Dardano, il quale li aveva ricevuti da Atena direttamente o tramite la moglie Crisa. I loro simulacri erano poi stati portati da Dardano nella sua ultima migrazione sulla costa turca ove sarebbe sorta Troia. Essi quindi erano connessi con la stirpe troiana e per tale ragione il loro culto venne ripreso a Roma, ove vennero identificati coi Penati; narra infatti Dionigi di Alicarnasso nel trattare del sacro Palladio e del santuario di Lavinio dedicato a Enea (Storia di Roma arcaica I, 68-69) di aver visto sulla Velia "le effigie degli dei troiani, che è lecito a tutti vedere: esse hanno un’epigrafe che spiega che sono i Penati. Sono due giovinetti seduti che impugnano lance, opera di antica fattura": secondo tale tradizione queste effigie erano i simulacri portati da Dardano a Dardania-Troia e da Enea trasportati a Lavinio insieme al Palladio.

Il loro culto era così segreto che nulla ci è pervenuto, tranne la notizia che ad esso era connessa una funzione mantica, la quale veniva espressa in modo insolito, cioè mediante l’utilizzo di un anello di ferro che, fatto passare da un sacerdote sopra le lettere dell’alfabeto, sceglieva le singole lettere in una sorta di "lettura automatica", componendo, a quanto scrive Ammiano Marcellino, esametri perfetti per dare il responso (Scarpi, Le religioni dei Misteri, vol. I pag. 47, Mondadori 2002). I Cabiri rappresentano quindi un gruppo di divinità antichissime portate dagli esuli che dal territorio laziale giunsero nel Vicino Oriente, collegate col fuoco in quanto figli di Efesto e forgiatori di metallo (ricordo del Vulcano Laziale?) aventi una funzione mantica: i Teschi hanno per l’appunto un carattere per lo più augurale (Prima tellus, pag. 18), il che confermerebbe la loro connessione coi Cabiri. Se il Teschio del Campidoglio e le arci megalitiche di Alatri, Ferentino, Segni e altre città antichissime del Lazio (e non solo) sono da connettere a un periodo arcaico risalente alle ultime eruzioni del Vulcano Laziale, la loro antichità sarebbe di gran lunga superiore a quella attribuita dall’archeologia ufficiale (V–VI secolo a.C.): qui ci limitiamo solo a ricordare che mentre centocinquanta anni fa il Mommsen considerava la data della nascita di Roma all’VIII secolo a.C. come una favola, ora gli scavi hanno ritrovato tracce di insediamenti nella zona del Campidoglio risalenti al XIII secolo a.C.

Se aspettiamo altri centocinquanta anni chissà dove arriveremo…

Paolo Galiano

Palestrina 30/04/07

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