di Claudio Lanzi  

Quest'articolo, benché il titolo si richiami al celebre orientalista recentemente scomparso, non parlerà affatto di lui. Solo per elencare la bibliografia che lo riguarda, tra testi, articoli, conferenze, lezioni universitarie, etc., ci vorrebbe una cinquantina di pagine. Invece parleremo di come la cultura ufficiale tenti di evitare in ogni modo gli argomenti scomodi.

Due anni fa pubblicammo una serie d'interventi dei nostri lettori sul CERN, sul famoso bosone e sui soldi spesi per la cosiddetta ricerca del medesimo.  Ciò ci ha gratificati di alcune sporadiche accuse di superficialità, di qualunquismo scientifico, etc, eppure coloro che intervennero all'epoca su tale tema non erano proprio delle persone scientificamente sprovvedute, anzi, alcuni erano stati "ricercatori" istituzionali, e gli interventi non erano "contro" la scienza o la ricerca in sé, ma solo contro un certo modo d'intendere scienza e ricerca.

Chiedere a una massaia "lei che ne pensa del nucleare" è stupido, ma non è stupido accettare le paure della massaia e spiegare, eventualmente, perché il carbone può essere pericoloso quanto e più del nucleare. Ancor più interessante è spiegare perché "scienza" è diventato un termine su cui può discettare Cecchi Paone insieme a Veronesi ma non possono parlarne il Papa o il filosofo "non-evoluzionista".

Proprio per tale ragione l’appiattimento scientista (non scientifico) sull'assoluta priorità dell’indagine galileiana rispetto a problemi etici o religiosi, ci ha sempre infastiditi; forse proprio perché, nel nostro piccolo, un po’ di ricerca in ambito istituzionale (quella che viene "finanziata" dagli appositi organismi e che usa mezzi tecnologici a profusione), l’abbiamo fatta anche noi a suo tempo e conosciamo il problema e i suoi "bachi" dall'interno.
L’autoreferenza che buona parte del mondo scientifico usa di fronte a tali problemi (gli ipse dixit della Hack o di simili nature) sono, come più volte da noi proposto, l’espressione del massimo fideismo "laico" che si esercita benignamente ex cathedra
In seguito, e la cosa potrebbe sembrare priva di relazione col capoverso precedente, pubblicammo un commento sulla posizione di Giovanni XXIII in merito all’uso della lingua latina e ciò ci provocò delle ovvie accuse di oscurantismo.
Perché?
Perché "non si può tornare indietro", perché il "progresso va avanti", etc., perché "il latino è una lingua morta", perché "tutti devono capire le cose", perchè ci vuole la democrazia per tutti, dalla tecnologia, allo spirito etc., come se i "misteri" diventassero laicamente meno "misteriosi" se accompagnati da una chiacchierata in italiano.
Insomma, mentre per alcuni è lecito che di fronte al magistero "scientifico" gli unici autorizzati a esprimere giudizi siano i sedicenti scienziati (o i loro fan mediatici più o meno progressisti), non è altrettanto lecito che di fronte al magistero spirituale gli addetti ai lavori (nel caso specifico, il Papa) siano abbastanza qualificati per esprimere il loro giudizio. Invece Elton John può ragionevolmente dire che Gesù Cristo era gay e nessuno se ne preoccupa più di tanto. Ma perché?
Un ulteriore esempio di come la comprensione di un atto semplice come l’estremo saluto a una persona scomparsa possa essere pesantemente condizionato da una prevenzione politicamente "democratica" è stato fornito recentemente dalla pubblicazione di un brevissimo necrologio in seguito alla scomparsa del Prof. Pio Filippani Ronconi. Sembra impossibile, ma alcuni lettori hanno visto in tale necrologio un ideologismo politico, nonostante la nostra dichiarata e convintissima estraneità a qualsiasi formazione politica o settaria. A fronte di quest’ultimo episodio dobbiamo purtroppo rilevare che, ad esclusione dei siti fortemente "ideologizzati" e schierati dal punto di vista politico, ben pochi si sono occupati di Filippani e della sua scomparsa. Il fatto che sia stato un monumento di sapienza orientalistica e che buona parte dei docenti (di sinistra o di destra) che oggi esplorano tali settori abbiano pedissequamente studiato sulle sue lezioni passa sotto un farisaico silenzio.
Il marchio "infamante" di aver combattuto, e per di più convintamente, per il "male assoluto" costringe professori e allievi a leggerlo di nascosto. Ma si può essere più ipocriti?
Insomma, è difficilissimo parlare di personaggi o situazioni senza che il mondo si divida in due: quello dei "nostalgici" a mano tesa che magari, senza capire molto della parte culturale, scientifica e spirituale delle ricerche del loro "maestro", ne esaltano ciecamente l'appartenenza "politica" o lo schieramento ideologico, e quello dei "progressisti" che assai spesso hanno studiato (e a volte copiato) sui suoi libri, ma se ne vergognano e non lo mettono neanche nei riferimenti bibliografici.
C’è una assoluta incapacità, a livello collettivo, di apprezzare il valore delle idee o della vera ricerca, senza essere condizionati dalla "appartenenza politica" di una persona. Abbiamo scritto molti editoriali in proposito, ma a quanto pare non vengono compresi. Il che dimostra comunque che la pre-venzione o il pre-giudizio, condizionano qualsiasi avventura umana. E ciò, purtroppo è inevitabile.

Durante la nostra ormai lontana giovinezza Mazzini e Garibaldi venivano considerati, insieme a Cavour, i "padri della patria" e guai a metterlo in dubbio. Eppure gli assassinii a loro afferenti (e le vere e proprie stragi, nel caso di Garibaldi) non sono davvero pochi. Questo non vuol dire che quella cosa che oggi chiamiamo Italia non sia nata anche per la loro opera. I carbonari, i bombaroli ottocenteschi che compivano stragi, alimentati da una massoneria tutt'altro che deviata compaiono nei libri di storia come eroi. Ma magari quelli che morirono per causa loro non gradirono affatto il loro eroismo. I Russi Bianchi massacrati dai Rossi sono sempre stati considerati traditori nella storia vista in chiave leninista. Ma vale anche il viceversa. I piloti americani che hanno sganciato le bombe su Hiroshima e Nagasaki e hanno ucciso centinaia di migliaia di persone sono considerati eroi, anche se con enorme imbarazzo, ma forse i superstiti giapponesi la pensano in modo diverso. Giulio Cesare impose ai Galli (donne e bambini) supplizi inenarrabili, eppure Cesare è considerato un colosso della storia politica e militare, ed è indubbio che lo sia stato realmente; ma forse Vercingetorige non la vedeva allo stesso modo.
Pare proprio che chiunque abbia lasciato un'impronta, piccolissima o grandissima, nella storia politica dell’umanità, abbia sulle mani un po’ di sangue e sulla coscienza la sofferenza di qualcun altro, a partire da coloro che hanno "iberato qualcuno da qualcosa per renderlo schiavo di qualcosa d’altro".
Agire vuol dire prender parte, vuol dire combattere (altri preferiscono gli ipnotici termini "dialogare" o "confrontarsi"), vuol dire guerra più o meno cruenta, di parole o di fatti, alla faccia di tutti coloro che quando lanciano i missili intelligenti dicono di farlo per la pace. Scegliere vuol dire che qualcuno sarà felice della nostra scelta e altri no. Non scegliere ottiene esattamente lo stesso risultato, ed è comunque una scelta. E allora che facciamo? Gli equilibristi?

Prendiamo atto che la scelta o la non scelta avranno comunque delle conseguenze. Questo è comprensibile. Ma bisogna anche accettare che sia il rancore, l’odio di parte, come l’acquiescenza verso il politically correct, portano ugualmente a disconoscere il contributo immenso di personaggi scomodi, pericolosi, a volte anche "estremi" come il Filippani stesso.
Eppure chi non ha fatto nulla, né di buono né di "cattivo", o ha fatto poco, anche se non crea rancore, viene messo da Dante nel girone degli ignavi, in quanto i danni prodotti dall'ignavia non sono minori di quelli prodotti dall’ira o dagli altri vizi capitali.
Rendere onore a chi è morto e ha lasciato un'enorme traccia nella cultura di questo mondo è un atto dovuto, quanto meno un atto di rispetto per l’intelligenza. E dedicare tale rispetto solo a coloro che presupponiamo che non abbiano ombre o equivoci nella loro esistenza, vuol dire alimentare la presunzione di coloro che sono certi di militare perennemente dalla parte della ragione e della chiarezza. E senza voler avallare facili filosofie relativiste, è ovvio che un mondo senza ombre vuol dire un mondo senza luci. L’uomo è fatto di luci e ombre e quelle che per alcuni a volte sono ombre, per altri sono luci. E quelli che presumono di essere sempre nella luce hanno gravi problemi alla vista e, per non sviluppare fotofobie, è bene che mettano gli occhiali scuri.
Questa è una cosa difficilissima da capire per gli esportatori di democrazie, ma anche per i "buoni" di ogni età, religione, etnia. Spesso si uccide per uccidere il Male (che magari, colui che è ucciso, considerava Bene) oppure si presume di essere buoni per "pacifismo a oltranza" e ci si nasconde dietro le "leggi" o l’etica sociale del momento. Chi sono i buoni? E qual è "l’etica assoluta"?. I secoli passano e la storia rivoluziona, condanna e assolve continuamente i ricordi, stravolge i campi, sposta coloro che erano buoni nel campo dei cattivi e viceversa.
Ci sembra bene che le stragi degli Armeni da parte dei Turchi, dei Ceceni da parte dei Russi, dei Russi da parte dei Ceceni, dei Palestinesi da parte degli Ebrei e degli Ebrei da parte dei Palestinesi, dei Tibetani da parte dei Cinesi etc. siano state tutte contrassegnate da migliaia di episodi di fede, a volte consapevole, a volte acefala, in un ideale; da eroismi, da crudeltà inaudite, da vigliaccherie, da coraggio, da violenza. Tutte valenze dell’animo umano, supportate spesso dall’istinto e altre dalla ragione. E poiché tutti sostengono di aver ragione, sorge il dubbio che la ragione non può essere avvalorata dalla statistica delle maggioranze. Non ci sembra che in questi, come in tanti altri casi, siano mai state le idee a combattersi fra loro, ma gli uomini.
Sono gli uomini a decidere chi sono gli eroi, chi sono i mostri e perfino chi sono i santi. E se alcuni eroi ci sembrano mostri e alcuni mostri ci sembrano santi, potrebbe anche essere che alcuni santi non siano poi così eroi, e alcuni eroi non siano mostri. La violenza è nella natura dell’uomo e la storia umana ci insegna come la violenza organizzata in diplomazia o in "dialogo" esploda spesso in forme di crudeltà assai peggiori e subdole della guerra stessa. Sotto questo aspetto Eraclito ci racconta che la guerra è solo un aspetto, se non una ragione, della vita. A volte si può far morire molta più gente con una legge, con un intervento "pacifico", con un "non intervento", con una "indifferenza", piuttosto che con mille battaglie cruente.

L’orrore, l’abominio, la crudeltà gratuita iniziano realmente solo quando inizia la mancanza di rispetto per l’avversario.

L’odio per la parte avversa, quello che non riesce mai a trasformarsi in rispetto, è causa del conflitto permanente nell’animo umano, è un aspetto dell’odio contro sé stessi. L’unico vero odio implacabile, perché se invece del "nemico” tentiamo di uccidere l’ombra del nemico (o quella che ci sembra tale), saremo sempre sconfitti dalla nostra di ombra, che non si staccherà mai dai nostri piedi e non ci consentirà di comprendere il messaggio della scritta dell’oracolo di Delfi, dov'è contenuta l’unica soluzione in grado di spegnere ogni guerra. Il conflitto implacabile con le nostre ombre alimenta giudizi spropositati, alimenta il rifiuto di vedere sé stessi nelle miserie altrui, alimenta il desiderio dell’io prepotente e alimenta anche le ombre che danno luogo al Mulino di Amleto.

E ora mi permetto di raccontare un piccolo episodio che fa parte delle mie esperienze lontane e che spero possa essere utile come materia di riflessione complementare a quanto esposto in questo editoriale.
Tra le persone a me più care e vicine ci sono stati due uomini che nel 1943 si trovarono schierati in due fronti opposti. Erano due uomini in totale buona fede, generosi, coraggiosi e idealisti, vittime entrambi degli orrori della guerra civile, entrambi finiti nelle durissime prigioni di guerra (uno però in quelle partigiane e uno in quelle fasciste). Finita la guerra questi due uomini ebbero modo di rivedere molte delle reciproche posizioni ideologiche, più che ideali. Uno dei due stracciò le tessere del partito, l’altro litigò con quasi tutti coloro che erano stati suoi compagni di lotta e che ora, con vari trasformismi, trovava aggrappati a qualche brandello di potere politico. Questi due uomini si conobbero nel 1957 e scoprirono di esser stati, nel 1942, molto vicini a uccidersi, proprio perché appartenenti ai due opposti schieramenti. Si raccontarono le loro vite e si stimarono sempre, fino alla morte. Uno era mio padre, l’altro era il mio insegnante d’Italiano nel liceo. Qualcuno trova che ciò sia strano?
Per tale ragione, per gli occasionali lettori che hanno bisogno di vederci "schierati contro" l’ombra di qualcuno, dobbiamo purtroppo confermare che non sarà mai la storia politica a determinare il nostro rispetto verso un uomo (soprattutto se morto).

Quel che c'interessa è l’uomo, la profondità della sua ricerca spirituale, dell’indagine storica o metastorica, della scienza tradizionalmente intesa e vissuta (semiologicamente da scio, scelgo e discrimino). Seguiteremo perciò a ospitare esponenti di qualsiasi esperienza (purché, a nostro avviso, risulti tradizionalmente tracciabile e significativa) indipendentemente dalla loro vita vissuta, dalle idee o dalle azioni politiche e dalla volubile "etica giudicante" dei nostri tempi.
E a conclusione di tali considerazioni ci sembra particolarmente provvida questa splendida poesia di Trilussa, vecchio amico di famiglia il cui lontano ricordo ci riempie di commozione, e grandioso osservatore delle contraddizioni dell’animo umano:

Un Gatto Bianco, ch’era presidente
 
der Circolo der Libero Pensiero,
sentì che un Gatto Nero,
libbero pensatore come lui,
je faceva la critica
riguardo a la politica
ch’era contraria a li principi sui.
 
"Giacché nun badi a li fattacci tui",
 
je disse er Gatto Bianco inviperito,
"rassegnerai le proprie dimissione
e uscirai da le file der partito;
che qui la poi pensà libberamente
come te pare a te, ma a condizione
che t’associ a l’idee der presidente
e a le proposte de la commissione".
 
"E’ vero ho torto, ho agito malamente",
rispose er Gatto Nero.
E per restà ner Libero Pensiero
da quela vorta nun pensò più gnente.

Grande, Trilussa, grande!

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Caro Claudio

Vorrei commentare alcuni punti del tuo editoriale, che intendo logicamente concatenati e l'uno conseguenza dell’altro.
Il pre-giudizio è naturalmente e logicamente accettabile, ma attende una verifica aletica con possibilità di ricredimento. Se ciò non succede, si sedimenta in ubbia!
Le “ubbie”, spesso, sono il prodotto finito dei fruitori di ideologie. La metodologia è di stampo manicheo, la mentalità è positivistica, ma con un sostrato superstizioso.

Lo scientismo è il declino della scienza o meglio ne rappresenta l'edificio fideistico: anche se non l'ammetteranno mai, Hack e Paone adorano la cometa di Halley piuttosto che un quasar.

Ogni ragionamento, anche quello scientifico si muove, e lo diceva anche Hume, da una base fideistica: scelgo quella teoria perché più prossima alla mia intuizione circa la Verità: le prove infatti devono essere sperimentate in prima persona  e non per interposto… "vetrino"!

La fede è il gradino cui succede la conoscenza ed insieme la scalinata è definibile come Sofia. Qualunque tentativo di separare questi componenti lascia un artefatto apocopato. La concrezione in posizione estreme (a-simmetriche) pretende di leggere la realtà in maniera deformata: ecco la damnatio memoriae, i moti di serie a e b.

Sono miserie umane, insite nell'uomo e connaturate nella potenziale ignoranza dell'uomo stesso.

Chi non tende alla sublimazione dell'immanenza facilmente diventa un "sacerdote laico". Chi tende a non calare la trascendenza nel vissuto, diviene un… fumoso divinizzatore.

La posizione simmetrica è ovviamente la più difficile, perchè solo in unione a Dio, è l'unica a fornirci le chiavi del mondo senza “pretenderle”; e per questo, ancorché difficile risulta la più dolorosa: solitudine, incomprensioni e senso di accerchiamento ci accompagneranno sempre (per chi voglia essere simmetrico intendo).

ciao

Alberto De Luca

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Caro Claudio

Ho letto l'articolo su Filippani e sulla "damnatio memoriae"...

In qualità di orientalista, non ho potuto ovviamente esimermi dal rendere a mia volta un piccolo omaggio all'uomo e allo studioso, un uomo dalle cui idee politiche mi ritengo distante anni luce, ma considero queste idee come parte della complessità dell'individuo, e non come "etichetta" che lo bolla e lo definisce in maniera totale e definitiva. Ognuno di noi ha un percorso, fa delle scelte, che spesso sono legate a vissuti affettivi (e dato il retaggio familiare del Filippani mi sarei stupita se avesse fatto delle scelte politiche diverse) e all'epoca in cui si è vissuti. Hai ragione, c'è grande ipocrisia da parte di chi siede sulle spalle dei giganti e... fa finta di non vederli! E' successa la stessa cosa con Danielou ed Eliade. Vengono studiati "di nascosto", vengono anche omaggiati con convegni e giornate di studio in loro onore ma... guai a metterli in bibliografia d'esame!

Spesso le scelte degli altri ci fanno soffrire, è vero, soprattutto se queste scelte sono dettate da una furiosa ciecità ideologica... d'altra parte, anche il "silenzio", l'inattività, l'indifferenza, sono causa di sofferenza. Come fare per "non sbagliare"? Ovviamente non si può. Penso che siamo al mondo per fare del nostro meglio, con quello che ci è concesso. Quando qualcosa non va come vogliamo, possiamo solo combattere, o perdonare. O tutti e due, magari.

A volte solo solo lo spirito, ed in particolare lo spirito poetico, è in grado di parlare del paradosso della vita e dell'uomo. Qualcuno l'ha fatto, egregiamente direi, è un altro di quei "giganti" scomodi ed imbarazzanti, ed ha parlato proprio di Memoria, Coraggio, Coraggio di agire e di Amore:

Quello che veramente ami rimane,
il resto è scorie
Quello che veramente ami non ti sarà strappato
Quello che veramente ami è la tua vera eredita’
Il mondo a chi appartiene, a me, a loro
o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile
Elisio, sebbene fosse nelle dimore d’inferno,
Quello che veramente ami è la tua vera eredita’
La formica è un centauro nel suo mondo di draghi.
Strappa da te la vanità, non fu l’uomo
A creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia,
Strappa da te la vanità, ti dico strappala
Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo
Nella misura dell’invenzione, o nella vera abilità dell’artefice,
Strappa da te la vanità,
Paquin strappala!
Il casco verde ha vinto la tua eleganza.
“Dominati, e gli altri ti sopporteranno”
Strappa da te la vanita’
Sei un cane bastonato sotto la grandine,
Una pica rigonfia in uno spasimo di sole,
Metà nero metà bianco
Né distingui un’ala da una coda
Strappa da te la vanita’
Come son meschini i tuoi rancori
Nutriti di falsità.
Strappa da te la vanità,
Avido di distruggere, avaro di carità,
Strappa da te la vanità,
Ti dico strappala.
Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non è vanità. Avere, con discrezione, bussato
Perché un Blunt aprisse
Aver raccolto dal vento una tradizione viva
o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata
Questa non è vanità.
Qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare.

Da: Ezra Pound, Canti Pisani (Canto 81)

Priscilla Inzerilli

Ringrazio sia il dott. De Luca che la dott.ssa Inzerilli dei loro commenti che abbiamo chiesto loro di poter pubblicare in quanto ci sembra che integrino efficacemente quanto abbiamo cercato di dire noi. Ovviamente quando De Luca parla di posizione “simmetrica” non si riferisce a qualche prerogativa della nostra associazione ma alla radice semiologia del termine simmetria (diciamo ciò al fine di evitare che qualcuno immagini qualche pretesa da parte nostra). Vi annunciamo infine che stiamo raccogliendo, tra alcuni amici, una serie di aneddoti di squisito sapore umano e di notevole importanza culturale su Filippani Ronconi, che pubblicheremo a breve.

C.L.  

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