PARCA MAURTIA DONO

NOTE A “LA FORTUNA E IL FATO” DI DOMIZIA LANZETTA

di Paolo Galiano

 

Ho avuto il piacere di poter leggere prima della sua pubblicazione per le edizioni Simmetria di Roma l’ultimo lavoro lasciato incompiuto da Domizia Lanzetta, autrice di numerosi saggi sulla Roma delle origini e sugli aspetti meno conosciuti della sua spiritualità complessa e articolata.

Alcuni passi in particolare mi hanno colpito, quale quello in cui l’Autrice parla dei Tria Fata, giocando sul senso in italiano del plurale di fatum che in italiano suona come “fata”, la creatura delle favole che porta aiuto al suo protetto: “Si parla di Tria Fata, entità misteriose i cui simulacri si trovavano tra la Curia e il Comizio; secondo la Guarducci nei pressi di Tor Tignosa, doveva trovarsi un santuario dedicato ai Fati, ove vi erano tre cippi destinati a Martia, Neunae Decima. Erano forse loro le Tria Fata? o, forse, erano le Carmentesche cantano i destini dei nuovi nati?”. Il breve accenno che fa la Lanzetta su questo argomento mi ha spinto a cercare di approfondirlo per comprendere meglio le connessioni che possono intercorrere fra i due gruppi di divinità, le prime appartenenti al mondo religioso di Lavinium, le seconde a quello di Roma.

Cippo di Neuna

Dobbiamo prima però precisare alcuni punti, cominciando dai Tria Fata di cui si fa parola.

Le notizie sui Tria Fata sono scarse e confuse: erano indicate con questo nometre statue collocate tra i Rostra e la Curia nel Foro Romano ed erette secondo la tradizione da Tarquinio Prisco, come ricorda Plinio[1], rappresentanti i Fati o le Sibille e considerate tra le più antiche statue erette in Roma[2]. Il loro nome potrebbe forse identificarsi con quello delle tre divinità che presiedevano alla nascita: Neuna, Decima e Morta, nomi indicanti i tre possibili gradi di fine gestazione, basati sul calcolo romano del mese in termini di mese siderale di 27 giorni[3], per cui Neuna si correla con il feto prematuro di nove mesi siderali, cioè di circa 240 giorni, e Morta con il feto nato morto perché ha superato il decimo mese di gravidanza, mentre solo Decima è il “fato” giusto del feto nato al termine dei 270 giorni necessari perché la gravidanza giunga a buon fine.

Varrone, secondo Aulo Gellio[4], riferisce che i nomi dei Fata sono tre, Nona, Decima e Parca, nomi derivati rispettivamente dal nono e decimo mese di gravidanza e da ‘partorire’, in quanto “Parca deriva da partus con il cambio di una lettera e le altre sono chiamate Nonae Decimaa seconda del mese di espletamento della gravidanza”. Solo dopo l'invasione culturale greca il nome dei Fata romani sarà grecizzato come Moirae o Moerae, secondo la denominazione ellenica, e verranno identificati con Cloto, Lachesi ed Atropo.

Gellio prosegue riportando le parole di Lucio Cesellio Vindice, grammatico latino dell’età di Adriano, secondo il quale il loro nome era non Nona, Decima e Parca, come sopra detto, ma Nona, Decima e Morta; quest’ultimo nome Vindice lo faceva derivare da un verso di Livio Andronico[5], il che pone un problema circa la possibile origine dell’ultimo dalla corruzione di quello di una divinità della sfera laviniate, chiamata Parca Maurtia, problema per la cui risoluzione è stata avanzata un’interessante ipotesi: “È opinione comune che Morta debba considerarsi come interpretatio latina di un Moira dell’originale [greco]…etimologicamente collegata alla stessa radice *(s)mer (si ritiene ormai infondato il rapporto di Moira con Parca Maurtia dei cippi di Tor Tignosa[6]). Il dato più interessante resta comunque il fatto che, pur assolvendo funzioni analoghe a quelle della Moira omerica, a Morta si attribuisce un’attività profetica (profata est), che non ha paralleli greci e l’avvicina alle antiche divinità latine della nascita; questo spiegherebbe l’interpretazione di Vindice, che annovera Morta tra le Parche[7].

Questa citazione consente di mettere in luce l’importante differenza tra le Parche romane (e più in genere latine) e le Moire greche: queste, infatti, non hanno funzione profetica ma agiscono solo sul piano dell’esistenza umana, decidendo la “lunghezza del filo” che corrisponde alla durata della vita del singolo, mentre per le Parche, come per altre divinità ad esse affini quali le Carmente, è possibile rilevare in modo netto una duplice azione profetica sul destino del nascituro e della madre che lo genera. Ancora una volta, e questo lo abbiamo più volte ripetuto in altri lavori, si deve rilevare la non-dipendenza del pantheon romano da quello greco (e spesso anche da quello etrusco, ma qui non mi soffermerò ulteriormente).

Quindi i destini dell’individuo, come quelli della nazione, erano affidati alle tre Parche, ma ciò non era concezione esclusiva dell’Urbe, bensì era presente in tutto il mondo latino, e lo possiamo vedere con sicurezza per quanto concerne Lavinium, dove esisteva una triade di divinità del Destino analoghe a quelle di Roma.

I rapporti tra Roma e Lavinium (attuale Pratica di Mare) sono troppo conosciuti perché ci si debba soffermare su di essi: ricordo solo che Lavinium, in quanto sede del culto di Enea antenato di Romolo fondatore di Roma, era considerata la città-madre dell’Urbe per il tramite di Alba Longa, a sua volta fondata da Julo Ascanio figlio di Enea, e che da essa provenivano il Palladio e i Penati, portati da Troia e considerati tra i più sacri pignora imperii di Roma, ma che secondo Macrobio erano rimasti a Lavinium, per cui i Consoli, i Pretori e i Dittatori, prima di entrare in carica, si recavano in questa città per sacrificare loro[8].

Cippo di Neuna fataAlba, Lavinium e Roma costituivano i tre vertici di un triangolo sacro i cui lati erano rappresentati dalle vie che univano le tre città, corrispondenti circa alle attuali via Appia, via Pontina e Via del Mare – Via della Solforata (SP 101 A). Circa a metà di quest’ultima si trova la località di Tor Tignosa presso Pavona, dove in due differenti fasi di scavo (la prima nella seconda metà degli anni ’40 e la seconda alla fine degli anni ’50) sono venuti alla luce quattro cippi[9] di analoga fattura, in cui la Guarducci ha letto il nome di Enea e quello di tre divinità identificabili con i Tria Fata della regione che si può considerare come il Latium vetus, il territorio della nazione latina gravitante come entità sacrale intorno al santuario di Juppiter Latiaris sul Monte Albano.

Particolarmente importante la posizione di questo “santuario di Tor Tignosa”[10]: in primo luogo per la sua localizzazione, poiché esso veniva a trovarsi nella sylva laurentina lungo la strada che i magistrati romani seguivano, una volta recatisi a sacrificare allo Juppiter del Monte Albano, per giungere a Lavinium ad onorare i Penati di Roma, strada che giungeva alla foce del Numico, il fiume nel quale era scomparso Enea e dove si trovava il santuario di Sol Indiges, con cui Enea era identificato; in secondo luogo per la prossimità con una sorgente di acque sulfuree (donde il nome di ‘Solforata’ dato alla zona), le quali sono da sempre considerate sede di divinità connesse con il mondo infero e con la profezia, come era a Roma per la zona del Tarentum sacro a Dis Pater e a Proserpina.

Come scrive Granino-Cecere: “Prima che il santuario possa aver assunto un carattere pubblico… dovette essere sede, come spesso nell’antichità i luoghi caratterizzati da bocche di vapori sulfurei, di un culto di carattere ctonio ed oracolare, come forse può suggerire l’appellativo fata di Neuna[11].

Senza approfondire ulteriormente, ricordiamo solo che a Roma nel Tarentum, il luogo situato sulle rive del Tevere dove si celebravano i Ludi Saeculares per il rinnovo della potenza dell’Urbe, aveva sede il culto ctonico dei Signori del mondo infero insieme a quello di Tellus e delle due Ilithie, divinità protettrici del parto, ed esso era sede di esalazioni vulcaniche sulfuree, per cui ritroviamo la connessione mondo ctonico - divinità del parto - acque sulfuree; non è certa la funzione oracolare del Tarentum, ma verosimilmente i Ludi Saeculares, venendo celebrati all’inizio di un nuovo ciclo generazionale, dovevano avere anche una connessione con tale funzione[12].

Ritorniamo ai cippi del santuario di Tor Tignosa; le iscrizioni sono al dativo (arcaico) e almeno in tre casi esprimono un’offerta fatta alla divinità:

-          Neuna fata = al Nono destino

-          Neuna dono = dono alla Nona

-          Parca Maurtia[13] dono = dono alla Parca di Marte

-          Lare Aenia dono = dono a Enea Lar.

Notiamo che nella prima iscrizione, Neuna fata, ci troviamo di fronte ad un femminile di fatum, neutro, e d’altra parte Gellio[14] usa fatus al maschile, quindi è possibile un “sesso” del Destino; più interessante è la terza dedica alla Parca Maurtia, per la connessione che viene sottintesa tra la Parca, divinità del Destino, e Mars, il Dio che sorveglia il limite[15] e per le implicazioni che ne derivano.

Che Maurtia debba essere posto in relazione con Mars non vi è dubbio, come afferma Flobert: “In tutti i casi, è difficile separare Maurtia da Mauors, Maurte,e vi si può vedere una relazione con la crescita dell’infante[16]; la Guarducci conferma scrivendo che “mentre è innegabile un riferimento alla Mortadi cui parlava Cesellio Vindice[17]riferendo un verso di Livio Andronico, è anche certo che il nome Maurtianon può essere staccato dal nome del dio Marte (Mars, Maurs)”, rapporto che sarebbe dovuto alla presenza di Mars nel santuario di Tor Tignosa: “Sembra che la presenza di Marte nel santuario di Tor Tignosa possa essere spiegata inquadrando quel Dio nel contesto delle tradizioni relative alle origini di Roma… È molto probabile che l’epiteto Maurtiaaggiunto a Parca debba la sua origine al desiderio d’inserire in qualche modo la figura dell’antichissimo e veneratissimo Dio che presiedeva alle fortune di Roma in un santuario che alle medesime fortune si riferiva[18].

Cippo di parca MaurtiaLa spiegazione di Flobert che la Parca sia “marziale” per “una relazione con la crescita dell’infante” ci sembra un po’ troppo generica, così come quella della Guarducci, che collega la Parca con Mars per il “desiderio d’inserire in qualche modo la figura” del Dio nel contesto“delle tradizioni relative alle origini di Roma”: perché allora, tanto per dire, non fare invece una dedica a Venere, anch’essa “madre” dei Quiriti e (forse) segreta Dèa protettrice di Roma?

Secondo noi la connessione tra divinità del Fato e Mars è proprio nella qualità di “Dio del limite” propria di Mars, in questo caso il limite fra “non esistere” ed “esistere”, limite che si infrange nel momento del parto in cui il nuovo essere entra fisicamente nel mondo, per entrarvi spiritualmente nel dies lustricus[19] dopo otto giorni (se femmina) o nove (se maschio); nel dies lustricus entrava in azione una particolare forma dei Fata, i Fata Scribunda, le divinità femminili che avevano il compito di scrivere il destino del neonato[20]. Questo giorno Weinstock[21] lo collega al nome della seconda divinità delle triade di Tor Tignosa, Neuna, vedendo in essa la personalizzazione del nono giorno.

Come Mars assiste il nascituro al momento dell’ingresso nella vita, proteggendolo dagli influssi negativi (così come fa nei campi con il rito degli Ambarvalia, o per tutto il popolo romano nella lustratio quinquennale), così di nuovo sarà con lui, se maschio, quando giungerà al momento dell’iniziazione guerriera per entrare come uomo integrale nella romana societas.

Dalle iscrizioni dei cippi di Tor Tignosa sembra emergere una differenza tra una Neuna e una Neuna fata che non riusciamo a definire: se si fa un confronto con i tre Fati di Varrone, Parca, Nona e Decima, risulta evidente che Neuna fata dovrebbe essere correlata a Decima, come se solo il neonato partorito nel modo corretto al decimo mese di gravidanza fosse in grado di avere un “fato”, un destino, ma questa è solo una supposizione in alcun modo confermata da altri elementi.

Un’ultima considerazione sulla località di Tor Tignosa: come si è detto, in essa si trova una sorgente di acqua sulfurea, acqua di colore biancastro che la mette in relazione da un lato con l’Albunea di Virgilio[22], sede dell’oracolo di Faunus, e dall’altro con la Sibilla Albunea di Tibur, in ambedue i casi con località aventi spiccata connotazione oracolare; d’altra parte almeno una delle quattro entità venerate a Tor Tignosa è correlata con l’attività profetica, come “forse può suggerire l’appellativo fata di Neuna”, il che rende “ammissibile che [il santuario] fosse destinato alla venerazione di divinità collegate ai destini di Roma[23].

Il nome Albunea a Lavinium è legato al colore opalino dell’acqua e il nome viene da Servio messo in relazione con Leucothea: “Molti vogliono che la fonte e la selva [laurentina] abbiano come unico nome quello della stessa Leucothea[24], la divinità marina che a Roma in età repubblicana sarà identificata con la Mater Matuta del Foro Boario, a sua volta venerata insieme a Fortuna Virgo, e sappiamo come una delle azioni di Fortuna sia per eccellenza quella oracolare, insieme a quella di “donatrice della regalità”, come si vede dalla mitistoria di Servio Tullio[25].

A Tibur Albunea è il nome della decima Sibilla, nel cui tempio, identificabile con il cosiddetto “tempio rotondo di Vesta”, Coarelli ha riconosciuto il luogo in cui erano tenuti i Libri Sybillini prima del loro trasferimento a Roma[26].

Ciò che ci sembra più importante, e questo non è rilevato dai numerosi autori che ne trattano, i due nomi sono etimologicamente collegati non solo alla radice *alp, monte, da cui Alpi e Albula (il nome dell’Aniene, in quanto fiume che scende dai monti), ma anche ad albus, il colore bianco che è archetipo dello stato di purezza originaria e, per questo motivo, collegato al simbolo del monte, il “luogo elevato” vicino agli Dèi, e dell’axis mundi. Non è quindi un fatto meramente artistico che il frontone del tempio di Juno Curitis a Tibur fosse ornato con scene della conquista del Vello d’oro da parte degli Argonauti[27], il cui significato è ben conosciuto, quella Juno Curitis che aveva posto sotto la sua protezione l’impresa degli Argonauti, una Dèa ben diversa dalla Hera greca, la protettrice in armi di Tibur ma anche di Falerii, coperta con l’egida caprina e portatrice di lancia (in sabino curis). analoga alla Juno Seispes di Lanuvium, altra antica città del Latium vetus.

Juno come Quiritis era venerata a Roma alle Nonae di Ottobre insieme a Juppiter Fulgur nel Campo Marzio (ora Largo Argentina) ma ancor prima era presente nella sede di tutte le Curie, ove Tito Tazio aveva decretato mense in suo onore[28], il che ci riporta alle origini stesse di Roma.

La figura della Juno latina quali rapporti ha con la funzione oracolare della Sibilla Albunea e con le divinità del Fato venerate nella sylva laurentina?

A Roma troviamo una Juno che ha questa funzione, la Juno Moneta venerata nel tempio sull’Arce del Campidoglio. L’aggettivo con cui Juno è qualificata, Moneta, si correla a molteplici si­gnificati[29] ed in particolare, per quel che qui ci interessa sottolineare, con la capacità di dare ammonimenti (monere = ammonire, ispirare): Cicerone[30] riporta l’“ammonimento” per cui Juno ebbe il nome di Moneta: “Molti hanno scritto che, dopo un terremoto, una voce prove­niente dal tempio di Giunone sul Campidoglio ammonì che si sacrificasse in segno di espiazione una scrofa gravida: perciò la Giunone a cui era dedicato quel tempio fu chia­mata Moneta”.

Più arcaica di Juno Moneta è Carmenta, divinità della profezia e del parto e quindi perfettamente corrispondente alle divinità fatali di Lavinium, insieme alle due Carmente Antevorta e Postverta a lei collegate. Carmenta (attestata anche al maschile come Carmentis[31]) era anche collegata all’acqua, sia per il suo rapporto con Juturna[32], celebrata nello stesso giorno dei Carmentalia di Gennaio nell’area del fons Juturnae, sia perché le era sacro un antichis­simo sacello (o ara?) situato in prossimità del guado del Tevere presso la Porta Carmentalis o Triumphalis, in quello che in futuro sarà il Forum Holitorium, dove celebrava i suoi riti il Flamen Carmentalis, segno dell’antichità della Dèa nel pantheon romano, antichità di cui ulteriore segno era la sua confusa identità come madre o figlia di Evandro.

Carmenta è la Dèa del vaticinio (carmen) in stato di trance[33], ma, poiché a Roma la divina­zione era proibita o comunque vista con grande sospetto e le era preferita la tecnica romanamente “precisa” dell’avinspicium che nulla lasciava al caso, è probabile che in tempi successivi all’età monarchica essa sia stata “ridimensionata”, visto che, pur essendo in origine una Dèa, Virgilio e Ovidio ne parlano come di una ninfa: infatti per Servio il suo sacello era anche la sua tomba, il che si può accettare per una ninfa ma non certo per una Dèa[34]. Nel periodo repubblicano la sua funzione oracolare andò ad attenuarsi e diventò prevalente la sua connessione con la gravidanza e la nascita; in tal modo le due Carmente, le quali erano legate al ritmo calendariale in quanto correlate alla fase calante e crescente della Luna nel primo Plenilunio dell’anno a Gennaio[35], furono connesse con la posizione del feto alla nascita (Antevorta corrisponde alla posizione regolare, Postverta alla posizione podalica, indice di parto difficile e spesso fatale al neonato), perdendo o quanto meno nascondendo la loro funzione originaria e avviandosi così ad una identificazione con i Tria Fata.

Nelle tre Carmente si vengono a riunire significati ancora più complessi di quelli dei Tria Fata, per le quali almeno al momento non è nota una correlazione con i ritmi calendariali, così fortemente sentiti nel mondo romano; la differenza principale, come nota Torelli[36], è data dal fatto che mentre le due Carmente Antevorta e Postverta proteggono il modus della nascita, Neuna e Decima proteggono i tempora. Meno chiara la corrispondenza fra la Dèa Carmenta e la fata Morta, a meno che non si consideri il nome di questa come una corruzione (o una sostituzione, se si preferisce) di un più antico Parca Maurtia, nel quale caso ben si adatterebbe a Carmenta il carattere di Parca come “tessitrice di destini”: un residuo di questa sua funzione lo troviamo in Ovidio, nei cui Fasti è lei a predire la futura nascita di Roma e il destino di Hercules di essere assunto tra gli Immortali[37], presentandosi così, come i Fata di Roma e di Lavinium, nella sua qualità di oracolo per gli umani e per le nazioni.



[1]
PLINIO Nat Hist XXXIV, 22: “Certo, ammiro con stupore le statue delle Sibille che sono presso i Rostri in numero di tre, una restaurata dall’edile Sesto Pacuvio Tauro e le altre due da Marco Messalla”.

[2]RICHARDSON A new topographical dictionary of Ancient Rome, Baltimore and London 1992 sub voce “Tria Fata”.

[3] Sulla costituzione del mese secondo i Romani rimandiamo a Galiano e Vigna Il tempo di Roma – Gli Dèi e le feste nel calendario di Roma, ed. Simmetria Roma 2013 pag. 11 nota 3. Citerò di frequente questo testo non per vanità di autore ma perché, dato il suo carattere enciclopedico, raccoglie materiale molto utile per una consultazione rapida.

[4] GELLIO Noct Att III, 16, 9-11.

[5]LIVIO ANDRONICO framm. 11: “Quando dies adveniet, quem profata Morta est”.

[6] Su questo, come dirò più avanti, non mi trovo d’accordo: il fatto che Varrone dia come terzo nome Parca, identificata da Vindice con Morta, mi sembra avvalori l’ipotesi che i loro nomi siano connessi con Parca Maurtia.

[7] COLAFRANCESCO Dalla vita alla morte: il destino delle Parche da Catullo a Seneca, Bari 2004 pag. 19 nota 29.

[8] MACROBIO Saturnalia III, 4, 11.

[9] Il ritrovamento è stato pubblicato per la prima volta dalla GUARDUCCI, rispettivamente in Bull. Com. vol. 72, 1946-48 e Append. Bull. Com. vol. 76, 1956-58.

[10] Sempre GUARDUCCI ritiene di aver trovato le prove dell’esistenza di un tempio nella stessa zona (GUARDUCCI Scritti scelti sulla religione greca e romana e sul cristianesimo, Leiden 1983 pag. 208).

[11] GRANINO-CECERE Epigrafia dei santuari rurali del Latium vetus, in “Melanges de l’Ecole française de Rome – Antiquité”, 104, 1, 1992 pag. 127, la quale fa risalire il sito, sulla base degli ex voto ritrovati, al V sec. a.C. Il riferimento ai fata di Neuna concerne l’iscrizione sul cippo di cui si dirà più avanti.

[12] Nella zona del Tarentum si trovava la località che aveva nome Ad Nixas (“le inginocchiate”, nome che però non si riferisce alle due Ilithie, che nella monetazione romana sono sempre raffigurate in piedi e non in ginocchio), ove si teneva il rituale dell’October Equus per il rinnovamento della potenza del Rex: questo conferma la valenza sacrale multipla della località e, in un certo senso, anche una sua funzione oracolare, considerato che la cerimonia dell’October Equus si concludeva con una singolare lotta fra le due fazioni dei Sacravienses e dei Suburani, equivalente in pratica ad un’estrazione di sortes (sull’argomento rimandiamo a Galiano e Vigna Il tempo di Roma cit. pagg. 348-355).

È singolare che a Roma fosse conosciuto un gruppo di tre statue, tre come i Tria Fata, chiamate “i Nixi” (sostantivo plurale maschile), raffigurante tre divinità, rappresentate inginocchiate, che assiste­vano le partorienti, statue poste davanti alla cella di Minerva nel tempio di Juppiter O M in Capitolio (RICHARDSON cit. sub voce “Nixae”): si tratta forse del corrispondente maschile delle tre Parche? D’altronde esistono un fatus e una fata, come si dice più avanti.

[13]Sul nome Maurt-si veda POCCETTI Sulle dediche tuscolane del tribuno militare M. Furio, in “Mélanges de l'Ecole française de Rome - Antiquité “ 94, 2, 1982 pag. 657-674. Le iscrizioni oggetto dello studio provengono dalla villa e dal sepolcro della gens Furia a Tusculum, “una delle gentes patrizie più famose per aver esercitato a Roma un ruolo di considerevole importanza nella vita pubblica e sociale fin dall’inizio della repubblica”. La forma Maurt- deriva da Mavort-, “denominazione di Marte diffusa in poesia e nei testi stilisticamente più elevati”.

[14] GELLIO Noct Att III, 16, 9.

[15] Solo più tardi Mars sarà per eccellenza il Dio della guerra, ma la sua funzione originaria è quella di “porsi sul limite” tra due mondi, come ho scritto ne Il tempo di Roma cit. pag. 109; d’altra parte, è proprio del guerriero agire al limite tra protezione della legge e infrazione della legge, come dimostra Dumézil Le sorti del guerriero, ed. Adelphi, Milano 1990, in particolare pagg. 59 e 121: “Indra è tutt’altra cosa da Mitra e da Varuna, i contratti e le leggi non gli competono… Il guerriero, proprio perché si pone al di sopra o ai limiti del codice, si aggiudica il diritto di graziare e il diritto di infrangere”.

[16]FLOBERT L’apport des inscriptions archaiques a notre connaissance du latin prélittéraire in Latomus 50, 3 - 1991 pagg. 538-539.

[17] L’equivalenza fra Maurtia e Morta viene invece negata da WEINSTOCKTwo archaic inscriptions from Latium, in “The Journal of Roman Studies”, 50, 1-2 1960, pagg. 112-118, che la considera “artificiosa”. Sull’opinione di COLAFRANCESCO si è detto in nota 6.

[18] GUARDUCCI Scritti scelti cit. pag. 211.

[19] Il dies lustricus era il giorno in cui il neonato veniva purificato e gli veniva imposto il nome, come scrive FESTO 110: “Il giorno si chiama lustrale perché in questo giorno i neonati, l’ottavo per le femmine e il nono per i maschi, vengono purificati e gli si impone il nome”. In tale giorno “si offriva un sacrificio nella casa, accompagnato da una festa, e si dava un indirizzo religioso alla vita del bambino, al quale veniva posto al collo un piccolo contenitore con un amuleto” (THURSTON PECK Harpers Dictionary of Classical Antiquities, New York 1898 sub voce “Education”), cioè la bulla, che al momento del passaggio adolescenziale veniva offerta ad una divinità femminile, come Giunone a Lavinium.

[20]THURSTON PECK Harpers Dictionary cit. sub voce “Moerae”.

[21]WEINSTOCK Two archaic inscriptions cit.

[22]VIRGILIO Aen VII, 81 ss.: “Il re Latino / si reca all'oracolo di Fauno, profetico / suo padre, e consulta i boschi sotto l'alta / rupe Albunea, di dove tra gli alberi scaturisce / con rumore una grande sorgente sacra famosa, / dall'acqua opalina e dal puzzo di zolfo”. Il rituale che segue latino è di tipo incubatorio, come si evince dal seguito del racconto di Virgilio, e il luogo ha valenza ctonica, visto che il richiedente “dal profondo Averno evoca l'Acheronte”.

[23] GRANINO-CECERE Epigrafia cit. pag. 127.

[24] SERVIO Ad Aen VII, 84.

[25] Su questo complesso ed importante argomento rimando a Galiano e Vigna Il tempo di Roma cit. pagg. 142-147 e 228-231.

[26] COARELLI I santuari del Lazio e della Campania tra i Gracchi e le guerre civili, in “Les bourgeoisies municipales au IIème et Iere siècles a.C.”, Paris-Napoli 1983 pag. 217.

[27] TORELLI Lavinio e Roma ed. Quasar Roma 1984 pag. 185.

[28] DIONISIO D’ALICARNASSO Ant rom II, 50, 3: “[Tito Tazio] in ogni Curia pose delle mense a Hera detta Kuritis [= Juno Quiritis], che esistono ancora ai nostri giorni”.

[29] L’aggettivo “moneta” proviene da *meon, radice che indica la Luna come mezzo di misura (mensura) del mese (mensis), così come mezzo di mi­sura è la moneta prodotta nella zecca situata presso il tempio della Dèa (donde per l’appunto il nome stesso del denaro come “moneta”), ma da cui deriva anche mens (da qui la connessione con il tempio di Mens in Capitolio, il cui dies natalis ricorre a Giugno in prossimità di quello del tempio di Juno Moneta) e memoria ed infine la femminilità feconda esprimentesi con il menstruum mensile. Occorre per altro notare che PLATNER e ASHBY A Topographical Dictionary of Ancient Rome, ed. Oxford University, Oxford 1929 non concordano con questa serie di etimi collegabili a Moneta, né al suo rapporto con la moneta come zecca, istituto che entrò in funzione solo nel 269 a.C. (o nel 273 secondo RICHARDSON cit. sub voce “Iuno Moneta”), per cessare l’attività alla fine del I sec. a.C.

[30] CICERONE De divinatione XLV, 101. Anche le sacre oche di Juno Moneta “ammonirono” i Romani della penetrazione dei Galli nell’Arx.

[31]DUMéZIL La religione romana arcaica ed. Rizzoli, Milano 1977pag. 343.

[32]Juturna è essa stessa connessa con Lavinium, in quanto SERVIO la dice originaria di questa città (ad Aen XII, 139), come confermano i reperti archeologici.

[33]SABBATUCCI La religione di Roma antica, ed. Il saggiatore, Milano 1988 pag. 26–29.

[34]SABBATUCCI La religione di Roma anticacit. pag. 27.

[35] Questo ci riporta a Juno Moneta, il cui aggettivo sostantivizzato è in rapporto anche con la mensura del mensis. Inoltre, considerata la qualità oracolare di carmenta, le due Carmente possono essere anche interpretate come “Colei che guarda avanti (il futuro)” e “Colei che guarda indietro (il passato)”.

[36] TORELLI Roma e Lavinio cit. pag. 183.

[37] OVIDIO Fas vv. 515-516 e 583-584.