Inizio questo piccolo intervento con un florilegio di banalità delle quali mi scuso con tutti e sopratutto con coloro che hanno "militato" politicamente, credendoci, in qualche schieramento politico. Banalità necessarie per spiegare le ultime tre righe di questo editoriale di inizio anno.

La politica dovrebbe essere una cosa seria, visto che la gestione dello Stato o di qualsiasi forma più semplice di aggregazione umana, sostiene la convivenza cosidetta "civile", la reciproca tolleranza, il rispetto ecc. Gli schieramenti cosiddetti "politici" sono invece un'altra cosa, ugualmente seria ma estremamente nebulosa, variabile, ondivaga e soggetta alle fluttuazioni della folla, spostata da una parte o dall'altra in funzione del carisma o del potere di singoli individui o di "gruppi di potere". Lo "schieramento" in se presuppone una presa di posizione, di parte (consapevole o meno che sia). E se è di parte vuol dire che l'insieme di persone che confluiscono in una parte formano, appunto, un partito.
 
Occuparsi della polis, della "città", attraverso azioni e responsabilità differenti dovrebbe essere un dovere politico di tutti coloro che ne sono capaci (ma non è detto che debba essere necessariamente un diritto anche di coloro che ne sono assolutamente incapaci).
 
La famiglia, che è il gruppo di minima aggregazione possibile, essendo costituita appunto dalla triade elementare (padre-madre figlio/a) trova al suo interno dei coefficienti che ne giustificano l'esistenza e la sussistenza. Elemento fondante dovrebbe essere quella virtù attrattiva, l'Amore (o le molteplici valenze dell'eros) che collegano fra loro i membri di questa microsocietà, di questo micro-Stato.
 
Anche in questo nucleo minimo, il momento che si strutturano delle condivisioni o delle responsabilità, diventa indispensabile l'esistenza di una attribuzione chiara dei compiti, delle funzioni. Queste attribuzioni dovrebbero essere fonte di gioia, di scambio, di interconnessione intellettuale ed emotiva. Ma, il momento che subentrano gli elementi egoici, separativi (partitici), la famiglia si disgrega.
Più la famiglia si dissolve nelle istanze egoiche dei suoi membri, più i suoi "partiti" interni diventano potenti, più lo stare insieme, diventa... un compromesso politico. A questo punto diventano indispensabili gli accordi guidati da compromessi e leggi:  e l'amore, l'interesse comune, naufragano nella babilonia delle convenienze e in quella che modernamente chiamiamo politica.
 
Così nel piccolo come nel grande.  
Aristotele (Etica) dice che la "ricerca del bene supremo sembra appartenere alla scienza più importante; e questa sembra essere la politica. Essa infatti determina quali scienze siano necessarie nelle città e quali, e fino a qual punto ogni cittadino debba apprenderle".
La ricerca dell'esercizio di tale diritto-dovere o bene supremo nella gestione della polis, o attraverso libere elezioni o attraverso azioni di forza è una prerogativa umana (ma anche animale, anzi, forse più animale che umana), razionalmente strategica o impulsiva, finalizzata al conseguimento (in buonafede o malafede) del potere decisionale. Quindi la Politica sembrerebbe inscindibile da un'etica.
Sempre Aristotele (Politica) ricorda che "la politica ha due compiti: quello di descrivere quale sia la forma di uno Stato ideale e quello di determinare la forma del migliore Stato possibile in rapporto alle circostanze". (E già l'introduzione di questa formula "secondo le circostanze" fa presupporre che possono esistere formule di ideale politico assai divergenti e quindi di modalità per conseguirlo).
Su quale sia questa etica però si parla da migliaia di anni e ci si fanno rivoluzioni, prese di potere, accordi, trattati, guerre, stragi, tutte cose ovviamente... dense di "etica" sulle quali si legifera, si legifera, si legifera cercando di trovarci una ermeneutica dell'etica politica stessa. 
La legge umana ahinoi, è fatta al 90% di convenzioni, di contratti, di regole di convenienza che diventano in seguito metodo di misura per l'etica (e perciò anche per la politica) dell'azione. Ne deriva che in due posti del mondo diversi, pur compiendo identiche azioni politiche, si può andare in galera o si può essere considerati eroi. 
Riferendoci però con un briciolo di ironia e leggerezza ad alcuni caposaldi filosofici di casa nostra ricordiamo che, mentre per Platone il fine supremo della politica è la naturale disposizione alla giustizia ("Lo Stato perfetto infatti è lo Stato secondo natura- Repubblica V) ci accorgiamo invece che la "forma politica" per la gestione pratica della cosa pubblica e privata può dipendere da tanti altri fattori difficilmente definibili "secondo natura". Anzi, spesso siamo in grave imbarazzo nella definizione di cosa sia un' "etica politica" e quale sia il "bene supremo secondo natura".
 
 
Le evoluzioni (o involuzioni) del concetto di "politica" sono state moltissime, a partire dal realismo di Machiavelli che apparentemente è un antesignano della "amoralità" della politica dove dice: "perché uno uomo, che voglia fare in tutte le parti la "professione di buono" (come ci piace questa espressione!) conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare ad essere non buono e usarlo e non usarlo secondo necessità".
Credo che questa frase abbia avuto le più svariate interpretazioni di convenienza, parafrasando proprio le "circostanze" a cui fa riferimento Aristotele. Ma il disegno di Machiavelli è tutt'altro che alieno da una morale. Solo che il fine superiore (quello ormai famoso che giustifica i mezzi) si presta a infiniti stravolgimenti proprio per la estrema duttilità dei fini di una azione politica. 
 
Le democrazie ad esempio (o governo del popolo) sono forme di potere basate sulla quantità dei partecipanti e non necessariamente sulla qualità: nel senso che tutti hanno lo stesso diritto di esprimere la loro opinione indipendentemente dalla loro cultura, dalla loro preparazione o meno su argomenti di interesse pubblico o privato.
Le oligarchie (o governi di pochi) sono forme di potere basate su una ristretta cerchia di esseri che, in genere, hanno già un "potere" (economico, militare, ecc). Ad esempio nel regno animale la oligarchia è legata alla forza o alla "vis generandi" (il leone dominante comanda su tutti, ecc). In genere nelle oligarchie il potere è connesso a maggiore prestanza fisica, o economica o altre prerogative, accumulate a scapito dei più deboli (ad esempio, a nostro avviso, il sistema bancario-assicurativo è, da sempre, una oligarchia quasi mascherata da ente assistenziale).
Le aristocrazie (o governo dei migliori) sono forme di gestione del potere che possono essere elettive o meno ma che presuppongono una profonda differenza di conoscenza, di competenza, anzi di sapienza, fra chi governa e chi è governato.
Le aristocrazie centraliste possono diventare monarchie o altro, quando una o più persone vengono considerate migliori fra i migliori (ovviamente tale qualifica può essere usurpata attraverso varie forme di pre-potenza, inganno ecc).
Le teocrazie, infine sono quelle aristocrazie in cui il potere religioso diventa anche potere politico (vedi l'Egitto dinastico, il Tibet dei lama, ecc).
Ovviamente una aristocrazia elettiva può trasformarsi (per acclamazione o usurpazione) in dittatura (vedi i vari esperimenti marxisti o nazisti o quelli dispotici di varie culture classiche), così come una democrazia può velare o coprire potentissimi poteri centralisti occulti, di tipo sopratutto economico (vedi i potentati dei cosiddetti mercati comuni o simili che non hanno alcuna condivisione di ideali etico-politici ma solo una potente matrice finanziaria).
Ma indipendentemente dalla "forma" dell'esercizio del potere, più la società è composita e formata da varie specializzazioni, mestieri, professioni, livelli di reddito, di accumulo, abilità conseguite o riconosciute, ecc. più saranno necessarie delle deleghe di gruppo sociale, di categoria adatte a rappresentarli. 
In un gruppo di 10 persone ognuno può rappresentarsi facilmente... da solo ma in una società di migliaia o milioni di persone questo non è possibile. Per cui si affida la "rappresentanza" di una categoria ad un cosiddetto "delegato". 
Da tale delega derivano le adunanze, le assemblee, le commissioni, e alla fine... i "parlamenti".
Sulle "deleghe" esiste ed è sempre esistito un problema gravissimo. Infatti dei veri delegati,  cioè rappresentanti competenti degli interessi globali di un gruppo sociale, non possono matematicamente esistere. 
Perché la delega comporterebbe prima di tutto una conoscenza diretta del personaggio eletto da parte di tutti e richiederebbe inoltre, da parte dell'eletto, responsabilità e competenze che assai spesso non esistono. Come noto,  l'acquisizione di una tale delega offre anche la possibilità di appropriarsi facilmente dei beni degli altri, proprio distorcendo il potere connesso alla delega stessa. (Prego notare il bisticcio semantico tra le parole eletto, elezioni, predilezione ecc.)   
 
Coloro che aspirano ansiosamente ad essere "politicamente delegati" o "eletti" assai difficilmente vengono scelti tra le persone competenti ma sono più spesso dei personaggi che, non avendo trovato alcuna forma di autosostentamento e non avendo specialità particolari in cui eccellono, si "propongono" come rappresentanti di un gruppo politico o sociale, di una categoria, di un "partito".
Cioè NASCONO, crescono e si sviluppano come animali politici o, se preferite,  come "arruffapopoli" o "dulcamara" fai da te.
Sono forme di parassitismo sociale, sempre esistite e stigmatizzate da decine di filosofi e di poeti (da Fedro a Orazio a ...Trilussa), che crescono con il pressapochismo proprio di ambienti stressati dall'abulia e dalla mancanza di idealità autentiche.
In tali contesti radunarsi attorno ad un personaggio abbastanza carismatico o ad una idealità di "gruppo" da un senso alla vita ordinaria altrimenti squallida e dispersiva e crea quelle sinergie cosiddette "di gruppo" che distinguono fortemente un ambiente di "amici" con cui relazionarsi e uno di "nemici" contro cui combattere. (Questa dinamica è estensibile dalle fazioni politiche a quelle "sportive" che spesso si sovrappongono in fazioni squallidamente antagoniste).
I politici di professione si applicano nella gestione dei movimenti di scontento (è molto più facile cavalcare un disagio che convincere chi si trova in una situazione di benessere a spostarsi per seguire un ideale qualsiasi). Per tale ragione si può passare dal guidare proteste o risse pubbliche, all'esaltare gli eroismi passati, al denigrare i nemici politici. Insomma, si spara a casaccio sul "nemico".
Negli anni '60 del secolo scorso vennero sviluppate diverse teorizzazioni politico-sociali di tali dinamiche. Il nemico, secondo Schmitt ne "il Concetto di politico" riduce la distinzione politica alla distinzione fra amico e nemico. Per cui ogni contrasto si trasforma e semplifica in contrasto politico (bello, brutto, buono e cattivo ecc.). L. Strauss, in seguito, in Diritto Naturale e Storia tese a riconciliare l'etica politica con quella classica e insieme a Voegelin tese a prendere le distanze dal relativismo e a volte il nihilismo delle cosiddette Scienze sociali che nel frattempo avevano invaso la politica con una possente relativizzazione dell'etica.
Ma mai, ripeto mai, come dalla fine dell'ultimo conflitto mondiale ad oggi, sono sorte tante ipotesi e tanti dubbi sulla funzione politica naufragata nella dilagante relativizzazione di valori primari. Insomma non si è mai assistito ad una maggior deriva di una  ontologia dell'etica.
 
Senza però soffermarci sulle teorizzazioni di una filosofia politica moderna vorremmo, con maggior leggerezza, ricordare che qualsiasi sia la forma di gestione dello Stato, buona parte degli uomini e delle donne che hanno "scelto" di fare della politica un mestiere, sono... degli ex clientes, ex portaborse, ex fomentatori di proteste di piazza, ex frustrati cercatori di consensi, ma sopratutto professionisti dell'inciucio, del mercato del potere che, senza il loro scranno in parlamento (al quale sono aggrappati come cozze) non saprebbero di cosa vivere.
In Italia ( ma non solo in Italia) abbiamo avuto ed abbiamo ministri del lavoro che non hanno mai lavorato, ministri dei trasporti che non conoscono cosa sia la viabilità, ministri della salute che non conoscono nulla di medicina e ministri della difesa che non hanno mai fatto il militare.
Questa è una dinamica ormai data per scontata abbastanza preoccupante (che delega totalmente alle burocrazie dei "tecnici" le competenze) e mina alle basi la teoria della politica esaltata da Platone o Aristotele e ci pone di fronte alla logica compromissoria dei grandi partiti, e a quella ancora più ignorante dei gruppuscoli di esaltati a destra o a sinistra creatisi dietro archetipi e stereotipi eroici.
Non dico questo perché Platone o Aristotele facessero parte del fans club dei "tecnici al potere" (esseri proteiformi, questi ultimi, che spesso, sotto le baronie universitarie, nascondono interessi di imperscrutabile natura) ma perché entrambi presupponevano una vera e propria "Sapienza" in coloro che gestivano il potere politico. Sapienza è termine speciale, assai diverso da conoscenza, ma assai vicino a coscienza e forse, perciò, totalmente assente dagli emicicli parlamentari.
Dunque questa è una prima ragione "pragmatica" e, lo ammettiamo, disfattista e pessimista, per la quale dentro il sito di Simmetria non abbiamo mai ospitato disquisizioni intorno alle formazioni politiche.
Però vorrei chiudere con un breve ricordo che, se da una parte apre il cuore verso la bellezza, dall'altra chiude definitivamente la porta a qualsiasi ipotesi di soluzione politica dei guai di questo mondo.
Quando tanti anni fa incontrai per l'ultima volta Adriano Graziotti, ormai stanco e disilluso (direi disgustato) dal potere politico e prossimo a lasciare questa terra, mi disse che, prima  di Aristotele e Platone bisognava sempre fare riferimento a colui che secondo il suo  impopolare, non politico, improvvido parere (parole sue) era stato il più grande genio della Filosofia Politica del nostro Occidente. Ovviamente parlava di Pitagora anche se nessuno lo ricorda per le sue azioni politiche. 
Riprendendo le conversazioni avute con Graziotti, sono tornato più volte sulle edizioni del mio "Ritmi e Riti" (che alcuni dei nostri lettori conoscono bene) apportando alcune aggiunte sul tema della Politica Pitagorica.
Pitagora, diceva Graziotti, era un genio perché era stato il primo a proporre strutturalmente una gerarchizzazione etica e culturale della carriera politica, deprivando la stessa da qualsiasi corrispettivo economico. Era un genio perché la "formazione" del cittadino partiva dall'infanzia e non era possibile che un politico fosse privo di una colossale formazione filosofica, non sviluppata solo nei libri, ma nella pratica quotidiana delle virtù. 
La aristocrazia sapienziale pitagorica era ed è uno schema assolutamente perfetto e niente affatto utopico. Il politico pitagorico è povero e resta tale. Non si diventa politici per aver studiato "politichese" o per aver "militato in formazioni partitiche, ma per meriti culturali, filosofici, religiosi direi... quasi eroici.
L'attività politica pitagorica è un servizio, un dovere da offrire gratuitamente alla comunità con scadenza precisa.
Servizio non retribuito, miei cari deputati, possibile solo a chi ha seguito tutta la formazione filosofica e misterica del cammino pitagorico.
Il politico pitagorico persegue una società ideale. Ideale si ma realizzabile: talmente basata sulla aristocrazia dei cuori e della mente che non consente alcuna infiltrazione di interessi eterogenei.
Ma c'è un difetto nel sistema:
Ci vuole un consiglio di Anziani ed un Maestro in grado di iniziare, valutare, filtrare, allenare, scegliere gli esseri adatti ad un compito così nobile.
Sembra che 500 anni prima di Cristo, la scuola di Crotone fosse perfettamente riuscita a realizzare una scuola permanente in cui la musica e la matematica fossero la guida verso un perfezionamento continuo dell'anima fino a guidarla anche nella gestione politica.
Il sottoscritto assai indegnamente e pieno di stupore, ha cercato di comprendere, in tanti anni di studio sia teorico che pratico, come diavolo avessero fatto, i Crotoniati, ad attuare un capolavoro sociale di questo genere. E avendolo in piccola parte compreso ho purtroppo anche compreso perché i pitagorici furono in buona parte sterminati.
Non era un'utopia. Questa è stata la ragione per cui il mondo comune, arrogante allora come oggi, ha pensato bene di eliminarli. Era un regime sociale realizzabile per il bene di tutti.  E un sistema politico sapienziale realizzabile mette paura, veramente paura: perché funziona e distrugge gli ipocriti, gli affaristi, la democrazia degli ignoranti, l'oligarchia dei prepotenti, l'aristocrazia dei presuntuosi, ma non quella dei sapienti
Non era dunque e non è un'utopia: le utopie non hanno mai fatto paura a nessuno.
Per cui io credo in questa possibilità spaventosa e meravigliosa, tuttaltro che utopica e anche se sembra assurdo, mi auguro che un giorno ritornino i mezzi per realizzarla. Non sono mezzi gestibili dagli azzeccagarbugli del nostro arco istituzionale e ancor meno da quelli al di fuori delle istituzioni.
Ci vuole una conversione filosofica, una devoluzione, una disintossicazione del mondo che consenta un tipo di preparazione e di selezione che le nostre scuole neanche immaginano. Ma è possibile. Non dipenderà da noi ma da un brivido di Madre Terra che prima o poi, nella sua arcana sapienza, al di là del pensiero degli uomini sulle teorie deterministiche o probabilistiche della formazione del Cosmo, si romperà le scatole di alimentare dei parassiti.
No, niente catastrofismi. Tutto procede secondo natura. 
Per questa ultima ragione (e per fortuna di chi legge) questo è l'ultimo articolo con un parziale contenuto politico che ho scritto e che scriverò su queste pagine.
 
Buon 2019

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