Quali per vetri trasparenti e tersi
O ver per acque nitide e tranquille,
non si profonde che i fondi sien persi,
tornan d’i nostri visi le postille
debili sì che perla in bianca fronte
non vien men forte a le nostre pupille
tale vid’io più facce a parlar pronte;
per ch’io dentro al’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’omo e il fonte.

Ingresso al cielo della luna, Paradiso III, 10-18

Pozzo

Normalmente definiamo col termine pozzo un buco, abbastanza stretto, scavato sulla superficie della terra in verticale, o in modo leggermente obliquo, a volte per pochi metri, altre per centinaia. Nella maggioranza dei casi tale buco è fatto dall'uomo artificialmente per raggiungere vene d’acqua, o pietre preziose o, in tempi assai più recenti, il petrolio o altre risorse energetiche di madre terra.
In questo breve intervento ci interesseremo principalmente del primo tipo, quello acquifero.

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Tardo gotico quello di Michel e Gregor Erhart, sull’altare maggiore della chiesa del convento di Blaubeuren (1493). Riveste particolare interesse il Bambino che regge in mano una mela e la luna calante ai piedi della vergine che ha un volto paragonabile a quello della lama dei tarocchi.

La parola italiana pozzo deriva dal latino puteus e per alcuni semiologi nasconde una radice etrusca (mai sufficientemente chiarita). Si tratta di un termine che i più considerano misterioso (a parte qualcuno che mette in relazione puteus con pre-puzio, passando dal termine italiano putto). Anche se tale notazione ci sembra un po’ azzardata possiede un indubbio fascino, proprio per le corrispondenze anatomiche e per il risalire del liquido dal fondo alla superficie.

Il pozzo è dunque un passaggio, una porta che collega due mondi.

Più il pozzo è pro-fondo più è difficile scorgerne la fine. A tutti gli effetti, per varie ragioni ottiche, un foro di un metro di diametro con delle pareti non riflettenti, dopo una trentina di metri di profondità, appare (a un uomo che guardi dall’esterno verso il basso, stante sulla superficie terrestre illuminata dalla luce del giorno) assolutamente buio (salvo che nel fondo ci sia un’acqua specchiante).

Anche per questa ragione, fin dall’antichità, il pozzo è stato impegnato come strumento per l’osservazione astronomica, a mo’ di cannocchiale senza lente, ma con una focalità automatica facilitata dall’assorbimento di ogni luce al di fuori di quella su cui il pozzo era naturalmente orientato. Anche per questa ragione determinati pozzi obliqui, caratteristici delle piramidi egizie, sono stati facilmente assimilati a straordinari strumenti di puntamento su determinate zone celesti, con una funzione omologica di tipo metafisico (che esclude, ovviamente, le stupidaggini a base di "energie" e dischi volanti che hanno prodotto, recentemente, tanta spazzatura misteriosofa) .

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Il misterioso pozzo-tunnel-vortice di Hieronymus Bosh, attraverso cui transitano le anime dei Beati verso l’Empireo, accompagnate dagli Angeli Custodi (1504).

Tale aspetto, che collega ciò ch'è sopra la terra con ciò che è nelle viscere della terra stessa, passando dalla luce al buio e viceversa, ha fatto sì che in tutte le tradizioni il pozzo venisse simbolicamente collegato ai riti di trasformazione, fecondazione e rinascita, e alla comunicazione fra terra e cielo. Intorno al pozzo verranno perciò attuati alcuni fra i riti primordiali più interessanti, mentre la letteratura religiosa ne farà un centro di emanazione di sapienza.[1] 

Quindi l’alchimia, quando parla del V.I.T.R.I.O.L. invita a scavare un pozzo e trovare la pietra occulta (ammesso e non concesso che si sappia quale sia la pietra da cercare). A tal proposito rileviamo come un particolare pozzo, intorno al quale nasceva la città romana, fosse il ricettacolo naturale dell’axis mundi e come il mundus (la fossa sacrificale che nella Roma Arcaica e nell’Etruria indicava il centro dell’universo visibile) rappresentasse l’ombelico del mondo sul quale si attestavano i cardini (in seguito divenuti cardini stradali) della fondazione ortogonale della città.[2]

Si dice che la ricchezza simbolica di tale pozzo sacro fosse contrassegnata dalle zolle provenienti dai terreni primordiali, con un processo d'innesto e di fusione di una terra con la terra madre. Questa terra madre faceva sì che ogni città con un mundus correttamente realizzato fosse un innesto alla terra madre e, nel caso specifico, a Roma.  Il mundus conteneva anche le primizie della terra, collegate a Flora, uno dei sacri nomi dell’Urbe. Diventava, sotto un certo aspetto, un cordone ombelicale fra la Terra e i suoi figli.[3]

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Foppa: la Vergine in trono (1460 circa), di nuovo con una mela condivisa nella meditazione col Bambino. In alto un rosario di corallo scompare nel manto del trono (raffigurante i Cieli) e assume l’aspetto di un corno lunare.

In queste note, in omaggio alla tradizione pitagorica mediterranea, vorremmo far notare che il pozzo, considerato nella sua valenza simbolica cosmica, ha notevoli assonanze col simbolismo del mozzo della ruota. Cioè quell’ineffabile regione vuota che attraversa tutto il simbolismo rotale di cui Guénon e De Santillana hanno trattato più volte.[4] In questo senso, il foro che penetra le viscere della terra rappresenta il collegamento assiale fra la rotazione cosmica e la rotazione terrestre e imita il pozzo magnetico del Nord dove l’imbuto creato dall'oscillazione dell’asse terrestre crea, oltre ai cicli stagionali e alle ere cosmiche con la precessione equinoziale, il collegamento fra la terra e le stelle e realizza con ciò quel misterioso emblema delle due ruote del carro, che nasconde tanti misteri dell’alchimia e della spagiria, e sui quale è opportuno rinviare alla sagacia del lettore, non essendo questo il campo per simili approfondimenti.

Ci permettiamo di introdurre inoltre un altro piccolo accenno ermetico: pozzo, in ebraico, significa anche donna e sposa. Questo ci collega al senso rituale della salita e della discesa di cui si parla nella Bibbia[5] e alla particolare unione mistica che si celebra in tale semplice liturgia,[6] ma anche alla salita e alla discesa ritmica, in un'alternanza verticale che, inabissandosi verso il centro della terra, s'incrocia con la ciclicità rotale zodiacale, orizzontale e ci riporta al mistero della Rota celeste e del Rosone.[7] 

Non dimentichiamo gli episodi evangelici in cui Gesù si relaziona alle acque e in particolare il pozzo dove incontra la samaritana. La natura salvifica del Cristo in questi casi coincide con quella del pozzo. Egli è il pozzo dove la donna trova la rinascita spirituale. Infatti l’iconografia cristiana dei primi secoli abbonderà del tema del pozzo e delle colombe, pavoni, cervi (secondo il complesso bestiario del protocristianesimo) che cercano la fonte d’acqua vitae a cui abbeverarsi.alt

La ninfa addormentata sotto la fonte di Cranach il Vecchio ((1518) è un piccolo capolavoro d’alchimia. C’è una scritta sul bordo della vasca:: “Fontis ninpha sacri somnum ne rumpe, quiesco”. Un “genietto” siede sopra una colonna indubbiamente fallica, dalla quale fuoriescono 4 zampilli.

Nell’architettura sacra il tema del pozzo contrassegnerà i chiostri islamici e cristiani: è in genere al centro del cortile o del chiostro e realizza una forma rotonda dentro al quadrato perpetuando in orizzontale il rapporto fra terra e cielo. [8] 

Le varianti simboliche del pozzo che destano più interesse semantico sono FonteFontana (cioè ciò che proviene dalla fonte) a cui i semiologi[9] attribuiscono una radice comune al sanscrito dhanayati che indica ciò che scorre. Alcuni ritengono plausibile una discendenza del nome "fonte" dal latino fundere (versare, spargere).
La fontana è la variante polluente del pozzo.

L’archetipo religioso della fonte è rappresentato da quella che sgorga in prossimità di un albero paradisiaco e che si divide in 4 fiumi. Questa simbologia che accomuna il Medio Oriente al Mediterraneo dispone spesso la fonte vicino o tra le radici di un albero, quello della Vita o della giovinezza. La spartizione delle acque determina a volte le regioni del mondo, così come accade negli alberi-croce cristici, ai cui piedi il cranio adamitico contrassegna il punto per la divisione della divina miscela di acqua e sangue che irrora l’universo nelle quattro direzioni.[10]

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Narciso che si specchia sulla fonte esagonale, in un arazzo francese del 1400.

 

Altre volte l’acqua sgorga dal sottosuolo ma si raccoglie in superficie in una vasca-lago nel quale ci s'immerge per ritrovare la salute fisica e spirituale o per passare a un'altra dimensione come nel mito di Narciso. Tale mito, con una valenza completamente diversa da quella greca, è molto forte nei paesi nordici. Per i Germani la fontana Mimir è la fontana del sapere e Odino ha accettato di perdere un occhio per poterne bere l'acqua e acquisire la scienza della profezia e della poesia. Anche la magica Excalibur trova riposo, protezioni e rinnovamento nelle acque chete dove la Dama del Lago la conserva accuratamente.

Ma qual è allora il nesso tra la luna e il pozzo?

Esistono alcuni aspetti poco studiati.

In primis, l’acqua del pozzo, quando il medesimo è poco profondo, ha il pregio di riflettere il cielo, è un'acqua molto ferma e non turbata da brezze che la possano increspare, viene stabilizzata, fissata, e protetta dal pozzo.

Ma in particolari notti, in cui la luna è assai alta nel cielo può anche rifletterla (così come può riflettere il sole che, in tal caso non è osservabile a meno di accecarsi) e allora il cerchio bianco apparirà circondato da un cerchio nero. Sarà uno specchio dell’anima, nelle profondità della terra. La cosa è ancor più evidente se tale specchiatura avviene in una fontana dove la superficie più grande e la possibilità di angolazioni diverse rendono il fenomeno più facile anche se assai meno stabile.

Ora, nel simbolismo ermetico la Luna (assimilata a Isthar, Astarte, Diana, Iside, etc.) è associata fortemente all’acqua, all’anima e al suo potere riflettente e potentemente ciclico e mutevole (ergo a un certo tipo di magia).

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La celebre lama dei tarocchi di Wirth con la luna-specchio-pozzo raggiante all’interno di un cerchio scuro.

Nella XVIII lama dei tarocchi la troviamo come se fosse un pozzo celeste di natura complementare a quello terrestre e vegliata da due cani.[11]. È il pozzo celeste di luce perlacea che dona un chiarore mutevole alla tradizionale via delle anime (la via Lattea) che, proprio quando la Luna è al massimo del suo splendore e quindi diffonde la luce sulla terra e sul cielo (mitigando il rigore del buio e la nitidezza delle stelle), diventa più difficile a vedersi. Cioè la terribile Diana rende difficile affondare lo sguardo nell’abisso dei cieli. Per cui ci permettiamo un parallelo che stimolerà la curiosità del lettore meno esperto e forse divertirà quello più esperto.
Se, immersi nell'immensità della luce del giorno, scrutiamo nelle profondità del pozzo, vediamo solo del nero. Se, nel nero immenso della notte, scrutiamo le profondità del cielo, possiamo incontrare un mutevole pozzo luce.  E quando questo pozzo assume la forma di una falce e quindi diventa simile a un pozzo di cui si intravede solo parte dei bordi, assimilati a volte alle corna bovine, chissà perché, perfino nel simbolismo cristiano ci si siede sopra la Vergine.

Lo specchio

Il pozzo, la fontana o la superficie d’acqua ferma costituiscono il primo specchio naturale che l’uomo abbia incontrato. Il primo strumento con cui vedere l’immagine di se stesso. Non l’immagine esatta ma quella, appunto, speculare. La storia della magia e dell’ermetismo è piena di specchi.

Specchio viene dal latino speculum, voce di specere, a sua volta derivato dalla radice indoeuropea spek col senso specifico di guardare rivelatasi anche nel sanscrito pacyami (io vedo), nel greco spektomai nel gotico speha e nel tedesco arcaico spehon da cui si fa derivare l’italiano spia.

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L’ingresso nel Cielo della Luna secondo le illustrazioni di Paolo Di Dono. La Luna dove appare Piccarda Donati è raffigurata in un modo particolare. Specchiante al suo interno, una porzione di cielo turchino. Sulla destra di nuovo il pozzo con l’immagine riflessa del Narciso universale.

Il latino auspicium è quindi intimamente connesso all’azione di specchiare e ovviamente anche lo spectaculum. Il rispetto, da re-spectare ha radici assai simili e infatti, nella sua accezione originale vuol dire guardare indietro.[12]

Quindi speculare, che in italiano ha assunto un doppio senso (economico e filosofico), non è altro che la funzione di colui che è intento a osservare con attenzione. Così come con-siderare, che col tempo ha assunto l’idea dell’ammirazione o dell'osservazione attenta di qualcosa o qualcuno, in realtà è l’arte del guardare l’insieme delle stelle (cum-sidera).
Essendo il cielo uno specchio stellante è evidente come per gli antichi l’osservazione delle stelle e degli specchi fossero in intima e magica relazione.

Lo specchio assume una veste sacra in tutte le tradizioni, non solo per i poteri "magici" che gli vengono attribuiti in determinati contesti, ma anche per la sua virtù riflettente, per la sua capacità di far vivere, nel suo interno un mondo quasi identico a quello vivente. Lo specchio rovescia il reale (o ciò che usualmente consideriamo tale) e ne dà unìimmagine speculare. Quindi, sotto un profilo metafisico, la manifestazione è l’immagine proiettata e speculare del Principio. La nostra vera immagine potrebbe essere dunque quella nello specchio e non quella della fotografia o del ritratto, che oggi siamo portati a considerare come reale.

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La Lussuria secondo Sassetta (1435 circa) si specchia ed entra nel mondo dell’accidia e della compiacenza di sé (particolare ai piedi di una raffigurazione di San Francesco).

 

Tale considerazione avvalora l'abitudine presente in molte teologie di attribuire allo specchio il valore di anima, come riflesso della luce spirito celeste.
E quando ci stupiamo perchè i Nativi americani cambiavano l’oro con degli specchietti, dovremmo riflettere sul fatto che per loro quella strana virtù di riflettere aveva ancora una valore sacro.

In Oriente moltissime divinità maneggiano uno specchio, fino ad arrivare al Giappone dove lo specchio-ottagonale-sole è il simbolo stesso di Amaterasu (colei che fa uscire la luce dalla caverna divina e la riflette nel mondo). Tale specchio si chiama anche Kagami.

Nel buddismo tibetano la saggezza dello specchio riflette la vacuità delle forme del mondo, e nel cristianesimo agostiniano l’Intelletto divino si riflette specularmente nella manifestazione.

Anche Plotino nell'Ennede IV dice che l’uomo riflette l’influenza del modello divino esattamente come uno specchio.
In Cina lo specchio è l’immagine della Regina e il segno d’armonia coniugale, mentre nel Taoismo lo specchio magico rivela le influenze maligne e le combatte.
Pitagora, secondo Varrone, aveva uno specchio magico che presentava alla Luna (appunto) prima di fare la divinazione, come le streghe della Tessaglia.
In Afghanistan si usa uno specchio per benedire i fidanzati mentre nel sufismo l’intero universo è un insieme di specchi nei quali l’Essenza infinita contempla le sue forme multiple e i diversi gradi dell’essere (cfr. Guénon).

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   Lo specchio sapiente decagonale dei coniugi Arnolfini, in un dipinto di Van Eyck che riflette sia la schiena dei coniugi che il pittore stesso e un altro individuo. La compresenza dell’osservato e dell’osservatore diventano motivo d'introspezione, così come appariva già un secolo prima nella nascente mistica Renana.

Ma il più celebre specchio magico, quello universalmente conosciuto, non è quello di Cagliostro, né alcuno fra tutti quelli precedentemente citati in ambito religioso o misterico, ma quello della Regina cattiva della fiaba di Biancaneve. Quello famoso che viene interpellato con le parole: "Specchio delle mie Brame chi è la più bella del Reame?"

Siamo già stati, in un altro articolo, su questa fiaba straordinaria. In questa sede ci limitiamo a esaminare solo alcuni particolari dello specchio. Esso invia alla Regina Nera la sua immagine speculare, che è ovviamente Biancaneve-bianca, figliastra ma non figlia della donna nera.

Qui potremmo analizzare il fatto che due potenti elementi femminili si sfidano, dal diritto e dal rovescio di uno specchio, come Ecate e Diana e forse qualcosa di più.
Solo che la Regina Nera della fiaba non accetta la condivisione del potere con una Regina Bianca. Ermeticamente c’è un'opposizione fra plenilunio e novilunio. La vera magia è nel novilunio, la vera luce è nel novilunio.

Ma chi è colui che annuncia la luce e precede la Luna-specchio nel cielo? Lucifero, è costui che, sotto la veste serpentina, indica a Eva la mela da cogliere: il Lucifero come stella mattutina, l’annunciatore della luce ma anche delle tenebre.

Ma in questo strano gioco s'inserisce una mela stregata.

L’antesignana di tutte le mele stregate è la mela di Eva, che dona la conoscenza del Bene e del Male, ma anche il sonno e la separazione dall’intelletto senza speculazione, la separazione dell’anima dall’Uno.
Ecco che, per il lettore sagace, si chiude il giro: Lucifero (portatore di luce ma anche di ego), lo specchio (portatore di verità) e la mela (portatrice di sonno e di parzialità).

Specchiare sé stessi, conoscersi realmente mette paura.
Per questo un'immagine speculare di noi stessi è sempre inquietante. Si rischia di perdersi o di trovarsi.

 

[1] L’esagramma 48 dell’Y ching si chiama ching, pozzo, e viene abbinato alla “dirittura” e alla realizzazione della felicità. I Bambara parlano del pozzo della conoscenza la cui profondità è il silenzio. Sotto un certo aspetto, anche la vasca battesimale cristiana, nella sua funzione purificale e iniziatica, è un pozzo di acqua viva che consente appunto un “passaggio” da una dimensione ad un'altra. 

 

 

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