Giuseppe Acerbi scrisse questi articoli tanti anni fa per le pagine di Vie della Tradizione, una delle poche riviste che al tempo davano spazio a tematiche che i più ritenevano “conservatrici” – o per essere più espliciti, “fasciste” – ; allora leggevo Corbin che si collocava, come pochi, nella scissione tra ideale e reale, tra l’essere e il nulla, ovvero tra l’Angelo-guida e l’animalità che siamo. La lettura esistenzialista e nichilista della gnosi era un punto saldo di riferimento. Il tema dell’inizio era quello del dualismo; un inizio che includeva il nulla e l’abisso, polarizzato tra manifestazione del plērōma e del kenōma. In breve, era l’impossibilità di trasformare il mondo.

Premessa

Il barone rampante di Calvino preferiva la consapevolezza di pochi alla trasformazione di molti. È la storia – tragica per certi versi – di Giuseppe Acerbi, che come molti eroi di Calvino ha vissuto il suo genio nella liminalità di un universo immaginario. Giuseppe scrisse questi articoli tanti anni fa per le pagine di Vie della Tradizione, una delle poche riviste che al tempo davano spazio a tematiche che i più ritenevano “conservatrici” – o per essere più espliciti, “fasciste” – ; allora leggevo Corbin che si collocava, come pochi, nella scissione tra ideale e reale, tra l’essere e il nulla, ovvero tra l’Angelo-guida e l’animalità che siamo. La lettura esistenzialista e nichilista della gnosi era un punto saldo di riferimento. Il tema dell’inizio era quello del dualismo; un inizio che includeva il nulla e l’abisso, polarizzato tra manifestazione del plērōma e del kenōma. In breve, era l’impossibilità di trasformare il mondo. Divenni libresco. Il contrario di Giuseppe: i suoi scritti tracimavano genialità, ed era un paradosso, poiché a tutti i costi voleva allinearsi sul confine della «tradizione»; un intento ovviamente fallimentare, dal momento che presto l'omonima rivista lo estromise. Si sentiva straniero al mondo, non alla natura o al Dio cosmico; a suo modo seguiva il verbo induista, non nichilista; aveva rinunciato a coltivare la complessità del mondo illudendosi di trasformare la propria interiorità. Un viaggio molto difficile.

Ezio Albrile

 

 

LA LEGGENDA DEL CERVO, DELLA CERBIATTA E DEL CACCIATORE

esposizione del tema estrapolando dalle varie fonti, con sommaria esegesi dei termini della Triade

L'antico calendario vedico, come ha dimostrato bene Tilak in The Orion or Researches info the Antiquity of the Vedas (1), era ideato sul sistema sacrificale ed aveva lo scopo, data l'importanza del Sacrificio in quella cultura, di accertare i momenti stagionali più opportuni al cerimoniale. A loro volta i riti sacrificali erano fondati su una concezione provvidenziale del cosmo e dei fenomeni naturali, in base alla quale l'imitazione dei medesimi dovette avere uno scopo essenzialmente spirituale. Non era in ciò questione di un doveroso e passivo conformarsi ad influenze esteriori od a potenze numinose percepite quali sovrastanti il dominio umano, per quanto in effetti queste influenze e queste potenze fossero considerate reali e nient'affatto illusorie, almeno in un certo ambito; bensì l'indice di un atteggiamento pio e filiale nei confronti della Natura Madre e del Principio che la governava. La matrice principale del rituale era infatti la consapevolezza che il mondo, cosmologicamente parlando, non era nato dal caso — almeno intendendo il termine nell'accezione profana, oggi comune — ma da un atto di amore primevo. Si narra nel Veda di un mitico incesto -cosmogonico tra Prajàpati, il Padre di tutti i viventi, è la Figlia-Sposa, nella fattispecie una Cerbiatta-Cerva (Rohini = Harini) (2). Colpito a morte dalla Freccia di un leggendario Arciere, la cui identità varia nelle molteplici versioni ma che sostanzialmente è Rudra in funzione demiurgica, Prajapati, il quale ha nel frattempo assunto anch'egli la forma di Cervo per ce tener dietro » a Rohini, non riesce a portare a termine l'amplesso con lei ed è costretto a versare un quarto del proprio Seme a terra (3). Col che il «mondo di giù» ha avuto inizio, pur se, quasi si bisbiglia nell'orecchio, tre quarti di quel Seme è rimasto nell'Im-manifesto (Avyakta).

Tuttavia, si osserva di seguito che se il Seme è caduto, non è caduto invano . . ., come a voler evidenziare la provvidenzialità dell'evento. Il mondo proviene dunque da un atto di Volontà (Iccha) del Signore (Isvara), che ha voluto in tal modo uniformare tutti gli esseri al proprio Essere (4). Se interpretiamo la Freccia suddetta (dell'Arciere cosmico), peraltro omologabile al Phallus Dèi del Cervo creatore, come il Raggio o più precisamente l'Asse (in funzione demiurgica) della Ruota Celeste e la Yoni di Rohini (Harini) come la Ruota stessa (5), avremo indirettamente in quest'immagine la raffigurazione del Kalacakra (la Ruota Celeste); intendendo ovviamente il versamento del Seme quale Azione esercitata dal Purusa (l'Essenza macrocosmica, perno del mondo manifestato) sulla Prakrti, che racchiude in certo senso la manifestazione, la contiene, pur non partecipandovi direttamente, similmente al Purusa. Ma siccome tutto ciò che esiste è consustanziale alla persona di Prajapati (6), colui che ha presieduto allo Yajna primevo, il mondo intero costituisce di per sé un perpetuo ed immane atto sacrificale; è lecito quindi affermare, in sintesi, che Rudra, ossia Agni alias Kala (i tre nomi si presentano anche associati in Kalagni-rudra, var. Kalagni, Kalarudra o Rudragni, in rapporto alla distruzione finale del cosmo), sia invero l'Artefice della Creazione, operante nei confronti di Sé medesimo (Prajapati) in virtù della propria ambivalente potenzialità creatrice-distruttrice. E che Visnu, del quale tuttavia non si parla apertamente nella leggenda sopra riportata a grandi linee, ma che pur andrebbe sottinteso nell'esegesi dottrinale, rappresenti per cosi dire la risultante eterna di siffatta polarità di Vita e di Morte. Insomma, questi è il « Figlio » ( = Uomo Universale), sia quale preservatore ( = trasmettitore) del Seme ( = Essenza) del Padre Prajapati, il « Signore della Creazione » (da praja = « creazione, procreazione » e pati = « signore »); sia quale divoratore (= conoscitore) del medesimo.

E per via di tale doppia natura, egualmente a Śiva Visnu può essere concepito come Kala (il Dio del Tempo), tanto nell'azione discendente di manifestazione del Principio divino, che è propria di Soma, quanto nella funzione ascendente di trasformazione nel Principio, che è propria di Agni. Si noti però che, nella rappresentazione del Kalacakra, il punto di vista grafico riguardo il verso (discendente od ascendente) della direzione simbolica dell'Azione esercitata dai due principi opposti e complementari di Soma (Humor) ed Agni (Ignis) risulta talora invertito rispetto al punto di vista figurativo prima suggerito; sicché è possibile parlare di verso ascendente per la metà del ciclo retta dal nume presiedente all'elemento fluido ed umorale, od umido (in altre parole il dio lunare, i.e. Soma o Condro), e di verso discendente per quella retta dal nume presiedente all'elemento effusivo ed igneo, o secco (il dio solare, i.e. Agni). Codesto tipo di simbolica, rintracciabile nel Tan-trismo di Destra piuttosto che nel Veda, è molto arcaico e risale ai tempi remoti nei quali il solstizio invernale faceva da punto di partenza dell'Anno Sacro in luogo del solstizio estivo, secondo quanto è accaduto in tempi più recenti. Con ciò non intendiamo naturalmente affermare che nella tradizione vedica non esistano tracce di più arcaiche simbologie, ma certamente che esse siano cadute via via in disuso, a causa dell'aggiornamento della Śruti e della Smrti in rapporto all'inizio del Kaliyuga; mentre più chiaramente, per motivi che non stiamo qui ad indagare, ma facilmente intuibili, le stesse tracce perdurano nella tradizione tantrica (7) quali reminiscenze di un lontanissimo passato. Essendo l'argomento abbastanza ostico ed assolutamente incompreso dai più (anche da parte di studiosi che si sono occupati di questioni tradizionali, pur ad alto livello, probabilmente per mancanza di dimestichezza con il simbolismo astrologico), oltreché estremamente importante per l'esatta comprensione della cosmologia indiana e non, riteniamo di dovervi tornar sopra più in dettaglio quanto prima possibile. NOTE Cfr. L.B.G. TILAK, The Orion or Researches into the Antiquity of the Vedas Shri J.S. Tilak, Poona 1893 (II ed. 1916, III ed, 1925, IV ed. 19ss, V ed. 1972), e. II, passim.

Di tale opera è uscita da poco una nostra traduzione dall'originale, con premessa introduttiva, commento e traslitterazione dei passi citali in sanscrito dall'autore (L.B.G. TILAK, Orione. A proposito dell'antichità dei Veda, Ecig, Genova 1991. Cfr. G. ACERBI, Kalacakra. La Ruota Cosmica - Tesi di laurea, Venezia 1985, e. I, n. 188, pp. 233-44. In questa lunga nota assimilavamo il ruolo cosmogonico di Rohini a quello di analoghe dee del mondo mediterraneo, in particolare alla latina Rhea Silvia ed alla ninfa greca Rhoio (ovvero a Rhea, la paredra di Crono), tutte figure femminili queste coinvolte nella nascita di un particolare Eroe culturale e connesso alla sacralità dello Yajna o di ciò che gli corrispondeva nella tradizione greco-latina, ossia l'Anno Sacro o Sacrificale. D'altronde, mettevamo pure in risalto l'affinità ira le immagini divine delle tre citate dee di origine indoeuropea e le figure equivalenti, nelle corrispettive mitologie, di Harini (una forma di Usas, l'Aurora, vale a dire di Sarasvati, nonché alternativamente di Laksmi — 150 — LA LEGGENDA DEL CEHVO, DELLA CERBIATTA E DEL CACCIATORE e Kali), Diana l'omologa Potnia Theron quale « Signora degli Animali » (antico appellativo applicato alla cerbìatta e alla daina nelle foreste delle zone a clima temperato) ed Artemide (definita non per nulla « Elafia » ossia « Cerva »). Tale aspetto femminile della Divinità, rilevavamo, è associabile da un punto di vista complementare a quello parallelamente maschile assunto presso [e medesime tradizioni — magari in forma di Antilope, Daino, Capro od Ariete anziché di Cervo — da parte dei vari Rudra, Agni, Vayu; Fauno, Marte, Silvano, Bacco o Saturno ovvero Pan, Ermes, Area, Ciparisso, Apollo, Crono, Dioniso, Orione, Atteone, etc.

Si noti, ancora, che il teriomorfismo (« gentile » di codeste raffigurazioni divine presenta come allotropo un teriomorfismo « terrifico » nel quale al genere cervino, antiloocaprino od ovino vengono sostituiti canidi o fetidi vari, sovente di provenienza indigena. Si dà il caso, pure, in cui al cervo ed alla cerva od ai loro omologhi (daino, antilope, etc.) alano sostituiti il toro e la vacca. Trattasi della stessa simbologia, espressa in forma ridondante. In ultimo osserviamo che spesso sia la dea indomediterranea sia il dio appaiono trasposti in una morfologia aviforme, che ora si pone in contrapposizione alle suddette forme terrifiche, identificandosi a quelle benefiche, ora si colloca altresì su un piano più elevato di entrambe. Un ultimo particolare che si deve notare è che spesso le similarità sfuggono all'inesperto simbolista, essendo talora le divinità mascherate tramite l'identificazione a determinate costellazioni. Cosi, il mito cui sopra si è accennato (vedi n. cit.) della nascita di Skanda da Rudra/Agni e Parvati (var. Śanga/Svaha), della quale si noli la molteplice equivalenza con Kali (la « Nera »), Gauri (la « Bianca ») e Rohini (la «Rossa») — tutte figure queste non meno della prima omologabili astralmente ad Aldebaran, la a Settima Stella » delle Pleiadi (in realtà l'Occhio del Toro Celeste); e così pnre alla Luna (triforme per analogìa con lo triplice fase calante, crescente e di plenilunio, escludendo il novilunio per assimilazione su base assiale della dea infera lunare con quella terrestre ovvero della stessa con la dea reggente il plenilunio) — appare invero la trasposizione induista del mito latino dei Gemelli. E la chiave di tale identificazione la ritroviamo in cielo, ove si intenda per Skanda o l'identico Kartikeya (matronimico ad indicare il figlio adottivo delle Krttika, cioè delle Sette Pleiadi) la deità presiedente alla costellazione di Orione, che a giudizio di Tilak, come indica l'etimo comparato del nome greco dì codesto asterismo, costituiva un tempo — all'inizio del Kaliyuga o dell’Età del Ferro » — l’Agrayana ossia l'inizio dello Yajna; e per Romolo e Remo (cfr. con gli Asvin indiani) i custodi romani della costellazione dei Gemelli. Del resto l'asterismo di Orione (scr. Mrgasira, i.e. Caput Cervi), qualora sia rapportato nella gradazione dallo Zodiaco lunare allo Zodiaco solare, equivale agli ultimi gradi del Toro ed ai primi dei Gemelli. Ciò spiega le consuete associazioni indoeuropee tra le raffigurazioni dei Gemelli mitologici (dei quali nno, al modo dì Krsna, ha solitamente una funzione di tipo sacerdotale e pastorale, contrapposta alla funzione guerriera ed agraria o talvolta venatoria dell'altro, similmente a Baia-rama), del Cervo e della Cerva (Orion, Aldebaran) o del Toro e della Vacca (Taurus, Aldebaran); le suddette coppie e le loro dinamiche simboliche sono, peraltro, spesso presentate nella veste allegorica di una cerca d'amore o di una caccia gentile.

A tali asterismi fa seguito nella volta celeste il Cane (Sirio), che talora compare in forma duplice (Canis Maior, Canis Minor) od antropomorficamente quale Cacciatore, od ancora in veste di Lupo o di Lince (cfr. con la Tigre dell'Asia Orientale od il Coyote amerindo) a svolgere una funzione demiurgica, creativa o distruttiva che sia. In questa luce interpreteremmo la vicenda latina della nascita dei Gemelli come un mito astrale di evidente valore cosmogonico, ma non solo tale. Onde la leggenda di Marte, secondo Ovidio (Fa. — iiii.55-8) tramutatosi in Lupo ed unitosi in amplesso a Rhea Silvia (Ilio) — da identificare da una parte alla mitica Lupa romana, prima nutrice di Romolo e Remo, e dall'altra ad Acca Larentia (i.e. Mater Larum), moglie di Faustulus, che già alcuni decenni or sono il Pestalozza rapportava rispettivamente a Fauna Bona Dea e Flora (nomi di Diana Trivia) — in una grotta (la «Caverna del Mondo»), alluderebbe occultamente al mistero zodiacale del Sole in Toro (o meglio in Aldebaran) al punto vernale. Il che è potuto avvenire dal punto di vista astrologico solo all'inizio del Kaliyuga (4.480 a.C. e), ovvero più precisamente a Kaliyuga inoltrato, tra il 4.000 ed il 3.040 a.C. e. Sul periodo orionico ossia dell'equinozio di primavera negli asterismi lunari di Orione ed Aldebaran (4.960 - 3.040 a.C. e.) cfr. Til., op. cit., e. Vili, pp. 220-1 (trad. cit. alle pp. 233-8); benché il N. sbagli per difetto la datazione di circa 500 anni, concedendo quali limiti cronologici effettivi il 4.000 (poi 4.500) ed 1 2.500 a.C. E' chiaro comunque che in codesto periodo, e per tradizione culturale anche in tempi posteriori, la configurazione astrale descritta doveva rappresentare un simbolo dell'Anno Sacro, o Sacrificale che dir si voglia. (3) Da notare la convergenza fonetica, che secondo noi è anche etimologica, tra il scr. soma («. essenza ») ed il lat. semen (« seme », sia in senso vegetale sia animale); tanto più che la prima voce designa tutti i tipi di umori, o meglio il loro principio vitale. Vi è un rapporto inequivocabile e sostanziale, d'altronde, in sanscrito fra il Soma siccome « Bevanda d'Immortalità » e l'Anna (« Alimento », nell'accezione sacrificale, tanto exotericamente quanto esotericamente); e, parimenti, tra il Soma (Bevanda; Luna; Mrgasira) e lo Yajna (Sacrificio; Anno Sacrificale, Prajapati), dal momento che le libagioni di Soma non sono che oblazioni annuali di Essenza vitale versate ai Deva. [Mettiamo qui il maiuscolo ad indicare il senso supremo dell'atto rituale, ma si debbono tener in conto anche quelli inferiori, secondo la quadruplice legge del simbolismo (cfr. i. 164, 45)]. Ne consegue che pure tra lo Yajna e l'Anna debba esservi una relazione, a parte la somiglianza epidermica del primo di tali termini sanscriti con il lat. annus, indicante sia il periodo astronomico di una rivoluzione solare sia, per estensione del concetto, il Tempo in generale. La relazione consiste, a parer nostro, nel fatto che l’Anna, cioè il Soma (vide supra), provenendo da Prajapati non è che Ini medesimo in altro aspetto.

A conferma della nostra supposizione ci risulta che l'Arciere, il quale funge da « Avversario del Creatore » nel mito vedico dell'incesto cosmogonico, almeno una volta (i. 71, 5) è impersonato da Agni, vale a dire dal principio opposto a Soma trascendendone i rispettivi significati elementali di Fuoco ed Acqua; donde, nel complesso, ne ricaviamo la doppia equazione Prajapati-Soma = Anna. D'altra parte, in una rara versione dello stesso mito (Vm. P. - v. 26-43) Prajapati (lett. lo Yajna sotto aspetto, ad un tempo divino ed astrale, di Mrga) è trafìtto da Rudra, che piglia la forma di Kala (Kalarupin); senonché questi viene di seguito descritto come Kalapurna, avente per membra simultaneamente le costellazioni solari e gli asterismi lunari, assumendo in questa maniera un ruolo che altrimenti è proprio della sua vittima sacrificale, cui necessariamente s'identifica. Tornando al discorso di prima, il « Seme del Padre » rimasto nella « Vulva della Figlia » è pertanto da concepirsi come una plastica rappresentazione delle «Acque Superiori» (le virtualità dello Immanifesto), mentre la parte del medesimo caduta nel mondo (secondo il J.B. - iii.261-2 sul M. Hìmavat, var. del Meru) ha a che vedere evidentemente con le ed. a Acque Inferiori » (la Manifestazione). Di pari passo la figura di Agni, alla quale già si è accennato poco sopra, è da collegare- con la « Regione del Vajra » (Vajraloka). Non stiamo qui a sviluppare, per brevità, le ulteriori conseguenze di codesta interpretazione, non mancando però di sottolineare le interconnessioni simboliche tra l’Anna in quanto Yajna (l'Alimento divino per eccellenza risulta essere ovunque, come universalmente è sempre stato riconosciuto, il Sacrificio) e la dea chiamata per l'appunto Annapurna (lett. « Alimento perenne» - cfr. con l’Anna Perenna dei Romani); la quale è solo un travestimento di Kali (la Dea Nera, in altre parole del Cielo notturno o del Tempo) in riferimento alla sacralità annuale, al modo come lo Yajna (l'Anno Sacrificale) sì riferisce a Prajapati quale forma di Kala (arcaico Dio del Cielo notturno — con allusione ad astri e costellazioni — o del Tempo). Potremmo fare un ulteriore accostamento tra la Freccia (il « Raggio solare » o « Settimo Raggio ») del Demiurgo (Agni, il Sole che provoca le « Piogge », cioè le influenze numeniche) ed il Seme (Soma, la « Pioggia » come flusso manifestante proveniente dalla Luna, per assimilazione della luce lunare all’Acqua di Vita spirituale) caduto dalla Yoni della Cerbiatto (= Luna Piena ovvero Terra Madre, cui la prima era equiparata in base al concetto di un'unica Mahimata, lat. Magna Mater) a causa di Colui che è al di là di ogni dualità, sia di Fuoco ( = Essenza) sia di Acqua ( = Sostanza), i.«Siva-Mahesvara» (Signore). Si badi bene che ì princìpi complementari di Fuoco ed Acqua sono rappresentati rispettivamente nella cosmologia vedica da Agni e Soma, od alternativamente da Rudra e Prajapati. In conclusione, la riprova dell'identità tra ÌI « Seme Celeste » emesso dal Phallus Dei ed il Soma è data dalla radice (a grado zero dell'apof. voc.) del s. lat. semen, cioè Vsm-, che è la stessa di quella attribuita all'astro lunare in area indo-mesopotamica (scr. Soma/Suma, bab. Sin). Ciò spiega perché mai Daksha (alter-ego di Prajapati) abbia dato in moglie a Re Soma (o a Candra, altra personificazione maschile della Luna in sanscrito, non meno del lat. Lunus), insomma ad un'altra forma di Sé medesimo, le sue 27 «Figlie» (= le dee presiedenti agli asterismi lunari), tra le quali Rohini era la prediletta. Circa l'omologia tra Agni e Rudra non è il caso di aggiungere molto, tanto è nota ed ovvia. Si consideri solamente al riguardo la leggenda della nascita di Skanda (cfr. n. 2), od il fatto che entrambi tali nomi non siano altro che semplici appellativi di Śiva-Mahadeva, non meno di Kala, facendo tuttavia attenzione che costui può svolgere pure il ruolo di Soma ovvero di Prajapati; cosa che invece accade più di rado per Rudra od Agni. Tra le antinomiche e duplici figure di Soma-Prajapati e Rudra-Agni vi è dunque complementarietà, secondo quanto ci rivela l'attribuzione della designazione di Kala a ciascun membro delle due coppie, le quali sono in realtà una sola: l'autore e l'oggetto dello Yajna, cioè l'^ima, donde il Sacrificio (supremo) è definito Atmayajna. Sull'argomento si veda A.K. COOMARASWAMY, Atmayajna: Self-Sacrifice - H.J.A.S., Cambridge (Mass.) 1942, voi. VI, sgg. (4) Non si dice in fondo la stessa cosa nella Torah ebraica (Gen. I. 26-7)? Ac, op. cit., ce. I e III, passim.

E' nota ai più l'importanza che ha avuto per lo studio dell'iconologia shivaita la scoperta, nei reperti dell'antica Civiltà della Valle dell'Indo, di alcune raffigurazioni del ed. Proto-shiva o (meno correttamente) Proto-mahisha, caratterizzato da corna taurine o di bufalo, a mo' di Tridente; spesso tutta la fisionomia facciale del dio contribuisce a rappresentarlo nell'intero capo (talora tricefalo) con un'effigie animalesca, senza tuttavia fargli mai perdere completamente i tratti umani rispetto alle raffigurazioni più tarde di Mahisa e Nandikesvara, ove viceversa tutta la testa compare in genere con aspetto teriomorfico (e mai con tre volti), senza mediazione con l'umano. A meno che si tratti di una variante antropomorfica del medesimo personaggio. Vi sono del resto delle interpretazioni iconografiche medievali (specie di epoca Pallava) della figura di Śiva-Mahadeva, provenienti dal sostrato dravidico meridionale, che indurrebbero a considerare il Proto-shiva suddetto l'elemento principale (insieme ad un'altra divinità, supposta dai connotati femminei e prefigurante nei caratteri Durga-Kali, la dea tantrica di epoca posteriore) di un culto paleodravidico. Delle immagini di Śiva tricefalo si rinvengono comunque in periodo medievale, con un tridente lunare sul capo ed un'espressione animalesca e terrifica, in regioni più prossime alla Valle dell'Indo di quelle meridionali. Vedi ad esempio l'icona in lega di metallo, proveniente dall'Himachal Pradesh (X sec. d.C), riportata dalla Jayakar nel suo splendido The Earthen Drum. An Introduction to the Rimai Arts of Rural India, National Museum, N. Delhi 1980, p. 207, f. 201. Per la verità, rappresentazioni di divinità con il capo interamente animalesco esistono in alcuni altri reperti anche nella stessa Civiltà dell'Indo, ma sembrerebbero richiamarsi apparentemente a forme arioeuropee del culto di Rudra-Śiva; quelle precisamente che lo connettono a Prajapati quale suo alter-ego in senso cosmogonico, vale a dire i miti vedico-brahmanici ed epico puranici (su cui cfr. Til., op. cit., passim.). Così, in una scena ritratta su un coccio del coperchio di un vaso rinvenuto nel cimitero H di Harappa (S. PIGGOT, India preistorica fino al 1000 a.C. - Il Saggiatore, Milano 1964, e. VI, p. 253, f. 30 al centro; ed. or. Preistoric India to 1000 B.C., Penguin B., Harmondsworth 1960), troviamo «una figura composita con la « Testa di Cervo » (al modo di Mrgasira o di Rishyasringa) e con in mano un arco; essa sta in mezzo a due Cervidi (od Antilocapridi) stilizzati, seguiti da un Cane.

Di fronte a tale raffigurazione — evidentemente simbolica come riconosce il Pigott, che tuttavia fraintende totalmente l'interpretazione della stessa scambiando i suddetti animali per Vacche, quando invece la presenza del Cane palesa chiaramente il carattere cinegetico della composizione — è impossibile non pensare immediatamente al mito di Prajapati (Orione), Rohini (Aurora), Rudra (Apollo) e lo Svan (Canis Maior, vale a dire Sirio) ; ancorché i Cervidi compaiano ivi raddoppiati. Che si abbia a che fare in questo caso con una sorta di Proto-Prajàpati e di Proto-Rohini, sembra inoltre confermato dal fatto che, in una seconda ripetizione del motivo — dipinto in nero su rosso — nella parte opposta del disegno,, una coppia dei medesimi animali porta tra le corna un Tridente (in forma floreale, di loto ci pare), certamente emblema del Trikala (il « Triplice Tempo », cioè Passato, Presente e Futuro). La qual cosa ha necessariamente a che fare da una parte con lo Yajnacakra (la Ruota del Sacrificio annuale), l'Anno Sacro essendo emblema più in generale del Kalacakra (la «Ruota del Cielo o del Tempo»); dall'altra con la « Parola Divina », di cui un solo. quarto è manifestato di Era in Era, di stagione in stagione, di mondo in mondo, ossia in ogni sede spazio-temporale. Ancora un Cervide, alato e con Sette Tridenti floreali fra le corna, troneggia fra i due temi similari or ora descritti dell'Arciere dal Capo Cervino, disposto fra la coppia animale forse in funzione solare; i Sette Loti, oltre a rimandarci a considerazioni tantriche sui « Sette Càkra », d'altronde perfettamente giustificate dal carattere indubbiamente numinoso del contesto nel dipinto su cera-. mica, parimenti ci suggeriscono che l'insieme possa avere un significato comprensibile solo in riferimento cosmogonico alla costellazione di Orione (per la teoria sulla sua presenza al punto vernale nel periodo cronologico ivi considerato cfr. l'ultima parte della n. 2 di codesto art.).

L'asterismo di Mrgasira, infatti, è composto di Sette Stelle principali, tante quante le « Teste » di Skanda-Kartikeya ; il signore dell'Anno -Sacro nella cultura tantrico-dravidica, alternativamente a Prajapati, dispositore della Yajna nella cultura ario-vedica. Qualora 6Ì ritenga, però, che in nessun modo il mito di Rudra e Prajapati, ovvero dello Yajna. possa essere rappresentato presso una civiltà che, stando alle nostre conoscenze storiche attuali, dovette porse precedere l'invasione aria dell'India, allora si dovrebbe interpretare il motivo iconografico prima analizzato come una esplicita testimonianza del culto arcaico del « Figlio » di Śiva (i.e. Skanda) presso l'antica Civiltà dell'Indo. L'argomento sarà da parte nostra ripreso più approfonditamente in altri scritti futuri, che già stiamo elaborando. Resta solo da aggiungere, al momento, che divinità dal capo cervino od antilocaprino sono reperibili (con significati paralleli) in tutte le parti del Vecchio Continente ed anche del Nuovo, sia in tempi preistorici sia protostorici; e persino più oltre, adattate a nuove situazioni religiose, ma in genere demonizzate, com'è accaduto per il Satana cristiano. Ciò che si è smarrito via via è stato, parrebbe, di senso ciclico del Divenire, onde l'Anno è venuto a perdere la sua sacralità, che pure doveva ancora esser viva al Agrayana.

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