Il doppio significato di un’autoaffermazione e le possibili varianti


Questo è un editoriale deliberatamente e proditoriamente strampalato. Me lo permetto perché sono il presidente di Simmetria e ancora posso farlo, esercitando un magnifico abuso di autorità. Un giorno non potrò farlo più. Ma non insulterò nessuno. Farò delle riflessioni campate in aria, senza tessuto storico e testuale, senza alcuna preoccupazione della dimostrabilità di quanto affermo.

Lei non sa chi sono io è una espressione verbale oggi abbastanza desueta, che veniva spesso usata per simulare, con arroganza, una presunta o reale potenza economica, politica, giuridica, fisica, ecc. Insomma un ruggito stentoreo per spaventare l’interlocutore.
In realtà ci viene in mente che in questa come in tutte le allocuzioni usate dagli uomini, esistono tanti significati possibili.
Chi è che sa veramente chi è l’altro? Voglio dire chi è che conosce l’”altro” come “essere”, come manifestazione vivente, come pensiero, come significato e scopo della sua presenza di fronte a me ecc. ecc.
 
Già siamo abbastanza inguaiati a cercar di comprendere chi cavolo siamo noi, figuriamoci quanto riusciamo a capire chi siano “gli altri”. Per cui se io dico che tu non sai chi sono io è una cosa verissima. Non lo sai e, mi dispiace per te, forse non lo saprai mai così come io non so chi sei tu: eppure, chissà perché, mi permetto di giudicarti su una impressione ricevuta, su azioni di cui non conosco i motivi, su gesti mal compresi, su un'istante di noia, di distrazione o di stanchezza: insomma su un millesimo di quello che tu sei realmente.
Questo è accaduto (e accade sempre più) a tanti personaggi noti ed ignoti, giudicati per una frase, per un incontro, per un amore, per un singolo scontro, per un periodo della loro vita, distrutti e calunniati, sbattuti in prima pagina per quell’evento estrapolato dal contesto, dal perché, dal quando e dal come. 
Gente distrutta socialmente e moralmente da chi….non sa effettivamente chi sono le persone che hanno fatto a pezzi.

1113 DSCF1600Ho sempre pensato che forse si potrebbe dire: tu non sai chi sono io… ma io lo so chi sei tu? Purtroppo in questo modo, anche se fossi pervaso da un sacro dubbio sulla bontà o cattiveria del mio interlocutore aprirei tutte le slavine della “incomunicabilità” umana, tutti gli equivoci e tutte le incertezze possibili.
E’ strano ma uno dei maggiori strumenti per il superamento del dubbio è…il pregiudizio. Quello che fa scagliare la prima e la seconda pietra. La presunzione di sapere chi è l’altro apre alla dialettica precotta, alla discriminazione filosofica consolidata in schemi mentali; e più discrimino, più avallo e separo ciò che credo che sia da ciò che non credo che sia la verità, più mi imprigiono (alla faccia di Shankara e di Socrate) in quella che mi piacerebbe che fosse la Verità.

Mi sono permesso questo piccolo farfugliamento filosofico proprio perché la presunzione di avere una conoscenza dottrinale inattaccabile è diventata in questi anni di caos, lo sponsor degli eserciti di laici defensor fidei, di agnostici assertori del progresso, dei paladini della indiscutibilità dei libri sacri della Scienza galileiana che, proprio perché derivati fideisticamente da assunti ex cathedra, mostrano tutta la drammatica relatività del pensiero umano e perdono la bellezza della Verità assoluta.
Tale laicità aggressiva è diventata assai più intollerante della religiosità apodittica con cui si difendevano una volta i Santi e i dogmi religiosi. Per cui quando nasce il sospetto che qualcuno non appartenga ad una categoria definibile scoppiano conflitti interiori ed esteriori in grado di far felice qualsiasi psichiatra.
L’ossessione di “classificare” e di inserire gli uomini in categorie fa si che si creino con la stessa disinvoltura, i fans club di Che Guevara come quelli di San Filippo Neri, quelli della vaccinazione obbligatoria, quelli del redivivo Senato Romano, come quelli della rediviva Santa Inquisizione, i fans di Giordano Bruno, i neoplatonici, gli assertori degli extraterrestri, gli evoluzionisti i devoluzionisti, ecc. 

L’appartenenza ad un determinato schieramento filosofico, politico, partitico e perfino “esoterico” può portare alcuni a definire Cristo…. come un antesignano di Marx, il Buddha come il padre dei figli dei fiori, l’impero romano come esempio di fascismo, Pitagora come protocomunista e corbellerie del genere. In una disperata ricerca di un “assoluto relativizzato", e perciò comprensibile e, contemporaneamente, nel terrore di trovare una verità scomoda e inaccettabile.

Tutto, forse, deriva dalla paura di un mondo che ormai è terrorizzato dalla sua corsa verso il baratro del relativismo. 
Se la nave affonda voglio una scialuppa facile da raggiungere e attribuisco poteri salvifici alle cose che nella mia mente sono classificate dalla parte della “sicurezza conosciuta" (cioè agli stereotipi eroici che mi fanno comodo). 
Quando so che una cosa entra in una classifica o in un’altra so anche se si tratta di un amico o di un nemico. E allora decido come comportarmi. 
Se invece non lo so mi agito e la prima cosa che voglio sapere è se fa parte della mia squadra o no.
Chi se ne frega se un uomo buonissimo è entrato per sventura nel mio presuntuoso cassetto dei cattivi o se un delinquente in quello dei buoni.
Quello che conta è il cassetto, Roma o Lazio, Conservatori o Progressisti, Semiti o Antisemiti, Cristiani o Pagani, Evoliani o Guenoniani, ecc..
Per cui, alla fine della fiera, sia chiaro che i comunisti mangiano i bambini e i fascisti bruciano gli ebrei. Ipse dixit. E tutti vissero nemici e scontenti.

Teniamo presente che questa parcellizzazione sempre più esasperata dei valori aumenta progressivamente con il decrescere della percezione della sacralità della vita e dell’Essere, con la sconfitta della religiosità e della visione metafisica nei confronti di una neonata religiosità della scienza. 
Più l’orrore e l’errore trovano una giustificazione psicologica, sociale, politica, più la “cattiveria” diventa un termine “relativo”. In tal modo l’elemento istintuale e desacralizzato esprime se stesso e l’uomo è legittimato ad estrarre i suoi peggiori istinti: tanto ci saranno sempre uno psicologo o un sociologo o un prete, pronti a giustificarlo e a scaricare le colpe su padri, madri, educazione, società e così via. La “colpa” (ohibò che brutta parola) non esiste più e il peccato è …una opzione.
Più la dimensione ferina aumenta più il valore che giustifica l’appartenenza ad uno schieramento diventa di basso profilo.
E così assistiamo a persone che si ammazzano in funzione dell’apprezzamento o meno di un imbecillissimo cantante sanremese, o di un giocatore di pallone, o di una frase irritante, o di altre consimili demenze.
Sul tema della nuova religiosità laica che assembra persone (sopratutto giovanissimi) per scontrarsi su appartenenze vuote di qualsiasi sacralità abbiamo già parlato infinite volte. E tale religiosità si affianca alla despiritualizzazione del contesto religioso, diventato sociale. 
Ricordo solo come la divisione in “bande” di ragazzini alla ricerca di “sballo” o di sensazioni forti denunci un crollo verticale di qualsiasi capacità di ascolto di se, di percezione dell’armonia e sopratutto…del silenzio.
Quando si diventa sordi tutto deve diventare fragoroso. L’eroe invisibile non piace a nessuno, deve fare rumore, esibirsi.
Quando si diventa ciechi tutto deve diventare abbagliante.
E così per gli altri sensi.


Lei non sa quanto io sia privo di ironia!

Questo disastro (a mio avviso irreversibile) è generalmente accompagnato da un crollo dell’autoironia. Il sorriso si sta perdendo completamente sostituito dalla ostentazione della risata fragorosa che sommerge la delicatezza. 
Difficile prendere in giro se stessi. 
L’ego, aiutato dalla crassa ignoranza spirituale di psicologi assai più disadattati dei loro pazienti, raggiunge livelli di autodifesa ringhiante. L’ammissione dell’errore e della fragilità umana, il “mea culpa” non è più possibile. Nessuno “pecca”, tutti fanno quello che possono pressati dalle circostanze. 
Il nascondimento dei sentimenti e delle sensazioni delicate diventa quasi obbligatorio mentre trovano campo e giustificazione le pulsioni “forti”, la contrapposizione feroce su questioni assolutamente insulse, futili e superficiali.
I nuovi archetipi ispirativi sono sempre più virtuali, tecnologici disumanizzati, standardizzati o in alternativa, sono estratti da una deformazione di quelli del passato, da una trasformazione di personaggi storici in “supereroi”. 
Le bambole di pezza che evocavano la tenerezza e la famiglia, nella loro povertà, sono morte da tempo. 
Bambina mia, come fai a fare da mamma a “Barbie” che nasce già fidanzata con Big Jim? Bambino mio, come fai ad interagire con un pezzo di plastica robotico che si trasforma in mille varianti e a costruirci un rapporto con la natura, con gli alberi, con gli animali?
Come fai a stabilire una gerarchia di valori, una armonia con l’universo se il Principe azzurro che aspettava la Principessa è diventato gay, se l’Orco è diventato un eroe, se i padri sono due, le mamme sono tre ecc. 
Forse questo vuol dire che siamo tutti liberi di trasformare le fiabe e di modificare i valori arcaici del mito (perché sessisti, machisti o altro)?
No. Falso clamoroso. Siamo tutti schiavi dell’illusione di liberarsi. 

I giovanissimi non si uniformano più solo negli abiti, ma si “clonano” su personaggi fortissimi, potentissimi, iper sessualizzati o, invece, desessualizzati, o infine "confusamente sessualizzati e stereotipizzati sul banale, sullo squallido, sul mercificabile, sul crudo, sul violento, sul trasformabile facilmente e velocemente. Sul transitorio e modificabile a piacere.
E questa apparente possibilità viene chiamata “libertà” o a volte trasgressione. E invece è conformità, plagio, sottomissione. 
Ognuno crede di ”poter essere” ciò che sceglie d’essere e poiché vuole essere altro, essere oltre, magari si copre di tatuaggi per nascondersi, e “mostra” agli altri quello che… non è. 
Ma in tale apparente possibilismo nessuno sceglie un accidente ma ognuno viene scelto, guidato, pilotato da un sistema che lo clona, che lo disorienta per gettarlo verso l’effimero, il modaiolo, il transitorio, verso la fatuità e l’apparenza. 
Perfino l’ermetismo assume forme fatue, si commercializza, entra nelle discoteche, si rincretinisce verso il fai da te, permea la banalità dei canti sanremesi, si banalizza dietro frasi fatte e scopiazzate dai grimoire. 
Così nascono i disastri delle “autorealizzazioni”, degli autoinsegnamenti, dei salvatori sui dischi volanti pilotati dagli angeli, dei guru da strada, dei cantanti profeti: un trionfo della masturbazione mentale. 
Un mondo “para-scientifico” che sponsorizza il massimo dell’illusione cinematografica, la deformazione del signiificato di termini assai nobili come "Avatar", in una discesa libera verso il valore di non avere valori al di la di una apparente autoaffermazione, al di la’ dell’abito che, in questo caso…fa il monaco.



Lei non sa quanto io presuma di essere sapiente

L’ignoranza,  in un ambiente istituzionale che promuove l’autoaffermazione priva di qualsiasi giustificazione spirituale, diventa una …necessità. 
Cioè…bisogna assolutamente sviluppare delle generazioni di ignoranti, coatti, un po’ cafoni, aggressivi, che comprano compulsivamente tonnellate di cose inutili, lottando davanti ai supermarket durante le "promozioni", dando a tali cose un valore esorbitante. 
Sbandati che si pongono il problema di dove comprare l’erba (quando va bene) o come avere rapporti sessuali appenna iniziano a spuntare i primi peli sul pube.
Prima si scopa (è un must) poi magari ci si presenta e ci si conosce: devastazione totale dei sentimenti, massacro dell’amore, della compassione, della ricerca.
Siamo in un universo dove i genitori hanno da fare, sempre. Altro che interessarsi dei figli. La mamme sono tutte occupate a “realizzarsi”, ad essere permanentemente belle, e i padri ad entrare in competizione con le madri in questa gara verso il successo anabolizzato.
E poi magari, dopo qualche anno ritroviamo alcuni di tali dispersi (perché alla fine l’anima umana conserva un briciolo di  provvidenziale disadattamento, anche se l’io ipertrofico tende a soffocarla) a studiare come ci si abbraccia dientro la guida di qualche paracu…pardon paraguru pseudoindianeggiante.
Siamo una società dove i maestri di asilo picchiano i bambini, i ragazzini delle medie o del liceo picchiano i professori, i genitori dei ragazzini picchiano a loro volta i professori che si permettono di riprendere i ragazzini.  Ma vogliamo scherzare?
Mi sembra che la possibilità di sviluppare un qualcosa che assomigli ad una istruzione, ad una educazione, in tali condizioni risulti impossibile. Istruire chi? Educare chi? Gli insegnanti, i ragazzi? i genitori?
Neo ministri, ignoranti come capre al pascolo, si svegliano la mattina e aboliscono lo studio dell’Arte, affossano lo studio del latino. 
Ma hanno idea di cosa stanno facendo? 
Lo scopo apparente? Unico scopo è trovare un posto di lavoro. Perché se sei rapido come Flash Gordon a pigiare sui tasti di un PC hai un “valore” ma se conosci il senso e la metafisica delle Georgiche non vali nulla. 
Oh cavolo! E’ successo qualcosa di terribile.
Ma finirà. E se non finisce questo modus vivendi, o meglio…moriendi, presto finirà il mondo. 
E chi se ne frega dicono alcuni…e forse anche io.


Lei non sa che ho una malattia incurabile: il morbo dell'erudito 

Ma l’ignoranza peggiore e più perniciosa è quella erudita. Contraddizione? No no, ora mi spiego meglio.
Nelle università, e nelle accademie in genere, si specchia (anzi mi verrebbe da scrivere ironicamente: si spocchia) ciò che troviamo nel resto della società. Non potrebbe essere diverso da così.
Ma nelle università si fa “ricerca” (perbacco) e si celebrano puntualmente i riti propri della “religiosità della scienza”. 
Anche io, lo confesso e me ne pento quando ero nel mondo della tecnologia, mi sono ammalato di ricerche erudite con le università, con gli Istituti di ricerca. Lo stato mi ha perfino dato dei soldi (pochi, grazie a Dio) e me li ha dati solo grazie alle mie collaborazioni "accademiche" (n.b.: se non passi attraverso l'accademismo puoi pure aver scoperto che si può andare su Marte in monopattino ma non verrai MAI preso in considerazione).

Dalle mie ricerche, poco significative in verità, oltre a qualche risultato interessante, sono venute delle divertentissime piccole guerre. 
Guerre di parrocchia, guerre di erudizione, guerre su “chi la sa più lunga” e che ha un corredo bibliografico-scientifico più vasto.
Non conta quello che sai, non conta la novità o l’intelligenza o la profondità di ciò che dici o produci o inventi o scopri. Conta quanto è lungo l’elenco delle pubblicazioni di riferimento e lo tsunami di citazioni in corsivo che spargi sui testi. Conta che nell’articolo e nel libro, la pagina di testo si riduca a poche righe, soffocata dalle note a piè di pagina. Questo è il vestito “erudito” anzi per fare un paragone con gli archetipi fasulli, direi il tatuaggio erudito.
E qui, nella bolgia delle citazioni, inizia il grande gioco dell’autoreferenza.
Esistono riviste cosidette “scientifiche” interamente dedicate a tale gioco perverso. Riviste lette quasi esclusivamente da coloro che le scrivono dove gli “eruditi” si scambiano pagine e pagine di nulla (che a volte gli studenti, poveracci, devono anche leggere). 
Riviste in cui a volte ci si insulta per quel bisogno di autoaffermazione e di difesa dell’orticello culturale e”cultuale” di cui ho parlato nella prima parte di queste note. 
Lei non sa chi sono io, e mo’ glie lo dimostro: e giù pagine di bibliografia per mostrare quanto so e quanto sono. 
In questa guerra tra erudizioni entra in coma la Verità. In coma profondo. Perché si perde l’”oggetto”, il titolo, il senso e lo scopo dell’articolo o del libro, soffocato dalla ignoranza della rissa erudita, intesa a dimostrare…già: a dimostrare cosa?
Siamo convinti che ce ne importi ancora qualcosa?
Potremmo dire che un riscontro omofonico della autereferenzialità avviene anche nei Palazzi di Giustizia o nei Palazzi della Politica, o negli Ospedali, o nelle grandi istituzioni pubbliche.
Come ben sappiamo la politicizzazione e sindacalizzazione degli “Enti” è diventata parossistica e si affianca alle baronie dei docenti e al nepotismo imperante da sempre.
Siete mai stati in un “prontosoccorso” adiacente ad una Università?
Gli ospedali da campo della guerra del ’15-18… mettevano meno paura.
Esisteva quanto meno la compassione e c’erano le crocerossine, o le suorine: che meraviglia! 
Oggi si muore seduti nell’astanteria di un ambulatorio perché durante il cambio turno si sono dimenticati di pulire le barelle e perché gli “addetti” hanno “diritto” a far pausa.
Ogni tanto qualche trasmissione scandalistica scopre che qualcuno è defunto per…mancata o ritardata assistenza! Ma no? 
Ma se le sale di attesa dei policlinici sembrano le bigletterie degli stadi prima delle partite di campionato, ci stupiamo che qualcosa possa andare storto?
In questo calembour burocratico-assistenziale, dove i conflitti accademici tra primari sopravanzano gli esseri umani che hanno bisogno di aiuto, esiste un oceano di mancate assistenze ed è un miracolo sopravvivere. 
Vi prego, frequentate tali posti e spaventatevi: è uno spaccato della società. Si impara moltissimo in questi posti a volte definiti “eccellenze”, anche se a volte si muore.
Ecco tanto per essere coerente con l’impostazione assai poco erudita di questo breve intervento, concludo con un paragone che può sembrare strampalato. 

In questa volgare gara di autoaffermazione non trovo (forse a causa della mia conclamata insipienza) molta differenza tra i ragazzini che se le danno di santa ragione dopo essersi sballati con ore di “techno” e le intellighenzie che si sgambettano e si crocifiggono per affermare la propria supremazia culturale, indifferenti ai morti sul campo e a coloro che transitano nel loro raggio d’azione.
Estendo il discorso sia a coloro che parlano in “modernese” che in “tradizionalese”.  
E sempre un problema di affannosa ricerca di supremazia.
E’ sempre una mancanza di autorevolezza mascherata dietro l’erudizione spocchiosa. 
E’ sempre una tragica carenza di “ius” e di “fas”.

 

Fai il LOGIN o REGISTRATI per inserire commenti