1067 Perrucchietti2

E’ molto tempo che non scrivo un editoriale in quanto ho sempre meno fiducia nelle dichiarazioni, di qualsiasi tipo esse siano e di chiunque siano, comprese le mie, ovviamente.

Rischiano tutte di diventare stentoree, di trasformarsi in autocelebrazione
Esse scompaiono il giorno dopo che le hai scritte e, sopratutto se sono connesse a fatti di cronaca, si sciolgono come lo zucchero nel caffè e il lettore, aggrappato al suo smartphone le dimentica un’ora dopo averle lette; nel caso migliore, ne ricorda solo una parte e, fatalmente, le distorce.
Dunque, da qualche giorno è morto Hawking, scienziato famosissimo, inchiodato sulla sua sedia a rotelle per 50 anni, ma incredibile produttore di pensiero e teorie scientifiche ardite. Fontana zampillante di considerazioni assai complesse sulla fisica quantistica, sulle caratteristiche dei buchi neri e sulla loro compatibilità con la teoria della relatività e la gravitazione universale.
La mia domanda, nel rispetto totale della persona, del suo attaccamento alla vita e della sua “intelligenza” è la seguente:
“Ma se il signor Hawking non fosse stato costretto su una sedia a rotelle, sarebbe stato altrettanto famoso? E se non avesse proclamato una sorta di convinta antireligiosità avrebbe avuto lo stesso credito nel mondo scientifico? Cioè se non fosse stato, anche se all’interno della sua indubbia genialità, un prodotto del nostro mondo logico e tecno-logico avrebbe avuto la stessa fama?
Ne consegue qualche altra domanda:
“Quanto contribuisce al mantenimento di un certo (ormai conclamato) torpore spirituale, l’esistenza di una vera e propria “teologia scientifica moderna”, nella quale l’algoritmo mentale predomina su tutto e disconosce qualsiasi altra forma di gnosi?”
Ad Hawking è stato attribuito un quoziente di intelligenza mostruoso. E già su questo elemento ci sentiamo un attimo perplessi; non perché non fosse effettivamente dotato di straordinarie capacità mnemoniche e logiche ma perché far coincidere l’intelletto con determinati parametri ne mortifica indubbiamente altri che, di norma, non sono compresi nella valutazione del cosiddetto Qi.
Ad esempio dove si colloca l’attitudine poetica tra le qualità umane? che posto ha l’afflato mistico? dove mettiamo le virtù? che posto ha la generosità? ecc ecc. Tutto ciò è forse al di fuori della intelligenza?
Questo fatto ci fa sorridere nei confronti della pretesa post Galileiana di misurare tutto. Per misurare qualcosa bisogna creare dei riferimenti “scientificamente dimostrabili” delle cosiddette “unità di misura” fisse nei confronti delle quali si pronuncia una specie di “atto di fede”. Credo nell’atomo,, nello “spin”, credo nell’evoluzione, credo nella gravitazione, credo nella velocità della luce, credo nel multiverso, credo nei “quanti”, ecc.

Invece, per lo stesso Qi, non si è assolutamente trovato un metodo con dei parametri e dei metodi di misura che mettano tutti d’accordo, a meno di forzare la misura dell’intelligenza in una gabbia meccanica che uccida le qualità e le infinite sfumature del processo conoscitivo umano e le riduca ad un fatto meccanico e quantitativo limitato ad alcune unità di misura (quali la velocità di apprendimento, la memoria, l’abilità logica, ecc).
Ho scritto in altri miei lavori come questi parametri entrino spesso in conflitto con la pretesa di inserirli in qualcosa di misurabile.
Cosa c’entra questo con le fake news?
C’entra, in quanto in un piacevole e come al solito provocatorio libro di Enrica Perucchietti (Fake News, ed Arianna) si parla appunto di come l’informazione “scientifica” (cioè suffragata da prove vere o presunte) possa essere un formidabile veicolo di turlupinature a catena, di mostruosità di rete per le quali il cretino di turno può diventare presidente del consiglio oppure una persona onorabilissima può essere distrutta da una calunnia o da una maldicenza purché sufficientemente sostenuta da una misurazione scientifica, da un sistema di “prove” o peggio, di “sospetti”. Che tale misurazione sia inventata o reale poco importa. Si può creare o distruggere la fede in qualcosa o in qualcuno in pochi minuti.

Abbiamo più volte avuto modo di constatare come l’assoluta “devozione” verso qualcosa o qualcuno, possa trasformarsi in avversione, disprezzo, alterazione.
Questa inversione dei sentimenti, delle forme di pensiero ecc, è tanto più forte quanto più il detrattore, il calunniatore, si è trovato nella condizione della volpe nella favola d’Esopo. Ovviamente finché c’è l’attesa e la speranza di raggiungere l’uva, la volpe ne esalta dentro di se e fuori di se le meravigliose qualità. Non appena scopre che la stessa non è alla sua portata, inizia l’opera di denigrazione.
Ma un’opera simile anche se in modo un po’ più generalizzato, è quella che fa saltare i perdenti nel carro dei vincitori tradendo la precedente “militanza”, nonché quella che fa alterare la storia agli storici, in funzione della glorificazione di chi è diventato dominante.

Ad un livello decisamente più raffinato e strategico operano invece poteri (forti o deboli ha poca importanza) tramite la turlupinatura a tappeto e per lo più incontrollabile operata dai grandi circuiti di informazione, con la quale si possono fabbricare notizie formidabili contro chiunque; deviare, orientare le opinioni collettive, imbellettandole con proclami subdoli e micidiali supportati, ad esempio, da magistrati di comodo, da avvocati di comodo, da testimoni incontrollabili altrettanto di comodo.
Bisogna prenderne atto signori miei. Altro che compravendita delle indulgenze (a quei tempi erano dei dilettanti). Altro che Machiavelli.

Questo processo, nei confronti dei quali Cristo ha impegnato tutte le sue risorse, continua potenziato smisuratamente dalla connessione, dalla invereconda pervasività degli strumenti mediatici dei quali, in questo stesso momento ci stiamo servendo. Ma guarda un po’!
Prendiamone atto.
Così è se vi pare. Anzi, è così anche se non vi pare, porca miseria!!

  

Note
1) Il QI, (quoziente di intelligenza) viene elaborato secondo diverse teorie (nel 1905 da Alfred Binet, che era uno psicologo e poi da tanti altri fino a Charles Murray e Richard J. Hermestein nel 1994). Oggi ci si crede un po' meno, comunque tali teorie tengono conto di diversi fattori tra i quali, alfabetizzazione, proprietà di linguaggio, capacità di concentrazione nel risolvere un problema, velocità di risoluzione, età, classe sociale e numerosissimi altri fattori che portano a confrontare l’uomo con una macchina superpotente (test di Wechster-Bellevue). Cioè, in pratica più un uomo è efficace, veloce, deduttivo, concentrato solo sul problema, non contemplativo, non distratto, non estatico, non mistico, ma immediato e computerizzato…più è intelligente, efficace, efficiente. Evviva.

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